guarda la mappa a tutto schermo, vai su Google Maps!

 

Sono trascorsi pochi giorni dal rientro in Italia e quella confusione generata dalle emozioni viste e vissute nel corso di due settimane iniziano a sedimentarsi, diventando ricordi. Inizia a prendere forma l’immagine di dove siamo stati e di quanto sul momento non abbiamo realizzato perché già in cerca del luogo successivo, ma che ora diventa nitido. Che l’Alaska fosse un osso duro anche solo da visitare come turisti lo sapevamo, ma abbiamo dovuto dare fondo alle nostre energie per poter cogliere quanto era nelle nostre possibilità, trascurando solo ciò che era impossibile fare per assoluta mancanza di tempo. Inizio dunque la stesura dei ricordi prima che qualcosa vada perso, lasciando alla fine i commenti ed indicazioni che potranno essere utili per la comprensione di alcuni dettagli.

 

Sei anni fa, di ritorno dallo splendido viaggio nel Canada Occidentale, sembrava che il cassetto dei viaggi desiderati si fosse improvvisamente svuotato e che non sarebbe più stato possibile trovare dei sogni che, concretizzandosi, avrebbero potuto emulare la realtà appena vissuta. Non mancando di fantasia in materia onirica, siamo riusciti a far affluire nuovi sogni in quel cassetto, che poco per volta si sono realizzati. Ne era comunque rimasto uno che continuava a solleticare le fantasie. Forse anche perché un assaggio dell’Alaska l’avevamo già gustato al ritorno da Dawson City lambendone la parte più orientale, forse perché quella terra nella nostra immaginazione continuava a rappresentare la “frontiera”. Forse perché lo è veramente.





Day 1 : dom. 14 agosto 2011 9

 

Inizia l'avventura: arrivo,  Nord di Anchorage e pianura del Mat-Su


Per quanto l’Alaska possa sembrare distante e in effetti le dieci ore di differenza di fuso orario stanno a dimostrarlo, bastano 8,50 h. per raggiungere Anchorage da Francoforte. Si punta decisamente verso nord costeggiando la costa norvegese, quindi quella islandese per attraversare la Groenlandia e raggiungere il nord alaskano passando sopra il Canada. Da qui una traversata di tutta l’Alaska fino alla nostra meta nel sud. Una via fatta di ghiaccio e di colori splendidi, che anche da diecimila mt. di quota risplendono come solo il grande Nord sa mostrare. Il volo della Condor è in orario, riservandoci una gradita sorpresa poco prima dell’arrivo, ovvero la vista dell’Alaska Range con il McKinley che svetta sulla nostra sinistra. Come inizio non c’è male.

Durante il controllo in ingresso negli USA ci aprono la borsa contenente gli scarponi e ce li trovano sporchi di terra. Pensiamo che presentarsi negli States con gli scarponi leggermente interrati possa significare al più un’infrazione al galateo, invece ce li sequestrano temporaneamente e li fanno lavare in un locale attiguo per restituirceli dopo essere stati cordialmente inquisiti su dove eravamo stati con quelle calzature, al fine di sapere se eravamo portatori inconsci di semenze a rischio. Iniziamo così la nostra avventura con gli scarponi in perfetto ordine. Il tutto ci costa dieci minuti di tempo ma usciamo dall’aeroporto con le calzature come nuove. Siamo in ALASKA!!

Ci trasferiamo al terminal dei voli nazionali per recarci alla Alamo dove ritiriamo la vettura, una Chrysler di ottima fattura. Esiste una navetta che fa la spola da un terminal all’altro, ma siamo energici ed andiamo a piedi con tanto di valige al seguito. Il tempo è molto variabile, di tanto in tanto scende qualche goccia in mezzo a squarci di sereno. Soprattutto vediamo una certa stabilità di nuvole sulle Chugach Mountains, nostra prima destinazione. Acquistiamo bevande e cibo in una stazione di servizio, dal momento che nei prossimi giorni gli esercizi commerciali saranno molto scarsi, o addirittura inesistenti. Ci rechiamo EAGLE RIVER a 13 mi dalla Glenn Hwy, nel cuore delle Chugach Mountains, per andare a vedere i salmoni rossi che vengono per deporre le uova. Non possiamo andare oltre il punto panoramico in quanto l’Albert Loop Trail è chiuso per rischio di incontri con dei grizzly, i quali in questo periodo frequentano la zona per la caccia ai salmoni. Il luogo merita per la vista dei pesci ma non è indimenticabile. A seguire si visita la Thunder Bird Falls con una camminata di 2 mi a/r per vedere una cascata gradevole ma che può rappresentare al massimo l’occasione per una gita fuori porta da parte degli abitanti di Anchorage. Rientriamo per riprendere la Glenn Hwy ed andare ad EKLUTNA per vedere lEklutna Lake State Recreation Area, un lago che riesce ad essere bellissimo anche con la presenza delle nuvole, le quali specchiandosi impediscono alle montagne ed ai ghiacciai circostanti di fare la stessa cosa. Avvicinandosi alle montagne la copertura finisce per prevalere sul cielo azzurro che caratterizza invece la pianura. Si va all’Eklutna Village Historical Park, dove si trova il cimitero indiano e vi sono anche molte tombe con nomi russi, segno evidente del passato di questa zona. Sopra le tombe vi sono come delle casette sovrastate da croci ortodosse, probabilmente per rendere l’idea della nuova casa del defunto, chiaro simbolo di sovrapposizione fra usanze indiane e russe. Certo è che in caso di nebbia assumerebbe le sembianze di un luogo sinistro abitato dai fantasmi. Nelle vicinanze si trova una bella chiesa russo-ortodossa in legno (St. Nicholas Church). Un giro in auto per il villaggio indiano di Eklutna ci rende invece un’idea alquanto sbiadita della popolazione locale. Case in legno con gente intenta a far nulla con parecchi mezzi ed elettrodomestici ad arrugginire nell’incuria più totale. Con tutti questi impegni riusciamo a combattere bene il sonno, tant’è che ci spostiamo fino a WASILLA, città natale di Sarah Palin (candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti con McCain contro Obama). Visitiamo l’Iditarod Race Headquarters, sede dell’organizzazione per la famosa corsa di cani con slitta lunga 1.688 km fino a Nome. Nel 1925 a Nome scoppiò un’epidemia di difterite e non c’era assistenza medica. Essendo d’inverno, 20 squadre di cani da slitta partirono da Nenana e in 127 h riuscirono a far avere il siero che salvò la città. Il cane guida di nome Balto, divenne un eroe. Chi conduce la slitta sono i mushers, i conduttori. A ricordo di quella corsa contro il tempo è nata una corsa sportiva che riveste uno degli eventi più seguiti in Alaska con forti risonanze anche nei Lower 48 (gli altri stati che compongono gli USA). Per ragioni climatiche negli ultimi anni la gara è partita da Willow, situata più a nord, ma l’organizzazione e la sede storica hanno sede qui. Ci spostiamo a PALMER alla ricerca di un luogo dove poter riposare. Lo troviamo al Pioneer Motel, che ci consiglia anche un ristorante dove assaggiamo l’halibut. Peccato che sia non licensed e dobbiamo rimandare il primo appuntamento con la birra alaskana. Palmer è un centro agricolo con una storia assai particolare. E’ nata nel 1935 da 203 famiglie che giunsero qui da Michigan, Minnesota e Wisconsin per le conseguenze della crisi del 1929 in virtù di un esperimento che voleva colonizzare nuove terre del nord.

Dopo cena andiamo a vedere la “periferia” dove si estendono praterie delimitate da montagne. In questo luogo si trovano le coltivazioni di ortaggi più grandi del mondo. La breve stagione estiva accompagnata dalle lunghe ore di luce fa sì che la produzione agricola sia particolarmente ricca e gli ortaggi si sviluppino più che altrove.

Vediamo anche molte costruzioni a carattere religioso. Quando rientriamo sono le 20,30, corrispondenti in Italia alle 6,30 del mattino successivo, ovvero Ferragosto. Giudichiamo che per oggi abbiamo resistito abbastanza e ci concediamo un meritato risposo.

La vegetazione.

Gli indiani.

Pernottamento:  PALMER – Pioneer Motel





Day 2 : lun. 15 agosto 2011

 

Alla ricerca dell'oro presso l'Hatcher Pass e a volo d'angelo sulle montagne del Denali da Talkeetna.


Non diamo nemmeno il tempo alla sveglia di fare il suo lavoro ed alle 6,30 siamo già in piedi, pronti a scattare. E’ anche vero che ieri sera siamo andati a letto presto. Una frugale colazione in camera sfruttando il fatto di poterci fare il caffè in loco e via sulla Glenn Hwy per vedere dall’esterno la Musk ox farm, un allevamento di buoi muschiati che aprirà solo più tardi. Vediamo comunque da fuori questi strani bovini, abitanti delle terre artiche e capaci di sopravvivere a condizioni estreme grazie al qivut, un pelo tanto fine quanto folto, che viene usato dagli indiani per creare indumenti molto caldi. Costa una fortuna in quanto la resa è bassa e richiede molta lavorazione.

Mentre procediamo ci soffermiamo per ammirare il largo letto del Susitna River da un punto di osservazione in alto, con le Chugach Mountains sullo sfondo. Molti fiumi si sono creati ampi spazi alluvionali nei quali finiscono per scorrere impetuosi all’interno di un alveo ristretto. Probabilmente in primavera danno sfogo alla loro maestosità, occupandone la più parte.

Saliamo verso l’Hatcher Pass dalla Wasilla-Fishook Rd, una strada di 49 mi. che attraversa i monti di Willow, percorribile fra il disgelo in giugno e le prime nevicate di settembre. Spendiamo un paio d’ore con profitto nella visita della Independence Mine State Historical Park. Vi si trovava una grande miniera d’oro, abbandonata nel 1955. Era la seconda in Alaska per produzione. Il luogo è ormai diventato un museo e con l’aiuto dei cartelli esplicativi si può capire la vita ed il lavoro dei minatori. Condizioni particolarmente difficili in inverno a causa della neve e delle basse temperature. Saliamo quindi all’HATCHER PASS a 1.184 mt e da lì proseguiamo a piedi sull’April Bowl Trail per raggiungere l’Hatch Peak con un dislivello di 300 mt. La quota è sui 1.500 mt. e la vista spazia dalla pianura di Willow a ovest fino a quella del Mat-Su a est. L’Alaska Range ed il Denali sono invece in parte oscurate da nuvole. Sulla punta incontriamo una simpatica coppia di giovani dell’Oregon e da loro apprendiamo che sono stati recentemente nel gruppo del Gran Paradiso, mentre un’aquila reale gira sopra di noi in cerca di prede più piccole della nostra taglia. Scendendo dal passo su strada sterrata ritorniamo a vedere una vegetazione composta sostanzialmente da betulle con fitto sottobosco, il cui limite raggiunge indicativamente la quota degli 850 mt. Oltre c’è spazio solo per arbusti ed infine per muschi e licheni. Il pranzo è di quelli alla buona, in prossimità di un torrente che scende impetuoso, con del prosciutto prefabbricato in chissà quale stabilimento chimico. Lungo la strada vediamo alcune persone intente a setacciare l’oro nei torrenti con le apposite padelle. Ci sono anche molti cartelli che vietano la ricerca dell’oro nei torrenti in quanto sono state concesse delle licenze a privati. Passiamo a WILLOW senza neanche fermarci e prendiamo la George Parks Hwy in direzione nord per risalirla fino a TALKEETNA sotto un cielo sereno. Famosa stazione di trading dei cercatori d’oro tra il 1800 e il 1940, il villaggio è la base per le spedizioni nel Denali ed in particolare al McKinley. Lungo la strada non è difficile trovare la frequenza giusta che sintonizzi la radio su musiche country per fare da colonna sonora all’ambiente circostante. Lo sfondo inizia a costellarsi di vette imbiancate che brillano sotto i raggi del sole ed un forte prurito ci assale: la bella giornata si presterebbe ad un giro aereo intorno alle vette del Denali. Decisi a carpire il diem ci dirigiamo presso una compagnia, la quale ci dice che c’è solo più posto alle 18,30, ma la Air Taxi ha spazio fra mezz’ora: affare fatto e di lì a poco indossiamo i sovrascarponi per poter scendere sul ghiacciaio. In realtà la nostra ambizione si limitava alla vista dall’alto, ma ci è stato offerto un upgrade senza costi aggiuntivi per aggregarci ad un gruppo che aveva scelto anche l’atterraggio sul ghiacciaio. Il tutto per il corrispondente di 120 € ed una durata di un’ora e mezza. Già poco dopo il decollo con il piccolo aereo da 10 posti incominciamo a strabuzzare gli occhi alla vista del suolo da cui ci siamo appena staccati. A poche decine di metri di quota iniziamo a vedere gli ampi alvei di ben tre fiumi che s’incontrano. E’ una zona molto caratteristica e per questo difficile da percorrere in auto. Anche se i fiumi Talkeetna, Susitna e Chulitna hanno una portata considerevole ma non grande, il loro letto ha una larghezza che supera il km. Saliamo al massimo a 3.200 mt. mentre l’atterraggio sul ghiacciaio avviene intorno ad una quota di 2.300 mt. E’ un’esperienza a dir poco esaltante ed a dir poco umiliante: esaltante perché aggirarsi fra quelle vette ricoperte di ghiaccio ed i ghiacciai lunghi decine di km è un’emozione provata rare volte in passato (FotoA - FotoB - FotoC - FotoD - FotoE). Al tempo stesso è umiliante affrontare la montagna in questo modo, come turisti incapaci di affrontarne le asperità ed inclini invece alle comodità offerte dal progresso. In sostanza un gran bel momento, ma non fu vera gloria. E che il McKinley ci perdoni, se siamo scesi a questo compromesso è perché non eravamo in grado di affrontarlo in stile alpinistico. Alle 17,30 siamo di rientro (FotoA - FotoB) alla base di Talkeetna. Passiamo brevemente al cimitero dove si trova la tomba di Sheldon, uno dei più famosi aviatori alaskani e forse anche della stessa America, che si è guadagnato la fama in recuperi di alpinisti feriti ai limiti dell’impossibile. Vi si trova anche la lapide che ricorda tutti gli alpinisti caduti sulle montagne del Denali, elencandone i nomi. Attraversiamo il villaggio di Talkeetna rincorsi dalla fretta di non arrivare troppo tardi all’accomodation di stasera. In realtà è una delusione: ci si aspettava un paese in stile far west, ma è un agglomerato in cui regnano il disordine e le boutiques di pseudo artisti ritiratisi da queste parti. E’ composto da quattro vie, di cui tre non asfaltate ed infangate. Il resto è fatto da cappelloni alternativi che ormai hanno fatto il loro tempo. Varrebbe invece fermarsi in continuazione lungo le 125 mi. di Hwy che ci portano a Carlo Creek. La luce del sole calante rende i colori ancora più caldi ed ogni angolo sarebbe degno di una cartolina. L’alta vegetazione che corre lungo la strada impedisce sovente di vedere oltre, ma le vette del Denali si stagliano nitide verso nord. Costeggiando il DENALI STATE PARK raggiungiamo CANTWELL, da dove si diparte la Denali Hwy. 3 che taglia in direzione est, e il BROAD PASS, in realtà un altopiano a quota 850 mt. che attraversiamo quasi senza accorgercene quando sono ormai le 20. La sagoma degli ultimi pini isolati nel nulla circostante si staglia al sole che sta per tramontare, quando mancano ancora una ventina di miglia a Carlo Creek.

Raggiungiamo il campeggio dove avevamo prenotato una log cabin (bungalows costruiti con tronchi di legno orizzontali sovrapposti). E’ caratteristica in quanto ha il tetto ricoperto di vegetazione e vi si trovano persino alcuni alberelli la cui altezza supera il mt. I servizi si trovano ad una cinquantina di mt. che occorre percorrere prestando attenzione agli alci che di tanto in tanto vi si aggirano, ed hanno già lasciato le loro tracce sul terreno. La notte trascorre nella massima tranquillità dopo una cena gradevole in luogo turistico ma avvincente. Del resto, oltre ai turisti che si avvicinano al Denali, chi vi abita non vi si può incontrare altro di economicamente attraente per viverci.

Rilevata la presenza al ristorante di diversi italiani, i quali hanno prenotato tramite booking in un centro che si trova nelle vicinanze.

 

Gli orsi bruni sono presenti in tutto lo Stato in modo abbastanza uniforme. Quelli neri sono anche presenti in ovunque ad eccezione del North Slope, unica ragione in cui vivono invece gli orsi bianchi. Si può dire in sostanza che in ogni regione vivono almeno due specie di orsi.

Pernottamento:  CARLO CREEK - Carlo Creek Lodge





Day 3 : mar. 16 agosto 2011

 

Escursioni nel Denali N.P. - i primi passi


Siamo così nell'Interior. Sveglia alle 7 e colazione nello stesso ristorante di ieri sera, dove alcuni pankake con sciroppo di betulla servono per dare il buongiorno. Oggi ci siamo trattati bene, ma pagheremo il lusso poco più avanti nel corso della giornata. In pochi minuti ci troviamo al WAC (Wilderness Access Centre) del DENALI (Foto) per cercare di capirci qualcosa del complesso sistema per entrare nel parco, cercando di ottimizzare le due giornate che abbiamo a disposizione. Gli ozi della colazione ci fanno perdere per pochi istanti la navetta che porta al Savage River, ultimo punto raggiungibile con le vetture e meta di una gita. Andiamo a riprendere l’auto e percorriamo coi nostri mezzi le 14 mi. che conducono al punto di controllo oltre il quale si entra nella zona ristretta del parco e passano solo le navette autorizzate. Questa volta la fortuna ed il maltempo assistono i pigri, tant’è che vi sono pochi mezzi al parcheggio del Savage e riusciamo ad effettuare il giro prefissato. Percorriamo il Savage River Loop Trail (3,2 km) lungo il fiume che si svolge sostanzialmente in piano ed a seguire saliamo per 300 mt. su una punta panoramica, il Savage Rock, dalla quale si ha una bella vista sul fiume e sulla vallata che lo circonda. In lontananza si vedono delle pecore di Dall mentre brucano sulle montagne. Il cielo è coperto ma siamo almeno liberi da precipitazioni. Nel frattempo si passa a vedere il canile dove torneremo nel pomeriggio. Dopo una breve occhiata al Visitor Centre con le sue interessanti illustrazioni sul parco ed un pranzo che consta di pane e formaggio consumati in piedi alla macchina, andiamo ad effettuare la seconda escursione della giornata al Mt. Healy Overlook con 600 mt. di dislivello (8,9 km) ed una bella vista sulla vallata del parco che percorreremo domani e sul quella perpendicolare del Nenana River. Grazie a qualche schiarita si riesce a focalizzare bene quanto ci sta sotto ma le belle giornate restano altra cosa. La vegetazione è costituita da ontani in basso, poi incomincia quella di betulle per terminare ai soliti muschi e licheni tipici della taiga in alto. Per le 16 siamo nuovamente al canile per vedere lo sled dog show, un’americanata dove l’unica cosa seria sono i cani da slitta, veri eroi dei rigidi inverni artici. I guardaparco li usano ancora oggi per spostarsi all’interno del parco quando è la neve a farla da padrone ed i mezzi motorizzati non sarebbero in grado di funzionare a causa delle basse temperature. E’ così che il canile affianca una funzione pratica ad una folkloristica.

Stanchi per l’intensa giornata, andiamo a dormire a HEALY, per la verità ancora 5 mi. oltre, salendo per un ulteriore mi. su ripida strada sterrata fino a raggiungere un luogo dove non ci si aspetterebbe che esistano due abitanti stanziali con 5 cabins che affittando durante l’estate. Siamo fuori da tutto e l’unico rumore che si sente sono i mezzi che sfrecciano lontani sulla Hwy di fondovalle. Joyce di racconta di come John lavorasse nella miniera di carbone poco distante, mentre lei sia stata occupata per 15 anni presso l’ente che gestisce il parco. Attualmente sono in pensione e l’unica attività è la gestione del Bed & Breakfast. Cercano di raccogliere alimenti e soldi durante la breve stagione estiva per poi campare tranquilli durante l’inverno, dove dicono non essere difficile circolare in quanto le temperature non vanno sopra lo 0° per parecchio tempo e pertanto non si ha formazione di ghiaccio. La neve rimane al suo stato naturale per mesi. Tutto quello che vediamo è stato costruito con le loro mani sulla cresta di una collina dove è il bosco a farla da padrone, e questo ci spiega in perché del nome Ridgetop Cabins. Ci ritroviamo così nella casetta più distante, completamente immersi nella natura. Dopo cena vado a fare una passeggiata oltre la nostra locazione e sento dei passi che si muovono fra la vegetazione a pochi metri di distanza. Cerco di capire di cosa si tratti ma non riesco a scorgere la sagoma dell’animale. Indietreggio con calma per non creare disturbo o peggio allarme nel quadrupede che si muove nelle vicinanze, mai che fosse un orso. Il giorno dopo, parlando con Joyce, ci dice che molto probabilmente era l’alce femmina che occupa quel territorio e che in questo momento ha due piccoli. E’ pertanto meglio tenersi alla larga in quanto in tale situazione possono diventare aggressivi. Le statistiche parlano che ogni anno uccidono più gli alci degli orsi, ma probabilmente queste tengono anche conto degli incidenti stradali, dove di notte gli alci rappresentano un vero pericolo per gli automobilisti. La nostra esperienza nel Canada orientale del 2004 è ancora ben impressa nella mente e probabilmente lo resterà ancora per un po’.

Notiamo che pressoché la totalità dei cartelli stradali è stata impallinata da fucilate, nei giorni successivi apprenderemo che è un tratto tipico del carattere alaskano, cacciatori abituati a sparare contro ogni cosa, non fosse che per allenamento. Questo risulta anomalo in uno Stato in cui è forte il senso di appartenenza e rispetto per quanto appartiene alla sfera pubblica.

Pernottamento:  HEALY – Ridgetop Cabins



Day 4 : mer. 17 agosto 2011

 

La Denali Road con lo shuttle bus


Sveglia alle 4,30 con frugale ma abbondante colazione in camera per andare a prendere la navetta che percorre l’unica strada del DENALI NATIONAL PARK. La Parks Hwy è un’unica strada serpeggiante lunga 91 miglia che attraversa il cuore del parco e vi possono circolare solo autobus ufficiali. Le navette sono degli scuolabus che in estate vengono adibiti a questa funzione, con possibilità di salire e scendere a propria discrezione. Percorrerla interamente significa 13 h fino al fondo della strada, a/r. Noi abbiamo invece prenotato il giro fino alla fermata precedente il capolinea, ovvero a Wonder Lake. Come da indicazione scegliamo i sedili sul pullman che guardano verso sud in quanto la vista è migliore sul quel lato (FotoA - FotoB - FotoC - FotoD). L’autista, Mike, non lo si può considerare una grande simpatia, ma proprio in questo sta il suo interesse. E’ una persona enigmatica quanto spirituale, tipica del far west che qui sarebbe far north. E’ molto istruito ed esercita la sua professione con spirito di attaccamento all’ambiente naturale che ci circonda. Grazie ad un microfono fornisce utili informazioni a quella massa di turisti amorfi, impalpabili e sovente disinteressati, giustamente indegni di tanto paradiso. Lui invece, con una voce calda, che sembra quasi un sussurro per non disturbare l’ambiente nel quale ci stiamo addentrando, spiega con grande passione la vita del parco, fermandosi ogni qual volta ci si trovi di fronte a qualche animale o paesaggio degno di nota. E’ una persona dotata di grande attenzione e cura della vita nel parco, come se si muovesse in punta di piedi. I turisti invece proseguono a mangiare le loro merendine per ispessire ulteriormente la parete delle loro arterie, attenti solo a fotografare gli animali quando se ne presenti l’occasione. A volte sembra di partecipare alla gita in uno zoo safari, con l’unica differenza che l’ambiente che ci attornia è Natura allo stato superlativo e che quanto vediamo intorno a noi gode di tutta la sua libertà. Nel viaggio di ritorno fa addirittura circolare un suo album di fotografie ritratte durante escursioni nella zona, segno di come si trovi a proprio agio nel suo ambiente. La nostra caccia fotografica si concretizza con un bottino di 3 orsi bruni (FotoA - FotoB - FotoC - FotoD - FotoE), 3 alci (FotoA - FotoB), due volpi ed un lupo (FotoA - FotoB). Quest’ultimo ci accompagna, anzi ci guida sulla strada del ritorno per una ventina di minuti in una scena che ha dell’incredibile: ci compare lungo la strada e la percorre davanti a noi al piccolo trotto mentre attoniti osserviamo il fuori programma seguendolo con il pullman, consci che lui ha la precedenza. In lontananza si vedono nitidamente le bianche pecore di Dall (FotoA - FotoB), mentre cercano sale sembrando appese sui dirupi.

La giornata è sostanzialmente bella, di tanto in tanto appaiono nuvole alte che creano qualche disturbo solo agli obiettivi delle macchine fotografiche. Le vette intorno si vedono nitidamente, ad eccezione del McKinley ancora arrabbiato con noi per la scorrettezza giocatagli due giorni fa.

Il percorso si snoda con frequenti scollinamenti, al fondo dei quali si trovano di solito fiumi dai vasti alvei che scorrono impetuosi. Lo sfondo è costellato da ghiacciai ed alte vette. Si passa dal Sable Pass, per arrivare al mi. 47 al Polychrome Pass Overlook (FotoA - FotoB - FotoC), dove una grande varietà di colori data dai minerali delle rocce. Si gode di un vasto panorama sull’Alaska Range. Al mi. 66 si trova l’Eielson Visitor Center (FotoA - FotoB - FotoC), dal quale si gode di una bella vista sul McKinley (a 33 mi) ma, come detto, ci viene concesso di vedere solo la metà inferiore. Il Centre è stato costruito recentemente, sfruttando tutti gli accorgimenti ecologico ambientali che la tecnologia possa offrire. Vi si trova un bel plastico che consente di localizzare i vari punti visitati e le distese che portano al McKinley. Approfittiamo della sosta per sgranchirci le gambe e salire ad un punto di osservazione panoramico distante circa un mi. Per non perdere la navetta di Mike e doverne attendere un'altra facciamo una corsa rapida tanto a salire che a scendere. Si prosegue per quello che sarà il nostro capolinea e luogo deputato ad un frugale spuntino, il Wonder Lake al mi. 84 ed a solo 5 mi. da dove termina la strada presso Kantishna. La vista del lago è di sicuro interesse ma non riveste una priorità rispetto ad altre delizie della natura viste finora. Nel complesso è impressionante il trovarsi di fronte a così ampi spazi in successione, vallate enormi che scendono da montagne incombenti e ricche di ghiacciai sinuosi, fino a perdersi in rigogliosi fiumi dal colore grigio per lo scioglimento glaciale. Non hanno ancora una grande portata ma è l’impeto a renderli maestosi. A tal proposito notiamo anche il Muldrow Glacier lungo oltre 30 mi., la cui parte terminale è talmente ricoperta di terra e detriti da portare sopra di sé e con sé uno folto strato di vegetazione ricca di conifere in movimento sul ghiacciaio. Nel tardo pomeriggio scendono alcuni scrosci che si alternano a sprazzi di sole e lasciano lo spazio per ottime inquadrature. Non siamo ancora abbastanza stanchi quando rientriamo poco prima delle 18 ed andiamo a vedere un interessante filmato di 20 minuti sulla costruzione della Denali Road.

Stasera si cena nel villaggio che serve come centro di servizi per il parco, Gitter Gulch. Vi si trovano infatti ristoranti, noleggiatori di ogni genere di mezzi (kayak, quad, aerei, ecc.) e negozi che offrono paccottaglia a ricordo del parco per i visitatori sbadati che non hanno saputo apprezzare i veri souvenir lasciati nella mente da quanto ci circonda. Le libagioni sono di natura ittica, in particolare si tratta di un salmone grigliato al Salmon on the Bake, il nome del ristorante la dice già lunga su quali siano le specialità del posto. Mentre rientriamo verso Healy vediamo il rottame di un vecchio bus urbano che ci pare di riconoscere. In effetti è proprio quello che si trova sulla copertina del libro Into the Wild (Nelle Terre Selvagge). (FotoA - FotoB - FotoC)  

Incomincia a piovere quando rientriamo nella nostra log cabin sul Ridgetop. Parlando con la signora che ci ospita apprendiamo ulteriori dettagli sulla loro quotidianità isolata ma non desolata. Venendo sul discorso degli alci ci parla della femmina che abita in zona quasi in termini di vicinato, pare che quando ha partorito si sia andata vicino a casa loro quasi a presentargli le nuove creature. Tiene comunque a sottolineare comunque la pericolosità dell’animale in certe condizioni e come essi difendano il loro territorio. Curiosamente la zona è sempre stata abitata da femmine. Hanno un bell’orto protetto dalle intrusioni di animali tramite steccati, dove crescono lamponi, patate, cavoli e altre verdure.

Non sapeva che lo scuolabus che ha reso famosa Healy era stato riportato in paese ed è convita che sia stata una cosa giusta. Lo scorso anno aveva avuto degli ospiti che volevano a tutti i costi fare una “gita” suo luogo con un il figlio diciassettenne, senza conoscere i rischi a cui sarebbero andati incontro. Segno evidente di come i mass media sappiano condizionare le menti deboli. Parla in termini abbastanza positivi dello sfortunato ragazzo, anche se la gente del paese lo riteneva un mezzo matto che voleva sfidare un ambiente senza l’esperienza e la preparazione necessarie. Probabilmente entrambe le tesi contengono molte verità.


Pernottamento:  HEALY – Ridgetop Cabins

 




Day 5 : gio. 18 agosto 2011

 

Ancora verso nord lungo la George Park Hwy.: Nenana e Fairbains, la seconda città dell'Alaska

 

Chiusa la parentesi nel parco del Denali, puntiamo ancora in direzione nord con l’obbiettivo di arrivare a Fairbanks, sempre sulla George Park Hwy. Sulla strada ci fermiamo a NENANA, uno dei tanti villaggi indiani sviluppatisi in seguito alla corsa all’oro, che adesso cerca a stento di sopravvivere fra le numerose case in rovina. Ora che non vi sono più ragioni per cercare minerali auriferi, la popolazione rimasta è fondamentalmente quella indiana e si dedica soprattutto alla pesca di salmoni tramite le cosiddette fishwheels (sistemi galleggianti che la corrente dell’acqua fa ruotare tirando su i pesci, mentre una leggera inclinazione li fa cadere in un cesto sistemato a riva). Probabilmente hanno ragione le guide quando scrivono che l’unica ragione per visitare Nenana è legato alla scommessa famosa in tutti gli USA sul momento in cui si romperà il ghiaccio sul fiume Tanana (cosa che normalmente accade fra aprile e maggio). L’atmosfera è quasi surreale, con nebbie che vanno e vengono come in un film dell’orrore. Visitiamo la zona lungo il fiume, dove si trova anche un’antica stazione ferroviaria oggi adibita a museo. Poco dopo sentiamo l’inconfondibile barrito della locomotiva di colore gialloblu dell’Alaska Railroad che copre la tratta da Anchorage a Fairbank. Il villaggio si trova alla confluenza del Nenana river, che ci ha accompagnato fino dal Broad Pass, scendendo dall’Alaska Range, con il Tanana che invece arriva da est e nasce dalla stessa catena. Il Nenana andrà poi a terminare la sua corsa nel maestoso Yukon e quindi nel mare di Bering. L’acqua che scende a sud del Broad Pass si concentra in gran parte a Talkeetna per poi scorrere verso sud e sfociare nel Pacifico.

Come già riscontrato da altre parti ed avremo ancora modo di apprezzare, i Visitor Centre sono molto ben allestiti (talvolta traboccano persino opulenza) e dispongono di personale estremamente competente e gentile, in grado di fornire informazioni non solo sulla zona dove ci si trova ma di tutto il Paese. Vediamo anche un simpatico album fotografico prestato da qualche abitante della zona dove si vede un alce entrare all’interno di un’abitazione, con la padrona che gli porge gli onori di casa, mentre l’animale pare sentirsi a suo agio tra mura domestiche.

Si prosegue con qualche goccia di pioggia, per poi aprirsi dopo alcune decina di mi., e con il cielo si stagliano di fronte a noi morbide colline ammantate di abeti, inframmezzate da frequenti laghi.

ESTER è una ghost town molto originale consistente in alcuni vecchi edifici. Si sapeva che è una comunità abbastanza atipica scaturita dalla volontà di alcuni mistici di rimanere isolati dal resto del mondo. I più coriacei sembra siano riusciti nell’intento poiché i pochi rimasti si dividono un paese quasi inabitato, con le solite case in legno che iniziano a presentare vistose inclinazioni dovute ai danni provocati dal permafrost. Spicca il Malemute Saloon.

Poco prima di mezzogiorno siamo a FAIRBANKS, seconda città dell’Alaska con 80.000 abitanti a 64° di latitudine nord. Sorta anch’essa in seguito alla corsa all’oro, è la porta verso la last frontier,verso l’artico. Andiamo presso la Northern Alaska Adventures per fare un pre check-in per il giorno dopo e dedichiamo il pomeriggio alla visita di questa interessante cittadina. Iniziamo dal Pioneer Park, percorrendolo in lungo e in largo. E’ un parco cittadino che si potrebbe considerare un contenitore di musei e di storia locale. Con stile ostentatamente americano tutto è fatto in grande, ma non privo di fascino. Di particolare interesse giudichiamo il Native Center, che pubblica un filmato lungo ma chiaro sul passato e sul presente dei nativi, con una marcata vena polemica verso i conquistatori statunitensi e sui metodi coi quali tale conquista è avvenuta. Lo stesso museo di storia locale, incentrato sull’epopea della colonizzazione dell’Alaska è molto istruttivo. Oggetti di ogni genere stanno a testimoniare le difficoltà affrontate dai pionieri che arrivavano in cerca di fortune legate alla ricerca dell’oro. Si visita anche l’interno della motonave Nenana, dove si trovano i plastici dei vari paesi situati lungo i fiumi Nenana e Yukon, che la motonave ha percorso fino a qualche decina di anni fa. Si passa a visitare l’abitazione del primo governatore dell’Alaska. A seguire ci spostiamo in periferia per andare a vedere un allevamento di buoi muschiati e nella zona universitaria il giardino botanico, vicino al quale si trovano alcune renne. Il giardino merita una visione attenta per le qualità di fiori ed ortaggi coltivati, di particolare riguardo tenendo conto che siamo pochi gradi sotto il Circolo Polare. Alcune piante sono comuni con quelle delle nostre montagne, mentre gli ortaggi superano i nostri in quanto a peso e dimensioni (in particolare i cavoli sono enormi, talvolta superano i 30 kg). Andiamo a conoscere John Davis, il proprietario del B&B che ci ospiterà stasera (Ah, Rose Marie). In casa non c’è nessuno ma sulla porta troviamo un biglietto col nostro nome contenente il benvenuto e l’invito ad accomodarci nella stanza indicata con i nostri bagagli, tanto è tutto aperto. Questo ci lascia esterrefatti di come ci si possa fidare a lasciare la porta di una villetta in prossimità del centro completamente aperta senza il timore che venga svaligiata. Se queste sono le terre selvagge viene da domandarsi dove viviamo noi che cosa siano. Ci sistemiamo rapidamente e mentre stiamo per uscire arriva John, il quale con qualche parola in un discreto italiano cerca di farci sentire più confortevolmente a casa. 

Usciamo per fare un giro in centro passando per la Golden Hearth Plaza, in quello che è stato il nucleo originario della città, sorta anch’essa come centro di servizi per gli stampede (avventurieri i cerca d’oro) in modo assai casuale. Un enorme sviluppo è stato poi creato dalla scoperta dei bacini petroliferi del nord ed ancora oggi trabocca ricchezza legata all’oro nero. Essendo sede di un’università legata agli esperimenti in climi rigidi con oltre 8.000 studenti mantiene anche un’immagine di rilassatezza che si va ad affiancare a quella del business, creata dalle frequenti banche e società legate all’industria estrattiva. Sulla piazza si trova la statua in onore dei primi colonizzatori provenienti dalla Siberia 20.000 anni fa, i cosiddetti indiani o eschimesi se in riferimento alle regioni nordiche. Lungo il fiume Chena si trova anche il Visitor Centre, di mole sproporzionata che custodisce all’interno ogni genere d’informazioni che si possano desiderare. Vi si trova anche una galleria museo in cui vedere la storia della regione, che poi è anche quella dell’Alaska e di conseguenza il filo conduttore di quasi tutti i musei: la vita nativi – corsa all’oro e conquista del territorio a scapito dei primi abitanti – sviluppo conseguente alla seconda guerra mondiale – petrolio. In mezzo a tutto questo ci può stare qualche animale imbalsamato ed informazioni sull’ambiente. Di certo il downtown è la perfetta rappresentazione di quali agi si possano ottenere con gli introiti legati al petrolio, dal momento che il turismo da solo non potrebbe in alcun modo supportare tali investimenti. In generale tutta l’Alaska deve il suo benessere a questa risorsa, che se non ci fosse ne farebbe uno stato economicamente dipendente dal resto degli USA. Soprattutto le strutture pubbliche e quelle legate alla promozione del turismo ostentano un benessere da apparire perfino smisurato nel contesto alaskano.

Visitiamo dall’esterno anche la bianca Immaculate Conception Church che si trova dall’altro lato del fiume. L’edificio è stato spostato nel 1911 facendolo scorrere sul fiume durante l’inverno, portandolo così in avanti di qualche centinaio di mt. e sulla sponda opposta. Questo caso (così come lo scuolabus di Chris McCandless) offre lo spunto per accennare come paradossalmente sia più semplice muoversi durante l’inverno che non in estate. Il gelo trasforma i fiumi in una corsia libera da alberi e permette il transito anche dei mezzi pesanti, oltre a sopperire alla mancanza di ponti. Nel nord tanto i cani che le motoslitte possono spaziare ovunque e vi sono paesi che possono essere raggiunti dai mezzi motorizzati solo in inverno.

Si cena in un bel ristorantino nel centro di Fairbanks, il Soapy Smith’s. Stile d’antan molto caratteristico con belle foto d’epoca appese alle pareti. Tono molto informale ed esuberante da parte del cameriere, a tratti quasi smodato. Il salmone è nella media, ovvero buono. Manca forse di qualche guarnitura ma il gusto è il suo. Va ricordato che per mantenere alto lo standard qualitativo, l’allevamento dei salmoni in Alaska è vietato.

Dal momento che nei prossimi giorni lasceremo la “civiltà” per immergerci nel vuoto nordico, andiamo a fare qualche spesa approfittando del fatto che i supermercati chiudono a tarda ora o non chiudono affatto. Rientriamo con la visione di un tramonto incandescente. Il sole calante delle 22,30 riveste di rosa le poche nuvole che passeggiano nel cielo. Sole che ci ha tenuto compagnia per tutto il pomeriggio, in certi momenti abbiamo perfino aperto leggermente i finestrini e siamo andati vicini ad accendere il condizionatore.  

Pernottamento: FAIRBANKS – Ah, Rose Marie B&B 



Day 6 : ven. 19 agosto 2011

 

Volo verso l'Artico: Deadhorse, i campi petroliferi di Prudhoe Bay e l'oceano


Questa volta siamo dovuti scendere a compromessi con un tour organizzato in quanto visitare l’Artico da soli risulta alquanto difficile. La Dalton Hwy non è certo adatta al transito di vetture normali. Il fondo stradale non è dei migliori, se poi si considera che sono più di 600 km in questo stato la cosa diventa impossibile. Del resto i rent a car che noleggiano vetture normali non consentono l’utilizzo su strade sterrate ed occorrerebbe equipaggiarsi con un fuoristrada appositamente attrezzato. E’ infatti necessario disporre di una ruota di scorta aggiuntiva e di alcune parti di ricambio per poter intervenire in caso di necessità. Chiedere soccorso lungo un tratto senza servizi per 240 mi. può risultare alquanto pericoloso. E’ anche ovvio che la rete GSM non prenda, pertanto una norma di sicurezza richiederebbe di avere con se un telefono satellitare. Tutte cose fattibili ma oltremodo dispendiose. In più con questo tour possiamo effettuare l’andata in aereo e rientrare in minibus, potendo vedere il tutto da due angolazioni estremamente diverse. Con l’aiuto della fortuna meteo questa sarà proprio la mossa azzeccata di tutto il giro. L’aspetto che meno apprezziamo è invece il taglio che è stato attribuito all’escursione. Come potevamo immaginare siamo gli unici ad risultare eccitati dal trovarci in un mondo così selvaggio, mentre l’organizzazione prevede tutta una serie di ozi che poco si addicono alla magia del luogo. Del resto chi vi partecipa normalmente appartiene alla specie dei turisti e non a quella dei viaggiatori. Anche il nostro gruppo è sostanzialmente rappresentato da individui poco dediti all’avventura e piuttosto inclini alle comodità. Facciamo difficoltà a legare con gli altri proprio per le diverse inclinazioni che ci hanno portato fin qui. Restiamo totalmente indifferenti verso le sirene dei gift shops che attirano invece su di loro i pochi che hanno osato cercare l’Artico. Poter essere giunti fino in capo al mondo per vedere una natura così intatta, salvo qualche eccezione, rappresenta per noi un’occasione che consideriamo unica ed un privilegio che vanno colti appieno. La sete di vedere e capire diventa quasi maniacale, ogni istante dev’essere dedicato a imparare come si svolge la vita da queste parti: ad iniziare dalle piante, per passare agli animali e per finire con gli uomini. Luoghi dove gli individui devono sovente difendersi e perfino lottare contro la natura per sopravvivere, in un’ottica diametralmente opposta alla nostra, dove questa è indebolita e si devono imporre stringenti limiti.

Alle 7,30 con il pilota Bill ed altri 3 del nostro gruppo decolliamo alla volta di DEADHORSE (70° nord di latitudine) in un volo che definire indimenticabile è ancora riduttivo. Si vede chiaramente come Bill sappia manovrare il Piper con destrezza, facendo ondeggiare l’aereo su ora su un lato ora sull’altro per consentire di vedere meglio il paesaggio sottostante. In 2 ore siamo all’aeroporto di destinazione volando ad un’altezza media sui 3.000 mt. quando dobbiamo passare sulla Brooks Range, diversamente la quota di crociera è sui 2.000 mt. Il cielo non presenta una nuvola fino in prossimità della costa, dove ci sono le classiche nebbie che oggi fortunatamente sono poco spesse e consentono un atterraggio tranquillo. Un forte quanto gelido vento nel pomeriggio porterà via anche queste, contribuendo però a raffreddare ulteriormente il clima. Lungo il viaggio attraversiamo lo Yukon, la cui lunghezza supera le 2200 mi. e che domenica attraverseremo sull’unico ponte che si trova in territorio americano (altri tre sono in Canada). La vista dall’alto offre lo spettacolo del grande fiume che scorre lento e sinuoso con tutta una serie di meandri intorno. Ha un bacino molto ampio che raccoglie tutte le acque che scendono dall’Alaska Range a sud fino al Brooks Range a nord. L’attraversamento di quest’ultima catena ci permette di vedere dall’alto delle montagne non altrettanto alte di quelle che si trovano più a sud ma comunque ricche di ghiacciai, vista anche la latitudine. Anche da queste parti si parla di ghiacciai in costante ritiro, come nel resto dell’Alaska.

Tutto quello che si trova a nord delle Brooks si chiama North Slope in quanto è proprio una lenta e costante discesa che degrada verso l’Oceano Artico, dove fluiscono tutte le acque. La catena rappresenta solo un terzo di una più lunga cordigliera che fa da cappello al Nordamerica. Il rimanente si trova in Canada. Lungo il viaggio sorvoliamo anche alcune miniere d’oro situate in posizione quasi inaccessibile in mezzo alle montagne. Proprio la posizione, insieme alle nebbie che sovente incombono, hanno fatto mancare la piccola pista d’atterraggio a due aerei, i cui relitti vediamo sotto di noi. Pessimo presagio per chi si trova su un velivolo simile, smorzato soltanto dalla voce di Bill il quale ci rassicura che l’aeroporto di Deadhorse è di più facile avvicinamento. Nell’ultimo tratto vediamo nitidamente due rette parallele che tagliano il terreno: una è la Dalton Hwy, l’altra è l’oleodotto che trasporta il petrolio a sud.

Deadhorse è un villaggio che potrebbe tranquillamente essere sulla luna o su un altro pianeta. Esiste in quanto centro di servizi per gli impianti petroliferi di PRUDHOE BAY, dai quali l’America ricava gran parte del petrolio di cui necessita. Qui vivono gli addetti ai campi e vengono parcheggiati i mezzi invernali. Pur essendo una zona con scarse precipitazioni, in inverno (cioè per circa 8 mesi) non si usano veicoli tradizionali, bensì degli strani mezzi simili a gatti delle nevi, con gomme speciali che sostituiscono i cingoli, in grado di muoversi agevolmente su superfici innevate. Alcuni sono dei veri e propri pick up con cingoli in gomma. In alcuni casi, per indurire il fondo viene sparsa dell’acqua la quale ghiacciando crea uno strato come se fosse asfalto. Questo sistema viene adottato regolarmente sulla Dalton Hwy.

All’aeroporto veniamo prelevati dal minibus col quale continueremo il viaggio, segna una temperatura di 34° F (corrispondenti a +1,1° C.). Casomai non l’avessimo ancora capito ci troviamo sull’Artico. Ma a Fairbanks ci dicevano che il rigore invernali si fa sentire più lì che sulla costa, dove l’oceano ne mitiga leggermente la portata. Quello che fa la differenza è che qui le bufere rendono talvolta il clima ai limiti della sopravvivenza. Veniamo trasportati della nostra sistemazione alberghiera a pochi km di distanza. Si tratta di containers adibiti a camere da letto, che nelle altre stagioni vengono spostati ed utilizzati sul pack per ospitare ricercatori scientifici o operatori all’interno dei campi petroliferi. Intuiamo fin dall’inizio che a cena dovremo bere poco. Non tanto per il rischio alcolico: la zona è cosiddetta “dry” ovvero secca. Questo sta a significare che è vietata la vendita ed il consumo di alcolici. Probabilmente la prima birra si trova ad almeno 300 km. Quello che ci convincere alla morigeratezza idrica è il fatto che i servizi igienici sono ospitati all’interno del grande container cucina e refettorio. Per recarvisi occorre uscire ed attraversare un cortile di 20 mt. Per fortuna (o per sfortuna) dicono che gli orsi bianchi in questo periodo non frequentano la zona in quanto impegnati nella caccia alle foche sul ghiaccio che si trova nel limite estivo della banchisa. Limite che purtroppo sta indietreggiando anno dopo anno.

Quella di trascorrere una notte nel Deadhorse Camp si rivela un’esperienza molto valida. Condividiamo infatti il rancio ed i servizi con i dipendenti delle società petrolifere e possiamo capire quanto non sia semplice lavorare a queste latitudini. Non ci vuole molto a capire come il telefono diventi un elemento essenziale per mantenere i contatti. Anche se sono ospitati all’interno del grande blocco che contiene le cucine la vita coincide con il lavoro. I pochi svaghi sono necessariamente al chiuso, pertanto esistono turni lavorativi di 12 ore al giorno per due settimane di fila. Dopodiché rientrano per altrettanto tempo a casa. Le compagnie offrono vitto, alloggio e voli fino a destinazione (via Fairbanks o Anchorage) inclusi nel già lauto stipendio. Vi lavorano da 400 a 600 persone. Che la maggioranza dei lavoratori siano uomini lo si evince facilmente dal fatto che si trovano molti più bagni maschili che non femminili. E’ peraltro un ambito dove la femminilità poco si addice al lavoro ed alle condizioni esterne, pur avendo visto diverse signore occupate in mestieri che molto hanno da insegnare ai delicati gentlemen delle nostre latitudini.

Le costruzioni non possono avere fondamenta a causa del permafrost. Sono pertanto appoggiate sul terreno tramite grossi piedi simili a degli sci. Molti di questi prefabbricati possono scivolare o sono dotati di ruote.

In mattinata abbiamo ancora un paio d’ore libere e ne approfittiamo per una passeggiata lungo la Dalton negli ultimi km che portano a Deadhorse, percorsa da frequenti (per il posto) camion carichi di tubi per la trivellazione e di quanto necessario al funzionamento dei campi. Chiamarlo paese non ha senso, non c’è assolutamente nulla di bello e non pretende nemmeno di esserlo. Si tratta in realtà di un insieme di costruzioni metalliche ospitanti officine ed ogni genere di servizi professionali necessari all’attività estrattiva. Resta comunque estremamente caratteristico e non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. All’esterno sono stoccati containers generatori o sale TV o per riunioni. Al tempo stesso c’è anche un enorme parcheggio dove si trovano allineati un numero incredibile di costosi macchinari. E’ il regno della Caterpillar con i suoi mastodonti dedicati al movimento terra, ma anche ad ogni altra necessità in qualche modo legata all’estrazione. Sembra tutto fermo, mentre in realtà tutto si muove in questa città dove la tecnologia si applica all’estremo nord. In mezzo a tutto questo regno della meccanica, sui frequenti laghetti che s’incontrano vediamo cigni e altri uccelli capaci di resistere ai rigori del freddo. Poco distante dalla nostra sistemazione un caribù passeggia brucando licheni in attesa di riunirsi al suo branco per effettuare la migrazione. Deve stare però attento: più a sud è iniziata la caccia e nei giorni successivi ne vedremo parecchi riversi sui camioncini oppure le corna sui portapacchi dei pickup.

Rientriamo alla base dove consumiamo un paio di panini che ci eravamo portati dietro e facciamo la conoscenza di Emma, la giovane guida nonché autista che sarà con noi in questi due giorni e mezzo che rimangono. Gli altri membri del gruppo sono una compagnia alquanto matura e multietnica: due signore tedesche, una coppia australiana, madre e figlia cinesi e una francese di origine marocchina. Su un unico pulmino vediamo così rappresentati in qualche modo i 5 continenti. Mancano solo gli americani, ma la guida lo è. Verso le 15,30 ci portiamo verso Deadhorse per una visita ufficiale di questo convulso amalgama. Visitiamo il General Store più a nord del mondo, dove si vende veramente di tutto e rappresenta anche un centro di socializzazione per chi lavora in zona. Al piano inferiore c’è un ampio reparto ferramenta e utensileria varia, mentre in quello superiore vi si trovano souvenir ed acquisti per la casa. Dal momento che ogni cosa rappresenta una novità vale poi la pena osservare attentamente ogni abitato, mezzo o semplicemente attrezzo che si trovi in vista. Ad esempio attira la nostra attenzione una sorta di traversa dalla quale pendono dei fili elettrici con tanto di presa al fondo: collegati alle vetture servono nei mesi invernali per impedire il congelamento dei motori e dei vari liquidi che si trovano nei veicoli. Apprenderemo più tardi che questo sistema funziona con temperature fino a -40°, oltre si tengono accesi i motori 24/7, ovvero in continuo.

Partiamo quindi per Prudhoe Bay che si trova a pochi km. Non si tratta di un paese, ma di un campo petrolifero assai esteso a ridosso dell’oceano. Per ragioni di sicurezza si è reso necessario comunicare in anticipo le generalità all’ente che gestisce il controllo dei campi petroliferi. Siamo pronti per andare a visitare le installazioni vere e proprie. Il tutto inizia al Caribù Inn, un hotel/residence dove vediamo un filmato sponsorizzato dalla BP che ci spiega come avvengano le trivellazioni e l’estrazione dell’oro nero. Non mancano di rimarcare come si presti massima attenzione a preservare l’ambiente e viene sottolineato il benessere creato nella popolazione, in primis i nativi. Dopo questa infarinatura in sala artica siamo pronti a partire. Contrariamente a quanto pensavamo Deadhorse non è altro che un accampamento con una superficie assai limitata rispetto a Prudhoe Bay, la cui estensione occupa tutta la fascia costiera e penetra per alcuni km verso l’interno. E’ un vero groviera di stazioni di trivellazione che si spingono fino al mare aperto. L’accesso verso quest’ultima e per conseguenza all’oceano è infatti vietato ai privati, occorre ottenere il permesso e si può solo andare in gruppi accompagnati dagli addetti. Fermo restando che con i tempi che corrono le misure di sicurezza non sono mai troppe, il tutto odora di grandi lobbies e della volontà d’impedire intrusioni incontrollate. Basti pensare a qualche estremista dell’ecologia senza dover arrivare al terrorismo vero e proprio. In questo regno la BP fa la parte del leone, ma all’interno ci sono anche Shell, Exxon e Conoco Phillips. Pur vedendo i campi limitatamente a quanto ci viene concesso, è inevitabile intuire quali interessi ci siano in gioco e quali siano le lobby politico-economiche che interagiscono e li governano. L’impressione che se ne ricava coincide con quella dell’imperialismo che molti hanno degli americani, in netto contrasto con gli elevati standard di civiltà e rispetto che invece contraddistinguono i singoli individui.

Ma torniamo alla nostra avventura nel nord del nord. Con il minibus Artic Ocean Shuttle guidato da un solerte ranger locale oltrepassiamo il checkpoint di accesso con l’ordine che è vietato filmarlo. Ci aggiriamo fra quelli che vengono chiamati DS (Drill Site) e punti nei quali il gas aspirato con il petrolio viene reimmesso nel sottosuolo. La pressione del gas così iniettato farà aumentare quella di salita del petrolio. Al tempo stesso il gas stivato in questi contenitori sotterranei naturali rappresenta una banca dalla quale attingere quando se ne presenterà il caso. Il tutto è collegato con gasdotti o oleodotti che confluiscono alla pump station nr. 1, dalla quale parte la pipeline che arriva a Valdez. Dall’esterno è tutto un reticolato di condotti e blocchi di aspirazione o pompaggio. Le trivellazioni vengono effettuate essenzialmente in inverno, così come i lavori al largo, sfruttando il mare ghiacciato ed pertanto accessibile con i mezzi provvisti di gomme speciali.

Raggiungiamo infine la costa artica che si estende a perdita d’occhio. In questo momento il pack si trova a diverse centinaia di km, anche in virtù del riscaldamento globale che allontana sempre di più il limite della banchisa. In questi luoghi si trovano attualmente gli orsi polari. Ci viene detto che i plantigradi non frequentano molto la zona nemmeno in inverno, o almeno non come a Barrow dove sono letteralmente di casa. Il vento è gelido e la temperatura percepita potrebbe anche essere inferiore allo zero. In inverno il mare ghiaccia per circa 15 ft. (4,5 mt.), formando un’unica pianura che unisce terraferma e mare. Per arrivare fin qui ci sono tre vie possibili: la Dalton Hwy via terra, via aerea o tramite chiatta circumnavigando l’Alaska. Quest’ultimo sistema viene usato per i trasporti più pesanti ma la stagione dura al massimo due mesi e mezzo, di conseguenza serve per il trasporto di infrastrutture voluminose da montare in loco. Sulla costa ghiaiosa si trovano molti tronchi ormai levigati dalla salsedine: ci viene spiegato che arrivano dal Canada portati in mare aperto dal McKenzie e poi di nuovo a riva dalle onde. Poco prima di arrivare al mare incontriamo grandi accumuli di ghiaia, dicono essere contaminata dal petrolio ma non si riesce a capire se sono sedimenti estratti col minerale liquido oppure si tratti della conseguenza di disastrose perdite o altri incidenti.

L’attività industriale è iniziata nel 1968, mentre verso la metà degli anni ’70 è diventata operativa la pipeline la cui costruzione è durata 5 anni ed ha rappresentato il più grande investimento privato nella storia del settore petrolifero. E’ ancora adesso uno dei più grandi siti d’aspirazione, fornisce il 40% del petrolio necessario agli USA e una buona percentuale del gas. Prima che i giacimenti venissero sfruttati industrialmente gli indiani già attingevano dagli affioramenti per raccogliere il liquido infiammabile ed usarlo per la combustione nelle lampade.

Almeno sulla carta si presta grande attenzione all’aspetto sicurezza contro possibili inquinamenti. Esiste un gruppo specializzato nell’individuazione e risanamento delle fughe di petrolio, il quale ha a disposizione mezzi sofisticati per l’intervento. Allo stesso tempo ogni area ha un gruppo di pompieri. Esiste inoltre un centro medico di prima assistenza, in caso d’incidenti più gravi viene subito fatto arrivare un medico da Anchorage che si occupa di mettere il ferito in condizione di essere aviotrasportato ad Anchorage stessa oppure a Fairbanks. Nel tentativo di dare una parvenza simpatica all’agglomerato dove non cresce arbusto che sia superiore a qualche decina di centimetri, è stata creata la Deadhorse National Forest, costituita da tre alberi in assi di legno e dipinti di verde. Sopra campeggia il nome dello sponsor, una delle aziende che operano nella zona, sembra appartenente a Dick Cheney, l’ex vicepresidente di George W. Bush.

In prossimità della costa artica si trova una zona di dune sabbiose dove in inverno i grizzly arrivano per scavare le tane e crearsi un rifugio per il letargo invernale.

Dopo un paio d’ore il ranger ci riporta al Caribù Inn dove ci eravamo incontrati e termina così il giro degli stabilimenti petroliferi. Un tour di sicuro interesse nel quale ci sono state fornite interessanti nozioni di un’attività mai vista in precedenza. Il tutto è avvenuto in modo attento a non fornire informazioni che potessero in qualche modo contrastare con gli interessi delle compagnie e sotto l’occhio attento di chi ci guidava. Del resto va anche compresa la sensibilità strategica del luogo ed i rischi potenziali ai quali è sottoposto.

Con noi ci sono anche tre intrepidi motociclisti (tra i quali figura una donna) che hanno percorso interamente la Dalton Hwy. Dicono non essere particolarmente difficile, l’unico grosso problema è quello di dover restare concentrati sulla strada che ti trovi di fronte. Una minima distrazione e si finisce disarcionati, massima attenzione per un percorso di sterrato superiore a quello fra Torino e Roma in andata e ritorno. Uno di loro (sono tutti su BMW) ha compiuto il tragitto in moto dall’estremo punto a sud degli USA in Florida a quello più settentrionale. Sono 5500 mi., ben più del famoso coast to coast che si estende da est a ovest.

Ritornati al nostro compound per una semplice quando gradevole cena a buffet nella struttura prefabbricata che funge da refettorio, prima di andarci a riposare pensiamo come sarebbe bello vedere il tramonto, che in questi giorni arriva tardissimo pur non raggiungendo più il cosiddetto sole di mezzanotte, a questa latitudine avvistabile per oltre un mese. Il tutto lascia ben pensare fino a quando verso le 22,30 calano le nebbie che portano un minimo di oscurità, impedendoci di vedere la palla di fuoco inabissarsi a ovest. Probabilmente nella notte non diventerà mai completamente buio, ma non stiamo a contemplare per tutto il tempo e ne approfittiamo per un sonno ristoratore in una delle comunità più a nord del mondo. Del resto di cielo sereno oggi ne abbiamo goduto in abbondanza, in una delle rare giornate serene di questa parte estrema dell’emisfero boreale.

Vita quotidiana

Pernottamento:  DEADHORSE – Deadhorse Camp




Day 7 : sab. 20 agosto 2011

 

Sulla Dalton Hwy: North Slope - Brooks Range - Coldfoot


Raggiunto ormai il punto oltre il quale si procede solo via acqua, intraprendiamo la discesa verso sud che richiederà due giorni per raggiungere Fairbanks lungo i 666 km della Dalton Hwy attraverso lande desolate.

Alle 8 siamo pronti a partire in direzione sud quando la giornata è come l’avevamo lasciata ieri sera. Il tutto fa sperare, tant’è che dopo pochi km lasciamo l’area di confine meteorologico fra terra e mare per incontrare nell’entroterra un freddo sole che ci accompagnerà per tutta la giornata. Ci fermiamo in una piazzola dove si trovano tende e roulottes di cacciatori: in questo periodo è aperta la caccia ai caribù. Ad un certo punto arriva un pickup con tanto di freezer sopra per stivare la carne e quindi trasportarla. Ci si ferma anche un attimo al Sag River Overlook, punto panoramico su uno dei tanti fiumi che scendono direttamente verso nord, all’altezza della pump station nr. 2. Qui lavorano 60 persone e c’è una sorveglianza 24h. La vegetazione è costituita da semplici arbusti e da un muschio spesso da apparire quasi gommoso al calpestio. Il paesaggio prosegue abbastanza monotono. Tutta l’area è piena di acquitrini e stagni, cosa che rappresenta un paradosso dal momento che le precipitazioni sono estremamente scarse, appena 13 cm. di pioggia all’anno. Tuttavia la pioggia non riesce a drenare in virtù del fatto che il permafrost non consente il passaggio dell’acqua negli strati sotterranei, con la conseguenza di rimanere in superficie. La zona viene denominata pertanto wetland pur non essendo molto piovosa. A contribuire alla presenza di acquitrini è anche la scarsa evaporazione dovuta alle basse temperature. Nei mesi di giugno e luglio è una vera proliferazione di zanzare e piccole mosche nere, che restano innocue. Tali situazioni sono fonte di ulteriori fenomeni specifici delle terre fredde, come i pingos.

Man mano che si prosegue iniziano ad apparire all’orizzonte le prime montagne di rocce brulle e totalmente prive di vegetazione. Frugale pic nic alle 14 in prossimità del Galbraith Lake, dopo aver accettato lunghe attese in prossimità dei sensi alternati in quanto sono in corso lavori di manutenzione del fondo stradale.

Lungo tutto il percorso la strada corre parallela alla Trans Alaska Pipeline, la quale di tanto in tanto s’inabissa sotto terra oppure balza da un lato all’altro della strada. Sebbene in apparenza possano sembrare privi di significato, questi altro non sono che una serie di accorgimenti per mantenere la temperatura costante così come a protezione contro i frequenti terremoti che colpiscono l’Alaska. Uno di questi è proprio la costruzione a zig zag. Viene inoltre fatta passare underground quando ci si trova in zone a rischio slavine oppure in prossimità delle stazioni di pompaggio.

Raggiungiamo il punto più elevato sulla Hwy all’Atigun Pass a 1.444 mt che è anche il colle stradale più elevato di tutta l’Alaska, nonché lo spartiacque continentale fra il bacino dello Yukon e quello artico, dove alcuni anni fa l’oleodotto perse parecchio petrolio. Non si sa se la causa sia stata accidentale o dolosa. Paesaggisticamente non è molto bello, data l’asperità del terreno, ma si aprono delle piacevoli vallate sui due versanti e in prossimità della strada possiamo avvistare un gruppo di pecore di Dall intente a brucare la poca erba disponibile. Va considerato che la quota in rapporto alla latitudine non poteva certo farci trovare le palme. Pur non avendo i tornanti che caratterizzano le nostre vallate, viene da chiedersi come i camion possano salire lungo questa strada nei mesi invernali. Non osiamo nemmeno pensare come un minimo incidente possa avere delle conseguenza letali in queste condizioni estreme.

A sud del passo, man mano che scendiamo il colore verde inizia a vedersi con maggior insistenza. Non sono più soltanto i muschi e gli arbusti a farla da padrone e il paesaggio si fa più vario. I boschi di conifere in lontananza rendono il panorama più vario ed animato, nel classico stile delle vallate nordamericane. Anche le vette sono più plastiche e meno brulle rispetto al nord. I torrenti che scendono impetuosi portano con sé acqua cristallina. Se solo la sottile quanto fastidiosa coltre di alte nuvole lasciasse spazio al sole, il tutto renderebbe un’immagine paradisiaca.

A seguire ci si ferma un paio di volte al Chalander Shelf e all’altezza del Last Spruce, l’ultimo abete, ovvero quello che rappresentava il limite nord della vegetazione alta. C’è un cartello posto ad evidenziare questo pioniere degli abeti, che non ha temuto il freddo per tanti anni ma è stato freddato da un deficiente che lo ha preso a colpi di ascia. Di certo non riusciamo a capire quali colpe possano essere attribuite al povero albero che aveva avuto in destino di nascere e sopravvivere più a nord degli altri della sua specie. Incontriamo dei cacciatori a caccia di caribù. Sono armati di balestre con relative frecce e ci spiegano come entro una fascia di 5 mi. intorno alla pipeline non si possa cacciare o semplicemente usare armi da fuoco. Un po’ ovunque si vedono tende piazzate nel mezzo del nulla che attendono il rientro serale degli adepti dell’attività venatoria.

 

La vegetazione inizia a tendere verso il giallo, segno evidente che l’autunno non tarderà ad arrivare, pur avendo di poco superato la metà di agosto. E’ sorprendente notare come tutto qui sia costretto a concentrare la propria attività nei brevi mesi estivi, così da poter completare il proprio ciclo prima che il gelo torni ad impadronirsi di tutto. La strada è interamente sterrata, a tratti dove si possono anche raggiungere i 40 mph (gli audaci camionisti coi loro trucks arrivano anche ai 50) si alternano dei pezzi infernali. Tant’è che a fianco dei pickup e fuoristrada non si vedono vetture tradizionali.

Arriviamo a Coldfoot quando è ormai sera con una passerella finale costituita da 15 mi. di asfalto che iniziano all’altezza di Wiseman. Una vera manna per le nostre terga. In precedenza ne avevamo già incontrato qualche miglio all’altezza della pump station nr. 2. Ci sistemiamo al Coldfoot Camp, l’unica o fra le poche sistemazioni disponibili nel raggio di centinaia di miglia. Ceniamo in un saloon molto originale che sa proprio di last frontier. Non ha bisogno di grandi finzioni come accade da altre parti per simulare il far west, basta che resti così com’è. In effetti Coldfoot altro non è che una grande stazione di servizio posta a metà strada fra Fairbanks e Deadhorse, dove fermano tutti i camion per fare rifornimento e ristorarsi.

Vivo un attimo di panico all’idea di dover trascorrere un’altra sera senza un’Alaska Amber, la fresca (e ci mancherebbe!) birra locale. Ci spiegano che la birra non può essere servita nella sala dove ci troviamo ma solo in quella adiacente. Traslochiamo volentieri. Cena a buffet in stile all-you-can-eat con ottima carne e verdure, impensabili a questa latitudine ed in questo deserto di umanità. Le camere sono decenti ma niente di più, del resto non possiamo attenderci grandi cose da un luogo simile, in mezzo al nulla, percorso tutto l’anno dai camion e solo per una breve stagione dai turisti. Se cambiasse perderebbe il suo fascino, cosa che rileviamo invece nel Visitor Centre. E’ una vera cattedrale nel deserto, seppure di ottima fattura e con architetture in legno che bene si integrano a quanto ci circonda. Tenendo presente che è operativo solo per pochi mesi all’anno, l’impressione resta quello di uno spreco di denaro reso possibile solo dalla ricchezza generata dal petrolio. Dopo cena facciamo due passi per visitarlo, stasera c’è una piacevole conferenza su come imparare dagli animali per sopravvivere alla crisi. Mai più avremmo potuto pensare ad un così interessante argomento trattato in un luogo che possiamo definire fuori dal mondo, senza tema di smentita. Una brillante relatrice, con l’ausilio di diapositive, ci spiega come i caribù si difendano dalle stagioni avverse emigrando, gli orsi andando in letargo, la forza dei lupi è invece quella di riunirsi in branchi ed in questo modo poter cacciare meglio e quindi sopravvivere, i conigli delle nevi e i fireweed che a fine stagione seccano per lasciare spazio alle nuove generazioni nella prossima primavera. E’ la parafrasi dell’andare in pensione.

Rientrando verso la nostra camera vediamo i pickup dei cacciatori carichi di prede nei grossi freezer che hanno a bordo. Che la caccia sia andata bene lo intuiamo dalle corna aggrovigliate sopra. C’è perfino un elicottero parcheggiato negli ampi spazi antistanti. Ma si sa che in America tutto è big.

Pernottamento: COLDFOOT – Coldfoot Camp




 Day 8 : dom. 21 agosto 2011


Sempre sulla Dalton: Wiseman (incontro con Jack) - Circolo Polare Artico - Yukon Crossing - Fairbanks

 

Seconda giornata di discesa lungo la Dalton, anche se iniziamo ritornando per un dozzina di miglia verso nord per una visita a WISEMAN, cosa che si rivelerà interessantissima per capire come sia possibile vivere anche in queste condizioni.

Qui incontriamo Jack Reakoff, ha 53 anni ma presenta un aspetto giovanile, uno sguardo di sottile sfida verso i potenti dai quali cerca di tenersi alla larga. Un tono di voce sicuro ma mai arrogante, tranquillo da apparire quasi remissivo mentre in realtà nasconde una dura scorza. Soprattutto dimostra un’intelligenza fine, necessaria a vivere in un ambiente tanto ostico. Da queste parti è essenziale ponderare bene ogni gesto, sapere che un errore fatto oggi può presentare conseguenze letali domani. Si tratta di unire esperienza, resistenza e ragionamento. L’esperienza l’ha acquisita nel corso degli anni grazie agli insegnamenti appresi da chi è vissuto qui, soprattutto dagli ultimi prospectors (pionieri nella ricerca dell’oro) e da abitanti indiani. Ha studiato biologia all’università di Fairbanks, salvo poi tornare qui (dove vive dall’età di 13 anni) per incompatibilità con la civiltà urbana. Parla con la stessa dimestichezza e competenza tanto sulle reazioni chimiche che provocano le aurore boreali, su come cacciare o mettere trappole. Alterna le attività d’intelletto con la costruzione di log cabins piuttosto che manufatti il legno. E’ un concentrato di tutte le abilità umane: forse è l’unico modo per riuscire a cavarsela in questo luogo dove devi partire una volta ogni tre mesi per andare in città a Fairbanks (ca. 300 km di sterrato) a fare rifornimenti. Per fare questo sono necessari 3 giorni, due di viaggio in andata e ritorno e uno per “fare le commissioni”, lasciando eventualmente la vettura o attrezzi per far fare la riparazione in giornata. Recentemente ha dovuto spendere oltre 5.000 $ dal dentista e reputa che a Fairbanks, vista la sua posizione isolata, siano i più cari del mondo. Non replico, ma vorrei dirgli che conosco altri luoghi non altrettanto isolati dove un intervento dentistico può risultare devastante per il conto in banca. La sua vita di sussistenza prevede un’attività agricola molto intensa approfittando delle lunghe giornate estive, tenendo conto di alcuni accorgimenti imparati sulla pelle o appresi da un’anziana signora indiana. Per esempio ci racconta che le patate vanno messe nella terra intere. Un minimo errore e la stagione è persa. Piantarne solo un quarto come si fa da noi non germoglierebbe. Durante la stagione riempie il freezer di cacciagione, facendo attenzione che le scorte non vadano mai al di sotto di un certo limite. La foresta non è un macellaio che ha la carne quando vuoi. Anche cacciare non è poi così semplice: abbattere un alce da 500 kg. nel luogo sbagliato o anche non solo al primo colpo con la conseguenza che questo cada morente in una palude comporta delle enormi difficoltà per tirarlo fuori. Sparare agli animali richiede anche esperienza. Gli orsi vanno colpiti sul naso o nella zona della carotide, altrimenti si rischia solo di ferirli accentuandone l’aggressività. La loro pelle è difficilmente penetrabile, anche da pallottole di grande taglia, dice size 35. Difendersi dalle basse temperature è un’altra attività che richiede attenzione ed esperienza, i -50° sono all’ordine del giorno a Wiseman, ma si tratta di coprirsi adeguatamente prestando attenzione ai dettagli. Ci spiega come a certe temperature, buttando un tazza d’acqua calda all’esterno questa nebulizzi immediatamente e di lì a poco scenda sotto forma di neve. Le buie giornate invernali richiedono una buona preparazione psicologica ed organizzativa per restare attivi e produttivi. Il problema di molti in Alaska è proprio legato alla depressione che il lungo periodo di buio può causare, di conseguenza si viene a creare una triste selezione naturale fatta di suicidi.

In inverno fa il trapper, ovvero il cacciatore di animali da pelliccia. Ha tre percorsi che partono dal villaggio che mantiene sempre aperti, con i quali una volta alla settimana va a controllare se le trappole hanno dato dei frutti. Vende poi le pellicce per procurarsi il denaro necessario per comprare ciò che la natura non può fornire. Altra fonte economica sono le visite dei turisti, ai quali vende oggetti in legno da lui fabbricati durante il lungo e buio inverno. In primavera guida alcuni turisti a vedere le migliori aurore boreali del mondo. Collabora anche con l’Università di Fairbanks, la quale gli affida dei test da fare (soprattutto in ambito agricolo) per vedere il comportamento di determinati prodotti in condizioni estreme al di sopra del Circolo Polare Artico. Trovandosi poco a sud dell’Atigun Pass, Wiseman rappresenta il limite settentrionale per fare degli esperimenti. In mezzo a tutta questa attività ha fatto quattro figli, ormai adulti e che vivono o studiano altrove, ai quali ha saputo trasmettere la sua filosofia di vita, preservandoli dall’inquinamento culturale e dalle tentazioni urbane. Una figlia vive persino a Galena, un villaggio non raggiunto da strade sulle sponde dello Yukon. In estate la moglie lavora al Visitor Centre di Coldfoot.

La sua casa è un museo, probabilmente non rappresenta un esempio per gli igienisti occidentali che in questi luoghi avrebbero comunque vita breve, privi come sono di anticorpi ma soprattutto d’istinti. Il frigo è naturale: tramite una botola nel pavimento della cucina si accede ad un buca scavata nella terra, dove in inverno fa filtrare del calore per mantenere la temperatura al di sopra dello zero. Il soffitto è molto basso per evidenti ragioni termiche e vi si trovano appese diverse cartine, otre a foto e fogli vari. Insomma una grande scrivania rovesciata.

Oltre alla propria casa, ne ha costruita un’altra che fungeva da camera da letto per i figli. Ora è stata trasformata in essiccatoio di piante medicinali ed è tenuta ad una temperatura costante sui 25° tramite una stufa. Ha un profondo senso religioso, tant’è che una cabin è adibita a luogo di culto, una vera e propria chiesetta con tanto di altare e crocifisso intagliato in un corno di alce. L’ex General Store viene adibito a museo di cose antiche, mentre un’altra casetta di tronchi ha un’ampia serie di oggetti appesi oltre ad un tavolo dove sono appoggiate fotografie che ritraggono i dintorni nei momenti invernali, così come animali o scene di caccia. I suoi genitori vivono in altre cabins, mentre la sorella gestisce un piccolo bar nel quale si vende anche oggettistica e regali per turisti. Un compromesso necessario per superare l’inverno. Vicino al paese scorre un torrente, il quale impedisce la formazione di permafrost nel raggio di un centinaio di metri ma oltre, sotto poche decine di cm., anche in estate si incontra uno stato di gelo permanente. Il terreno ghiacciato si trova da 20 a 2000 ft. di profondità. In qualche modo si può dire che la vita di Wiseman gravita intorno a lui e alla sua famiglia. Per vivere qui occorre non essere degli sprovveduti e torna alla mente la vicenda del giovane McCandless, cittadino privo di esperienza andato a cercare l’avventura in luoghi a lui ostili. L’impreparazione gli è stata fatale.

Il discorso scivola poi sulle compagnie petrolifere e sul progetto di nuove trivellazioni nel nordest, in un’area protetta, che richiederebbe anche il raddoppio della pipeline o di un gasdotto. Jack è assai critico nei confronti dei governanti, ai quali attribuisce buona parte delle colpe nella gestione speculativa della risorsa. Non è contro lo sviluppo ma ci tiene a preservare l’Alaska da contaminazioni industriali. Sembra che di petrolio ce ne sia in abbondanza e lo si voglia centellinare per mantenerne alti i prezzi. I sistemi per farlo non mancano: uno di essi è rappresentato dalla diminuzione della velocità di flusso all’interno dell’oleodotto. Questo è spiegato con ragioni tecniche, una maggiore pressione all’interno del tubo comporterebbe una più rapida erosione delle pareti e 1300 km di tubi non si possono sostituire facilmente.

Casomai si rendesse necessario confermare che Jack non è un selvaggio in un ambiente che invece lo è, apprendiamo che è anche in grado di pilotare aerei. Alla fine esco dall’incontro convinto di avere incontrato per la prima volta un uomo libero. Per avere ulteriori informazioni su questo interessante soggetto vedere anche http://jukebox.uaf.edu/haul_road/htm/int_reakoff.htm

Arricchito da questa esperienza ed in qualche modo conscio di avere sprecato molti anni di vita, si riparte verso sud. I nostri compagni di gita prestano ovviamente la massima attenzione ai particolari più insignificanti trascurando del tutto la lezione che quel libro vivente di esperienza di nome Jack ci ha appena impartito. Un ritorno alle origini accompagnato dall’intelligenza di cui è dotato il genere umano, quando vuole usarla.

Nelle vicinanze di Wiseman si trovano delle miniere d’oro attualmente chiuse. I prospectors avevano trovato dei filoni interessanti. Purtroppo in zona non c’è l’abbondanza d’acqua necessaria per setacciare il minerale, pertanto le difficoltà sono parse fin da subito insormontabili pur con i mezzi a disposizione.

Torniamo a Visitor Centre di Coldfoot per vederne le interessanti fonti informative. Ne approfittiamo anche per andare a vedere il vecchio cimitero, ormai invaso dagli alberi, difficilmente distinguibile dal resto della foresta circostante.

Ci fermiamo al Circolo Polare Artico, dove finalmente riusciamo a trovare qualcosa che suscita il vero interesse dei nostri compagni di viaggio. Il cartello che segna della linea immaginaria dei 66°66” di latitudine nord è letteralmente preso d’assalto dai turisti che vogliono tramandare a casa e forse alle future generazioni un gesto tanto importante (financo eroico) di cui sono stati protagonisti. Varcare il Circolo facendosi immortalare nelle posizioni più idiote diventa oggetto di una lunga fermata e di una perdita di tempo che pagheremo in serata. Il cielo si copre di basse nuvole grigie che contribuiscono ad intristire e raffreddare il momento. Le morbide colline sono ricoperte da abeti neri, simbolo che sotto si trova il permafrost. Ne approfittiamo per fare quattro passi in un bosco pieno di funghi e quando il cartello del Circolo è ormai libero da figure umane lo ritraiamo anche noi in una foto ricordo, consci che superare il limite fino al quale scende il sole di mezzanotte non rappresenti in sé alcun merito o emozione particolare.

Quando il meteo dà il peggio di sé con nebbie basse che finiscono per ridurre la visibilità raggiungiamo la Finger Mountain, un vero e proprio enorme dito di roccia che in passato nelle giornate di sole serviva agli aviatori ad indicare la rotta verso Fairbanks.

Al mile 56 siamo al Yukon River Camp, dove la Dalton e l’oleodotto attraversano il mitico fiume nordamericano. La costruzione del ponte ha significato il definitivo completamento della Dalton, in precedenza si usavano dei traghetti in estate, mentre in inverno lo si attraversava grazie allo spesso strato di ghiaccio presente. Il problema era rappresentato dalle stagioni intermedie. Ha richiesto un anno e mezzo di lavori ed ha un fondo stradale in legno.

Andiamo ad attingere alcune informazioni presso il locale Visitor Centre. C’è un locale bar/ristorante che vende un po’ di tutto, basta riuscire ad arrivarci in mezzo ad uno strato di fango che si avvinghia alle scarpe. All’interno c’è un album fotografico che testimonia l’incursione invernale di un orso bruno quando il Camp era vuoto. E’ riuscito ad entrare facendo scempio di tutto quello che incontrava sul suo cammino, fino ad addormentarsi in un letargo ritardato. Questo è avvenuto nel 2005 quando gli immani incendi che hanno devastato la zona hanno creato degli scompensi ai plantigradi, i quali non sono riusciti ad incamerare sufficienti provviste per l’inverno ed hanno così girato senza meta oltre il tempo consueto. Al Camp si fermano frequentemente anche i camion per un momento di ristoro.

Il luogo è anche un punto di scambio di mezzi di trasporto. Molta gente che vive nei villaggi prospicenti allo Yukon non raggiunti dalla strada, si sposta in barca (o in motoslitta in inverno) sul fiume e da questo punto procede su mezzi gommati.

Incontriamo spesso delle zone completamente bruciate dai grandi incendi del 2004 e 2005. Le cause sono del tutto naturali e secondo gli esperti rientrano nel normale processo biologico che regna sulle foreste. Servono per rigenerare il bosco dalle ceneri di quello vecchio, tant’è che in Alaska il ciclo medio è di 80 anni, che in alcune aree scende addirittura a 26. Gli abeti neri sono ricchi di resina e diventano facile preda del fuoco. Le prime piante pioniere a colonizzare la zona bruciata sono i fireweed, a cui seguono arbusti ed infine alberi ad alto fusto. E’ sorprendente come la pipeline che porta in sé un carico altamente infiammabile sia del tutto immune da incendi e, anche se avvolta, non ne viene minimamente intaccata. A volte capita che l’essere umano ne azzecchi qualcuna.

Nonostante i frequenti scrosci, il cielo rimane sovente sereno, in una mutevolezza molto caratteristica e che favorisce la formazione dell’arcobaleno. La strada ogni tanto è particolarmente terrosa e diventa un unico pantano al passaggio dei mezzi. Queste frequenti alternanze metereologiche favoriscono la creazione di paesaggi particolari ed estremamente fotografici.

La Dalton Hwy è stata creata e quindi concepita assai rapidamente, pertanto alcuni tratti sono risultati migliorabili. Per progettarla erano state prese delle immagini provenienti dai satelliti. Purtroppo la zona a sud dello Yukon all’epoca dei rilevamenti era interessata da grandi incendi che avevano impedito di ottenere risultati nitidi. In una certa zona la strada venne tracciata in modo assai approssimativo e pertanto molto impegnativa per gli autisti che la percorrevano, tanto che una vallata venne denominata Happy Man. Chi la percorreva indenne poteva considerarsi un uomo felice. Negli anni ’90 è stata migliorata con la creazione di un bypass che rende più agevole il percorso. E’ interessante notare come nel frattempo la vegetazione si sia nuovamente impossessata del tratto inutilizzato.

Arriviamo ad un ulteriore punto di sosta mentre il tempo passa e la sera inizia a scendere. Ci fermiamo presso una famiglia di pionieri che ha acquistato un ampio territorio ed attualmente vive tagliando legname, intagliandolo e vendendone gadgets turistici in estate. La famiglia si è ingrandita parecchio ed attualmente consta di 37 membri. Il cortile è un ammasso di vecchie auto e di ogni genere di rottami. 

Durante il viaggio, parlando con Emma, veniamo a sapere che solo l’1% del territorio alaskano è di proprietà privata, mentre tutto il resto tra boschi, parchi e riserve appartiene allo Stato oppure è di pertinenza federale. Questo stupisce particolarmente dal momento che ci troviamo in una nazione che ha fatto della proprietà privata una bandiera di cui andare orgogliosa. Per questa ragione il terreno ha un costo assai elevato. Nessuno crederebbe che una proprietà fondiaria a Wiseman possa costa cara, anche se sembra impensabile che ci sia una domanda elevata. Anche a Fairbanks gli immobili sono inaccessibili, così che molta gente vive in log cabins tutto l’anno. Per un alloggio medio piccolo l’affitto si aggira sui 1200-1500 $. Al tempo stesso circa il 30% degli abitanti di Fairbanks non possiede acqua corrente in casa in quanto il servizio non esiste. A tal proposito nei laundromat si trovano delle docce pubbliche.

La Dalton ha termine quando s’immette nella Elliot Hwy che dopo poche decine di miglia cede il passo alla Steese Hwy. Alle 22 siamo finalmente di ritorno all’East Ramp di Fairbanks, dal quale siamo partiti due giorni prima. Due ore per salire e due giorni per scendere. Francamente il viaggio di ritorno è stato perfino ridondante ed anticipare il rientro di un paio d’ore avrebbe consentito di vedere tutto lo stesso e sarebbe risultato più gradito a tutti. E’ comunque un’esperienza consigliabile in luoghi che avremmo appena potuto immaginare. Ad accoglierci troviamo un tramonto che suggella meravigliosamente il week end nordico appena concluso. 

Ormai è tardi anche per far cena. Rientriamo da John nel B&B dove siamo stati ospiti giovedì sera e “ceniamo” con alcuni biscotti, che vanno ad aggiungersi ai panini del pranzo. Per i piatti di salmone avremo tempo più avanti.


Pernottamento: FAIRBANKS – Ah, Rose Marie B&B



 


Day 9 : lun. 22 agosto 2011

 

Saluti a Babbo Natale e splendidi paesaggi lungo la Richardson Hwy fino a Copper Centre

 

Vista la lunga giornata di ieri, ce la prendiamo un po’ più comoda e facciamo quattro parole con John durante la colazione. Ne approfittiamo inoltre per alcune spese, fare il pieno di carburante e telefoniamo a casa, dal momento che siamo in città e per alcuni giorni non ne avremo più l’occasione. Ci procuriamo anche delle informazioni su alcuni dettagli che ci mancano sul percorso programmato. Le nebbie basse lasciano presagire il bel tempo a venire. Riprendiamo la Steese Hwy, dove si trova un punto d’informazioni sulla pipeline, proseguiamo sulla Old Steese Hwy dove si può vedere da fuori la Gold Dredge no. 8 , una gigantesca draga galleggiante che serviva per setacciare l’oro.

Portandoci subito verso est sulla Chena Hot Springs Rd, dopo una decina di mi. scendiamo verso sud in un bel paesaggio agreste per raggiungere la Richardson Hwy. Di lì a poche miglia siamo a NORTH POLE. E’ l’omologo americano di Rovaniemi, il paese di Babbo Natale, con la consueta riproduzione di atmosfere natalizie. Non mancano le renne in attesa che venga il momento di partire per portare i regali. Babbo Natale è momentaneamente assente ma sono ben segnalati gli orari in cui riceve bambini e non, desiderosi di fare una foto con lui.

Costeggiamo l’Eielson Air Force Base, dove c’è un andirivieni di velivoli militari in esercitazione. Non va dimenticato che fino a vent’anni fa l’Alaska rappresentava anche un altro tipo di frontiera, quella strategica con l’Unione Sovietica. Il Mare di Bering forma uno stretto di soli 80 km dalle coste alaskane. Proprio per questa ragione vi si trovano ancora molte basi militari, specialmente intorno alle due maggiori città.

Si prosegue lungo la Richardson Hwy in una giornata di splendido sole. 10 mi. prima di Delta Jct si possono vedere la pipeline (sorretta da cavi color argento sospesa sopra le rapide del fiume) e la strada scorrere parallelamente sopra il Tanana river. Giunti dall’altra parte mettiamo alcune fette di salmone affumicato sapientemente acquistate in mattinata a Fairbanks sopra il pane e ne ricaviamo un picnic coi fiocchi. Come digestivo due passi per vedere il fiume che scende ben carico dell’acqua di scioglimento dei ghiacciai, vicino ad una vecchia stazione per la pesa dei carri con annesso villaggio. Il tutto è molto ben tenuto.

Andando ancora avanti il Tanana River diventa parallelo alla Hwy e scorre in basso, occupando un alveo molto ampio ma scendendo impetuoso in una serie di rigoli relativamente stretti. Il paesaggio è costellato da foreste di alberi decidui alternati ad abeti neri.

Vita lungo i fiumi.   

DELTA JCT. segna il punto d’incrocio fra la Richardson e l’Alaska Hwy (ALCAN) segnando il punto terminale di quest’ultima. Ad annunciarlo è una colonna di cemento con le bandiere di USA, Canada, Alaska e Yukon. Inizia in Canada più di duemila km a sud-est e rappresenta l’unico collegamento via terra verso l’Alaska. L’avevamo già percorsa in senso contrario fino al suo inizio nel 2005, arrivando a Dawson Creek. Con la vista di questo cippo terminano anche le ragioni d’interesse del villaggio. Andando in direzione sud vediamo un alce che pascola, talmente tranquillo da sembrare un cavallo parcheggiato sul bordo della strada. Al nostro arrivo si sposta pigramente oltre gli alberi. Successivamente un piccolo cerca di attraversare la strada, ma riusciamo ad evitare lo scontro grazie alla buona visibilità.

Sull’Isabel Pass prendiamo anche uno scroscio d’acqua che serve a togliere la polvere accumulatasi sulla macchina. Negli anni ’30 in zona sono stati introdotti dei bisonti per favorirne la caccia, grazie ai fertili pascoli, ma non riusciamo a vederne. 20 mi a sud di Delta Jct si vede il Donnelly Dome, oltre appaiono i tre maestosi giganti dell’Alaska Range, mentre finiamo per attraversare la catena avendo sempre a fianco la compagnia della Trans-Alaska Pipeline.

Si prosegue verso sud trascurando la deviazione sulla Denali Hwy. che prosegue in direzione ovest, per raggiungere il Wrangell Mountain Viewpoint e Gakona Jct, dove si innesta la Tok Cut-off Hwy. Attraversiamo GLENALLEN dove torneremo dopodomani per imboccare la Glenn Hwy che ci porterà ad Anchorage. Proseguiamo verso COPPER CENTRE e in mezzo ad una serie infinita di stop fotografici riusciamo a raggiungere l’hotel che ci ospiterà stasera. Si tratta forse dell’unico hotel degno di questo nome, quasi di classe da sembrare una cattedrale nel deserto. La cena è invece presso un ristorantino di Copper Centre dove il tempo sembra essersi fermato, in quella che era la Homestead dei pionieri di ritorno dal Klondike con alle spalle alterne fortune. Vi si sono stabiliti verso la fine dell’800 ed hanno dato vita al piccolo paese lungo lo smeraldino Tonsina River. Qui assaggiamo il miglior piatto di tutto il viaggio. Se è vero che tanto il salmone quanto l’halibut sono eccezionali, è anche vero che di solito il sistema di cucinarli è molto semplice. Stasera invece il cuoco prepara un trancio di halibut immerso in un sugo di crema di formaggio il cui solo gusto basterebbe per indurci a piantare qui le tende per qualche tempo. Ultima passeggiata con foto verso il Tonsina mentre scende impetuoso di fronte al tramonto che tinge i colori di tinte calde e si torna in hotel, dal momento che domani la sveglia suona presto. Alla postazione internet incontriamo la coppia di australiani che abbiamo avuto insieme nel fine settimana artico. La nostra camera guarda verso le alte vette del Parco Wrangell-St.Elias che si ergono dai 4000 ai 5000 mt., ma oggi non è la giornata dell’anno in cui si dischiudono. Pur essendo terso tutt’intorno riusciamo a vederne solo la metà inferiore. La tentazione di vedere qualcosa in più ci porta a fare ancora due passi sul belvedere dell’hotel per ritrarre alcune immagini che si fissano indelebilmente nelle nostre menti, il tutto giunge a coronamento di una giornata che ha riservato molteplici soprese positive.


Pernottamento: COPPER CENTRE – Copper River Princess Wilderness Lodge



 


Day 10: mar. 23 agosto 2011

 

Villaggi e miniere a McCarthy / Kennikot e giù fino a Valdez, dove termina la pipeline.

 

 Si parte di buon’ora dal momento che oggi è prevista una lunga maratona in quella che forse risulterà essere la giornata più deludente in rapporto alle attese della vigilia. Il momento magico lo assaporiamo subito lungo la Richardson, dove il sole che sorge illumina le foreste e le radure dove i laghi riflettono il colore azzurro (su tutti il Willow Lake). Una visione che richiede lo scatto di diverse foto. Accade però anche un episodio significativo quanto curioso. Il traffico a quell’ora è quasi assente e le poche auto sfrecciano ad alta velocità. Ci fermiamo su un lato con le quattro frecce accese a segnalare la nostra presenza e col finestrino aperto scatto innumerevoli foto all’incantevole panorama. Una vettura sta per sorpassarci rallenta e ci affianca. Vedo un tizio che sta per dirmi qualcosa e, dimenticando di non essere in Italia, penso che mi punti la pistola per chiedermi il portafogli e quant’altro di valore. Cortesemente invece ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto. Ringraziamo mostrando la macchina fotografica ed il gentlemen capisce e con un sorriso si allontana. E pensare che una volta questo era il far west. Dopo una quindicina di mi. prendiamo verso est sulla Edgerton Hwy per 33 mi., dalla quale s’iniziano a vedere in lontananza i ghiacciai del Mount Drum (3600 mt) e di fronte il Mount Wrangell (4317 mt) con il Blackburn (4996 mt). Stiamo per entrare nel WRANGELL – ST.ELIAS N.P.&P. E’ di gran lunga il parco più grande degli States, tanto da contenere 6 volte lo Yellowstone. Meno noto e meno frequentato del Denali, ha un’accessibilità molto più difficile, tant’è che vi sono solo due vie stradali abbastanza complicate da percorrere e che comunque si addentrano relativamente poco all’interno del parco. Si può veramente dire che la presenza umana è molto rara. Si raggiunge CHITINA, dove si fermavano i treni che coprivano la tratta fra le miniere di rame di Kennikot ed il porto di Cordova per 60 miglia e si caricavano merci ed alimenti per gli 800 operai e le loro famiglie che lavoravano come minatori. Cadde in rovina nel 1938 con la chiusura delle miniere. Ora vi si trovano case che si sgretolano e pochi abitanti. Da qui, percorriamo l’accidentata McCarthy Road verso est, una strada costruita sul percorso della vecchia ferrovia che si snoda lungo le splendide Chugach Mountains e l’ampio Copper River verso la storica McCARTHY. Il viaggio da Chitina dura due ore e mezza solo andata ed ha il sapore dell’eternità. In rare occasioni si riescono a toccare le 30 mph, più sovente si è costretti a cercare di evitare le buche o di non restare impantanati nel fango. In questi casi non si superano i 10/15 mph. In realtà la strada non sarebbe proprio pessima, dipende solo dal mezzo con la quale la si affronta in considerazione della lunghezza (in tutto saranno 200 km di sterrato). Per trasformare il tracciato in carrareccia, le traversine vennero ricoperte di terra e pietre. Col tempo il fondo si scopre, facendo emergere i bulloni che tenevano insieme le traversine.

Il Kuskulana Bridge, un ponte lungo 160 mt per 177 di altezza fa trattenere il respiro al momento del suo attraversamento. E’ stato messo in sicurezza e sono stati posti dei guard rail, ma la vista del canyon che si apre sotto convince a rimanere concentrati sulla guida. C’è anche un vecchio ponte ferroviario in legno attualmente in disuso e tutta una serie di belle viste sul fiume grigio da scioglimento glaciale sottostante che si unirà al Copper River, il quale sfocia nel Pacifico all’altezza di Cordova.

Parcheggiamo in corrispondenza dell’immancabile Visitor Centre e percorriamo il mezzo miglio che porta alla passerella pedonale sul Kennikot river. Nel 1893 gli abitanti tesero una fune d’acciaio sul fiume e vi montarono un sistema di attraversamento a carrucola, rimasto in funzione fino a pochi anni orsono. Alle 11 prendiamo la navetta che percorre le 5 mi. verso KENNICOTT, raggiungendola verso le 11,30. E’ una ghost town abbandonata nel 1938 e sorge nel parco nazionale. Si trova su un pendio direttamente sopra il ghiacciaio Roots. Entrambe le località sono nate in seguito alla scoperta di quelli che erano i più ricchi giacimenti di rame della terra. Più che un paese può essere considerato un agglomerato di edifici usati per l’estrazione del rame. Quello che rimane è abbastanza in rovina, se pur interessante, e c’è da sperare che i lavori di restauro in corso possano intervenire prima che avvenga il crollo delle esili strutture in legno. Nel dirupo sotto il paese c’è una vera discarica dove regnano ferro e legno un tempo usati per le costruzioni, ai quali di tanto in tanto si aggiungono i rottami di qualcosa che nel frattempo è andato in rovina. Quella che era la power station è in buone condizioni ed all’interno si possono ancora vedere le caldaie con le quali si produceva l’energia necessaria all’estrazione. Chi vi lavorava era considerato un fortunato in quanto poteva operare in un ambiente caldo, mentre fuori le temperature scendevano a livelli abissali. Vi fu un incendio nel 1924, ma gli interventi furono molto rapidi in quanto la centrale era essenziale per il funzionamento tanto per la miniera che per la movimentazione del minerale. Non c’è molta gente in giro nonostante sia una località turistica assai segnalata dalle guide. In realtà non c’è molto da vedere in raffronto alla fatica necessaria per raggiungerla. Il tempo volge al brutto quando decidiamo di andare a fare una passeggiata al Jumbo Creek, un punto panoramico per osservare il Root Glacier sotto di noi. C’è anche un momento di suspense quando alcuni escursionisti provenienti in senso contrario ci informano che c’è un grosso orso nero (qualcuno parla addirittura di un secondo orso) che gira nella zona. Procediamo prestando la massima attenzione cercando di parlare ad alta voce al fine di segnalare la nostra presenza. Incontriamo solo altri viandanti che ci confermano la vista ma per nostra fortuna di orsi non se ne vedono. Quello con gli orsi è un rapporto che si rivela assai complicato: da un lato vorremmo vederli per poterli immortalare e conoscere più da vicino, dall’altro quando percorriamo dei sentieri a piedi è necessaria una certa attenzione per non sorprenderli. Qualora attaccassero avremmo ben poche possibilità di difesa. Di certo non ci sogniamo di dargli da mangiare poiché la multa ammonta a 500$. Rientrando facciamo un giro per il paese di McCarthy e non possiamo dirci altro che delusi. Un tempo era il paese che forniva servizi (da intendere anche come alcool e donne) ai minatori di stanza a Kennikot. Adesso vi si trovano poche case, alcune delle quali assai malandate. Non c’è niente che richiami l’attenzione se non degli artisti che dimostrano la loro stravaganza venendo ad esercitare qui. Un paio di negozi di oggetti regalo completano il quadro. Trascorrervi un giorno può risultare un’esperienza addirittura più lunga ed estenuante del viaggio sull’omonima strada con i suoi 60 mi. di sterrato. Via che intraprenderemo subito a seguire e che ci costerà altre due ore e mezza di guida paziente. Giunti a Chitina verrebbe da scendere per baciare l’asfalto, invece facciamo ancora qualche centinaio di metri di strada sterrata per vedere meglio le fishwheels (vedi zona di Nenana) sul Copper River. Dopo aver percorso a ritroso la Edgerton Rd. si continua sulla Richardson Hwy. Ci separano ancora 72 mi. da Valdez lungo una strada incredibilmente panoramica. Superiamo la Pump Station No. 12, l’ultima della serie incontrate partendo da Prudhoe Bay, lungo l’oleodotto Trans Alaska. Il tempo non è brutto ma il sole non c’è e questo non contribuisce a dare vivacità al panorama. Quando la stanchezza sembra affiorare, al mi. 28,6 ci troviamo di fronte all’imponenza del Worthington Glacier, che sembra sbarrarci la strada. Fortunatamente poi questa devia e lo evita, ma la mole di ghiacciaio poco prima del Thompson Pass rimane rimarchevole. Se si è ritirato come hanno fatto molti altri negli ultimi anni, viene da chiedersi fin dove arrivasse prima. Sono ormai le 19 ed il meteo ci presenta tutti i caratteri possibili della variabilità. Qui l’oleodotto passa sotto terra sulla traccia scoperta accanto alla strada. Tutt’intorno resistono ancora parecchi nevai, essendo una zona dove nevica molto e dove probabilmente piove anche molto, recependo l’aria umida proveniente dal Prince Williams Sound. Si parla di precipitazioni nevose che si aggirano sui 600-900 pollici per anno (15 – 20 mt.). L’area detiene infatti diversi record mondiali in quanto a nevicate annue, nel corso di una giornata, ecc. Al passo le nuvole sono appena sopra di noi, anzi sul punto sommitale ci troviamo in un tratto di nebbia dove la visibilità scompare del tutto. Si sbuca sull’altro versante, quello che porta al Sound. Macchie di azzurro nel cielo si alternano a tratti nuvolosi e lasciano trasparire un paesaggio idilliaco sotto di noi nella discesa verso Valdez. Quella che potrebbe essere considerata la porta di Valdez è il Keystone Canyon, dove si trovano il Bridal Veil e le Horsetail Falls, due belle cascate che sembrano fare da tendine a cotanta porta. Superata la strettoia al fondo della strada che scende dal Thompson Pass si apre di fronte a noi una piana che degrada verso il mare, dove è incastonata quella gemma che è VALDEZ. Poco prima delle 20 siamo nel B&B che ci ospiterà stasera. Anche qui la signora è assente ma sulla porta ci sono tutte le indicazioni per accedere. Chiamiamo la padrona di casa per segnalare il nostro arrivo e lei ci raggiunge in un paio di minuti. E’ una casa riccamente arredata che divideremo con tre ragazze madrilene, le quali dormono nella stanza adiacente. Si cena al Totem Inn a base di pesce (halibut e salmone), buona la qualità ma cucinato con scarsa fantasia. La cittadina è piccola come ci attendevamo, con un bel porticciolo per imbarcazioni da diporto, ma dispone di una posizione veramente incantevole. In merito al meteo probabilmente non ha la stessa fortuna, condividendo la sorte delle altre cittadine del Prince William Sound (Cordova e Whittier) ricca di pioggia e nebbie. Resta il fatto che le sue sono fra le poche acqua libere dai ghiacci per tutto l’anno anche se in inverno vi cadono in media 9 mt di neve, mentre in estate il termometro raggiunge max i 16°.


Pernottamento:  VALDEZ – Blessing House

 


 


Day 11: mer. 24 agosto 2011

 

Valdez e Glenn Hwy lungo le Chugach Mountains e il Matanuska Galcier fino a Palmer

 

Probabilmente gli abitanti del posto non giudicheranno male il tempo che troviamo all’uscita della Blessing House dopo un’abbondante colazione a self service. C’è sì foschia ma la visibilità è discreta. Peccato che per apprezzare appieno la posizione in cui si trova la cittadina occorrerebbe avere il sole, ma da queste parti sembra essere merce molto rara. Andiamo così a fare due compere e ci dedichiamo alla visita di alcuni luoghi al chiuso nella speranza che una brezza porti via questa bruma autunnale. Vediamo il Valdez Museum ed il Remembering Old Valde Annex. Sono due musei collegati fra loro e trattano i fili conduttori, nonché i temi che maggiormente hanno inciso nella vita locale: la storia dei nativi, la febbre dell’oro, il petrolio con la costruzione della pipeline, il terremoto del 1964 ed il disastro della Exxon Valdez.

Un segno tangibile di quanto possa essere sempre d’attualità il rischio sismico lo si vede dai cartelli che indicano le tsunami evacuations routes, ovvero le vie da seguire in caso di terremoto. Va ricordato che quanto si vede di Valdez risale come massimo al ’64, dal momento che la città è stata spostata di 6 km per essere ricostruita in posizione più sicura. Uscendo dal paese andiamo alla piattaforma per l’osservazione dei salmoni che depongono le uova (Crooked Creek Salmon Spawning Area) sulla Richardson Hwy.  Buttiamo un rapido occhio a Old Valdez, nient’altro che una spianata di erba, tutto è stato smontato e portato in posizione più sicura dopo lo tsunami. Vediamo molti camper parcheggiati in ogni spiazzo disponibile ed intendiamo che il momento coincida con la stagione di punta per la pesca al salmone. Perfettamente organizzati con grosse borse frigo, i pescatori se ne stanno con i piedi a mollo nelle basse acque del fiumi in attesa che qualcosa abbocchi. Quando tirano su una preda si ritrovano col pasto assicurato per qualche giorno. Gli orsi fanno sostanzialmente la stessa cosa, con l’unica differenza che stivano il pescato immediatamente nello stomaco e non lo conservano, mentre alcuni camper dispongono addirittura dell’attrezzatura necessaria per l’affumicatura. Andiamo a vedere il terminal dell’oleodotto sul lato opposto della baia: fra rigorose norme di sicurezza riusciamo a scattare un paio di foto ma purtroppo non si può entrare e salutiamo la pipeline che ci ha fedelmente accompagnati per quasi una settimana. A seguito dell’incidente che ha provocato uno dei peggiori disastri ambientali dovuti a perdite di petrolio, sono state prese delle misure tese a migliorare la sicurezza. Ma non tutte sono state già messe in opera, ad esempio le petroliere a doppio scafo diverranno obbligatorie nel Prince William Sound non prima del 2015. Attualmente sembra che i danni siano stati riparati e che flora e fauna siano tornate padrone dell’area. Restano comunque la moria che la marea nera ha causato e un inquinamento che per quanto mitigato dagli interventi resta latente sotto la sabbia delle spiagge.

La strada che sale al Thompson Pass taglia in diagonale la montagna e presenta poche curve. Sembra studiata appositamente per poter evacuare facilmente la neve ed agevolare il transito in una zona dove le precipitazioni nevose la fanno da padrone per buona parte dell’anno. E’ l’unica via stradale che collega Valdez col resto del mondo e va pertanto manutentata con tutta la cura. Come da copione, superato il passo, la nebbia lascia il posto al cielo sereno. Facciamo un camminata che non risulterà essere nemmeno tanto lunga per raggiungere il Worthington Glacier, con sue numerose fenditure. Visto da vicino perde un po’ dell’imponenza che ha da distante, dove si può vedere l’intero fronte. Risaliamo la Richardson Hwy fino a Glennallen e da qui percorriamo verso ovest la GLENN Hwy. per andare a visitare l’ultimo tassello che manca ancora a questo memorabile mosaico: la Kenai Peninsula. Per intanto ci godiamo una bella giornata con viste indimenticabili lungo la strada, soprattutto verso sud, dove scorre parallela la catena delle Chugach Mountains. Molto panoramico è l’Eureka Pass a 996 mt., con ampia vista sui ghiacciai che scendono formando scie lunghe decine di km. Uno di questi è il Matanuska Glacier, lungo più di 25 mi., con un caratteristico fondo glaciale bianco, mentre di regola i ghiacciai di queste dimensioni si “sporcano” lungo il loro tragitto fino a scomparire sotto alti strati di detriti. Una passeggiata di un mi. ci conduce verso alcuni punti panoramici sul ghiacciaio che pannelli esplicativi aiutano a meglio capire.

Uno di questi spiega come durante l’ultima glaciazione il Matanuska Glacier raggiungesse la zona di Palmer, per cui tutta la piana alluvionale della zona era sede glaciale e si è formata proprio a causa di questo. Pertanto, la fertilità del terreno è merito dei sedimenti lasciati dal ghiaccio, rendendola più favorevole alla coltivazione. Raggiungiamo Palmer (una trentina di mi. prima di Anchorage) per pernottare nello stesso motel della prima notte. E’ un luogo che non conosce il lusso, ma tranquillo e parcheggiare l’auto di fronte alla camera fa molto americano. Questa sera cambiamo ristorante per andare al Rusty’s, dove ci tocca in sorte uno squisito salmone grigliato, creme brulée e pudding con crema di whisky. Il tutto viene suggellato da una particolare birra aromatizzata ai lamponi. Non è un’emozione che cambierà le mie abitudini ma va annoverata fra le esperienza positive.

Faccio anche colpo su una bionda. Peccato che abbia la taglia dei pantaloni il doppio della mia e sia sbronza persa. In questo caso fortunatamente non ci sono pannelli esplicativi a fornire risposte ad eventuali perché.


Pernottamento: PALMER – Pioneer Motel





Day 12: gio. 25 agosto 2011

 

Il litorale del Turnagain Arm, la triste Whittier e Seward sotto la pioggia.

 

Di prima mattina, dopo aver fatto la solita “colazione in camera”, facciamo una digressione fino a Wasilla, dove dobbiamo comprare alcuni gadgets all’Iditarod Centre. La mattinata si presenta abbastanza nuvolosa, attraversiamo Anchorage per i rifornimenti del caso e proseguiamo verso la Kenai Peninsula. Per quanto sia ancora una città vivibile, dopo dieci giorni di country life, l’idea di vedere dei semafori ed il traffico urbano ci portano subito a rimpiangere le lande desolate dell’Interior che abbiamo lasciato. Le Hwy sono sempre a tre se non quattro corsie anche nella zona centrale. Il downtown sarà anche ridotto, ma le dimensioni della città sono enormi in raffronto alla popolazione che ci vive. Un concetto di città tipicamente americano ma arricchito dall’amore tutto alaskano di non pestarsi i piedi tra vicini. Imbocchiamo la Seward Hwy per uscire dalla città e costeggiare il Turnagain Arm sul lato nord. Qui abbiamo tutta una serie di punti in cui effettuare delle soste, dal momento che risulta essere una zona in cui braccio di mare che vi penetra per qualche decina di km. crea splendidi paesaggi. Il primo fra essi lo incontriamo al Potter Marsh, una palude a 16 km da Anchorage dove vivono folte colonie di uccelli acquatici, ben visitabile tramite centinaia di metri di passerelle. Un pannello esplicativo ci spiega come le rane che vivono negli stagni sono state in grado di modificare la loro struttura interna.

Lungo la litoranea ci fermiamo brevemente al Chugach State Park Headquartes, dove si trova un treno spazzaneve che veniva usato durante le rigide stagioni invernali per mantenere sgombra la sede ferroviaria fra Seward e Anchorage. Facciamo ancora un paio di fermate sul Turnagain Arm. Non c’è molto da vedere in quanto più ci inoltriamo verso l’interno, più scuro diventa il cielo. Si riesce solo ad intuire la magnificenza di quanto ci sta di fronte. Abbiamo comunque un’altra carta da giocarci fra due giorni quando saremo di ritorno da questo percorso obbligato. Trascuriamo, almeno per il momento la deviazione che porta al Kenai, per meglio vedere i ghiacciai di Portage che scendono fin quasi a livello del mare o restano pensili come fossero su un trespolo. Riusciamo a malapena ad immaginare come potrebbe apparire il tutto sotto una giornata di sole. Decidiamo di fare una visita a WHITTIER, attirati più dalla sua stranezza che non dalle bellezze che vi si potranno ammirare. In realtà non è poi così male come potrebbe sembrare, certo che la costruzione di un paesino in un luogo simile non poteva che dover attendere alle esigenze di segretezza militare. Si trova a 18 km dalla Seward Hwy. Forse il villaggio con peggior meteo in Alaska e non si smentisce dal momento che oggi peggiora fino a sconfinare in una pioggia intensa, tanto che per la prima volta dobbiamo sfoderare gli ombrelli rimasti finora all’asciutto. Ed è probabilmente per le sue frequenti nebbie che l’esercito americano pose in questa baia una sua importante base durante la seconda guerra mondiale. La posizione protetta dalle montagne e il Prince William Sound libero dai ghiacci durante tutto l’anno fecero il resto. E’ collegata al resto del Paese via terra da un lungo tunnel di 2,7 mi., l’Anton Anderson Tunnel, ricavato sul tracciato ferroviario. Infatti sulla stessa via passano i treni e le auto a senso alternato. Quando arriviamo noi l’attesa è di mezz’ora, ma non ci demoralizziamo né per l’attesa né per la pioggia. Si da il caso che in mattinata in un supermercato di Anchorage abbiamo pescato un trancio di salmone e l’occasione ci è propizia per ammazzare il tempo creando gustosi tramezzini. Quando alle 12,30 ci danno il via libera il pranzo è ormai finito e siamo pronti per andarci a prendere un caffè nel “centro” di Whittier. Il passaggio nel tunnel costa 12$ per a/r e non è molto adatto per chi soffre di claustrofobia. Era stato costruito per farci passare il treno e le dimensioni non sono mutate da quando è stato aperto anche al traffico veicolistico. 

C’è comunque un porticciolo gradevole in una zona dove si assiepano alcuni negozi, detta Triangle, e c’è almeno qualcosa da vedere. L’hinterland è invece veramente squallido: vi si trova un casermone dove attualmente vive circa l’80% dei locali, il Begich Tower, un edificio di 14 piani. Forse l’unico palazzo abitativo che abbiamo visto in tutto il viaggio. Quando era una cittadella militare la popolazione di Whittier viveva in un unico edificio, il Buckner Building, oggi abbandonato. Il resto sono dei magazzini o piccoli stabilimenti per la lavorazione del pesce, il tutto in mezzo ai rottami di veicoli abbandonati. Probabilmente c’è più da vedere come curiosità che non come attrazioni turistiche vere e proprie. Se la giornata fosse bella si potrebbero invece ammirare le cascate che scendono dai ghiacciai incombenti sopra il paese. Il tutto immerso in un verde profondo, e non potrebbe essere diversamente, viste le abbondanti precipitazioni che si susseguono durante tutto l’anno.

Nei dintorni si ergono centinaia di alberi morti. E’ un fenomeno che si vede spesso e ricorda sempre il terremoto del 1964, quando grandi superfici boscose furono inondate dall’acqua salata dello tsunami.

Sotto una pioggia battente rientriamo sulla Seward Hwy per iniziare l’umida esplorazione della penisola del Kenai. Trascuriamo la deviazione per Hope che visiteremo dopodomani e puntiamo verso sud. Andiamo direttamente a destinazione con due brevi fermate in punti dove nonostante la pioggia il paesaggio è splendido. Alle 16,30 siamo alla nostra meta di SEWARD e ci attiviamo per procurarci una sistemazione alberghiera. A seguire si visita l’Alaska Sealife Centre, il quale ci aiuta a capire le vita di fauna e flora che abitano del coste del Sound. Anche qui le informazioni sono per un pubblico non scientifico e tendono a dare una spiegazione ai semplici perché di ognuno, dischiudendo in tal modo una mole di nozioni finora sconosciute. Per meglio comprendere quanto abbiamo appena visto, a continuazione affrontiamo la cena con un misto di pesce. Passeggiata finale allo Small Boat Harbour, il porticciolo nel quale sono anche attraccati i pescherecci. Intorno vi si trovano gli stabilimenti per la lavorazione del pesce.

Il Mt. Marathon ce lo dovremo riservare per una prossima occasione, infatti sulla montagna che domina Seward è piovuto tutto il giorno e pensare di raggiungerla con una camminata non era molto salutare. Lungo il tracciato più ripido, ogni anno a luglio si svolge una corsa con un percorso circolare di 3 mi. nella quale a causa dell’asperità del terreno accompagnata all’enfasi dei concorrenti sembra che il centro di primo medicamento abbia parecchio lavoro.

Seward è forse il più bel villaggio incontrato finora. Possiede un’urbanistica, ha una bella passeggiata in legno che guarda verso il mare e dispone di un museo marittimo di prim’ordine. E’ anche punto d’attracco delle navi da crociera che partono dagli USA, risalgono la costa del Pacifico nell’Inside Passage e sbarcano qui per condurre i facoltosi clienti sul treno che li porterà verso nord, volendo fino a Fairbanks passando per Anchorage e per il Denali.


Pernottamento:  SEWARD – Sea Trasures Inn     

 



Day 13: ven. 26 agosto 2011

 

 A Kenai ed a Homer lungo la Sterling Hwy, la via dei salmoni. 

 

Sebbene le previsioni non lascino grandi speranze per un miglioramento, scopriamo che anche i meteorologi locali possono sbagliare. Si va a vedere l’Exit Glacier poco distante da Seward, che ieri abbiamo tralasciato causa pioggia. Dal centro visitatori prendiamo un sentiero lungo il quale ci sono dei cartelli indicanti delle date. Sono gli anni che segnano il termine del ghiacciaio e stanno ad indicare come il suo ritiro sia stato rimarchevole. Ancora negli ultimi dieci anni si è assistito ad un pesante ridimensionamento. Facciamo il giro per vederlo dall’alto e sul lato inferiore. Risulta ancora imponente e viene da chiedersi come poteva essere anche solo all’inizio del secolo scorso quando il fronte si trovava alcuni km più avanti. Ci fermiamo a MOOSE PASS, un grazioso paesino impreziosito dal verde circostante. In un piccolo ufficio postale consegniamo le cartoline ad un’impiegata che esercita la sua professione con il sorriso sulle labbra. Riprendiamo la Seward Hwy in direzione nord seguendo parallelamente le rotaie dell’Alaska Railroad lungo il Kenai Lake per raggiungere la Tern Lake Jct. Un bel lago con il cielo che vi si specchia dentro invoca una fermata prima d’imboccare in direzione ovest la Sterling Hwy. Raggiungiamo subito una zona molto trafficata: è la stagione della pesca dei salmoni ed arriva gente da tutte le parti per partecipare all’evento. Uno sport che riempie i freezer per l’inverno. E’ tutto un proliferare di camper e auto parcheggiate o in movimento con un unico obiettivo. C’è anche un traffico commerciale da e verso Homer, ma soprattutto nella zona di Soldotna e Kenai City, cuore dell’industria petrolifera. Sotto un bel sole ci riempiamo gli occhi (e ce ne sarebbe anche per il palato) della vista dei torrenti che scendono ricchi di salmoni. Casomai non avessimo accumulato sufficienti ore di guida su sterrato facciamo una deviazione per la Skilak Rd., un bypass di 19 mi. dal quale si dipartono bei sentieri. Prendiamo lo Skilak Loop Rd, non tanto lungo, per andare a vedere le strette del fiume Kenai, un canyon al fondo del qualche scorre turbolento il corso d’acqua. Poco più avanti si apre e si tornano a vedere i pescatori in attesa delle ambite prede. Premesso che esistono 5 diversi tipi di salmone, ogni periodo della stagione estiva ha il suo momento adatto per la pesca di un tipo o dell’altro. Questo è il momento buono per il silver salmon, di colore rosso e dimensioni notevoli, e dura per 5-6 settimane. Attraversiamo SOLDOTNA, un centro già relativamente grande ma che non presenta attrazioni degne di nota e ci dirigiamo verso il lato meridionale del Turnagain Arm per giungere a KENAI CITY, la quale ci appare più bella di quanto non riportassero le relazioni.

Kenai vive sui conservifici per l’inscatolamento del salmone e soprattutto sull’industria petrolifera. Nel Cook Inlet vi si trovano 15 piattaforme ed alcune superpetroliere. Poco distante dalla costa vi sono grandi stabilimenti petroliferi della Conoco Phillips, una delle ex “sette sorelle” di cui al giorno d’oggi si è perso il conto. Nel tranquillo paesino dove il tempo sembra essersi fermato ai tempi in cui si poteva ancora fare a meno del petrolio spicca la bianca chiesa ortodossa, segno del passato russo e di una religione ancora attiva in tutta la penisola. Anche qui il Visitor Centre ha dimensioni sproporzionate. Costeggiando l’Inlet scendiamo in direzione sud sulla Kalifornsky Rd. per arrivare a KASILOF, riconducendoci sulla Sterling Hwy senza dover riattraversare la trafficata Soldotna. Nel trasferimento verso Homer il cielo resta sereno, breve stop a NINILCHIK, antica comunità fondata nel 1820, continua ad avere una forte influenza russa nella sua popolazione. Sulla collina sovrastante spicca una chiesa ortodossa russa con le caratteristiche cupole a cipolla. Non ci sarebbe comunque materia per trascorrerci molto tempo. Non ci fermiamo a CLAM GULCH, regno del clamming, attività di estrazione dei cannolicchi dalla sabbia. Per alcuni uno sport, per altri un’attività economica. Arriviamo infine a HOMER, dalla quale avevamo grandi aspettative ma della quale restiamo un pò delusi. E’ un villaggio che vorrebbe essere turistico, ma risulta informe, tanto che facciamo difficoltà ad orientarci per trovare il filo conduttore anche solo per cercare un ristorante. L’attrattiva di maggior interesse è certamente l’Homer Spit, una caratteristica striscia di sabbia lunga 7 km che penetra nella baia e larga qualche centinaio di mt.  

Dopo cena andremo a farci un giro senza trovare altro che campeggi, ristoranti ed un porto per la pesca. L’unico monumento è dedicato a coloro i quali hanno perso la vita in mare. La sistemazione è invece il meglio che ci potesse capitare. Si trova sulla collina che domina Homer, con vista ineguagliabile sulla baia che penetra in quest’ultimo lembo di terra della Kenai Peninsula. Sull’altro lato vi si trovano montagne i cui ghiacciai scendono fin quasi a lambire il fiordo. Il B&B è infatti una villetta signorile sull’East Hill Rd gestita da una coppia hawaiana. Anche qui, quando arriviamo troviamo tutto aperto e seguiamo le istruzioni lasciateci con dei foglietti appesi all’ingresso, le quali ci conducono alla camera. Del resto chi affitta delle camere se non è in pensione, durante il giorno ha un’attività e non rientra che alla sera. Usciamo per cena ed al nostro rientro conosceremo Star, la fortunata proprietaria della sistemazione. La coppia ha due figli ed hanno una serie di attività che sembrano rendere bene. Accanto a quella di B&B in casa loro, ne hanno un’altra più in basso in paese dove affittano anche alloggi, mentre lei gestisce una autolavaggio. Il marito si occupa di servizi legati alla pesca del salmone: affumicano e spediscono ovunque il pescato di chi giunge da queste parti in aereo, noleggiando tutta l’attrezzatura, e pescano loro stessi vendendo il prodotto finito. Tutto questo in estate: nelle altre stagioni quando i turisti se ne vanno, emigrano anche loro per andare nel loro Stato d’origine, le Hawaii, dove gestiscono delle attività immobiliari. Parlando con Star, ci dice che la gente del posto lavora intensamente durante la stagione estiva per ricavare il denaro necessario per vivere gli altri mesi dell’anno. I locali sono molto spartani e non sono interessati al lusso, pertanto non necessitano di molto denaro. Il rimanente se lo procurano con la caccia, la pesca ed il taglio di legna per il riscaldamento e per fare dei lavoretti di artigianato. Il superfluo non appartiene al carattere alaskano, in un Paese dove è già difficile provvedere all’essenziale. Del resto i locali amano godersi il loro paesino quando questo si svuota di turisti, tornando ad essere una piccola e tranquilla comunità fino alla prossima estate. Pur essendo, con tutti i limiti che il paragone può avere, una Riviera dell’Alaska, il business del turismo non si è ancora impossessato di Homer e forse quanto a prima vista si poteva giudicare negativamente potrebbe essere rivalutato in quest’ottica.

 

Pernottamento:  HOMER – ALHOA B&B

 




Day 14: sab. 27 agosto 2011

 

Rientro sulla Sterling Hwy. Incontro con orso a caccia di salmoni. Tramonto sul Turnagain Arm.

 

Ripartiamo percorrendo la Sterling Hwy a ritroso. Lungo la strada vediamo molti fireweeds, sono dei fiori presenti anche da noi e che rappresentano una costante in tutta l’Alaska centro meridionale. Solo che qui sono ancora ben fioriti e rappresentano una macchia tinta rosa fucsia notevole. Se ne fanno anche delle buone marmellate.

Non facciamo grandi fermate dal momento che si tratta della strada di ieri, ma questa volta, riprendendo la Skilak Rd., ci addentriamo in un altro sentiero, il Bear Mountain Trail di 2,5 km a/r, che percorriamo parlando in continuazione per segnalare la nostra presenza ad eventuali orsi che si trovino in zona. Un gran bel paesaggio di si apre sotto di noi, con laghi incastonati nella fitta vegetazione. Continuando sulla Sterling Hwy ci avviciniamo al Russian River, notoriamente ricco di salmoni. In prossimità del traghetto a filo che permette ai numerosi pescatori l’attraversamento del Kenai river, incontriamo un simpatico signore con sigaro in bocca e la barba bianca che sembra appena uscito da un film, al quale chiediamo circa le possibilità d’incontrare non troppo da vicino gli orsi dediti alla pesca. Con la cordialità che è propria alla gente del posto ci indica un’area campeggio, dalla quale si può scendere verso il Russian river e lì con buone probabilità trovare chi cerchiamo. Ma attenzione! Gli orsi non sempre sono gli animali paciocconi raccontati dai fumetti. Seguendo attentamente le sue istruzioni ci ritroviamo su una passerella che costeggia il fiume, in realtà più simile ad un torrente la cui profondità non supera il mezzo metro. L’acqua è letteralmente colorata di rosso dei salmoni, alcuni sbattono la coda nel gesto di depositare le uova, altri accennano solo più qualche movimento, parecchi sono immobili o riversi. Hanno raggiunto la loro meta ed hanno portato a termine la loro missione, quindi giacciono morti dopo tante fatiche e tanti rischi corsi durante il percorso. Un nugolo di gabbiani cerca a sua volta di portare a casa il pasto beccando le carogne di salmoni. Più in basso incontriamo alcuni pescatori, i quali ci avvertono che poco prima hanno visto un grosso orso bruno attraversare la passerella con un bel salmone in bocca. Proprio quello che cercavamo: procediamo con cautela fino a quando, seminascosto dai cespugli ne vediamo uno con le zampe a bagno nell’intento di procurarsi il pranzo. Trovandosi a pochi metri da noi restiamo immobili, presi contemporaneamente dal timore che ci venga incontro ed il piacere di vedere la scena. L’animale è tranquillo e non appare per nulla disturbato dalla nostra presenza. E’ così che iniziamo ad osservarlo ed a scattargli foto. Ad un certo punto va a cercare le prede sull’alto lato del fiume e la cosa non ci dispiace affatto. Lo zoom è stato creato per questo ed anche se non siamo troppo vicini va bene lo stesso. Prova ad afferrare dei salmoni tanto con le zampe che tuffando la testa sott’acqua ma senza successo. Nonostante la mole, la goffaggine che gli è propria gl’impedisce di fare bottino sui pur stanchi ma sempre sfuggenti pesci. Soddisfatti dell’incontro ravvicinato ma non troppo, rientriamo dopo aver impresso la scena classica che non manca in nessun catalogo che illustri le meraviglie dell’Alaska: per la serie quanto i sogni si trasformano in ricordi. Il tempo si guasta ed arriva perfino a piovere. Uno giro per HOPE sotto un mezzo sole, ci consente di fare un salto indietro nel tempo. Pur non essendo una ghost town, sembra che il tempo si sia fermato e con esso si respira un modo di vivere lontano anni luce dalla frenesia occidentale. Rientrando verso l’interno torniamo a trovare la pioggia che avevamo lasciato poco prima ed arriviamo nella zona di PORTAGE, piove di stravento ed andiamo al Begich Boggs Visitor Center. Chiediamo se sono previsti dei miglioramenti che ci consentano di ritrarre questi paesaggi da cartolina, basterebbe uno squarcio di sole fra stasera e domattina. Gentilmente e quasi sorridendo ci dicono che bisognerebbe veramente avere molta fortuna, dal momento che il sole fa la sua apparizione non oltre un paio di giorni al mese. Lo sguardo di compassione testimonia che non stanno mentendo. E che siamo nel regno dell’acqua in ogni suo stato e lo si vede in modo molto evidente. L’acqua dei vasti laghi su cui galleggiano gli iceberg, il ghiaccio dei campi gelati dell’Harding Icefiled che scende fino ai laghi, la pioggia e le nebbie in sospensione. 

Visitiamo il Wildlife Conservation Centre, un’istituzione no profit che si trova ad una decina di km da Portage, in una zona più asciutta nel luogo in cui termina il Turnagain Arm. Qui vengono allevati o curati animali selvatici abbandonati (ci sono due piccoli alci ancora nutriti col biberon) oppure trovati feriti. E’ l’occasione per rivedere gli animali incontrati durante il viaggio ed al tempo stesso incontrarne alcuni non visti finora (bisonti, linci, ecc.). Vi si trovano molti bisonti in quanto è in corso un progetto per reintrodurre questo animale, pertanto una mandria in semilibertà che conta circa una cinquantina di capi verrà liberata entro il 2013.Visitiamo il Wildlife Conservation Centre, un’istituzione no profit che si trova ad una decina di km da Portage, in una zona più asciutta nel luogo in cui termina il Turnagain Arm. Qui vengono allevati o curati animali selvatici abbandonati (ci sono due piccoli alci ancora nutriti col biberon) oppure trovati feriti. E’ l’occasione per rivedere gli animali incontrati durante il viaggio ed al tempo stesso incontrarne alcuni non visti finora (bisonti, linci, ecc.). Vi si trovano molti bisonti in quanto è in corso un progetto per reintrodurre questo animale, pertanto una mandria in semilibertà che conta circa una cinquantina di capi verrà liberata entro il 2013.

Per quanto in genere tutti dispongano di molto spazio e non siano rinchiusi in gabbie anguste, si capisce che non sono in libertà soltanto a guardarli. Hanno un’espressione dimessa, verrebbe da dire triste. Ben diversa da quella dei loro “parenti” visti nei giorni scorsi.

 

Il cielo torna a schiarirsi e ci permette di vedere l’ultimo tramonto sul fiordo in una moltitudine cromatica che non ha eguali. Il sole traspare da ovest dietro le strisce di nuvole rimaste e getta i suoi raggi sull’acqua ottenendone un brillante riflesso.

 

Raggiungiamo la sistemazione che si trova poco distante dalla baia, il Brown Bear Motel. E’ la più spartana che abbiamo incontrato finora, ma non priva di un fascino antico che secondo un’altra interpretazione potrebbe anche definirsi vecchio. Ulteriore sorpresa al momento della cena. E’ sabato sera e nel ristorante/saloon poco distante c’è un gruppo country che suona. A metà serata vediamo tutti i presenti, cantanti per primi, farsi fare la foto con una bella ragazza che si trova fra lo sparuto pubblico. Scopriremo poi che è una truck driver divenuta famosa in tutti gli USA grazie ad una serie televisiva che va ad indagare fra i vari mestieri, e quello della signora non è sicuramente fra i più semplici. Guidare camion in Alaska richiede molte doti alle quali lei aggiunge anche un discreto fascino personale. Ad un certo punto abbiamo l’imbarazzo della scelta: da un lato il Turnagain Arm col suo tramonto, dall’altro il complesso che canta e suona un country blues, sotto i denti l’ultimo halibut grigliato di questa felice storia alaskana. Quando sono ormai le 23 decidiamo che per oggi può bastare. Dobbiamo rifare la valigia dal momento che domani è l’ultimo giorno. E poltrire sarebbe un reato.

 

Pernottamento:  ANCHORAGE - Brown Bear Motel

A


 


Day 15 : dom. 28 agosto 20119

 

 Il giorno in cui il presente diventa un magico ricordo

 L’ultima mezza giornata è a dir poco splendida. Vedendo ormai il traguardo, acceleriamo per cogliere al massimo quanto offre la domenica di sole. Partiamo prima delle 7 e solo la caparbietà ci porta per la terza volta a Portage. Anche oggi non c’è il sole in quanto questo luogo a cui è invisa la vista del cielo azzurro è coperto dalla foschia. Ma che foschia! Mentre risaliamo ed il sole inizia a prendere possesso delle vette circostanti, all’orizzonte ci appare una bruma bassa, sarà al massimo una ventina di metri. Ci avviciniamo in un ambiente dantesco, con i raggi solari che la illuminano, fendendola ogni tanto. Sembra un fumo e quando entriamo di più al suo interno il cielo diviene coperto. Sul lago formato dall’Harding Glacier la foschia si rispecchia sulle acque mentre gli spazi liberi dalla nebbia lasciano trasparire uno specchio di colori che a loro volta si riflettono sul lago. Mentre la zona inizia ad affollarsi dei pescatori della domenica facciamo ritorno da dove siamo venuti non mancando di fermarci nei punti che maggiormente ispirano lo sguardo. Stamattina ci è mancato il tempo di fare colazione e rimandiamo continuamente nell’attesa di trovare il momento per espletare la formalità. Alla periferia di Anchorage è ancora d’obbligo una fermata al Potter Marsh, le paludi che sembrano uno specchio. Finalmente entriamo in città e, quando sono le 9,30, ci rendiamo conto che dobbiamo ancora fare colazione. Un dolce con caffè bollente da Starbucks servono all’uopo, mentre tra i banchi di un centro commerciale peschiamo tranci di salmone. In Alaska tutto il salmone è selvatico dal momento che l’allevamento è vietato. Questo per preservare la qualità del prodotto.

Ormai è rimasto poco tempo per visitare ANCHORAGE. Una città che da sola non meriterebbe il viaggio, ma che è pur sempre degna di essere vista. E pensare che cent’anni fa ad Anchorage non esisteva ancora la tendopoli che quattro anni dopo diede vita a quella che oggi ha la parvenza di essere la metropoli più a nord del mondo. Fu fondata infatti nel 1915 in occasione della realizzazione dell’Alaska Railroad. Si è ingrandita grazie agli armamenti della seconda guerra mondiale ed infine il petrolio ne ha fatto una metropoli almeno per l’estensione. Sono poco meno di 300.000 abitanti, ma l’american life-style e le ricchezze apportate dall’industria petrolifera ne hanno fatto una città opulenta a dispetto dall’ambiente circostante. Il terremoto del 1964, uno dei più disastrosi che la storia umana ricordi (9,2° della scala Richter), ha tristemente contribuito al rinnovamento urbano. Cerchiamo innanzitutto il Salmon viewing area, non tanto perché non ne abbiamo visti abbastanza, ma si tratta pur sempre di uno dei luoghi più ambiti dai locali. In realtà fa più notizia perché un luogo così ricco di salmoni si trova quasi nel centro cittadino che non per l’interesse in sé. Andiamo nel downtown dove è tutto un intreccio di vie perpendicolari. Essendo domenica il traffico è ridotto e si riesce a girare con maggiore facilità. Attratti più da quello che la circonda più che dalla città stessa, ci rechiamo al Resolution Park, un poggio dal quale si ha una vista incantevole che spazia verso l’infinito. La statua di James Cook campeggia con il navigatore attento a scrutare l’orizzonte. Rimangono ancora alcuni preziosi minuti prima del tempo massimo che ci siamo prefissi per restituire l’auto e sbrigare le formalità di partenza all’aeroporto. Si dà il caso che nelle vicinanze si trovi il Kincaid Park: è domenica e gli abitanti del capoluogo fanno jogging nella bella giornata di sole. Il bacino del Cook Inlet è sotto di noi, mentre a distanza compaiono diverse montagne imbiancate. Verso ovest sono quelle dell’Alaska Peninsula, già inquadrate recentemente. Sono invece due elevazioni verso nord che attirano la nostra attenzione, nettamente distanti ma da sembrare vicine. Chiediamo ad uno stanco ciclista appena sopraggiunto, il quale con voce affaticata le identifica con il McKinley e il Fraser Mt., stupito anche lui della giornata così nitida da autorizzare la vista delle due vette distanti centinaia di km. Avevamo solo bisogno della conferma ma lo sapevamo già, quei giganti non potevano essere che loro. Alla fine è stato come se il Mc fosse venuto a salutarci prima di partire e non poteva farci sorpresa più gradita. La vista di tali, imponenti profili vogliamo considerarla come un loro perdono, dopo che non si erano mostrati nella loro interezza durante le due giornate trascorse nel Denali. Non che abbiano l’abitudine di svelarsi con frequenza, ma ho voluto vedere nella loro ritrosia un risentimento per aver osato avvicinarli nel giro in aereo da Talkeetna e con questo violarne il loro silenzio e la loro privacy con mezzi commerciali. Ottenere il loro perdono è stato importante, come ricongiungersi con un amico. In questo momento verrebbe da strappare il biglietto aereo e corrergli incontro, ma purtroppo l’aspetto razionale prevale in noi. I loro profili sembrano non volerci lasciare. Poco prima di partire le sagome compaiono sullo sfondo della pista mentre l’aereo va a prendere la posizione di decollo. Ma a questo punto, neanche volendo, non si può più strappare il biglietto.

Il volo che segue la rotta polare concede alcune viste sulla banchisa ed i frammenti di ghiaccio alla deriva come tanti pezzi di vetro frantumati. Da questa quota non si riescono ad individuare gli orsi bianchi. Ma ci sono e si stanno preparando per l’inverno.

 


 

Il viaggio in Alsaka rappresenta la destinazione finale in chi si ritrova a proprio agio con gli spazi liberi e il wilderness in generale. Una vera apologia del maestoso e del selvaggio. E’ quindi difficile stabilire una frequenza sulla quale sintonizzarsi e con la quale relazionarsi, in modo che le attese non vadano deluse o vengano semplicemente sopravvalutate. Mi rendo conto a posteriori di come sia tanto difficile stabilire un rapporto con questo territorio e di come non ci sia alla fine riuscito appieno. Troppo vasto e selvaggio per visitarlo come turista e il tempo a disposizione risulterà infinitesimale per viverne interamente le emozioni. Non credo di essere stato in grado di trovarne un compromesso, mai che ciò fosse stato possibile. Percorrere solo le strade principali ed alcune sterrate non è sufficiente per rendere l’idea di quanto hai di fronte. In alcuni casi è perfino necessario scendere a compromessi con delle organizzazioni turistiche per accedere a certi luoghi (vedi la Dalton Hwy), accettando la condivisione del viaggio con turisti le cui attitudini sono diametralmente diverse dalle nostre. La natura incontaminata non va solo vista, va vissuta. Nel contempo le escursioni devono essere selezionate con criteri di cautela. L’ambiente naturale così imponente richiede una prudenza non necessaria altrove. Innanzitutto per la presenza degli orsi, la cui pericolosità è tutta da accertare, ma resta il fatto che si è soli ed indifesi nei loro confronti. Gente in giro ce n’è poca ed è meglio non trovarsi nella condizione di dover chiedere aiuto. Per contro, non conoscendone la reale pericolosità, si rischia di eccedere nell’atteggiamento di prudenza. A questo si aggiunge che i sentieri sono di regola poco battuti quando addirittura assenti, disperdendo in tal modo gli escursionisti. Cosa che alle nostre latitudini sarebbe un bel vantaggio. Con questo, il rischio di non capirsi con l’Alaska risulta assai elevato. Occorrerebbe viverci un’estate intera e non far dipendere il successo della visita di un luogo dalla giornata di meteo avverso. La sensazione costante è comunque quella di trovarsi proprio nella “last frontier”, come reclama perfino lo slogan scritto sulle targhe delle auto. E qui l’uomo torna ad essere un animale integrato con tutti gli altri, e come tutti deve guadagnarsi la vita con l’intelligenza e la forza. Ma sempre e comunque coi propri mezzi, coscienti che la propria sorte non può dipendere da altri.

Carattere Alaskano: è sicuramente molto diverso dal resto degli americani. Va comunque rimarcato come sia in genere cordiale e rispettoso degli altri, a discapito della rudezza del territorio in cui vive. Forse questo è dovuto anche al fatto che essendo in pochi si finisce per non logorarsi reciprocamente e ne incrementa la solidarietà. O più semplicemente perché sono educati. A prescindere dal fatto che la maggior parte degli abitanti non sia nata in Alaska, quando arrivano qui assumono rapidamente le specificità del luogo, che sono quelle di un carattere nato circa un secolo fa, fatto di capacità a resistere le avversità nella natura. In principio l’emigrazione era costituita da esploratori e probabilmente da gente in cerca di avventura o che non aveva niente da perdere. I lineamenti erano quelli di gente rude, combattiva e pronta a tutto, in tipico stile da far west. Questo atteggiamento si è ridimensionato ed oggi si trovano ad affrontare la natura con altri mezzi, pur conservando una capacità di arrangiarsi non facile da trovare ad altre latitudini. L’autonomia e la mancanza di condizionamenti esterni sono due fra le maggiori caratteristiche per sopravvivere in un ambiente tanto ostile. Proprio qui si può chiarament e apprendere come l’arte di lamentarsi non contribuisca a tirarsi fuori da una situazione difficile.

E’ forte il senso della privacy, la costruzione delle case richiede sempre una minima distanza, non meno di 3-400 mt. una dall’altra. Un ulteriore caratteristica che balza immediatamente agli occhi di un europeo è l’estrema informalità della gente, a prescindere dal ceto sociale, dalla professione o quant’altro. Un modo di proporsi impostato sulla semplicità, sempre amichevole, mai invadente, che tuttavia lascia da parte cerimonie e fronzoli. Viene da pensare che in Alaska il mercato delle cravatte non tiri molto. E’ il regno del casual, tanto nel vestirsi che nell’atteggiarsi. La natura imponente ovunque ci si trovi ed i lunghi inverni fanno sì che il superfluo e l’opulento vengano eliminati fin da subito, ma non a scapito di quello che serve veramente come i potenti fuoristrada. Il contraltare, sempre agli occhi di un europeo, si chiama disordine. Le case non si distinguono per ordine ed neanche per l’igiene, che a volte diventa mania alle nostre latitudini. Gli ampi spazi e le basse temperature fanno sì che si possa anche transigere su qualcosa.