Day 15 : dom. 28 agosto 20119

 

 Il giorno in cui il presente diventa un magico ricordo

 L’ultima mezza giornata è a dir poco splendida. Vedendo ormai il traguardo, acceleriamo per cogliere al massimo quanto offre la domenica di sole. Partiamo prima delle 7 e solo la caparbietà ci porta per la terza volta a Portage. Anche oggi non c’è il sole in quanto questo luogo a cui è invisa la vista del cielo azzurro è coperto dalla foschia. Ma che foschia! Mentre risaliamo ed il sole inizia a prendere possesso delle vette circostanti, all’orizzonte ci appare una bruma bassa, sarà al massimo una ventina di metri. Ci avviciniamo in un ambiente dantesco, con i raggi solari che la illuminano, fendendola ogni tanto. Sembra un fumo e quando entriamo di più al suo interno il cielo diviene coperto. Sul lago formato dall’Harding Glacier la foschia si rispecchia sulle acque mentre gli spazi liberi dalla nebbia lasciano trasparire uno specchio di colori che a loro volta si riflettono sul lago. Mentre la zona inizia ad affollarsi dei pescatori della domenica facciamo ritorno da dove siamo venuti non mancando di fermarci nei punti che maggiormente ispirano lo sguardo. Stamattina ci è mancato il tempo di fare colazione e rimandiamo continuamente nell’attesa di trovare il momento per espletare la formalità. Alla periferia di Anchorage è ancora d’obbligo una fermata al Potter Marsh, le paludi che sembrano uno specchio. Finalmente entriamo in città e, quando sono le 9,30, ci rendiamo conto che dobbiamo ancora fare colazione. Un dolce con caffè bollente da Starbucks servono all’uopo, mentre tra i banchi di un centro commerciale peschiamo tranci di salmone. In Alaska tutto il salmone è selvatico dal momento che l’allevamento è vietato. Questo per preservare la qualità del prodotto.

Ormai è rimasto poco tempo per visitare ANCHORAGE. Una città che da sola non meriterebbe il viaggio, ma che è pur sempre degna di essere vista. E pensare che cent’anni fa ad Anchorage non esisteva ancora la tendopoli che quattro anni dopo diede vita a quella che oggi ha la parvenza di essere la metropoli più a nord del mondo. Fu fondata infatti nel 1915 in occasione della realizzazione dell’Alaska Railroad. Si è ingrandita grazie agli armamenti della seconda guerra mondiale ed infine il petrolio ne ha fatto una metropoli almeno per l’estensione. Sono poco meno di 300.000 abitanti, ma l’american life-style e le ricchezze apportate dall’industria petrolifera ne hanno fatto una città opulenta a dispetto dall’ambiente circostante. Il terremoto del 1964, uno dei più disastrosi che la storia umana ricordi (9,2° della scala Richter), ha tristemente contribuito al rinnovamento urbano. Cerchiamo innanzitutto il Salmon viewing area, non tanto perché non ne abbiamo visti abbastanza, ma si tratta pur sempre di uno dei luoghi più ambiti dai locali. In realtà fa più notizia perché un luogo così ricco di salmoni si trova quasi nel centro cittadino che non per l’interesse in sé. Andiamo nel downtown dove è tutto un intreccio di vie perpendicolari. Essendo domenica il traffico è ridotto e si riesce a girare con maggiore facilità. Attratti più da quello che la circonda più che dalla città stessa, ci rechiamo al Resolution Park, un poggio dal quale si ha una vista incantevole che spazia verso l’infinito. La statua di James Cook campeggia con il navigatore attento a scrutare l’orizzonte. Rimangono ancora alcuni preziosi minuti prima del tempo massimo che ci siamo prefissi per restituire l’auto e sbrigare le formalità di partenza all’aeroporto. Si dà il caso che nelle vicinanze si trovi il Kincaid Park: è domenica e gli abitanti del capoluogo fanno jogging nella bella giornata di sole. Il bacino del Cook Inlet è sotto di noi, mentre a distanza compaiono diverse montagne imbiancate. Verso ovest sono quelle dell’Alaska Peninsula, già inquadrate recentemente. Sono invece due elevazioni verso nord che attirano la nostra attenzione, nettamente distanti ma da sembrare vicine. Chiediamo ad uno stanco ciclista appena sopraggiunto, il quale con voce affaticata le identifica con il McKinley e il Fraser Mt., stupito anche lui della giornata così nitida da autorizzare la vista delle due vette distanti centinaia di km. Avevamo solo bisogno della conferma ma lo sapevamo già, quei giganti non potevano essere che loro. Alla fine è stato come se il Mc fosse venuto a salutarci prima di partire e non poteva farci sorpresa più gradita. La vista di tali, imponenti profili vogliamo considerarla come un loro perdono, dopo che non si erano mostrati nella loro interezza durante le due giornate trascorse nel Denali. Non che abbiano l’abitudine di svelarsi con frequenza, ma ho voluto vedere nella loro ritrosia un risentimento per aver osato avvicinarli nel giro in aereo da Talkeetna e con questo violarne il loro silenzio e la loro privacy con mezzi commerciali. Ottenere il loro perdono è stato importante, come ricongiungersi con un amico. In questo momento verrebbe da strappare il biglietto aereo e corrergli incontro, ma purtroppo l’aspetto razionale prevale in noi. I loro profili sembrano non volerci lasciare. Poco prima di partire le sagome compaiono sullo sfondo della pista mentre l’aereo va a prendere la posizione di decollo. Ma a questo punto, neanche volendo, non si può più strappare il biglietto.

Il volo che segue la rotta polare concede alcune viste sulla banchisa ed i frammenti di ghiaccio alla deriva come tanti pezzi di vetro frantumati. Da questa quota non si riescono ad individuare gli orsi bianchi. Ma ci sono e si stanno preparando per l’inverno.