Day 8: 27 agosto 2007

A spasso fra i monoliti di Ayers Rock e Olgas, nella terra degli aborigeni.

Sveglia alle 5,30 per andare a vedere l’alba. Del resto prima ci si sveglia e più a lungo durano le vacanze! Un the fatto in camera, corroborato dal latte che troviamo nel frigo. Ci addentriamo direttamente nel parco avendo già acquistato ieri il biglietto pari a 25 $ e raggiungiamo il Sunrise Point, che sembra meno spettacolare del tramonto ma vale comunque la sveglia di buon ora. Effettuiamo il periplo del Rock fermandoci per compiere il sentiero del Multitjulu Waterhole, pozza d’acqua sacra agli aborigeni. Visitiamo il cultural centre, incentrato sulla cultura e la religione degli aborigeni. Nelle foto riportanti soggetti aborigeni deceduti, questi vengano coperti da un velo nero con la scritta “scusate ma la tradizione vuole così”. Non era più facile togliere semplicemente la foto e sostituirla con un’altra di aborigeni vivi e vegeti? Il centro culturale ci offre un’idea di massima sulla cultura aborigena e stupisce come questa civiltà abbia potuto sopravvivere in ambiente tanto ostile e povero sotto tutti gli aspetti, non ultimo quello climatico, capace di passare dal caldo torrido al freddo pungente o dalla siccità alle piogge torrenziali. La cultura che ne è scaturita probabilmente non è comparabile con altre indigene con le quali siamo venuti in contatto in questi anni e ci pare alquanto sopravvalutata nella mitologia decantata a beneficio dei turisti. D’altro canto va in qualche modo reso onore alla gente locale, capace di sfruttare il poco che viene concesso da queste terre.

Lo stesso vale per la flora e la fauna, appositamente modificate dalla Natura per poter sopravvivere a tanta austerità climatica. Non sembra un caso che una delle principali città australiane si chiami proprio Darwin, in onore del famoso naturalista ottocentesco, il quale proprio nell’emisfero australe trovò la conferma delle proprie teorie. Accanto al centro aborigeno si trova un negozio che vende artigianato locale. Si tratta soprattutto di quadri fatti con una serie di punti che bene si integrano coi gusti moderni, pur creando in alcuni casi un lieve fastidio visivo. Vengono dipinti intingendo una punta nel colore e lasciandola cadere in modo che formi un punto sulla tela. Il negozio propone anche oggettistica fatta in legno quali serpenti o lucertole derivati da dei rami, oltre ai didgeridoo che troveremo ovunque. Questi strumenti musicali emettono un suono simile alla musica elettronica dei nostri tempi, quasi si trattasse di una nemesi storica. Apprendiamo alcune informazioni utili: più lo strumento è lungo e più è facile da suonare, più è spesso di diametro e migliore è l’acustica. I migliori sono poi di alcune specie d’eucalipto ma in generale questo legno è tutto buono. Sono da evitare quelli di bamboo, molto meno costosi ma oltre a suonare male si crepano facilmente e pertanto non servono nemmeno per essere appesi alla parete di casa. Ci orientiamo verso le Olgas (Kata-Tjuta in aborigeno) per percorrere il sentiero di 7,4 km della Valley of Winds ed a seguire quello della Walpa Gorge (2 km a/r) dove si trovano una rupe suggestiva e una pozza tra le rocce. Queste formazioni rocciose, sebbene meno imponenti, sono persino più interessanti dell’Ayers Rock. Non essendoci molta frequentazione possiamo meglio assaporare il silenzio emanato dalle rocce. In generale troviamo un pubblico assai silenzioso ed in numero inferiore rispetto a quanto ci si potrebbe attendere dalla fama di questi luoghi. La temperatura diurna si mantiene calda ma ventilata, comunque molto gradevole e temperata all’ombra. La caratteristica delle Olgas sta proprio nella roccia, che sembra essere come del cioccolato alla nocciola. La roccia durante un’attività erosiva è stata formata dal magma che ha inglobato delle pietre levigate di varie dimensioni. Tutto è stato poi sapientemente lisciato dall’opera del tempo. Le pareti sono più alte di Uluru, mentre in più punti si formano delle Waterholes, dei piccoli laghetti creati dall’acqua di scolo e trattenuti dal fondo roccioso. Proseguiamo per il sunset point per un rapido pic-nic con del cheddar che ci portiamo dietro da Adelaide ma perfettamente conservato. Lungo il percorso da e per le Olgas ci fermiamo in alcuni punti per fotografare delle piante, fiori, bassi arbusti che crescono nella sabbia. Una sabbia simile a quella usata nei campi da tennis. Il contrasto tra il verde o il giallo degli arbusti con lo sfondo rosso crea degli scorci degni di nota. Avendo ancora un po’ di tempo a disposizione ne approfittiamo per effettuare un altro giro in auto intorno all’Ayers Rock, questa volta in senso antiorario, andando a vedere la roccia da vicino. Differentemente dalle Olgas si nota l’uniformità della stessa. Esistono sì dei buchi tipo groviera ma per il resto si tratta di roccia monolitica. Facciamo il Mala Walk passando in alcuni punti assai curiosi: il Mala Puta, che non è un traduzione dallo spagnolo, bensì una zona sacra alle donne e dove è assolutamente vietato fotografare pur non essendoci nessun richiamo particolare. Il rischio è una multa che arriva fino a 5.000 $. Ci sono anche altre pareti del monolito che contengono pitture rupestri, nonché delle zone dove sembra quasi essere stata scavata un’onda di pietra alla base della montagna. Il punto dove parcheggiamo è anche la partenza della salita al Rock, sulla quale i cartelli fanno letteralmente del terrorismo invitando a non salire per motivi religiosi degli indigeni, paventando una serie di malori, disperdendosi in raccomandazioni che occupano metri quadri di cartellonistica. Valutiamo che nelle condizioni odierne l’ascesa non rappresenti un chè di eccezionale, tuttavia ci atteniamo a quanto richiesto dagli aborigeni in materia religiosa e restiamo alla base. Rispettiamo la sacralità del luogo più ancora delle intimidazioni dell’ente parco. Torniamo indietro sulla Lasseter Hwy, andiamo verso nord sulla Luritja Rd ed in 300 km raggiungiamo il King’s Canyon Resort giusto in tempo per andare a vedere il tramonto. Lungo la strada la vegetazione è a fusto più alto, meno desertica. Occorre tenere presente che siamo al massimo delle fioriture e che quanto stiamo vedendo rappresenta la realtà solo per qualche mese all’anno. Ci sono dei pannelli illustrativi che indicano come i semi possano sopravvivere fino a dieci anni nel terreno secco per poi spuntare alle prime piogge e sviluppare l’intero ciclo vitale in un solo mese, per far ricadere i semi nel terreno, pronti ad aspettare le nuove precipitazioni quando arriveranno. E’ una dimostrazione come la natura sappia operare dei miracoli nel più assoluto silenzio. Un dingo gira intorno alle camere del lodge, a spiegazione del cartello che nella reception invitava caldamente i turisti a non nutrirli. Questi cani selvatici se si abituano ad essere sovvenzionati dall’uomo aumentano in aggressività nei periodi difficili fino ad uccidere dei bambini, come è già capitato.

Ceniamo con un filetto di canguro alla griglia nel ristorante del resort. Atmosfera rustica, complessino country e non ci sembra d’essere da nessun’altra parte che nel Red Centre dell’Australia! Per digerire facciamo due passi ad osservare i pannelli che spiegano la storia della scoperta del Canyon. In effetti Giles venne qui solo nel 1872 e ancora nel 1960 la famiglia Cutterhill arrivò nella zona in condizioni pionieristiche, fondò una station e costruirono le prime strade. Quelle asfaltate vennero più tardi. Tant’è che in diversi punti questa zona è da considerarsi ancora assai arretrata dal punto di vista turistico, e questo lo diciamo con un riguardo positivo. Il resort si integra bene, limitando l’impatto ambientale. Nel bar a fianco del ristorante ci sono alcune foto che dimostrano come la pioggia possa arrecare notevoli danni. Tutte le floodway erano strapiene e gli stessi fuoristrada riuscivano a malapena ad attraversarle.

Pernottamento: Kings Canyon - (Kings Canyon Resort)