Day 7 : sab. 20 agosto 2011

 

Sulla Dalton Hwy: North Slope - Brooks Range - Coldfoot


Raggiunto ormai il punto oltre il quale si procede solo via acqua, intraprendiamo la discesa verso sud che richiederà due giorni per raggiungere Fairbanks lungo i 666 km della Dalton Hwy attraverso lande desolate.

Alle 8 siamo pronti a partire in direzione sud quando la giornata è come l’avevamo lasciata ieri sera. Il tutto fa sperare, tant’è che dopo pochi km lasciamo l’area di confine meteorologico fra terra e mare per incontrare nell’entroterra un freddo sole che ci accompagnerà per tutta la giornata. Ci fermiamo in una piazzola dove si trovano tende e roulottes di cacciatori: in questo periodo è aperta la caccia ai caribù. Ad un certo punto arriva un pickup con tanto di freezer sopra per stivare la carne e quindi trasportarla. Ci si ferma anche un attimo al Sag River Overlook, punto panoramico su uno dei tanti fiumi che scendono direttamente verso nord, all’altezza della pump station nr. 2. Qui lavorano 60 persone e c’è una sorveglianza 24h. La vegetazione è costituita da semplici arbusti e da un muschio spesso da apparire quasi gommoso al calpestio. Il paesaggio prosegue abbastanza monotono. Tutta l’area è piena di acquitrini e stagni, cosa che rappresenta un paradosso dal momento che le precipitazioni sono estremamente scarse, appena 13 cm. di pioggia all’anno. Tuttavia la pioggia non riesce a drenare in virtù del fatto che il permafrost non consente il passaggio dell’acqua negli strati sotterranei, con la conseguenza di rimanere in superficie. La zona viene denominata pertanto wetland pur non essendo molto piovosa. A contribuire alla presenza di acquitrini è anche la scarsa evaporazione dovuta alle basse temperature. Nei mesi di giugno e luglio è una vera proliferazione di zanzare e piccole mosche nere, che restano innocue. Tali situazioni sono fonte di ulteriori fenomeni specifici delle terre fredde, come i pingos.

Man mano che si prosegue iniziano ad apparire all’orizzonte le prime montagne di rocce brulle e totalmente prive di vegetazione. Frugale pic nic alle 14 in prossimità del Galbraith Lake, dopo aver accettato lunghe attese in prossimità dei sensi alternati in quanto sono in corso lavori di manutenzione del fondo stradale.

Lungo tutto il percorso la strada corre parallela alla Trans Alaska Pipeline, la quale di tanto in tanto s’inabissa sotto terra oppure balza da un lato all’altro della strada. Sebbene in apparenza possano sembrare privi di significato, questi altro non sono che una serie di accorgimenti per mantenere la temperatura costante così come a protezione contro i frequenti terremoti che colpiscono l’Alaska. Uno di questi è proprio la costruzione a zig zag. Viene inoltre fatta passare underground quando ci si trova in zone a rischio slavine oppure in prossimità delle stazioni di pompaggio.

Raggiungiamo il punto più elevato sulla Hwy all’Atigun Pass a 1.444 mt che è anche il colle stradale più elevato di tutta l’Alaska, nonché lo spartiacque continentale fra il bacino dello Yukon e quello artico, dove alcuni anni fa l’oleodotto perse parecchio petrolio. Non si sa se la causa sia stata accidentale o dolosa. Paesaggisticamente non è molto bello, data l’asperità del terreno, ma si aprono delle piacevoli vallate sui due versanti e in prossimità della strada possiamo avvistare un gruppo di pecore di Dall intente a brucare la poca erba disponibile. Va considerato che la quota in rapporto alla latitudine non poteva certo farci trovare le palme. Pur non avendo i tornanti che caratterizzano le nostre vallate, viene da chiedersi come i camion possano salire lungo questa strada nei mesi invernali. Non osiamo nemmeno pensare come un minimo incidente possa avere delle conseguenza letali in queste condizioni estreme.

A sud del passo, man mano che scendiamo il colore verde inizia a vedersi con maggior insistenza. Non sono più soltanto i muschi e gli arbusti a farla da padrone e il paesaggio si fa più vario. I boschi di conifere in lontananza rendono il panorama più vario ed animato, nel classico stile delle vallate nordamericane. Anche le vette sono più plastiche e meno brulle rispetto al nord. I torrenti che scendono impetuosi portano con sé acqua cristallina. Se solo la sottile quanto fastidiosa coltre di alte nuvole lasciasse spazio al sole, il tutto renderebbe un’immagine paradisiaca.

A seguire ci si ferma un paio di volte al Chalander Shelf e all’altezza del Last Spruce, l’ultimo abete, ovvero quello che rappresentava il limite nord della vegetazione alta. C’è un cartello posto ad evidenziare questo pioniere degli abeti, che non ha temuto il freddo per tanti anni ma è stato freddato da un deficiente che lo ha preso a colpi di ascia. Di certo non riusciamo a capire quali colpe possano essere attribuite al povero albero che aveva avuto in destino di nascere e sopravvivere più a nord degli altri della sua specie. Incontriamo dei cacciatori a caccia di caribù. Sono armati di balestre con relative frecce e ci spiegano come entro una fascia di 5 mi. intorno alla pipeline non si possa cacciare o semplicemente usare armi da fuoco. Un po’ ovunque si vedono tende piazzate nel mezzo del nulla che attendono il rientro serale degli adepti dell’attività venatoria.

 

La vegetazione inizia a tendere verso il giallo, segno evidente che l’autunno non tarderà ad arrivare, pur avendo di poco superato la metà di agosto. E’ sorprendente notare come tutto qui sia costretto a concentrare la propria attività nei brevi mesi estivi, così da poter completare il proprio ciclo prima che il gelo torni ad impadronirsi di tutto. La strada è interamente sterrata, a tratti dove si possono anche raggiungere i 40 mph (gli audaci camionisti coi loro trucks arrivano anche ai 50) si alternano dei pezzi infernali. Tant’è che a fianco dei pickup e fuoristrada non si vedono vetture tradizionali.

Arriviamo a Coldfoot quando è ormai sera con una passerella finale costituita da 15 mi. di asfalto che iniziano all’altezza di Wiseman. Una vera manna per le nostre terga. In precedenza ne avevamo già incontrato qualche miglio all’altezza della pump station nr. 2. Ci sistemiamo al Coldfoot Camp, l’unica o fra le poche sistemazioni disponibili nel raggio di centinaia di miglia. Ceniamo in un saloon molto originale che sa proprio di last frontier. Non ha bisogno di grandi finzioni come accade da altre parti per simulare il far west, basta che resti così com’è. In effetti Coldfoot altro non è che una grande stazione di servizio posta a metà strada fra Fairbanks e Deadhorse, dove fermano tutti i camion per fare rifornimento e ristorarsi.

Vivo un attimo di panico all’idea di dover trascorrere un’altra sera senza un’Alaska Amber, la fresca (e ci mancherebbe!) birra locale. Ci spiegano che la birra non può essere servita nella sala dove ci troviamo ma solo in quella adiacente. Traslochiamo volentieri. Cena a buffet in stile all-you-can-eat con ottima carne e verdure, impensabili a questa latitudine ed in questo deserto di umanità. Le camere sono decenti ma niente di più, del resto non possiamo attenderci grandi cose da un luogo simile, in mezzo al nulla, percorso tutto l’anno dai camion e solo per una breve stagione dai turisti. Se cambiasse perderebbe il suo fascino, cosa che rileviamo invece nel Visitor Centre. E’ una vera cattedrale nel deserto, seppure di ottima fattura e con architetture in legno che bene si integrano a quanto ci circonda. Tenendo presente che è operativo solo per pochi mesi all’anno, l’impressione resta quello di uno spreco di denaro reso possibile solo dalla ricchezza generata dal petrolio. Dopo cena facciamo due passi per visitarlo, stasera c’è una piacevole conferenza su come imparare dagli animali per sopravvivere alla crisi. Mai più avremmo potuto pensare ad un così interessante argomento trattato in un luogo che possiamo definire fuori dal mondo, senza tema di smentita. Una brillante relatrice, con l’ausilio di diapositive, ci spiega come i caribù si difendano dalle stagioni avverse emigrando, gli orsi andando in letargo, la forza dei lupi è invece quella di riunirsi in branchi ed in questo modo poter cacciare meglio e quindi sopravvivere, i conigli delle nevi e i fireweed che a fine stagione seccano per lasciare spazio alle nuove generazioni nella prossima primavera. E’ la parafrasi dell’andare in pensione.

Rientrando verso la nostra camera vediamo i pickup dei cacciatori carichi di prede nei grossi freezer che hanno a bordo. Che la caccia sia andata bene lo intuiamo dalle corna aggrovigliate sopra. C’è perfino un elicottero parcheggiato negli ampi spazi antistanti. Ma si sa che in America tutto è big.

Pernottamento: COLDFOOT – Coldfoot Camp