Day 6 : ven. 19 agosto 2011

 

Volo verso l'Artico: Deadhorse, i campi petroliferi di Prudhoe Bay e l'oceano


Questa volta siamo dovuti scendere a compromessi con un tour organizzato in quanto visitare l’Artico da soli risulta alquanto difficile. La Dalton Hwy non è certo adatta al transito di vetture normali. Il fondo stradale non è dei migliori, se poi si considera che sono più di 600 km in questo stato la cosa diventa impossibile. Del resto i rent a car che noleggiano vetture normali non consentono l’utilizzo su strade sterrate ed occorrerebbe equipaggiarsi con un fuoristrada appositamente attrezzato. E’ infatti necessario disporre di una ruota di scorta aggiuntiva e di alcune parti di ricambio per poter intervenire in caso di necessità. Chiedere soccorso lungo un tratto senza servizi per 240 mi. può risultare alquanto pericoloso. E’ anche ovvio che la rete GSM non prenda, pertanto una norma di sicurezza richiederebbe di avere con se un telefono satellitare. Tutte cose fattibili ma oltremodo dispendiose. In più con questo tour possiamo effettuare l’andata in aereo e rientrare in minibus, potendo vedere il tutto da due angolazioni estremamente diverse. Con l’aiuto della fortuna meteo questa sarà proprio la mossa azzeccata di tutto il giro. L’aspetto che meno apprezziamo è invece il taglio che è stato attribuito all’escursione. Come potevamo immaginare siamo gli unici ad risultare eccitati dal trovarci in un mondo così selvaggio, mentre l’organizzazione prevede tutta una serie di ozi che poco si addicono alla magia del luogo. Del resto chi vi partecipa normalmente appartiene alla specie dei turisti e non a quella dei viaggiatori. Anche il nostro gruppo è sostanzialmente rappresentato da individui poco dediti all’avventura e piuttosto inclini alle comodità. Facciamo difficoltà a legare con gli altri proprio per le diverse inclinazioni che ci hanno portato fin qui. Restiamo totalmente indifferenti verso le sirene dei gift shops che attirano invece su di loro i pochi che hanno osato cercare l’Artico. Poter essere giunti fino in capo al mondo per vedere una natura così intatta, salvo qualche eccezione, rappresenta per noi un’occasione che consideriamo unica ed un privilegio che vanno colti appieno. La sete di vedere e capire diventa quasi maniacale, ogni istante dev’essere dedicato a imparare come si svolge la vita da queste parti: ad iniziare dalle piante, per passare agli animali e per finire con gli uomini. Luoghi dove gli individui devono sovente difendersi e perfino lottare contro la natura per sopravvivere, in un’ottica diametralmente opposta alla nostra, dove questa è indebolita e si devono imporre stringenti limiti.

Alle 7,30 con il pilota Bill ed altri 3 del nostro gruppo decolliamo alla volta di DEADHORSE (70° nord di latitudine) in un volo che definire indimenticabile è ancora riduttivo. Si vede chiaramente come Bill sappia manovrare il Piper con destrezza, facendo ondeggiare l’aereo su ora su un lato ora sull’altro per consentire di vedere meglio il paesaggio sottostante. In 2 ore siamo all’aeroporto di destinazione volando ad un’altezza media sui 3.000 mt. quando dobbiamo passare sulla Brooks Range, diversamente la quota di crociera è sui 2.000 mt. Il cielo non presenta una nuvola fino in prossimità della costa, dove ci sono le classiche nebbie che oggi fortunatamente sono poco spesse e consentono un atterraggio tranquillo. Un forte quanto gelido vento nel pomeriggio porterà via anche queste, contribuendo però a raffreddare ulteriormente il clima. Lungo il viaggio attraversiamo lo Yukon, la cui lunghezza supera le 2200 mi. e che domenica attraverseremo sull’unico ponte che si trova in territorio americano (altri tre sono in Canada). La vista dall’alto offre lo spettacolo del grande fiume che scorre lento e sinuoso con tutta una serie di meandri intorno. Ha un bacino molto ampio che raccoglie tutte le acque che scendono dall’Alaska Range a sud fino al Brooks Range a nord. L’attraversamento di quest’ultima catena ci permette di vedere dall’alto delle montagne non altrettanto alte di quelle che si trovano più a sud ma comunque ricche di ghiacciai, vista anche la latitudine. Anche da queste parti si parla di ghiacciai in costante ritiro, come nel resto dell’Alaska.

Tutto quello che si trova a nord delle Brooks si chiama North Slope in quanto è proprio una lenta e costante discesa che degrada verso l’Oceano Artico, dove fluiscono tutte le acque. La catena rappresenta solo un terzo di una più lunga cordigliera che fa da cappello al Nordamerica. Il rimanente si trova in Canada. Lungo il viaggio sorvoliamo anche alcune miniere d’oro situate in posizione quasi inaccessibile in mezzo alle montagne. Proprio la posizione, insieme alle nebbie che sovente incombono, hanno fatto mancare la piccola pista d’atterraggio a due aerei, i cui relitti vediamo sotto di noi. Pessimo presagio per chi si trova su un velivolo simile, smorzato soltanto dalla voce di Bill il quale ci rassicura che l’aeroporto di Deadhorse è di più facile avvicinamento. Nell’ultimo tratto vediamo nitidamente due rette parallele che tagliano il terreno: una è la Dalton Hwy, l’altra è l’oleodotto che trasporta il petrolio a sud.

Deadhorse è un villaggio che potrebbe tranquillamente essere sulla luna o su un altro pianeta. Esiste in quanto centro di servizi per gli impianti petroliferi di PRUDHOE BAY, dai quali l’America ricava gran parte del petrolio di cui necessita. Qui vivono gli addetti ai campi e vengono parcheggiati i mezzi invernali. Pur essendo una zona con scarse precipitazioni, in inverno (cioè per circa 8 mesi) non si usano veicoli tradizionali, bensì degli strani mezzi simili a gatti delle nevi, con gomme speciali che sostituiscono i cingoli, in grado di muoversi agevolmente su superfici innevate. Alcuni sono dei veri e propri pick up con cingoli in gomma. In alcuni casi, per indurire il fondo viene sparsa dell’acqua la quale ghiacciando crea uno strato come se fosse asfalto. Questo sistema viene adottato regolarmente sulla Dalton Hwy.

All’aeroporto veniamo prelevati dal minibus col quale continueremo il viaggio, segna una temperatura di 34° F (corrispondenti a +1,1° C.). Casomai non l’avessimo ancora capito ci troviamo sull’Artico. Ma a Fairbanks ci dicevano che il rigore invernali si fa sentire più lì che sulla costa, dove l’oceano ne mitiga leggermente la portata. Quello che fa la differenza è che qui le bufere rendono talvolta il clima ai limiti della sopravvivenza. Veniamo trasportati della nostra sistemazione alberghiera a pochi km di distanza. Si tratta di containers adibiti a camere da letto, che nelle altre stagioni vengono spostati ed utilizzati sul pack per ospitare ricercatori scientifici o operatori all’interno dei campi petroliferi. Intuiamo fin dall’inizio che a cena dovremo bere poco. Non tanto per il rischio alcolico: la zona è cosiddetta “dry” ovvero secca. Questo sta a significare che è vietata la vendita ed il consumo di alcolici. Probabilmente la prima birra si trova ad almeno 300 km. Quello che ci convincere alla morigeratezza idrica è il fatto che i servizi igienici sono ospitati all’interno del grande container cucina e refettorio. Per recarvisi occorre uscire ed attraversare un cortile di 20 mt. Per fortuna (o per sfortuna) dicono che gli orsi bianchi in questo periodo non frequentano la zona in quanto impegnati nella caccia alle foche sul ghiaccio che si trova nel limite estivo della banchisa. Limite che purtroppo sta indietreggiando anno dopo anno.

Quella di trascorrere una notte nel Deadhorse Camp si rivela un’esperienza molto valida. Condividiamo infatti il rancio ed i servizi con i dipendenti delle società petrolifere e possiamo capire quanto non sia semplice lavorare a queste latitudini. Non ci vuole molto a capire come il telefono diventi un elemento essenziale per mantenere i contatti. Anche se sono ospitati all’interno del grande blocco che contiene le cucine la vita coincide con il lavoro. I pochi svaghi sono necessariamente al chiuso, pertanto esistono turni lavorativi di 12 ore al giorno per due settimane di fila. Dopodiché rientrano per altrettanto tempo a casa. Le compagnie offrono vitto, alloggio e voli fino a destinazione (via Fairbanks o Anchorage) inclusi nel già lauto stipendio. Vi lavorano da 400 a 600 persone. Che la maggioranza dei lavoratori siano uomini lo si evince facilmente dal fatto che si trovano molti più bagni maschili che non femminili. E’ peraltro un ambito dove la femminilità poco si addice al lavoro ed alle condizioni esterne, pur avendo visto diverse signore occupate in mestieri che molto hanno da insegnare ai delicati gentlemen delle nostre latitudini.

Le costruzioni non possono avere fondamenta a causa del permafrost. Sono pertanto appoggiate sul terreno tramite grossi piedi simili a degli sci. Molti di questi prefabbricati possono scivolare o sono dotati di ruote.

In mattinata abbiamo ancora un paio d’ore libere e ne approfittiamo per una passeggiata lungo la Dalton negli ultimi km che portano a Deadhorse, percorsa da frequenti (per il posto) camion carichi di tubi per la trivellazione e di quanto necessario al funzionamento dei campi. Chiamarlo paese non ha senso, non c’è assolutamente nulla di bello e non pretende nemmeno di esserlo. Si tratta in realtà di un insieme di costruzioni metalliche ospitanti officine ed ogni genere di servizi professionali necessari all’attività estrattiva. Resta comunque estremamente caratteristico e non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. All’esterno sono stoccati containers generatori o sale TV o per riunioni. Al tempo stesso c’è anche un enorme parcheggio dove si trovano allineati un numero incredibile di costosi macchinari. E’ il regno della Caterpillar con i suoi mastodonti dedicati al movimento terra, ma anche ad ogni altra necessità in qualche modo legata all’estrazione. Sembra tutto fermo, mentre in realtà tutto si muove in questa città dove la tecnologia si applica all’estremo nord. In mezzo a tutto questo regno della meccanica, sui frequenti laghetti che s’incontrano vediamo cigni e altri uccelli capaci di resistere ai rigori del freddo. Poco distante dalla nostra sistemazione un caribù passeggia brucando licheni in attesa di riunirsi al suo branco per effettuare la migrazione. Deve stare però attento: più a sud è iniziata la caccia e nei giorni successivi ne vedremo parecchi riversi sui camioncini oppure le corna sui portapacchi dei pickup.

Rientriamo alla base dove consumiamo un paio di panini che ci eravamo portati dietro e facciamo la conoscenza di Emma, la giovane guida nonché autista che sarà con noi in questi due giorni e mezzo che rimangono. Gli altri membri del gruppo sono una compagnia alquanto matura e multietnica: due signore tedesche, una coppia australiana, madre e figlia cinesi e una francese di origine marocchina. Su un unico pulmino vediamo così rappresentati in qualche modo i 5 continenti. Mancano solo gli americani, ma la guida lo è. Verso le 15,30 ci portiamo verso Deadhorse per una visita ufficiale di questo convulso amalgama. Visitiamo il General Store più a nord del mondo, dove si vende veramente di tutto e rappresenta anche un centro di socializzazione per chi lavora in zona. Al piano inferiore c’è un ampio reparto ferramenta e utensileria varia, mentre in quello superiore vi si trovano souvenir ed acquisti per la casa. Dal momento che ogni cosa rappresenta una novità vale poi la pena osservare attentamente ogni abitato, mezzo o semplicemente attrezzo che si trovi in vista. Ad esempio attira la nostra attenzione una sorta di traversa dalla quale pendono dei fili elettrici con tanto di presa al fondo: collegati alle vetture servono nei mesi invernali per impedire il congelamento dei motori e dei vari liquidi che si trovano nei veicoli. Apprenderemo più tardi che questo sistema funziona con temperature fino a -40°, oltre si tengono accesi i motori 24/7, ovvero in continuo.

Partiamo quindi per Prudhoe Bay che si trova a pochi km. Non si tratta di un paese, ma di un campo petrolifero assai esteso a ridosso dell’oceano. Per ragioni di sicurezza si è reso necessario comunicare in anticipo le generalità all’ente che gestisce il controllo dei campi petroliferi. Siamo pronti per andare a visitare le installazioni vere e proprie. Il tutto inizia al Caribù Inn, un hotel/residence dove vediamo un filmato sponsorizzato dalla BP che ci spiega come avvengano le trivellazioni e l’estrazione dell’oro nero. Non mancano di rimarcare come si presti massima attenzione a preservare l’ambiente e viene sottolineato il benessere creato nella popolazione, in primis i nativi. Dopo questa infarinatura in sala artica siamo pronti a partire. Contrariamente a quanto pensavamo Deadhorse non è altro che un accampamento con una superficie assai limitata rispetto a Prudhoe Bay, la cui estensione occupa tutta la fascia costiera e penetra per alcuni km verso l’interno. E’ un vero groviera di stazioni di trivellazione che si spingono fino al mare aperto. L’accesso verso quest’ultima e per conseguenza all’oceano è infatti vietato ai privati, occorre ottenere il permesso e si può solo andare in gruppi accompagnati dagli addetti. Fermo restando che con i tempi che corrono le misure di sicurezza non sono mai troppe, il tutto odora di grandi lobbies e della volontà d’impedire intrusioni incontrollate. Basti pensare a qualche estremista dell’ecologia senza dover arrivare al terrorismo vero e proprio. In questo regno la BP fa la parte del leone, ma all’interno ci sono anche Shell, Exxon e Conoco Phillips. Pur vedendo i campi limitatamente a quanto ci viene concesso, è inevitabile intuire quali interessi ci siano in gioco e quali siano le lobby politico-economiche che interagiscono e li governano. L’impressione che se ne ricava coincide con quella dell’imperialismo che molti hanno degli americani, in netto contrasto con gli elevati standard di civiltà e rispetto che invece contraddistinguono i singoli individui.

Ma torniamo alla nostra avventura nel nord del nord. Con il minibus Artic Ocean Shuttle guidato da un solerte ranger locale oltrepassiamo il checkpoint di accesso con l’ordine che è vietato filmarlo. Ci aggiriamo fra quelli che vengono chiamati DS (Drill Site) e punti nei quali il gas aspirato con il petrolio viene reimmesso nel sottosuolo. La pressione del gas così iniettato farà aumentare quella di salita del petrolio. Al tempo stesso il gas stivato in questi contenitori sotterranei naturali rappresenta una banca dalla quale attingere quando se ne presenterà il caso. Il tutto è collegato con gasdotti o oleodotti che confluiscono alla pump station nr. 1, dalla quale parte la pipeline che arriva a Valdez. Dall’esterno è tutto un reticolato di condotti e blocchi di aspirazione o pompaggio. Le trivellazioni vengono effettuate essenzialmente in inverno, così come i lavori al largo, sfruttando il mare ghiacciato ed pertanto accessibile con i mezzi provvisti di gomme speciali.

Raggiungiamo infine la costa artica che si estende a perdita d’occhio. In questo momento il pack si trova a diverse centinaia di km, anche in virtù del riscaldamento globale che allontana sempre di più il limite della banchisa. In questi luoghi si trovano attualmente gli orsi polari. Ci viene detto che i plantigradi non frequentano molto la zona nemmeno in inverno, o almeno non come a Barrow dove sono letteralmente di casa. Il vento è gelido e la temperatura percepita potrebbe anche essere inferiore allo zero. In inverno il mare ghiaccia per circa 15 ft. (4,5 mt.), formando un’unica pianura che unisce terraferma e mare. Per arrivare fin qui ci sono tre vie possibili: la Dalton Hwy via terra, via aerea o tramite chiatta circumnavigando l’Alaska. Quest’ultimo sistema viene usato per i trasporti più pesanti ma la stagione dura al massimo due mesi e mezzo, di conseguenza serve per il trasporto di infrastrutture voluminose da montare in loco. Sulla costa ghiaiosa si trovano molti tronchi ormai levigati dalla salsedine: ci viene spiegato che arrivano dal Canada portati in mare aperto dal McKenzie e poi di nuovo a riva dalle onde. Poco prima di arrivare al mare incontriamo grandi accumuli di ghiaia, dicono essere contaminata dal petrolio ma non si riesce a capire se sono sedimenti estratti col minerale liquido oppure si tratti della conseguenza di disastrose perdite o altri incidenti.

L’attività industriale è iniziata nel 1968, mentre verso la metà degli anni ’70 è diventata operativa la pipeline la cui costruzione è durata 5 anni ed ha rappresentato il più grande investimento privato nella storia del settore petrolifero. E’ ancora adesso uno dei più grandi siti d’aspirazione, fornisce il 40% del petrolio necessario agli USA e una buona percentuale del gas. Prima che i giacimenti venissero sfruttati industrialmente gli indiani già attingevano dagli affioramenti per raccogliere il liquido infiammabile ed usarlo per la combustione nelle lampade.

Almeno sulla carta si presta grande attenzione all’aspetto sicurezza contro possibili inquinamenti. Esiste un gruppo specializzato nell’individuazione e risanamento delle fughe di petrolio, il quale ha a disposizione mezzi sofisticati per l’intervento. Allo stesso tempo ogni area ha un gruppo di pompieri. Esiste inoltre un centro medico di prima assistenza, in caso d’incidenti più gravi viene subito fatto arrivare un medico da Anchorage che si occupa di mettere il ferito in condizione di essere aviotrasportato ad Anchorage stessa oppure a Fairbanks. Nel tentativo di dare una parvenza simpatica all’agglomerato dove non cresce arbusto che sia superiore a qualche decina di centimetri, è stata creata la Deadhorse National Forest, costituita da tre alberi in assi di legno e dipinti di verde. Sopra campeggia il nome dello sponsor, una delle aziende che operano nella zona, sembra appartenente a Dick Cheney, l’ex vicepresidente di George W. Bush.

In prossimità della costa artica si trova una zona di dune sabbiose dove in inverno i grizzly arrivano per scavare le tane e crearsi un rifugio per il letargo invernale.

Dopo un paio d’ore il ranger ci riporta al Caribù Inn dove ci eravamo incontrati e termina così il giro degli stabilimenti petroliferi. Un tour di sicuro interesse nel quale ci sono state fornite interessanti nozioni di un’attività mai vista in precedenza. Il tutto è avvenuto in modo attento a non fornire informazioni che potessero in qualche modo contrastare con gli interessi delle compagnie e sotto l’occhio attento di chi ci guidava. Del resto va anche compresa la sensibilità strategica del luogo ed i rischi potenziali ai quali è sottoposto.

Con noi ci sono anche tre intrepidi motociclisti (tra i quali figura una donna) che hanno percorso interamente la Dalton Hwy. Dicono non essere particolarmente difficile, l’unico grosso problema è quello di dover restare concentrati sulla strada che ti trovi di fronte. Una minima distrazione e si finisce disarcionati, massima attenzione per un percorso di sterrato superiore a quello fra Torino e Roma in andata e ritorno. Uno di loro (sono tutti su BMW) ha compiuto il tragitto in moto dall’estremo punto a sud degli USA in Florida a quello più settentrionale. Sono 5500 mi., ben più del famoso coast to coast che si estende da est a ovest.

Ritornati al nostro compound per una semplice quando gradevole cena a buffet nella struttura prefabbricata che funge da refettorio, prima di andarci a riposare pensiamo come sarebbe bello vedere il tramonto, che in questi giorni arriva tardissimo pur non raggiungendo più il cosiddetto sole di mezzanotte, a questa latitudine avvistabile per oltre un mese. Il tutto lascia ben pensare fino a quando verso le 22,30 calano le nebbie che portano un minimo di oscurità, impedendoci di vedere la palla di fuoco inabissarsi a ovest. Probabilmente nella notte non diventerà mai completamente buio, ma non stiamo a contemplare per tutto il tempo e ne approfittiamo per un sonno ristoratore in una delle comunità più a nord del mondo. Del resto di cielo sereno oggi ne abbiamo goduto in abbondanza, in una delle rare giornate serene di questa parte estrema dell’emisfero boreale.

Vita quotidiana

Pernottamento:  DEADHORSE – Deadhorse Camp