Day 3: 22 agosto 2007

Allegre immagini agresti del Sud Australia e lo sbarco a Kangaroo Island.

Andiamo subito a Mt. Gambier nel South Australia. Qui il limite di velocità passa a 110 km/h, le strade sono belle e diritte mentre il terreno è pianeggiante o al massimo lievemente collinoso. Mount Gambier è una bella cittadina, dall’atmosfera tranquilla, con ampie strade e case nella media assai signorili. Il Blue Lake purtroppo non rende molto onore al suo nome. Intanto già sapevamo che assume questa tonalità essenzialmente nel periodo estivo, poi il meteo coperto impedisce ulteriormente ai colori dell’acqua d’esprimersi. Quello che resta sconosciuto anche agli scienziati è la ragione per cui questo lago assume dei colori così vivaci durante l’estate. Dopo aver attraversato la bella cittadina si apre una regione verde, prativa, con molto bestiame al pascolo (bovini e ovini). Si notano soprattutto le pinete per lo sfruttamento del legname. Ci sono vaste aree dedicate a questa attività, percorse da camion carichi di tronchi. Pensando al futuro, immediatamente dopo aver tagliato un bosco, reimpiantano nuovi alberi, così che il paesaggio è tutto un alternarsi fra boschi più o meno cresciuti. Vediamo anche una fabbrica per la produzione di polpa per la produzione della carta. A fornire un indice sulla pericolosità delle strade il South Australia ha scelto un sistema di sicuro impatto: laddove si sono verificati incidenti mortali vengono piantate croci nere a seconda di quanti sono stati gli sfortunati, in caso di feriti le croci sono rosse. Un monito a non premere troppo sul pedale dell’acceleratore.

Risaliamo sempre sulla Princes Hwy costeggiando la laguna del Coorong, un habitat ideale per gli animali da palude caratteristici di queste zone. Arriviamo a Meningie con una scintillante bordura d’erba rossastra sul lato della strada. Ci riforniamo di carburante e rifocilliamo nella stessa area di servizio stile country con un hot-dog. Proseguiamo per Wellington ed attraversiamo il fiume Murray (il più grande del Paese) su un traghetto, poco prima della sua foce. In zona non esistono ponti e grazie ad un organizzato Caronte raggiungiamo la riva occidentale. Facciamo una breve tappa fotografica in occasione di alcuni laghi il cui colore si tinge verso il violetto. Sempre sulla B45 raggiungiamo Strathalbyn in mezzo ad un verde paesaggio di vigneti. Pur essendo ancora privi di foglie, conferiscono un tono di vivacità, complice la loro disposizione in bassi filari ordinati ed il verde dell’erba. L’attività enologica dev’essere redditizia, almeno così lo intuiamo vedendo le varie tipologie abitative. Scendiamo verso Goolwa, Port Elliot e Victor Harbour, bei posti per il turismo balneare. La strada volge verso l’interno della Fleurieu Peninsula per arrivare sul lato nord. Poco prima di Cape Jervis vediamo un B&B che ci ispira e prenotiamo un cottage per domani sera. Il gentile, così almeno ci appare sulle prime, ottuagenario padrone si propone di prenotarci il ferry per Kangaroo Island, che parte di lì a poco. Ci va bene che recuperiamo mezz’ora di fuso orario passando dallo Stato di Victoria al South Australia. Riusciamo così ad imbarcarci sul traghetto delle 15.00 scoprendo che il prezzo applicato a noi è quello intero (come avevamo già riscontrato in precedenza sul sito internet e che avremmo sborsato alla cassa) mentre prenotando lui, il nonnino s’intasca una congrua provvigione. Gentilezza e cortesia hanno sempre un prezzo. La traversata sul Backstairs Passage dura 45 minuti e sbarchiamo a Penneshaw. Ci dirigiamo verso American River (36 km da Penneshaw) per vedere alcuni pellicani mentre sostano sulla spiaggia. Stando al programma doveva esserci qualche ranger che gli forniva la cena, ma gli unici bipedi oltre a noi sono i pennuti. E forse è meglio così, l’immagine di tranquillità vale più dello “spettacolo” di vederli mangiare con una folla di astanti intenta a fotografarli. Giungiamo a Kingskote, la “capitale” dell’isola. Troviamo un ostello (il Backpackers hostel), di piccole dimensioni ma gradevole, con la stufa utilmente accesa e prendiamo posto in una scarna quanto pulita stanzetta. Patty, la bionda gestrice, purtroppo rovinata nelle forme dalla poca passione per la buona e sana cucina, ci consiglia d’andare dal pescivendolo. Sì, perché qui si va in pescheria, si sceglie il prodotto, te lo cucinano e servono in pochi minuti. La qualità del pesce è ottima, il tipo di cucina è semplice ma efficace, mangiare il tutto in una scatola di cartone modello fast food è invece disgustoso. Per noi che badiamo all’efficacia delle cose la giudichiamo un’esperienza positiva, in altre parole il pesce era di ottima qualità (fritto misto e salmone atlantico della Tasmania). Facciamo una passeggiata in quello che identifichiamo come il centro, ma non c’è vita se non in un paio di locali che forniscono ristorazione. La temperatura assai fresca e la notte che scende presto non contribuiscono di certo ad animare il paese. L’illuminazione pubblica è letteralmente ridotta al lumicino contribuendo a conferire quell’atmosfera triste. Rientriamo presto per studiare il piano d’attacco per domani, aiutati nelle scelte dalla simpatica gestrice. Prima di andare a dormire rientrano alcuni ragazzi genovesi, una delle poche volte in cui sentiamo parlare italiano. Stanno tornando da vedere il rientro dei pinguini: anche loro ci dicono che non ci siamo persi nulla. Sono simpatici e scambiamo con loro alcune informazioni sul viaggio. Sono stati nel nord, hanno visto il Red Centre e possono darci qualche suggerimento. Noi facciamo altrettanto con loro per la Great Ocean Road, loro prossima meta. Ci diamo appuntamento per domani sera sull’ultimo traghetto per Cape Jevis.

Pernottamento: Kingskote – (Backpackers Kingskote)