sud - centro

costa orientale

 

Una terra quasi agli antipodi della nostra, con la quale ci accomuna solo la cultura di origine europea: il resto è tutto diverso. Un viaggio che è stato lungo, non solo per gli 8700 km percorsi in auto ed il caldo che anche nell'inverno australiano sovente si fa sentire. Ma la fatica non la percepisci, se non qualche sera. Mai durante il giorno, quando l’attenzione, a volte persino la tensione, di vedere e scoprire qualcosa di interessante o anche solo di mai visto, prevalgono sui limiti fisici e mentali. Abbiamo cercato di capire e carpire: dallo stile di vita alle abitudini e le differenze, comparandole fra noi e loro, tenendo in considerazione i fattori limitanti per ognuno. Vivere in 20 milioni su un territorio grande il doppio dell’Europa offre grandi vantaggi ma richiede anche grandi sacrifici per un popolo giovane, ancora incerto della propria identità. Abbiamo cercato di darci delle spiegazioni a tanti perché, forse giuste o forse sbagliate, forse né l’una né l’altra cosa. Ed è anche per trovare delle domande a cui darsi delle risposte che si intraprende un viaggio.



 

Day 0: 19 agosto 2007

Dopo quasi 24 ore di viaggio, finalmente in Australia!

Arriviamo a MELBOURNE quando ormai è passata l’una di notte con circa tre quarti d’ora di ritardo a causa della partenza ritardata da Dubai. Fra controlli e tempo necessario per raggiungere l’hotel in taxi, ci corichiamo che sono quasi le tre. Non abbiamo neanche molto sonno in virtù del fuso orario che ci porta ad essere solo nel tardo pomeriggio, ma soprattutto al fatto di essere riusciti a dormire sull’aereo. Infatti non risentiremo del fuso se non per un minimo di stanchezza la sera successiva. Facciamo scalo a Singapore sotto un temporale monsonico, che accenna appena a diminuire al momento della ripartenza avvenuta dopo un’ora e mezza.

L’aeroporto di Dubai è sfavillante e la città, anche in piena notte, pulsa di luci e traffico. Lo scalo è caratteristico per le palme incluse nel transito interno e per le decorazioni che vogliono assomigliare alla rappresentazione da mille e una notte in versione avio. Il genere umano che lo popola è molto variopinto, spiccano le donne in chador e non poche altre col burka, accompagnati invece da partner abbigliati con magliette sgargianti all’occidentale. Ci chiediamo fra l’altro come possano essere controllate al fine di verificarne l’identità al momento dell’imbarco. Quando arriviamo nella capitale del Victoria ci aspetta una temperatura di 5°. E’ ormai notte fonda ed il taxi non ha difficoltà a raggiungere l’hotel in centro.

Pernottamento: Melbourne – (Mercure Hotel)




Day 1: 20 agosto 2007

Melbourne: una metropoli australe in stile tipicamente british.

Alle 9 siamo pronti per iniziare il giro di Melbourne. Così come ce la descrivono le guide, ci appare subito una città dall’aspetto europeo, quasi vittoriana, con uno stile di vita tranquillo. Pur essendo lunedì non si vede grande traffico o gente intenta a correre per sbrigare i propri affari. I viandanti camminano senza stress, quasi a dire che questa sarebbe la città ideale per viverci.

Scendiamo nella Swanston Str., dove alcuni negozi attirano la nostra attenzione per gli interessanti souvenir. Proseguiamo nella Flinder Str. all’altezza della caratteristica stazione che si trova presso la Federation Square. Pur non avendo un centro vero e proprio, questo pare essere il punto di maggiore attrattiva della città, con la facciata a tinte vivaci della stazione, le costruzioni moderne a fianco e il fiume Yarra che le costeggia. Attraversiamo il Princes Bridge ed andiamo nel Southgate per riprendere alcune immagini della skyline. Rientriamo passando dal ponte pedonale ed andiamo a prendere il Circle Tram, un tram d’epoca che compie il giro del centro cittadino. Scendiamo all’altezza della Parlament House per recarci alla St. Patrik Cathedral. E’ una bella cattedrale gotica con splendide vetrate, illuminata dalle prime luci ancora lunghe in questa mattina d’inizio primavera. Le grandi aiuole che l’attorniano traboccano di camelie fiorite, mentre alte piante attendono le prossime settimane per offrire il meglio dei loro colori. Curiosi i grandi cespugli di rosmarini, i cui fiori vengono considerati come elemento decorativo, oltre a lavande e piante officinali. Rientriamo sulla Springs Street per riprendere il Circle Tram. Ci dirigiamo verso ovest verso il Telstra Stadium, teatro delle gare di football australiano della locale squadra, quindi i Docklands (quartiere malfamato che è stato sapientemente rinnovato negli ultimi anni) e rientriamo sulla Flinders Str. per scendere nel punto in cui eravamo partiti, chiudendo così il giro. Ci incamminiamo nelle viuzze del centro per visitare il dedalo di gallerie che collegano tramite vie pedonali i viali che si dirigono in senso est-ovest: Royal, Block Arcade, the Walk ed il Causeway. Qui si trova tutta una serie di negozietti che rendono la città molto europea. Sotto qualche aspetto rasentano i carugi genovesi. Del resto si sa che questa è la città più europea d’Australia, e lo si rileva in particolare dalle costruzioni vittoriane e dall’atmosfera che si respira del vecchio mondo. Alcune gallerie sono coperte ed abbondano di stucchi e mosaici sul pavimento. Saliamo qualche piano del Manchester Unity Bld. per vedere quanto rimasto della struttura originaria di questo palazzo, caratteristico della Melbourne d’antan, che oggi ospita studi professionali. Le austere Stottish e Baptist Church si trovano una di seguito all’altra, quasi in concorrenza fra di loro, pur essendo entrambe anglicane. Un rapido giro nella Chinatown, peraltro non enorme, e rientriamo nella zona delle gallerie in cerca del pranzo, che espletiamo con un toast ben farcito. Anche in questi dettagli troviamo molto della cultura inglese. Rientriamo all’hotel per ritirare le valige e, a piedi, andiamo a ritirare la Toyota Corolla a noleggio. Attenti per il fatto di guidare a destra, attivando il tergicristalli ogni volta che intendiamo mettere la freccia e con la complicazione del cambio meccanico, andiamo nella St. Kilda Rd. per i Royal Botanic Gardens. Posteggiamo vicino allo Strine of Remembrance, che ricorda i caduti nelle varie guerre a cui ha partecipato l’Australia. I giardini ci offrono subito una panoramica della vegetazione australiana. Purtroppo non mostrano ancora i colori primaverili ma la giornata di sole evidenzia almeno le caratteristiche della vegetazione. Le piante con foglie caduche infatti non hanno ancora ricacciato, pur essendoci una grande varietà di piante tropicali sempreverdi. Un curioso uccello dalla testa spianata sembra quasi chiederci la foto. Non sappiamo ancora che quello è il Kookaboorra, l’uccello simbolo del Paese e per questa ragione non rientrerà nel nostro reportage fotografico, in quanto non ne vedremo più. Facciamo un giro in auto fino a St. Kilda per vedere Melboune dalla baia, in quello che è diventato uno dei quartieri più vivaci. Rientriamo in città dopo aver visto lo Spirit of Tasmania, traghetto pronto a partire per Hobart e andiamo a prendere la M1 in direzione di Geelong e quindi in direzione della Great Ocean Road. Arriviamo ad Anglesea e ci premuriamo di stabilire un primo contatto con i canguri, che incontriamo presso il locale golf club. Sono una ventina, ma invece di giocare a golf si limitano a brucare l’erba dopo il tramonto. Pur essendo solo le 18.30 è ormai buio, quindi ci mettiamo in cerca di una sistemazione.

Notiamo come, pur essendoci tutto lo spazio a disposizione, molte case sono vicine fra di loro e nonostante siano indipendenti hanno un giardino assai limitato. Questo è un particolare assai diverso dallo stile americano, orgoglioso della sua peculiarità e che ben poco vuole condivide con la vecchia madrepatria. Un’altra divergenza è lo spirito d’emulazione verso l’Inghilterra. Parecchi dettagli stanno a ricordarcelo: dai colori sulle indicazioni stradali alle monete che ricalcano nello stile quelle inglesi (oltre a portare anch’esse l’effige della regina). Ci viene da pensare che in realtà questo Paese non voglia e soprattutto non possa ancora permettersi un totale indipendenza. Troppo giovane e troppo sterminato per crescere senza la tutela della più esperta Inghilterra. Gli australiani non mancano occasione per marchiare un prodotto con scritte tipo “proudly made in Australia”, ma forse proprio questo lascia pensare che in realtà dipendano psicologicamente da altri Paesi. Gli Stati Uniti, che nella natura dell’Ovest hanno parecchie similitudini con l’Australia, hanno qui un buon mercato, agevolati dalla lingua e da molti prodotti con clientela in comune da queste parti (in primis i camion american style), mentre l’Estremo Oriente ha trovato terreno fertile per colonizzarla con le auto e la manodopera, tanto per portare un esempio giapponese e uno cinese.

Nella zona di Anglesea vediamo poca gente in giro. La notte cala presto e per le attività balneari siamo fuori stagione. Incontriamo casualmente una signora, proprietaria del Fruit Tree Cottage, un villino sito sulla collina dietro il centro abitato. Mentre ci porta a destinazione un canguro le attraversa la strada: la velocità moderata e l’abitudine a certi incontri evitano lo scontro. Per 150 $ abbiamo un cottage intero: ci accendono il camino (non pensavamo che esistessero in questo Paese ma sono indubbiamente utili!) e ci riforniscono di alcuni alimenti quali pomodori e vettovaglie per la colazione. Iniziamo ad essere stanchi e l’idea di non uscire in cerca di un ristorante ci alletta. Lo Chef cucina quanto abbiamo a disposizione. Dopo cena sfogliamo dei libri che narrano vicende di navi, sovente tristi, colate a picco lungo queste coste dal fondale irto di scogli. Scopriamo infine come le coperte termiche siano più frequenti in Australia che in altri Paesi nordici visitati finora. Sovente la loro presenza sarà gradita per intiepidire le fresche notti del sud australe. Abbiamo assorbito bene il fuso orario ma la giornata è stata intensa, non abbiamo quindi grossi problemi ad imboccare la via che conduce ad una profonda dormita.

 Pernottamento: Anglesea – (Fruit Tree Cottage)




Day 2: 21 agosto 2007

Great Ocean Road e Dodici Apostoli: grandi opere di architettura naturale.

Al mattino ci autocuciniamo un paio di toasts col bacon e alle 8.30 via, si parte per la GREAT OCEAN ROAD (B100). Arriviamo a Lorne, assolutamente niente di particolare a discapito della fama di cui gode. La stessa tristezza troviamo ad Apollo Bay , dove un vento freddo aggiunge asprezza alla località. “Il mare d’inverno” potrebbe essere la canzone adatta ad un luogo simile. La vegetazione costiera è essenzialmente di eucalipti, ci sono rari pini, nessuna palma o ulivi che contraddistinguono la nostra idea di paesaggio costiero. Il bosco di eucalipti (almeno quelli presenti in questa zona) dà l’idea di essere abbastanza sporco. Gli alberi lasciano cadere la corteccia che sovente non si stacca completamente dal tronco e rimane penzolante. Il sottobosco cresce disordinatamente, disturbato dallo stillicidio di cortecce. Sovente le strade ne sono letteralmente bordate. Le case sono di solito poco ristrutturate, spiccano invece delle grandi verande, segno evidente di come l’estate richieda ombra e ventilazione. Facciamo una deviazione di 12 km in direzione del faro di Cape Otway, che peraltro non andiamo nemmeno a vedere, ritenendo tropo esosa la richiesta di 13.50 $ per vedere un faro come ne avremo già visti tanti finora. C’è di bello che lungo la strada incontriamo alcuni koala tranquillamente abbarbicati su un intrico di rami, intenti a dormire. E’ difficile trovarli a fare altro visto che riescono dormire fino 19 ore al giorno. Ne osserviamo uno, che di tanto intanto apre pigramente un occhio per capire cosa stia succedendo sotto di lui, dove si sono assembrate alcune persone in silenzio. Non si sa se colto dall’emozione per essere al centro dell’attenzione o per lo sdegno d’essere importunato, ma mentre è assopito inizia a defecare. Scopriamo così quest’ennesimo miracolo di Madre Natura! I koala dormono a braccia e gambe conserte mantenendo una posizione verticale che gli consente di espletare i loro bisogni senza nemmeno doversi svegliare… In effetti questo animale è quanto di più simpatico ed al tempo stesso di più stupido esista sulla terra. Ha l’espressione di un perfetto idiota ma nel contempo ispira simpatia per quel muso da orsacchiotto di peluche, tanto da sembrare un personaggio immaginario. Invece esiste veramente ed ha le sue peculiarità: si nutre solo foglie con d’eucalipto e, delle 265 specie di esistenti, ne mangia solo dodici. Le foglie sono però nocive e lo sono anche per lui, quindi deve usare degli acidi gastrici particolari per poterle digerire. Sembra che tale digestione lenta e complessa abbia impedito all’animale di evolvere pienamente, dovendo usare a tale scopo gran parte delle sue energie.

La strada corre ora verso l’interno attraversando l’Otway N.P. ed è disseminata di mimose, che in questa stagione rendono il meglio dei loro profumati colori; a volte sono presenti anche solo come cespugli. E’ curioso notare come sia uno dei tanti alberi selvatici che popolano il bosco. Proseguiamo per quello che è il tratto più interessante della Great Ocean Rd., quello dove costeggia Port Campbell N.P. con i Twelve Apostles (Foto2 - Foto3, Foto4), che incontriamo in splendida forma. Qualche nuvola va e viene, contribuendo a dare un’immagine surreale a questi enormi faraglioni che escono dal mare come delle lame. I cartelli ci informano che queste rocce si sono formate per sedimentazione di scheletri d’animali marini quando erano sommerse. Con l’innalzarsi del suolo il mare ha incominciato ad infrangersi contro, erodendo e facendo cadere poco per volta i punti più fragili, creando questi appicchi che precipitano verticalmente nell’acqua. E’ solo questione di tempo ed il mare avrà la meglio anche su di loro. Un caso recente si è avuto una decina d’anni fa pochi km più avanti, quando il London Bridge, un promontorio che entra nel mare per qualche decina di metri e formava due ponti separati, è crollato all’altezza del primo ponte ed ha così formato un’isola dove si trova ancora il secondo. Al momento del crollo si trovavano sulla neonata isola due turisti che sono stati poi vericellati dall’elicottero, attoniti ma indenni. Oltre ai Dodici Apostoli ci sono infatti altri punti dove si possono osservare queste particolari formazioni rocciose: London Bridge, Sentinel Rock, Loch Ard Gorge e The Arch. Alcune sembrano degli enormi coltelli che affondano le loro lame nel mare. E’ impressionante vedere il paziente lavoro eseguito dalla marea e dalle onde nel giro di qualche milione di anni.

Arriviamo a Port Campbell, dove un tranquillo bar di pescatori ci sembra il punto più appropriato per una pausa con capuccino e muffins. Mentre il primo tratto di strada ci è parso al di sotto delle aspettative, quello che giunge a Port Campbell e oltre, riserva delle belle sorprese visive ad ogni curva. Questo è lo scorcio più valido anche da un punto di vista storico: qui infatti si arenarono molte navi nel corso del XIX sec., le cui storie vengono narrate sulla cartellonistica appositamente predisposta. In un punto troviamo addirittura la tomba di un naufrago. Le alte rocce che scendono ripide sono sotto il costante attacco del mare e anche l’entroterra è più gradevole da vedere, nonostante qualche tratto di bush sia stato devastato dagli incendi, mentre la roccia man mano che procediamo tende a cangiare dal giallastro al rossiccio. La vegetazione sembra abituata a dover sopportare forti venti e non supera i 120-130 cm d’altezza. Andando oltre, l’interno ospita delle praterie con relativi allevamenti bovini (dal pelo lungo simile a quello dei bisonti), equini e ovini (anch’esse col manto assai ricco di lana), in particolare fra Warrnambool, Port Fairy e Portland. Il mare in questi punti ci sembra lontano, ma è appena dietro le basse colline che scorrono sulla nostra sinistra. Vediamo anche diversi mulini a vento, a conferma delle intuizioni precedenti. La vegetazione di eucalipti prosegue, ma in un ambiente più mite, mista a pini assai caratteristici con la cima appiattita. Quasi come se fosse loro proibito di salire oltre una certa quota, quando sono arrivati al top, si sono estendono in larghezza, dando così origine alla tipica formazione ad ombrello. Alle 17 imbocchiamo una provinciale che da Portland conduce verso Nelson e Mt. Gambier. Nel cielo compaiono alcune nuvole, il tramonto è ormai imminente. Iniziano a comparire i canguri sul bordo della strada: hanno l’aria tranquilla di chi è in quel luogo per fare una passeggiata. Purtroppo un paio giacciono sul lato, uccisi nei giorni scorsi dalle auto mentre attraversavano. Scopriremo successivamente che non si tratta di casi isolati e che quella di non rimuovere le carcasse è un’abitudine comune in Australia. Vediamo anche un parafanghi in un prato e questo ci suggerisce che, anche se i canguri di solito hanno la peggio, è bene cercare di evitare impatti per tutta una serie di ragioni. Incontriamo anche diversi emù, che scappano non appena arrestiamo l’auto per osservarli meglio. Ci accasiamo a Nelson presso l’Hotel Nelson. Una stanza all’insegna della tranquillità e dell’essenzialità. Facciamo due parole col gestore del locale il quale ci conferma la pericolosità di certi incontri notturni soprattutto in questa zona così ricca di canguri (sembra che in Australia il loro numero superi il milione d’esemplari). Una vettura fuori dal bar mostra ancora i segni dello scontro. Anche un animale di piccole dimensioni può già arrecare seri danni alla macchina. L’hotel è del 1855: tipico, storico, senza i fronzoli che talvolta si usano per antichizzare un locale. Qui sembra che il tempo si sia fermato, perfino le ristrutturazioni o le manutenzioni sono state lasciate da parte! Impariamo ad avere a che fare con alcune particolarità della ristorazione rustica australiana: si ordina al bancone, ci si siede, e quando è ora, si viene chiamati per ritirare il proprio piatto.

Il meteo della giornata è stato assai variabile, con alcune piogge fini, quasi una bruma, alternate a momenti di sole. L’unica costante è il fresco pungente.

Pernottamento: Nelson – (Nelson Hotel))



Day 3: 22 agosto 2007

Allegre immagini agresti del Sud Australia e lo sbarco a Kangaroo Island.

Andiamo subito a Mt. Gambier nel South Australia. Qui il limite di velocità passa a 110 km/h, le strade sono belle e diritte mentre il terreno è pianeggiante o al massimo lievemente collinoso. Mount Gambier è una bella cittadina, dall’atmosfera tranquilla, con ampie strade e case nella media assai signorili. Il Blue Lake purtroppo non rende molto onore al suo nome. Intanto già sapevamo che assume questa tonalità essenzialmente nel periodo estivo, poi il meteo coperto impedisce ulteriormente ai colori dell’acqua d’esprimersi. Quello che resta sconosciuto anche agli scienziati è la ragione per cui questo lago assume dei colori così vivaci durante l’estate. Dopo aver attraversato la bella cittadina si apre una regione verde, prativa, con molto bestiame al pascolo (bovini e ovini). Si notano soprattutto le pinete per lo sfruttamento del legname. Ci sono vaste aree dedicate a questa attività, percorse da camion carichi di tronchi. Pensando al futuro, immediatamente dopo aver tagliato un bosco, reimpiantano nuovi alberi, così che il paesaggio è tutto un alternarsi fra boschi più o meno cresciuti. Vediamo anche una fabbrica per la produzione di polpa per la produzione della carta. A fornire un indice sulla pericolosità delle strade il South Australia ha scelto un sistema di sicuro impatto: laddove si sono verificati incidenti mortali vengono piantate croci nere a seconda di quanti sono stati gli sfortunati, in caso di feriti le croci sono rosse. Un monito a non premere troppo sul pedale dell’acceleratore.

Risaliamo sempre sulla Princes Hwy costeggiando la laguna del Coorong, un habitat ideale per gli animali da palude caratteristici di queste zone. Arriviamo a Meningie con una scintillante bordura d’erba rossastra sul lato della strada. Ci riforniamo di carburante e rifocilliamo nella stessa area di servizio stile country con un hot-dog. Proseguiamo per Wellington ed attraversiamo il fiume Murray (il più grande del Paese) su un traghetto, poco prima della sua foce. In zona non esistono ponti e grazie ad un organizzato Caronte raggiungiamo la riva occidentale. Facciamo una breve tappa fotografica in occasione di alcuni laghi il cui colore si tinge verso il violetto. Sempre sulla B45 raggiungiamo Strathalbyn in mezzo ad un verde paesaggio di vigneti. Pur essendo ancora privi di foglie, conferiscono un tono di vivacità, complice la loro disposizione in bassi filari ordinati ed il verde dell’erba. L’attività enologica dev’essere redditizia, almeno così lo intuiamo vedendo le varie tipologie abitative. Scendiamo verso Goolwa, Port Elliot e Victor Harbour, bei posti per il turismo balneare. La strada volge verso l’interno della Fleurieu Peninsula per arrivare sul lato nord. Poco prima di Cape Jervis vediamo un B&B che ci ispira e prenotiamo un cottage per domani sera. Il gentile, così almeno ci appare sulle prime, ottuagenario padrone si propone di prenotarci il ferry per Kangaroo Island, che parte di lì a poco. Ci va bene che recuperiamo mezz’ora di fuso orario passando dallo Stato di Victoria al South Australia. Riusciamo così ad imbarcarci sul traghetto delle 15.00 scoprendo che il prezzo applicato a noi è quello intero (come avevamo già riscontrato in precedenza sul sito internet e che avremmo sborsato alla cassa) mentre prenotando lui, il nonnino s’intasca una congrua provvigione. Gentilezza e cortesia hanno sempre un prezzo. La traversata sul Backstairs Passage dura 45 minuti e sbarchiamo a Penneshaw. Ci dirigiamo verso American River (36 km da Penneshaw) per vedere alcuni pellicani mentre sostano sulla spiaggia. Stando al programma doveva esserci qualche ranger che gli forniva la cena, ma gli unici bipedi oltre a noi sono i pennuti. E forse è meglio così, l’immagine di tranquillità vale più dello “spettacolo” di vederli mangiare con una folla di astanti intenta a fotografarli. Giungiamo a Kingskote, la “capitale” dell’isola. Troviamo un ostello (il Backpackers hostel), di piccole dimensioni ma gradevole, con la stufa utilmente accesa e prendiamo posto in una scarna quanto pulita stanzetta. Patty, la bionda gestrice, purtroppo rovinata nelle forme dalla poca passione per la buona e sana cucina, ci consiglia d’andare dal pescivendolo. Sì, perché qui si va in pescheria, si sceglie il prodotto, te lo cucinano e servono in pochi minuti. La qualità del pesce è ottima, il tipo di cucina è semplice ma efficace, mangiare il tutto in una scatola di cartone modello fast food è invece disgustoso. Per noi che badiamo all’efficacia delle cose la giudichiamo un’esperienza positiva, in altre parole il pesce era di ottima qualità (fritto misto e salmone atlantico della Tasmania). Facciamo una passeggiata in quello che identifichiamo come il centro, ma non c’è vita se non in un paio di locali che forniscono ristorazione. La temperatura assai fresca e la notte che scende presto non contribuiscono di certo ad animare il paese. L’illuminazione pubblica è letteralmente ridotta al lumicino contribuendo a conferire quell’atmosfera triste. Rientriamo presto per studiare il piano d’attacco per domani, aiutati nelle scelte dalla simpatica gestrice. Prima di andare a dormire rientrano alcuni ragazzi genovesi, una delle poche volte in cui sentiamo parlare italiano. Stanno tornando da vedere il rientro dei pinguini: anche loro ci dicono che non ci siamo persi nulla. Sono simpatici e scambiamo con loro alcune informazioni sul viaggio. Sono stati nel nord, hanno visto il Red Centre e possono darci qualche suggerimento. Noi facciamo altrettanto con loro per la Great Ocean Road, loro prossima meta. Ci diamo appuntamento per domani sera sull’ultimo traghetto per Cape Jevis.

Pernottamento: Kingskote – (Backpackers Kingskote)




Day 4: 23 agosto 2007

Kanagaroo Island: un paradiso terrestre di bellezze naturali e animali

Dormiamo bene, anche se le coperte di cui disponiamo non risulteranno affatto superflue. Per colazione prepariamo un the nella cucina dell’ostello, accompagnato da due biscotti e alle 7,45 h. siamo pronti per andare alla scoperta di KANGAROO ISLAND. In una giornata che appare fin da subito molto bella, prendiamo la via di Emu Bay. Bella, ma niente di trascendentale. Su una strada sterrata procediamo per Stokes Bay. Curioso il cunicolo naturale in mezzo alle rocce che conduce su un’altra spiaggia tropicale, più ampia ed isolata. Anche qui, bello ma non indimenticabile. Andiamo alla Paul Farm (una riserva di animali semi selvatici) senza grandi speranze, infatti è chiusa ed apre alle 13 h. Proseguiamo sempre sulle strade sterrate di un intenso colore rosso per andare al Flinders Chase National Park, prendiamo il permesso per 9,5 $. Andiamo a vedere il Fur Seal Lookout al Cape du Couedic, un ritrovo di foche neozelandesi, un tempo a rischio d’estinzione, ora più di 11.000 in tutto. Sguazzano nelle piscine naturali dando proprio l’impressione di divertirsi. A seguire visitiamo l’Admiral’s Arch, un arco naturale sotto il quale le foche giocano con i loro piccoli. Ci spostiamo ai Remarkable Rocks, caratteristiche formazioni rocciose che poggiano sulla roccia adiacente alla costa. La storia vuole che si tratti di rocce con diversa consistenza spaccatesi e modellatesi nel corso delle ere. Il cielo talvolta si vela facendo perdere un po’ di luminosità a quanto ci stà intorno, salvo poi ricomparire il sole costringendoci a rifare tutte le foto. Torniamo indietro alla sede del parco per fare un giro deludente di un quarto d’ora: ci attendevamo di vedere chissà quali animali invece ci dobbiamo accontentare della foresta lussureggiante. Prendiamo la strada verso l’Hanson Bay Sanctuary, dove si dovrebbero ammirare dei koala nel loro habitat naturale. In realtà vediamo solo dei begli esemplari di canguro che pascolano in compagnia delle mucche. Andiamo al Little Sahara, risalendo a piedi varie dune. Un’esperienza interessante, pochi passi e ci si trova immersi nel deserto sabbioso increspato dal vento. Il poco pubblico lo rende ancora più accattivante. Andando oltre incontriamo sul bordo della strada un echidna, riccio dalla colorazione biondiccia, intento a cercare del cibo ed un tiger snake, il serpente tipico dell’isola che è finito sotto le ruote di una vettura e si muove con le ultime forze rimastegli a disposizione. Apprenderemo poi che può raggiungere una lunghezza di due mt. quando arriva all’età di 80 anni. Restiamo molto stupiti degli incidenti con animali che avvengono soprattutto sull’isola. Per di più non vengono nemmeno rimossi, così che a poche centinaia di metri una dall’altra vediamo una triste raccolta di canguri, wallabies ed in generale tutti gli animali che popolano i boschi locali, distesa ai bordi della strada. Si va da quelli appena uccisi a poche ossa ancora disposte a formare uno scheletro. Gli abitanti ci dicono che non vale la pena rimuoverli, tanto sono frequenti gli incidenti, ma è un’opinione poco convincente. Sicuramente costa meno lasciarli dove sono, a monito degli altri autisti e per il lauto banchetto di ogni specie di corvi. Di certo non è uno spettacolo gradevole. Saltiamo i leoni marini di Seal Bay, già visti abbondantemente in altre occasioni, ma andiamo a scattare alcune foto alla splendida spiaggia di Vivonne Bay. Andiamo al Prospect Hill, che costa una salita di 500 scalini per raggiungere la cima di una collina in posizione dominante. Da qui assistiamo ad uno splendido tramonto che ci congeda da questa meravigliosa isola. Per la verità il congedo definitivo lo prendiamo in un ristorante di Penneshaw dove, nell’attesa che venga l’ora dell’imbarco, ceniamo con Whiting Fish e una bella steak al cospetto di un camino acceso. Ci imbarchiamo alle 19.30 h. per essere a destinazione alle 20.15 h. Reincontriamo i ragazzi di Genova coi quali ci intratteniamo fino all’attracco. Non abbiamo visto nessun albero d’ulivo mentre di terreni adibiti a vitigno ne abbiamo osservati pochi, ma i negozi pullulano di bottiglie d’olio e vino spacciati come specialità della Kangaroo Island. Andiamo dal nostro furbo nonnino della Cape Jervis Station, dove per 80$ godiamo di un cottage molto carino, dove nessun particolare viene trascurato. C’è perfino una bottiglia di cherry messa lì per gli ospiti: brindiamo alla sua salute.

Pernottamento: Cape Jervis – (Cape Jervis Station)




Day 5: 24 agosto 2007

Visita di Adelaide e si comincia l'avventura nelle zone remote del countryside.

Sveglia alle 7 e partenza alle 7.45. La strada per Adelaide è bella, attraversiamo alcuni paesini nei quali s’intravedono i colori della primavera. Pur essendo solo all’inizio, la latitudine la rende più avanzata rispetto ai nostri luoghi. Gli alberi ad alto fusto stanno appena germogliando, mentre è tutto un fiorire di peschi, ciliegi, ecc. Ci immettiamo nella periferia sud di Adelaide. E’ abbastanza trafficata, per quanto l’urbanistica sia ben organizzata; forse è la città ideale da questo punto di vista. Andiamo sulla North Terrace per puntare al Light’s Vision, un parco che domina dall’alto di una collina, nel punto in cui il governatore Light intuì che quello sarebbe stato il luogo adatto per fondare Adelaide, in dissidio con altre autorità che la volevano far sorgere più a sud, in corrispondenza della foce del fiume Murray. Light ebbe invece una visione brillante in quanto il luogo godeva di caratteristiche eccezionali e prova ne è che la città si sviluppò fino a diventare la quarta metropoli d’Australia. Effettuiamo il giro intorno al parco con l’auto e scendiamo sull’altro lato della North Terrace, dove si trova tutta una serie di edifici pubblici risalenti all’ottocento. Andiamo in centro a vedere la Victoria Square, niente di particolare. Alberi ancora senza foglie, lavori in corso e alti quanto moderni palazzi non contribuiscono a crearne il fascino. Un giro nel mercato coperto, variopinto come ogni mercato rionale, dove facciamo le scorte alimentari per i prossimi giorni, che ci vedranno impegnati nell’outback. Da Adelaide usciamo su grandi Hwy. attraversando delle sterminate periferie, poiché sono città che si sviluppano essenzialmente in orizzontale, visto lo spazio a disposizione e la loro recente costruzione. Pur avendo un milione di abitanti, la superficie cittadina ricopre almeno il territorio di una grande metropoli europea. Poco per volta finiamo in zone sempre più desertiche. Incontriamo alcuni laghi, caratteristici per la parte costiera azzurra, mentre verso il centro hanno il colore violetto già riscontrato altrove in questi giorni. Vediamo anche l’alternarsi di colture intensive a fiori e verdure (incluso i carciofi) con zone brulle e pianeggianti, quindi dolci colline con colture più estensive. All’inizio l’autostrada è la M1, che successivamente diventa ad una carreggiata, conservando il limite di 110 km/h. Il paesaggio intorno a Port Pirie continua ad essere fondamentalmente prativo. Dalla Hwy diretta a Port Augusta svoltiamo verso l’interno in direzione di Wilmington. Ma poco prima, con una deviazione di 7 km su uno sterrato veramente degno di questo nome, andiamo a vedere l’Hancocks Lookout che si apre su Port Augusta e tutto lo Spencer Gulf, sconfinando con lo sguardo nella Eyre Peninsula. Per raggiungere Haricocks Lookout risaliamo una strada erta ed abbastanza stretta, con a lato pareti rocciose tipo dolomite, molto accattivanti. Lungo la strada sterrata ci imbattiamo in una fattoria, alquanto isolata e brulicante di animali al pascolo. Il bello di vedere poca gente sparsa su un territorio vasto! Incontriamo un paio di canguri a passeggio. Da Wilmington in 39 km raggiungiamo la cittadina di Quorn, che sembra essersi fermata all’epoca pionieristica. Facciamo benzina e compriamo da bere in uno spaccio che vende un po’ di tutto, in particolare abbigliamento stile cow-boy. Dove se non qui! Da qui inizia il vero Outback.

In corrispondenza dei fiumi si trovano degli avvallamenti che la strada segue con marcate cunette. In rare occasioni si vedono ponti costituiti da tubi, per consentire il passaggio dell’acqua in condizioni di piogge normali. In caso di alluvioni occorre verificare la profondità dell’acqua per capire se si può passare o meno. A supporto esistono degli indicatori di profondità. In effetti i fiumi dell’Australia Centrale non vanno da nessuna parte. Piove poco e quelle poche volte diluvia, creando alluvioni in un terreno non abituato a ricevere pioggia e dove non esiste una rete idrica di torrenti che confluiscono nei fiumi. Essendo tutti normalmente in secca, quando c’è acqua i fiumi vagano a seconda dell’inclinazione del terreno, inabissandosi o finendo prosciugati dal sole. Nel letto dei fiumi e soprattutto sui bordi c’è una vegetazione assai ricca, in particolare prosperano gli eucalipti, da sembrare veri e propri viali alberati lungo le sponde, appena percettibili. Il rovescio della medaglia rispetto alla maggior idratazione sta nel fatto che le inondazioni particolarmente violente possono sradicarli; per questo sopravvivono maggiormente quelli che si trovano sulle sponde. Vista la frequenza delle cunette, rileviamo che è letteralmente impossibile costruire dei ponti ovunque, pertanto si è preferito seguire il letto del fiume e, nelle rare occasioni in cui piove, bisogna stare attenti ai cartelli che indicano “floodway”. Questi segnali ci accompagneranno per tutto l’Outback e anche sulla costa orientale.

La prateria è il classico bush australiano con rari alberi e pascoli assai magri. All’arrivo ad Hawker andiamo rapidamente a compiere il sentiero del Jarvis Hill per raggiungere l’apposito Lookout da cui osservare il tramonto. Facciamo anche un breve tratto del Jensen Trail. Purtroppo non riusciamo ad avvistare i famosi quanto rari Wallaby dalle zampe gialle (yellow feet). Pernottiamo al Hawker Hotel e ceniamo con due belle bistecche nel ristorante omonimo. I tipi che lo frequentano non sono tutti raccomandabili, mentre i cartelli che invitano a non esagerare nel bere e nel giocare d’azzardo ci inducono a pensare che esista qualche problema sociale.

Pernottamento: Hawker – (Hawker Hotel)




Day 6: 25 agosto 2007

Giro nelle Flinder Ranges e si parte verso nord. Coober Pedy: curiosa capitale dell'opale.

Al mattino ci deliziamo con un the fatto in casa (utilizzando il bollitore che si trova appositamente nel corridoio adiacente la nostra stanza) ed un paio di muffins comprati il giorno prima. Partiamo presto per il FLINDERS RANGES N.P., a Parachilna svoltiamo per la Moralana Scenic route. Il traffico non rappresenta un problema, tanto da non vedere mezzi motorizzati fino a metà mattinata. La Moralana è completamente sterrata e si viaggia mantenendo una velocità di crociera sui 50 km/h. Ma non c’è problema, è lo splendore del paesaggio circostante a consigliarci una guida tranquilla. E’ curioso notare come degli eucalipti quasi sradicati dalle piene dei fiumi si aggrappino alle poche radici rimaste e riescano a sopravvivere in questo ambiente tanto ostile. Di tanto in tanto si vedono dei canguri far colazione, pecore allo stato brado e degli emù. La flora è splendida (Foto2), varia dai singoli fiori di colore intenso, ai cespugli o prati interi rivestiti di viola. La primavera è esplosa in una serie di colori che contrastano con la terra arida. Risaliamo un tratto fine a Wilpena, famoso per l’omonimo Wilpena Pound, una conca di 80 kmq che influenza decisamente le precipitazioni nella zona. Rientrando sulla strada che da Hawker porta a Quorn vediamo parecchie fattorie abbandonate. Negli anni 40 dell’ottocento vi si erano stabiliti diversi pionieri attratti dalle abbondanti praterie e avevano costruito delle fattorie portandovi grandi mandrie. Dopo i primi anni floridi sono subentranti periodi di siccità, che sono ciclici e possono durare anche una decina d’anni, costringendo l’abbandono delle farms e all’abbattimento degli allevamenti. A tale scopo è nata una triste industria dedita all’abbattimento del bestiame e al parziale utilizzo del pellame e altro materiale. A memoria di questa storia vi si trovano la Nelson e la Gordon Historic Site.

Di particolare interesse anche il Death Rock, dove gli aborigeni locali andavano a morire.

Prima di arrivare a Stirling North attraversiamo una bella zona collinosa ricca di fioriture, affiancata dal Pichi Richi Railway, che vediamo “sfrecciare” davanti a noi ad un Railway Crossing come se ci stesse aspettando. Questa è una delle ferrovie più classiche dell’epoca pionieristica, oggi rimodernata e riadattata a fini turistici. Port Augusta ci appare come una bella cittadina, tranquilla, con una baia sul mare, verde compatibilmente con quanto possibile. Facciamo il pieno di benzina e prendiamo la strada che punta diritto verso nord, la Stuart Hwy A87 non prima d’aver fotografato la biforcazione che andando a sinistra attraversa l’Australia meridionale fino a Perth mentre a destra si dirige verso il centro e porta a Darwin nel nord. Un cartello avverte che da lì in avanti per centinaia di km saremo “soli con i nostri pensieri”. Il paesaggio è subito quello classico del bush, con arbusti, ginestre e fioriture da sogno, in particolare le Desert Pea Flower, di un rosso intenso che spicca in contrasto coi colori meno vivaci di quanto gli sta attorno. Tra l’altro è anche il simbolo del South Australia. Ci fermiamo sovente per fare delle foto e continuiamo purtroppo a vedere dei canguri uccisi sul lato della strada. Incontriamo qualche lucertola e piccoli iguana. Questa è la regione maggiormente popolata da canguri, in quanto riescono ad abbeverarsi presso vasche dove affluisce acqua pompata in superficie da sistemi azionati eolicamente. Gli abbeveratoi sarebbero per gli animali allo stato brado, ma loro ne approfittano. Così come approfittano anche che la dog fence (vedi oltre) impedisca ai dingo di cacciarli. Sostiamo nel villaggio dei misteri, Woomera, rimasta off limits fino all’inizio degli anni ’90, essendo stata per decenni il centro operativo di esperimenti nucleari effettuati nelle zone circostanti. E’ stato o forse è tutt’ora centro di detenzione di clandestini e potrebbe ospitare in futuro delle scorie radioattive. Un curriculum niente male per un paese che ci appare tranquillo, persin bello, molto occidentale nelle sue aiuole curate e parecchi spazi verdi per lo svago ed il gioco dei bambini, tipico da compound creato nel tentativo di allietare la presenza in un ambiente di per sé estremamente ostile. A ricordo del suo passato resta un’esposizione di arerei militari. Gli ultimi 250 km sono ancora più aridi e con vegetazione bassa. Dal punto di vista estetico sono meno validi di quanto abbiamo percorso in precedenza. Arriviamo a Coober Pedy quando è ormai pomeriggio inoltrato, prendiamo possesso della nostra stanza precedentemente prenotata da Anne B&B, in un dugout, sistemazione atipica quanto confortevole. Si tratta di abitazioni all’interno della roccia, scavate per ricercare l’opale (di cui vanta di gran lunga la maggior estrazione mondiale) e successivamente rese abitabili. Hanno il grosso vantaggio di mantenere la temperatura costante sui 25° in un luogo dove il caldo arriva ad essere soffocante per buona parte dell’anno.

Facciamo due chiacchiere: ci spiega come la stanza dove dormiremo sia stata scavata come ampliamento, giacchè esisteva un pozzo esplorativo per la ricerca delle pietre preziose. Tutto l’ampio alloggio è ricavato sotto terra ed esistono due camere per gli ospiti. Il paese ci appare strano, meno trasandato di altri visitati finora, ma cela qualcosa di misterioso.

A parte la strada principale, tanto le strade che i marciapiedi sono sterrati in terra rossa. Queste diventano un ammasso di fanghiglia nel momento in cui piove. Infatti le precipitazioni si aggirano sui 10 mm. mensili in inverno e 20/25 in estate, ma hanno sempre carattere temporalesco e le strade si trasformano in torrenti di fango. Sembra l’ironia della sorte che quel poco di pioggia che scende debba abbattersi in questo modo. La vegetazione è molto scarsa, il paese sembra nudo, non solo per le scarse piogge ma anche per il terreno infertile. Arriviamo giusto in tempo per vedere il tramonto, ceniamo in un ristorante gestito da greci (è il meglio che passa la località, ma è di livello più che apprezzabile) con garfish e barramundi (il pesce nazionale australiano). E’ sabato sera ed in giro c’è vita: ragazze scorrazzano con un’euforia probabilmente causata dalla droga, mentre alcuni aborigeni si aggirano in evidente stato d’ebbrezza. A parte questo, tutto tranquillo. Rientriamo che è ancora abbastanza presto ed abbiamo l’occasione di fare una lunga chiacchierata con Anne. A parte lo scambio di alcuni punti di vista di carattere generale, ci racconta degli aneddoti sulla sua interessante vita e sul paese che la ospita ormai da qualche decennio. E’ nata nell’Oregon ed è arrivata all’inizio degli anni settanta quando Coober Pedy viveva ancora in un’epoca pionieristica. Appena giunta dall’America, è andata in una “station” come si chiamano le farms che si trovano nell’outback più isolato, questo a dimostrare di un personaggio che fin dall’inizio aveva le idee chiare su come evitare i luoghi affollati. Quando arrivava in paese le sembrava di trovarsi in una metropoli. All’epoca fare una passeggiata nell’outback poteva anche risultare fatale, perdersi era facilissimo. La cartellonistica è poi venuta in aiuto, ma ci narra come da giovane, quando andava in giro, avvisava sempre qualcuno del percorso che intendeva intraprendere. E’ una persona assai particolare, convintamente ecologista, uno spirito libero legato a questa terra, che pur non essendo sua, l’ha accolta e di cui si è innamorata, scrivendo perfino un libro sulla storia ed i costumi del paese, in costante mutamento. Si è sposata con Joe, un bosniaco che ha anche fatto il minatore, come quasi tutti gli altri componenti maschili di questa comunità. Cinque anni fa è stata in Liguria (a Cipressa) per un mese ed ha visitato il paese natale del marito.

Qui l’acqua è un bene estremamente prezioso: devono cercarla a grandi profondità, pomparla e dissalarla, in quanto tutta l’acqua che riescono a far emergere è salata. Del resto un milione d’anni fa qui c’era il mare e a tal proposito ci mostra alcune conchiglie che ha trovato nel circondario. Quando hanno scavato la stanza hanno trovato alcuni pezzi di giornale al fondo del pozzo, che ha provveduto ad inquadrare.

A Coober Pedy si estrae il 90% dell’opale australiano, che corrisponde a sua volta al 70% di quello estratto nel mondo. La vita dev’essere abbastanza difficile proprio per l’assenza di paesi vicini, quindi è la limitatezza di contatti ed attività che si possono svolgere a pesare sul carattere. A nostra richiesta su come la gente possa incontrarsi, anche tra ragazzi e ragazze, ci narra di come ogni anno in diversi momenti vengano organizzati dei rodei o corse di cavalli ai quali partecipa tutta la popolazione, almeno come spettatori e fungono da momento di incontro e socializzazione. E’ una delle poche occasioni che servono anche per favorire incontri fra esseri di sesso opposto. Quando gli abitanti delle “stations” arrivano in città vengono chiamati “la gente del bush”. Racconta anche del tizio che era con lei nella station, il quale saputo di una maestra che di tanto in tanto andava a tenere lezioni in una farm isolata, dove c’erano bambini che apprendevano via telegrafo (la cosiddetta School of the Air) si è messo in macchina ed ha guidato per un paio d’ore solo per andarla a conoscere. Lo sforzo è stato proficuo in quanto oggi formano una coppia felice. Questo insegna che nell’outback non bisogna lasciar sfuggire nessuna occasione. Dopo qualche anno la nostra sinora si è trasferita in “città” dove ha incontrato una vita decisamente più moderna. Adesso, essendo in pensione, trascorre l’estate sulle Adelaide Hills, dove attualmente si trova suo marito. Sembra che goda di una discreta salute finanziaria, sebbene Joe non pare aver fatto una grande fortuna come minatore. Pochi si sono arricchiti con l’opale, e quei pochi hanno bruciato i soldi in alcol, gioco e pessimi investimenti. Esiste purtroppo un fiorente mercato della droga che trova dei facili clienti negli aborigeni. Secondo lei questa è la ragione perché sono emersi problemi di ordine pubblico, come le due auto della polizia fatte saltare in aria. La guida dice inotre che è stata fatta esplodere la stazione della polizia. Lei cerca di minimizzare quanto accaduto, negando alcuni fatti e sostenendo che l’accessibilità all’esplosivo usato negli scavi abbinata ad alcune teste calde venute in cerca d’avventura hanno creato qualche problema in passato, ma ora tutto è sotto controllo e Coober Pedy è un paese vivibile. Senza dubbio è stata una città di frontiera dove animi temerari e poco affidabili l’hanno resa come un far west. Può anche darsi che le cose siano migliorate ma il passato di certo non depone a favore di un ritrovo per santi, il che la rende ulteriormente affascinante e intrigante. Attualmente si ha proprio l’impressione di trovarsi “in the middle of nothing”, con un paesaggio molto simile quello che le immagini ci riportano di Marte, con in più i serpenti più velenosi del mondo nei dintorni.

Pernottamento: Coober Pedy – (Anne’s Dugout) 

   



Day 7: 26 agosto 2007

La traversata del deserto per arrivare al cospetto dell'Ayers Rock nel momento del tramonto.

Per colazione Anne ci prepara dei muffins fatti ad hoc per noi. La sentiamo preparare i dolci almeno mezz’ora prima che suoni la sveglia.  Insieme al resto apprezziamo anche la marmellata di Cuandong, frutti simili a pesche selvatiche che crescono spontanee nelle zone semidesertiche. Per non urtare la suscettibilità degli aborigeni locali che si ritengono i legittimi proprietari anche dei frutti pendenti nel loro territorio, Anne va a raccoglierli ad un’ottantina di km e prepara la marmellata che ci troviamo nel piatto. Il gusto e buono ma non migliore di molti altri, certo che conoscendone la storia diventa più appetibile. Andiamo a fare una passeggiata nel primo mattino della domenica, tutto è silenzioso intorno a noi. Visitiamo un paio di musei (Cave hotel e Umuda) ovviamente dedicati all’opale e vediamo la chiesa cattolica dall’esterno, anch’essa sul modello dugout. Un cartello riporta che è chiusa per restauri, ma sembra che manchi proprio tutto, dai parrocchiani al prete. Ci intratteniamo ancora con Anne per farci raccontare che esiste una regolamentazione molto precisa per ottenere le licenze: queste vengono concesse a singoli individui, i quali possono essere anche in partnership ma il territorio è limitato. Questa regola può essere in qualche modo bypassata intestando una licenza ad un famigliare ma tutto rimane nell’ambito della piccola impresa. Se non viene esercitato per un certo periodo di tempo, la licenza viene revocata ed affidata ad altri. Sebbene su 3000 abitanti la popolazione arrivi da almeno 45 Paesi diversi, sembra che una svolta epocale sia alle porte. Stanno per essere aperte delle grandi miniere nei dintorni e questo potrebbe aumentare notevolmente il numero di residenti, snaturando quel sottile equilibrio che si è venuto a creare col tempo. Si tratta di giacimenti di rame, uranio e d’oro. Il loro sfruttamento non è ancora iniziato ma le varie società si stanno organizzando per poter avviare i lavori quanto prima. In una di queste miniere che si trova a circa cento km di distanza contano d’impiegare circa 400 dipendenti.

E’ curioso sentire come chi abita da queste parti da decenni finisca per temere i luoghi ricchi di foreste o folta vegetazione, quasi che vi si trovasse qualche entità nascosta; è vero che sotto questo aspetto il deserto garantisce la massima trasparenza. Lasciamo questo paese dai tratti somatici molto particolari e ci avviamo sulla Oodnadatta Rd., dietro consiglio di Anne, per le Breakaways. Sono sostanzialmente due le attrattive d’interesse: la prima è la Dog Fence, una recinzione in direzione est-ovest di 5600 km, la più lunga del mondo nel suo genere, creata appositamente per impedire l’ingresso dei Dingo nella parte centro meridionale dell’Australia a protezione dei greggi di pecore. Parte dalla costa a sud e si ferma quando incontra la foresta pluviale, dove non è più territorio per i Dingo. Infatti l’allevamento australiano viene diviso in due aree: quella a nord della Dog Fence viene adibita al pascolo dei bovini, mentre quella a sud è per gli ovini. Si tratta in realtà di una rete a griglia con dei pali in legno, resasi necessaria per impedire che i cani selvatici facessero scempio delle greggi. Svoltando verso nord per 17 km vediamo il secondo motivo della deviazione, si tratta di un deserto collinoso con alcune montagne erose delle Breakaways, dagli splendidi colori che vanno dal bianco, al giallo e al rosso. Intorno a noi vediamo frequenti dune di riporto degli scavi effettuati dai cercatori di opale. I nomi delle colline sono personalizzati e dedicate a varie entità: un capo, due cani, ecc. Ovunque, anche sulle cartoline, vi sono cartelli che avvisano di fare attenzione a non finire dentro i pozzi d’estrazione. Rientriamo dopo una trentina di km sulla Stuart Hwy dopo aver percorso il tratto su strada sterrata ed esserci fatti un discreto massaggio anticellulite. Andiamo in direzione nord verso Marla. Ci sono delle zone aride mentre altre sono maggiormente coperte dalla vegetazione tipica dei luoghi che vedono la pioggia molto di rado. Entriamo nello Stato del Northern Territory con paesaggio abbastanza simile, segnato da alternanza di zone in cui sopravvivono solo alcune specie di spinifex ad altre dove la vegetazione è un po’ più ricca. Svoltiamo sulla Lasseter Hwy in direzione di Uluru. Un episodio curioso ci viene da un anziano aborigeno con l’auto ferma sui bordi della strada. Lo vediamo che si sbraccia per attirare la nostra attenzione, ci fermiamo e con un inglese stentato ed il volto contornato da mosche ci dice che è rimasto senza benzina, chiedendoci infine 10 $. Intuendo un paio di contraddizioni quali il cofano aperto che nulla ha a che vedere col serbatoio vuoto e la notevole distanza dalla prima stazione di servizio, lo congediamo senza commenti e senza concedere l’elemosina al malcapitato, il quale dev’essere restato a secco di alcolici, prima ancora che di benzina. Ne avremo la conferma al nostro ritorno tra un paio di giorni. Purtroppo l’alcolismo è una piaga grave tra la popolazione locale, così come la droga ed il parassitismo.

Fortuna che la guida ci avverte della presenza di Mt. Conner ed evitiamo di riconoscerlo erroneamente anzitempo per Uluru, è comunque una bella “mesa”, altopiano roccioso stile Monument Valley nel piatto assoluto che lo circonda. Ci riforniamo di benzina a Curtain Springs, un piccolo villaggio ben tenuto “in the middle of nothing”, come dicono da queste parti. La benzinaia si stupisce quando aggettivo come piccolo il suo paese e semiseria mi chiede se mi sembra piccolo un paese che ha un’estensione di un milione di acri. Lungo i frequenti parcheggi ci sono dei punti pic-nic all’ombra (sovente corredati di barbecue) e serbatoi d’acqua per potersi dissetare in caso di necessità, segno evidente della pericolosità del caldo nel periodo estivo. Proseguiamo mantenendo i 110 km/h per non incorrere nei severi controlli della polizia ed arriviamo al Sunset Point, al cospetto dell’Ayers Rock/Uluru proprio 10 minuti prima che il sole per oggi si congedi da queste terre. Siamo finalmente davanti al più grande monolite del mondo, ritratto in ogni dettaglio su tutte le pubblicazioni che parlano dell’Australia e, vestito con l’abito da sera, risulta veramente degno della sua notorietà. Il suo aspetto è caratteristico fin da distante e i colori cangianti man mano che il sole si abbassa fino a raggiungere il violaceo, gli conferisce una suggestività magica. Riconosciamo il Sunset Point per il nugolo di persone appostate con ogni genere di obiettivi e macchine foto in attesa del momento del tramonto. Forse sarebbe persino più divertente mettersi dall’altra parte e fotografare questa folla di astanti, alla quale ben presto ci aggreghiamo anche noi. Rientriamo soddisfatti all’Outback Pioneer Resort, disposto in blocchi di quattro stanze comunicanti con il resto del resort tramite marciapiedi illuminati da una luce fioca. Andare in bagno di notte significa orientarsi e fare qualche decina di metri in mezzo alla vegetazione tropicale. Chi riesce a trovare il centro … servizi incontra poi anche la lavanderia con tanto di asse e ferro da stiro a beneficio di coloro i quali decidono di risciacquarsi interamente dopo le esperienze nell’outback. Anche i ristoranti sono in sostanza delle tettoie aperte, in particolare dove andiamo noi si passa dal banco del macellaio e ci si cuoce la carne a piacimento. Prendiamo un mix composto da uno spiedino di coccodrillo, uno di canguro, würstel di emù e di carne bovina. Si fa cuocere il tutto sulla piastra, con le cipolle a parte. Cerchiamo uno spazio disponibile su uno dei tanti tavoli disposti tipo birreria, nelle cui vicinanze si esibisce un cantante country. Il tutto può sembrare un inno alla rusticità, ma in un posto così non poteva essere più simpatico. Qui il self service della ristorazione australiana si fonde bene con la qualità dei prodotti e l’ambiente circostante. Self service anche per le bevande all’apposito banco del bar. Una peculiarità è data proprio da questo servizio che prima di somministrare una semplice birra chiede di vedere la chiave della stanza, un modo come un altro per evitare intrusioni di polverosi aborigeni. Così facendo si salvaguarda la loro salute, nonché quella della fiorente industria turistica che ben attecchisce in questo deserto.

Pernottamento: Yulara - (Outback Pioneer Lodge)




Day 8: 27 agosto 2007

A spasso fra i monoliti di Ayers Rock e Olgas, nella terra degli aborigeni.

Sveglia alle 5,30 per andare a vedere l’alba. Del resto prima ci si sveglia e più a lungo durano le vacanze! Un the fatto in camera, corroborato dal latte che troviamo nel frigo. Ci addentriamo direttamente nel parco avendo già acquistato ieri il biglietto pari a 25 $ e raggiungiamo il Sunrise Point, che sembra meno spettacolare del tramonto ma vale comunque la sveglia di buon ora. Effettuiamo il periplo del Rock fermandoci per compiere il sentiero del Multitjulu Waterhole, pozza d’acqua sacra agli aborigeni. Visitiamo il cultural centre, incentrato sulla cultura e la religione degli aborigeni. Nelle foto riportanti soggetti aborigeni deceduti, questi vengano coperti da un velo nero con la scritta “scusate ma la tradizione vuole così”. Non era più facile togliere semplicemente la foto e sostituirla con un’altra di aborigeni vivi e vegeti? Il centro culturale ci offre un’idea di massima sulla cultura aborigena e stupisce come questa civiltà abbia potuto sopravvivere in ambiente tanto ostile e povero sotto tutti gli aspetti, non ultimo quello climatico, capace di passare dal caldo torrido al freddo pungente o dalla siccità alle piogge torrenziali. La cultura che ne è scaturita probabilmente non è comparabile con altre indigene con le quali siamo venuti in contatto in questi anni e ci pare alquanto sopravvalutata nella mitologia decantata a beneficio dei turisti. D’altro canto va in qualche modo reso onore alla gente locale, capace di sfruttare il poco che viene concesso da queste terre.

Lo stesso vale per la flora e la fauna, appositamente modificate dalla Natura per poter sopravvivere a tanta austerità climatica. Non sembra un caso che una delle principali città australiane si chiami proprio Darwin, in onore del famoso naturalista ottocentesco, il quale proprio nell’emisfero australe trovò la conferma delle proprie teorie. Accanto al centro aborigeno si trova un negozio che vende artigianato locale. Si tratta soprattutto di quadri fatti con una serie di punti che bene si integrano coi gusti moderni, pur creando in alcuni casi un lieve fastidio visivo. Vengono dipinti intingendo una punta nel colore e lasciandola cadere in modo che formi un punto sulla tela. Il negozio propone anche oggettistica fatta in legno quali serpenti o lucertole derivati da dei rami, oltre ai didgeridoo che troveremo ovunque. Questi strumenti musicali emettono un suono simile alla musica elettronica dei nostri tempi, quasi si trattasse di una nemesi storica. Apprendiamo alcune informazioni utili: più lo strumento è lungo e più è facile da suonare, più è spesso di diametro e migliore è l’acustica. I migliori sono poi di alcune specie d’eucalipto ma in generale questo legno è tutto buono. Sono da evitare quelli di bamboo, molto meno costosi ma oltre a suonare male si crepano facilmente e pertanto non servono nemmeno per essere appesi alla parete di casa. Ci orientiamo verso le Olgas (Kata-Tjuta in aborigeno) per percorrere il sentiero di 7,4 km della Valley of Winds ed a seguire quello della Walpa Gorge (2 km a/r) dove si trovano una rupe suggestiva e una pozza tra le rocce. Queste formazioni rocciose, sebbene meno imponenti, sono persino più interessanti dell’Ayers Rock. Non essendoci molta frequentazione possiamo meglio assaporare il silenzio emanato dalle rocce. In generale troviamo un pubblico assai silenzioso ed in numero inferiore rispetto a quanto ci si potrebbe attendere dalla fama di questi luoghi. La temperatura diurna si mantiene calda ma ventilata, comunque molto gradevole e temperata all’ombra. La caratteristica delle Olgas sta proprio nella roccia, che sembra essere come del cioccolato alla nocciola. La roccia durante un’attività erosiva è stata formata dal magma che ha inglobato delle pietre levigate di varie dimensioni. Tutto è stato poi sapientemente lisciato dall’opera del tempo. Le pareti sono più alte di Uluru, mentre in più punti si formano delle Waterholes, dei piccoli laghetti creati dall’acqua di scolo e trattenuti dal fondo roccioso. Proseguiamo per il sunset point per un rapido pic-nic con del cheddar che ci portiamo dietro da Adelaide ma perfettamente conservato. Lungo il percorso da e per le Olgas ci fermiamo in alcuni punti per fotografare delle piante, fiori, bassi arbusti che crescono nella sabbia. Una sabbia simile a quella usata nei campi da tennis. Il contrasto tra il verde o il giallo degli arbusti con lo sfondo rosso crea degli scorci degni di nota. Avendo ancora un po’ di tempo a disposizione ne approfittiamo per effettuare un altro giro in auto intorno all’Ayers Rock, questa volta in senso antiorario, andando a vedere la roccia da vicino. Differentemente dalle Olgas si nota l’uniformità della stessa. Esistono sì dei buchi tipo groviera ma per il resto si tratta di roccia monolitica. Facciamo il Mala Walk passando in alcuni punti assai curiosi: il Mala Puta, che non è un traduzione dallo spagnolo, bensì una zona sacra alle donne e dove è assolutamente vietato fotografare pur non essendoci nessun richiamo particolare. Il rischio è una multa che arriva fino a 5.000 $. Ci sono anche altre pareti del monolito che contengono pitture rupestri, nonché delle zone dove sembra quasi essere stata scavata un’onda di pietra alla base della montagna. Il punto dove parcheggiamo è anche la partenza della salita al Rock, sulla quale i cartelli fanno letteralmente del terrorismo invitando a non salire per motivi religiosi degli indigeni, paventando una serie di malori, disperdendosi in raccomandazioni che occupano metri quadri di cartellonistica. Valutiamo che nelle condizioni odierne l’ascesa non rappresenti un chè di eccezionale, tuttavia ci atteniamo a quanto richiesto dagli aborigeni in materia religiosa e restiamo alla base. Rispettiamo la sacralità del luogo più ancora delle intimidazioni dell’ente parco. Torniamo indietro sulla Lasseter Hwy, andiamo verso nord sulla Luritja Rd ed in 300 km raggiungiamo il King’s Canyon Resort giusto in tempo per andare a vedere il tramonto. Lungo la strada la vegetazione è a fusto più alto, meno desertica. Occorre tenere presente che siamo al massimo delle fioriture e che quanto stiamo vedendo rappresenta la realtà solo per qualche mese all’anno. Ci sono dei pannelli illustrativi che indicano come i semi possano sopravvivere fino a dieci anni nel terreno secco per poi spuntare alle prime piogge e sviluppare l’intero ciclo vitale in un solo mese, per far ricadere i semi nel terreno, pronti ad aspettare le nuove precipitazioni quando arriveranno. E’ una dimostrazione come la natura sappia operare dei miracoli nel più assoluto silenzio. Un dingo gira intorno alle camere del lodge, a spiegazione del cartello che nella reception invitava caldamente i turisti a non nutrirli. Questi cani selvatici se si abituano ad essere sovvenzionati dall’uomo aumentano in aggressività nei periodi difficili fino ad uccidere dei bambini, come è già capitato.

Ceniamo con un filetto di canguro alla griglia nel ristorante del resort. Atmosfera rustica, complessino country e non ci sembra d’essere da nessun’altra parte che nel Red Centre dell’Australia! Per digerire facciamo due passi ad osservare i pannelli che spiegano la storia della scoperta del Canyon. In effetti Giles venne qui solo nel 1872 e ancora nel 1960 la famiglia Cutterhill arrivò nella zona in condizioni pionieristiche, fondò una station e costruirono le prime strade. Quelle asfaltate vennero più tardi. Tant’è che in diversi punti questa zona è da considerarsi ancora assai arretrata dal punto di vista turistico, e questo lo diciamo con un riguardo positivo. Il resort si integra bene, limitando l’impatto ambientale. Nel bar a fianco del ristorante ci sono alcune foto che dimostrano come la pioggia possa arrecare notevoli danni. Tutte le floodway erano strapiene e gli stessi fuoristrada riuscivano a malapena ad attraversarle.

Pernottamento: Kings Canyon - (Kings Canyon Resort)




Day 9: 28 agosto 2007

Kings Canyon: giochi di geologia e colori - Alice Springs: il capoluogo del Red Centre

Ci svegliamo alle 6 approfittando del fatto che siamo in ferie e che tutto sommato possiamo prendercela comoda… Oggi il programma prevede la visita del Kings Canyon. Ci incamminiamo per il Kings Canyon Walk, un circuito di 6 km che si consiglia di percorrere all’alba per cogliere al meglio le variazioni cromatiche e non patire il caldo. Parte subito ripido con una scalinata naturale aggiustata per facilitarne la salita. Ci portiamo così sul margine superiore del canyon, lo costeggiamo lungo il suo versante occidentale facendo una serie di deviazioni per vedere l’appicco che scende esattamente sulla verticale, in particolare il Cotterhill Lookout, dove ci spingiamo sul bordo tenendoci ad un albero temerariamente cresciuto nella roccia per scattare alcune foto. Arrivando verso il fondo del canyon si giunge al Garden of Eden, un’oasi di verde cresciuta grazie ad alcune pozzanghere pressoché perenni e alla posizione riparata dai venti. E’ veramente un pullulare di alberi in una zona dove il rosso del deserto domina su tutto. Alcune passerelle consentono di transitare dall’altra parte dove, sempre in quota, si attraversa quella che viene chiamata Lost City. Queste formazioni rocciose formatesi grazie al taglio verticale in varie sezioni sembrano più a dei nuraghi o a ad enormi ravioli. Trattandosi invece di rocce sedimentarie, formatesi quindi orizzontalmente, sono state erose partendo dall’alto e consumandosi di più nella parte superiore, formando infine dei coni tali da apparire simili a cupole di una città fantasma. Il canyon si è formato circa 400 milioni di anni fa in seguito alla frattura della parte superiore detta sandstone (arenaria), una pietra sabbiosa di colorazione rossastra ed un peso specifico assai leggero. Sotto una crosta pietrosa dura, lo strato sottostante si sbriciola allo sfregamento come sabbia. La parte inferiore che si chiama Carmichael Stone ed è addirittura più friabile, quasi terrosa, così che dopo una prima erosione lungo il Sandstone si è arrivati al Carmichael, il quale è stato eroso anche orizzontalmente andando sotto lo strato superiore e lasciandolo in posizione pensile. Ad un certo punto quest’ultimo si è fratturato in modo netto, creando il canyon come lo vediamo ora. I frammenti della roccia rotta dalla caduta si vedono ancora adesso.

Iniziamo la discesa sul lato opposto rispetto a dove siamo saliti. In questo ambiente desertico e pietroso è curioso notare come in ogni fenditura dove le radici riescano raggiungere la terra o che l’acqua possa in qualche modo ristagnare, sia pure per un breve tempo, lì cresca della vegetazione. Sembra proprio che il terreno le provi tutte per far germogliare quanto cade nel suo grembo. Esistono begli esemplari di palme basse, senza tronco ma con foglie degne delle loro parenti che si trovano lungo le coste. Dove s’incontrano delle cicadee, una sorta di mimosa, l’aria si riempie di un profumo molto tenue ma inconfondibile. Incontriamo anche un lucertolone lungo almeno una quarantina di centimetri, ci fa la lingua e s’insinua in mezzo alle rocce. Ancora un giro a percorrere il fondo del canyon, il King’s Creek Walk di 2,6 km a/r. Molto belle le fioriture che offrono uno spettacolo senza pari. Alle 10,45 la temperatura raggiunge i 31°, riprendiamo la strada in direzione di Alice Springs ripercorrendo la stessa via fino a Erldunda. Tanto il Mereenie Loop che la Giles Rd. sono percorribili solo da fuoristrada, pertanto non adatti ai nostri mezzi. Ad un certo punto lungo la strada vediamo delle sfere, variano dalle dimensioni di una mela a quelle di un melone. Sembrano essere cadute da un camion che le trasportava. Ad un’osservazione più ravvicinata notiamo invece che sono legati ad una pianta simile a quella di un melone, il cui fittone è ormai secco e quasi invisibile. Per questo sembrano buttate lì senza una ragione; non riusciamo però a capire se sono utili in cucina oppure no. Rapida visita al King’s Creek Resort dove incontriamo alcuni dromedari, discendenza di quelli portati qui dagli afgani, quando queste erano le “navi del deserto” ed i cammellieri erano fra i pochi che osavano sfidare queste aspre regioni. Vennero mandati in pensione quando fu costruita la ferrovia del Ghan (vedi oltre). Adesso servono per portare i turisti a fare delle passeggiate.

In questi giorni di esperienze desertiche abbiamo osservato come gli alberi abbiano delle foglie talvolta di verde intenso ma sempre molto sottile e dalle quali, schiacciandole, non esce linfa. Al tatto sembrano secche pur essendo verdi. Questo vale anche per gli eucalipti, specie simili agli oleandri, mimose o conifere. Esistono invece dei fiori che sembrano secchi, come quelli che da noi vengono messi ad essiccare per ragioni ornamentali. Sono invece vivi e vegeti, solo che la Natura li ha adattati al minimo consumo idrico. Alcune piante hanno invece le foglie come salvia ed un colore che si potrebbe accostare all’assenzio, molte di esse presentano una certa pelosità. Lungo la Lasseter Hwy rincontriamo il nostro aborigeno di qualche giorno prima, in un altro posto ma sempre senza benzina. Dev’essere proprio uno sbadato… Questa volta riesce a beccare un equipaggio con fuoristrada e caravan. Non riusciamo a capire se gli sia andata bene o male: anziché i contanti gli hanno rifilato un po’ di benzina, anche se non era questo il suo obiettivo! Alle 15.30 siamo ad Alice Springs per vedere ancora il museo della Royal Flying Doctor Service, sito a fianco dell’ospedale. Questo centro è stato creato da Flynn per offrire un supporto sanitario alla popolazione dell’outback. La gentile signora che ci spiega la storia e la struttura del servizio ci racconta come nella zona le piogge siano molto incostanti, a distanza di pochi metri si può passare dall’alluvione alla siccità. Le air strip (piste d’atterraggio) vengono costruite a fianco dei paesi o delle stations per consentire l’atterraggio di piccoli velivoli, dal momento che le strade sono sterrate ed il primo centro abitato può distare diverse centinaia di km. Alcune air strips si trovano addirittura sulle strade asfaltate e vengono utilizzate assai di rado; ne abbiamo vista una nei giorni scorsi andando ad Hawker. Sono infatti più frequenti nel South Australia. Esistono delle normative molto ristrette per il loro utilizzo. Le strade vengono bloccate dalla polizia almeno un’ora o un’ora e mezza prima che l’aereo debba atterrare.

Raggiungiamo il Todd Tavern, un hotel centrale con servizi in comune. Estremamente funzionale e tranquillo come interessa a noi. Il rapporto qualità prezzo è senz’altro migliore del Resort di Yulara, solo che questo costa 50 $ mentre l’altro 180 $ la stanza. Passeggiata per la via centrale ricca di negozi che vendono souvenirs, ma anche di giardini e alberi, tale da dare l’idea di una città vivibile, anche se ci consigliano di parcheggiare l’auto in una zona videosorvegliata adiacente all’hotel. Sembra che i dintorni non siano sempre raccomandabili, ma il centro è tranquillo ed ospitale. I cartelli che indicano in ogni punto il divieto di consumare alcolici ed alcuni aborigeni che ciondolano inermi non scalfiscono l’opinione positiva, pur mantenendo gli occhi aperti. Ceniamo nel ristorante dell’hotel con un piatto di canguro ed una rib-eye. Ancora due passi per vedere la città by night. Il Todd Mall, la via principale corre poche decine di metri parallela al Todd River, quasi sempre in secca, anche lui ricco di eucalipti lungo le sue rive. Di quella specie capace di conservare serbatoi sotterranei d’acqua nella parte superiore delle sue profonde radici, utilizzati durante i periodi secchi. Si racconta che gli aborigeni sopravvivessero proprio conoscendo questo segreto, che venne successivamente carpito dai primi pionieri. Le foto del Todd River durante le piogge mostrano come assuma un carattere torrentizio ed invada sovente i ponti che l’attraversano.

Pernottamento: Alice Springs - (Todd Tavern)




Day 10: 29 agosto 2007

West McDonnell Ranges: tappe suggestive nel Red Centre - Tramonto ad Alice Springs.

Intraprendiamo la Larapinta Drive che porta alle WEST MACDONNELL RANGES. Ci fermiamo pochi km dopo Alice Springs per sostare al Flynn’s Grave, dove si trova la tomba del fondatore della Royal Flying Doctor Service. Il reverendo, ordinato nel 1912, fino al 1951 è stato responsabile del RFDS. E’ curioso rilevare come su questa tomba si trovasse una pietra prelevata dal Devil’s Marbe Park, siccome questo urtava la suscettibilità religiosa dei locali aborigeni è stata poi rimossa e sostituita, dopo una lunga serie di trattative, con un’altra pietra proveniente dalle MacDonnel Orientali, dove la mitologia aborigena vuole che si trovassero i bruchi che avevano creato quelle montagne. A prescindere dalla differente sacralità attribuita dai locali alle pietre, resta il fatto che Flynn ha contribuito in modo essenziale allo sviluppo dell’outback creando un servizio sanitario che parte dall’uso di due invenzioni relativamente nuove: l’aereo e la radio. Per la precisione occorre ricordare che attualmente i soccorsi dell’RFDS vengono forniti per l’80% alla popolazione aborigena e che la maggior parte di essa lo venera, a prescindere i problemi sorti in seguito al posizionamento della lapide. Deviamo sulla Namatjira Drive dove il paesaggio è assai brullo e la terra molto rossa, sebbene la prima parte assuma un colore rosa antico. La zona di Glen Helen è assai alberata, con piante di fusto medio-basso e terra intensamente rossa. La strada segue fedelmente le ondulazioni del terreno creando un gioco di saliscendi. Ci spingiamo fin dove diventa sterrata ed inizia la Mereenie Loop Road che porta a King’s Canyon, ma è praticabile solo per i fuoristrada. Abbiamo così raggiunto il punto più distante per incominciare da qui una serie di soste che ci porteranno a vedere i punti più interessanti delle Ranges. Innanzitutto il bel lookout che dà sul Mt. Sonder, quindi il Glen Helen waterhole con tutta una serie di uccelli acquatici ed il bel paesaggio offerto da questo laghetto dal fondo del canyon. Andando a ritroso visitiamo la Ormistone Gorge, la quale è un po’ in ombra e risaltano gli eucalipti con la loro corteccia bianca. E’ curioso notare come questi alberi talvolta cadano, si svuotano all’interno, ma all’esterno continua correre la linfa e spuntano dei rami, ma sarebbe meglio chiamarli veri e propri tronchi tali da formare un nuovo albero innestato su quello caduto. Qualche km dopo vediamo gli Ochre Pits, una scarpata dove si avvicendano vari tipi di roccia che raccoglie tutta una serie di colori, varianti dal giallo al violaceo. In questa zona venivano appunto gli aborigeni per raccogliere i colori che usavano a dipingere e per pitturarsi il viso. Ellery Creek Big Hole è sempre sul lato sinistro orografico. Si tratta una grande pozza d’acqua che riflette le rocce sovrastanti, i colori sono splendidi e qualcuno ne approfitta per fare il bagno nelle sue fresche acque. Abbiamo impostato il giro delle bellezze delle MacDonnell Occidentali in questo modo per poter essere allo Standley Chasm a mezzogiorno, proprio nel momento in cui il sole si infila a perpendicolo nello stretto canyon, illuminando direttamente il passaggio e di riflesso le pareti con accese tonalità d’arancione. Il canyon scende perpendicolare e visto da certi punti sembra che le pareti vengano a toccarsi. Il punto più stretto non supera comunque i 2 mt. di larghezza. Questo è l’unico sito a pagamento delle Ranges; la tariffa è modica, ma ai turisti “sbadati” una zelante gestrice lascia un foglio sul parabrezza dell’auto ricordando di compiere il loro dovere al ritorno. Noi siamo ligi e ci sdebitiamo fin da subito. Il Simpson Gap è forse meno caratteristico ma comunque assai interessante. E’ famoso per ospitare una ventina di wallabies grigi dai piedi neri, che non si fanno vivi stante l’orario di primo pomeriggio ed il sole incalzante. Preferiscono restare nascosti all’ombra delle rocce che contornano la fenditura.

Rientriamo ad Alice Springs per dare un’occhiata alla vecchia stazione del Ghan con annessa locomotiva d’epoca. Si tratta del vecchio servizio ferroviario che collegava Adelaide con Alice Springs. La strada ferrata venne costruita negli anni ’50 dell’ottocento ma dovette essere spostata ben presto con ulteriori, notevoli sacrifici in quanto il primo tracciato attraversava intere regioni soggette ad alluvione e non poteva quindi garantire il servizio per lunghi periodi, salvo essere regolarmente spazzata via dalle correnti. La nuova ferrovia risale ad inizio secolo scorso ed è stata spostata più a ovest, mandando in rovina i villaggi sorti intorno alle stazioni del vecchio percorso. Queste fanno attualmente parte di un’interessante percorso di città fantasma transitabile solo con dei fuoristrada. Torniamo quindi in città per una doccia ed a seguire ci dedichiamo allo shopping. Vediamo tutta una serie di didgeridoo, alcuni dei quali sembrano interessanti, ma ci accontentiamo di acquistare un paio di boomerang. I colori e le decorazioni a punti sono quelle tipiche della cultura aborigena e probabilmente si integrano bene con un arredamento moderno o etnico.

Il carattere della gente dell’outback è abbastanza freddo, non ispira una grande simpatia. Sono poco inclini allo scherzo o alla battuta, retaggio di ambienti ostili che col tempo ne hanno forgiato il carattere. A parte Anne di Coober Pedy, una persona di cultura con la quale non mancano certo i discorsi, negli altri abitanti che incontriamo e coi quali ci intratteniamo anche solo per poche parole, rileviamo cortesia, correttezza, ma non hanno molto del carattere gioviale e simpatico che fa la reputazione dell’australiano medio. Ad Alice Springs abbiamo un’ulteriore conferma di come, aldilà di quanto millanti la retorica sull’integrazione razziale, bianchi ed aborigeni restino sempre due mondi separati. Da un lato i primi che gestiscono le attività commerciali e in generale ogni attività a contatto con il pubblico, dall’altro il mondo degli aborigeni che vivono anche logisticamente ai margini della città. Non li si vede impiegati neanche in lavori che in altri Paesi sono tipici della bassa manovalanza indigena. A prescindere dal colore della pelle negroide con capelli che arrivano fino al biondo e ad un corpo più basso e tozzo dei neri, si distinguono subito anche per strada in quanto viaggiano di solito su auto americane, vecchie e fumanti, stipate all’inverosimile.

Senza volerne ricercare qui le cause risulta innegabile che questa gente viva ai margini della società. Resta comunque impensabile come la cultura occidentale e quella aborigena possano integrarsi senza che una delle due debba snaturarsi o prevaricare sull’altra. Troppo diverse e distanti, possono solo cercare una convivenza a distanza e soprattutto impedendo l’urbanizzazione degli indigeni, cosa che li porterebbe ad assimilare quanto di peggio la nostra civiltà possa fornire.

Prima di cena andiamo ad ammirare il tramonto sulla collina che sovrasta la città da nord: l’Anzac Hill. Splendida la vista sulle MacDonnell Occidentali appena visitate, dietro le quali il sole si eclissa con un bagliore incandescente, mentre sulla città cala la sera e verso sud si vede il netto intaglio dove passa la strada che giunge da Adelaide, rappresentando il punto di divisione fra le Ranges occidentali da quelle orientali. In una tranquilla e mite serata, si cena nel dehor del Red Ochre, con un piatto unico a base di canguro, coccodrillo, emù e cammello. Quest’ultimo ha una carne un po’ dolciastra ma gradevole. La medaglia del migliore spetta senz’altro all’emu, presentato in sottili fette affumicate. Il coccodrillo con la carne biancastra come un pesce ed il canguro sono invece due piacevoli conferme. Sulle birre preferiamo la Victoria Bitter ma non disdegniamo anche le altre che ci vengono proposte di volta in volta. Sfruttiamo una formula assai frequente in questo Paese: prenotando un tavolo al ristorante entro le 18 e presentandosi a cena entro le 18,45 si ha diritto ad uno sconto del 20% sui pasti. Con il buio che incalza verso le 18,30 e l’appetito che incalza ben prima, non abbiamo problemi a sfruttare la vantaggiosa offerta e reinvestire immediatamente lo sconto in un dessert.

Pernottamento: Alice Springs - (Todd Tavern)




Day 11: 30 agosto 2007

Desert Park: alla soperta della vita nel deserto - Volo sulla costa del Pacifico a Cairns.

Oggi il programma non prevede molti km, in auto perlomeno. Andiamo a vedere il Desert Park che si trova vicino ad Alice Springs, giudicando da alcune immagini che le MacDonnell Orientali non siano poi molto diverse da quelle Occidentali, per quanto molto affascinanti. Questo museo all’aperto però ci aiuta a conoscere meglio la sorprendente vita che si annida in un ambiente tanto inospitale. Ci vengono fornite delle cuffie ed un registratore che accendiamo nel momento in cui arriviamo in corrispondenza di un determinato numero. Impariamo che conoscendo alcune specie di erbe si può sapere quali assorbono l’acqua dal terreno e pertanto risalire alle fonti sotterranee. Gli aborigeni erano naturalmente specializzati nel trovare acqua in questo modo. Ci si rende anche conto come il deserto celi a suo modo un supermercato o una farmacia, vista la varietà di piante i cui frutti hanno caratteristiche nutrizionali o mediche. Accattivante la parte dedicata agli animali notturni, ospitata in una costruzione a sé stante illuminata al minimo con luci particolari per non disturbare gli animali. Vediamo il famoso Thorny Devil (una lucertola che ben si mimetizza con una foglia secca), alcuni pitoni, mammiferi (wallabies, wombats, ecc.) ed uccelli. Poco dopo abbiamo occasione d’assistere alla rappresentazione dei rangers, i quali si esibiscono con alcuni falchi ammaestrati, nonché un dingo che ha fatto la sua comparsa alla fine. Altrettanto interessante, forse anche di più, è stato il centro di documentazione. Per comprendere la variazione dei colori del deserto c’è una serie di posters che illustrano il susseguirsi delle stagioni ed evidenziano come tutto muti rapidamente dopo le scarse piogge, per tornare come prima dopo poche settimane.

Ci rechiamo all’aeroporto di Alice Springs, lasciamo l’auto e alle 14,25 h. partiamo in direzione di Cairns. Il piccolo aeroporto è recente, moderno, con tutta una serie di disegni o foto che ripercorrono la storia pionieristica del luogo, nonché le moquettes che ricalcano l’arte tradizionale aborigena. Atterriamo a Cairns nel Queensland alle 17,00 (+ ½ h. di fuso orario) dove la situazione è molto diversa: di tanto in tanto assistiamo ad una spruzzata di pioggia finissima, classica dei tropici, mentre l’umidità si fa sentire, particolarmente per noi che arriviamo dal secco Red Center. C’è da immaginarsi come si viva durante il periodo estivo, che è poi quello delle piogge. Andiamo in centro, dove nel frattempo abbiamo prenotato all’Hotel Global Palace, che a discapito del nome altro non è che un ostello. Ad una prima vista ci sembra bello, di recente costruzione e la sua posizione centrale ci consente di visitare facilmente la città. Nella notte si rivelerà un inferno grazie alle mura sottili e agli ospiti che a nessun’ora ne vogliono sapere d’andare a dormire. Ceniamo con coccodrillo (ottimo!) ed un piatto di pesce misto con calamari e frutti di mare. Il ristorante si trova sul lungomare, molto affollato, ma l’atmosfera è di quelle gradevoli. Una passeggiata finale sull’Esplanade per vedere Cairns by night, in particolare la laguna che fronteggia l’oceano ed il pontile tutto in legno. Qualche rapido scroscio ci accompagna di tanto in tanto, mentre un’idea ci assale. Passiamo non per caso al porto dove sono ancorati i catamarani che portano sulla barriera corallina, iniziamo ad informarci in alcune delle molte agenzie che offrono tours. Ma non prenotiamo… forse la notte insonne che ci attende porterà con se qualche buon consiglio.

Cairns è una città molto vivace, molto aperta ed adatta alla gioventù che ama divertirsi nei locali. C’è una vasta presenza di popolazione asiatica, trovandosi in posizione accogliente per chi emigra dall’Estremo Oriente. Il lato negativo della medaglia sta nello stile trasandato e nella sporcizia che s’incontra fuori delle strade principali: è vero che c’è mondanità, ma quella che si vede in giro sembra abbastanza di basso livello. E’ curioso notare come soprattutto a Cairns, ma anche in altre cittadine come Alice Springs, pullulino le agenzie che propongono viaggi e tours per gruppi. Probabilmente grazie all’estensione del territorio ed al fatto che i turisti arrivino soprattutto in aereo, si rende poi necessario portarli a vedere le varie attrazioni. Quindi, oltre alle numerose iniziative dedicate alla barriera corallina, queste agenzie sono piene di opuscoli che pubblicizzano giri in pullmann di uno o più giorni con destinazione le mete più famose dei dintorni. Evidentemente queste formule non sono molto praticabili in Europa dove la più parte dei turisti si muove in auto o con in pullman, ma non organizzati in prossimità dei luoghi da visitare.

Pernottamento: Cairns – (Global Palace) -




Day 12: 31 agosto 2007

Mossmann: foresta tropicale e visita a zuccherificio. Sul Daintree River alla ricerca dei coccodrilli.

Praticamente dopo non aver chiuso occhio, andiamo alla reception per manifestare il nostro disappunto e minacciando di scrivere un rapporto sfavorevole alla Lonely Planet, che invece lo raccomandava, otteniamo il rimborso della seconda notte prenotata in precedenza e puntiamo su Port Douglas. Nel frattempo andiamo a fare colazione ed una passeggiata per scoprire quello che il giro notturno ci ha impedito di vedere.

Giunti a Port Douglas cerchiamo subito una sistemazione per le due notti successive e la troviamo al Port O’Call. Qui prenotiamo anche il tour di domani sulla barriera corallina con la Quicksilver. Alle 11,15 lasciamo questo incantevole porto di pescatori che ha saputo conservare la sua naturalezza o meglio, ha saputo tenere ben separata la parte storica dalla quella moderna, relegata nella zona adibita all’attracco dei catamarani. E’ infatti questo il punto di partenza per visitare quella che tutti sostengono essere la zona più bella della barriera corallina, quella di Angincourt, dove ci recheremo domani. Puntiamo intanto verso nord, un paio di foto dal Belvedere di Flagstaff Hill, per finire a Mossmann. Vediamo che c’è uno zuccherificio in zona e che vengono condotte delle visite. Essendo la prossima alle 13,30 h, ne approfittiamo per fare un salto alla Mossmann Gorge, dove seguiamo un sentiero di 2.7 km che porta a visitare la foresta pluviale e spiccano alcuni fichi di dimensioni mastodontiche. Arriviamo puntuali alla Sugar Mill per la visita guidata e ripercorriamo l’iter di produzione dello zucchero: una volta mietuta, la canna viene caricata su vagoni e portata allo stabilimento. Il percorso consente di vedere dapprima il processo di triturazione, quindi di separazione dello zucchero dalla melassa tramite rotazione centrifuga, infine di asciugatura ed evaporazione per ottenere lo zucchero così come lo vediamo. La canna da zucchero vale attualmente sui 9 $ la tonnellata quando è grezza e 22 $ quando è diventata zucchero. Ha cicli annui e proprio in questo periodo avviene la mietitura. Ovunque si vedono file di vagoni carichi sui binari a scartamento ridotto lungo le strade, in attesa di andare allo zuccherificio. I cicli sono di 5 o 6 anni, dopodichè il terreno viene lasciato respirare. Il lavoro presso lo zuccherificio è stagionale, qui lavorano un centinaio di persone, quando la stagione finisce alcuni gruppi di operai si fermano per fare le manutenzioni mentre altri si cercano diverse occupazioni per la stagione estiva. Il personale è soprattutto addetto ai controlli in quanto la produzione è del tutto automatizzata. Acquistiamo un barattolo di sciroppo di canna per averne il dolce ricordo su qualche pancake.

Alle 15,30 consumiamo alcuni pezzi di cioccolata e pane mentre procediamo in direzione nord, questo è il lauto pranzo che ci viene concesso. Lungo la Captain Cook Hwy è tutta una piantagione di canna da zucchero. Con una deviazione di 10 km arriviamo al Daintree Village, dove saliamo a bordo di una piccola imbarcazione e per 20$ effettuiamo un tour di un’ora sul Daintree River. Di per sé il fiume, seppure interessante al tramonto con una ricca vegetazione di foreste a mangrovia che lo costeggia, non varrebbe il giro. Quello che attrae infatti è la popolazione di coccodrilli che lo abita. Sono i temibili estuarini, i coccodrilli che assalgono anche l’uomo non per difesa ma per nutrirsi. Il nostro cicerone è anche il conduttore del piccolo natante a motore, ha l’aria di chi è vecchio del mestiere e conosce bene tanto il fiume quanto gli animali che lo abitano ed i turisti. Ci racconta di come allo stato selvatico per un coccodrillo sia difficile raggiungere l’età adulta. Normalmente le uova vengono mangiate da animali o quando sono piccoli trovano nemici fra i pesci ed i loro stessi parenti. Infatti il coccodrillo è una delle poche specie cannibali. Narra queste storie con un misto di ribrezzo ed ironia nei confronti dei rettili, i quali in fondo gli procurano anche il pane quotidiano. La nostra caccia fotografica produce effetti positivi: ne avvistiamo quattro, di cui uno un po’ nascosto ed uno piccolo, che dobbiamo avvicinare molto poiché perfettamente mimetizzato, aderente su radici grigiastre che escono dall’acqua. Uno dei grandi riusciamo ad avvicinarlo ed è immobile con la bocca aperta per riscaldarsi. Arrivano a raggiungere una lunghezza di 6 mt., quello che abbiamo visto più da vicino raggiungeva i 4 mt e ci sembrava già enorme. Vivono su un territorio tutto loro, a distanza non inferiore ad un km. Infatti se ne avvistiamo uno sarà ben difficile incontrarne un altro nelle vicinanze. Cosa che invece ci accade, trovandosi un maschio ed una femmina a pochi metri di distanza, probabilmente per ragioni d’accoppiamento. La cosa è comunque strana in quanto l’accoppiamento avviene verso dicembre. Si nutrono essenzialmente di pesci o animali che vanno a bere nel fiume come canguri, uccelli e bovini. Ci viene riferito che solo lo scorso anno nella zona hanno ucciso dodici mucche. In effetti, oltre la cintura di alberi che contorna il fiume si trovano dei pascoli. L’appostamento avviene di solito restando sott’acqua, dove riescono a stare fino a 4 ore senza riemergere, riuscendo a ridurre il battito cardiaco ad una sola pulsazione al minuto. Quando la preda si avvicina le balzano addosso uscendo dall’acqua con grande determinazione. Hanno un’ottima resistenza a restare lunghi periodi senza mangiare.

Si è trattato di una visita ben narrata dalla guida, il quale gestisce quest’attività con la moglie. Quando i “cacciatori di coccodrilli” s’incontrano fra di loro si scambiano informazioni per facilitare l’avvistamento, oltre ad essere dotati di un istinto affinato per intravedere i rettili in mezzo alle fronde. Per accontentare i visitatori cercano di far avvistare alcuni coccodrilli, ma stanno molto attenti a non disturbarli nel loro habitat. Una sensibilità dettata anche dal fatto che se i coccodrilli dovessero sparire il loro mestiere verrebbe meno. Avvistiamo anche un paio di uccelli notturni durante il loro riposo sugli alberi.

Rientriamo sulla Captain Cook Hwy per puntare ancora verso nord, nonostante sia ormai pomeriggio inoltrato. Attraversiamo su un ferry (18 $ a/r) il Daintree River, giunto in quel tratto ormai alla sua foce. Proseguiamo sulla Hwy verso Cape Tribulation, dove arriviamo circa tre quarti d’ora dopo non senza esserci prima fermati all’Alexandra Lookout. La strada sembra più scura di quanto non dica l’ora. E’ una sorta di galleria scavata fra gli alberi che la ricoprono interamente, in più le massicce nuvole tropicali contribuiscono ad eliminare luce. Non ci sono incombenze di pioggia, ma solo le classiche formazioni che si trovano sui rilievi prossimi all’oceano. Incontriamo molti cartelli che invitano a prestare particolare attenzione ai casuari. Questi splendidi pennuti presentano una formazione ossea sulla testa simile ad un’accetta, quasi un corno, con la quale si aprono la strada nelle fitte foreste tropicali. Bisogna stare attenti perchè se si sentono in pericolo possono attaccare l’uomo con conseguenze anche fatali. Sono molto simili agli emù ma presentano una colorazione più variopinta. Quando rientriamo è già notte e traghettiamo alle 19 h. Cape Tribulation, il cui nome gli è stato dato da Cook, incagliatosi più volte nelle formazioni coralline che si trovano al largo e dove ha dovuto sostare per le necessarie riparazioni. Il villaggio altro non è che un paio di resort e campeggi. Dalla strada non si vede nemmeno la spiaggia ma il percorso è molto valido con frequenti saliscendi su terreno collinoso. Ceniamo nel ristorantino esotico del centro vacanziero che ci ospita.

Pernottamento: Port Douglas – (Port O’Call)




Day 13: 1 settembre 2007

La Grande Barriera Corallina: quando la Natura dipinge scenari da sogno.

Quello di oggi è forse il giorno che ci resterà maggiormente impresso. Finalmente abbiamo un mattino in cui non dobbiamo fare levatacce, così andiamo nel tranquillo centro di Port Douglas a fare colazione e ci dirigiamo verso l’imbarco per prendere contatto con la Quicksilver, il catamarano che ci porterà al largo del Mare dei Coralli. L’attracco comprende una serie di ristoranti e negozi, in sostanza un ampio centro commerciale sistemato fuori dal paese. Alle 10,30 partiamo in direzione della GRANDE BARRIERA CORALLINA, sono 80 km per arrivare ad Angincourt, che si trova sulla parte più esterna della barriera. Poco oltre, la profondità dell’acqua passa da poche decine di metri alle profondità oceaniche che possono raggiungere i 2000 mt. Il viaggio dura un’ora e mezza, passiamo a fianco delle Low Islands e raggiungiamo il pontile ancorato in una zona ricca di coralli. Da qui proviamo la nuova esperienza dello snorkeling. L’acqua del mare riflessa impedisce di vedere quanto si trova sotto, ma non appena indossiamo la maschera con respiratore ed infiliamo la testa sott’acqua ci appare un mondo che non osavamo nemmeno sognare. A pochi metri di profondità (cosa stupefacente se si considera la distanza dalla costa) si apre un universo di coralli e pesci variopinti, tale da sembrare finto. Neanche i migliori acquari possono ambire a tanto. Giochiamo nell’acqua in questo modo per un’ora e mezza. Pranzo rapido al ricco buffet allestito sul catamarano e giro di mezz’ora su una speciale barca col fondo di vetro. Anche qui possiamo ammirare da vicino la bellezza e la varietà del reef, sebbene gli spessi vetri mitighino un po’ i colori vivaci dei coralli. Anche qui i pesci sembrano finti, anch’essi con dei colori da sembrare una sfilata carnevalesca. Ripartiamo alle 14,50, il mare si sta leggermente agitando e le hostess hanno da fare a portare via i sacchetti dei turisti che soffrono il mal di mare. Noi resistiamo stoicamente come due lupi di mare… Attracchiamo a destinazione alle 16 h. Cena in un ristorante romantico lungo la darsena. Per provare qualcosa di nuovo stasera facciamo salire sul tavolo gamberetti con salsa all’aglio, calamari sale e pepe con salsa di chili dolce e verdure, trota oceanica affumicata, tipo salmone. Il dessert è un piatto tipico: la pavlova, una meringa con crema e frutto della passione, probabilmente di origine neozelandese. Passeggiata in centro, che certo non scambieremmo con quello di Cairns. Senza grandi pretese di mondanità, riesce a trasmettere un senso di pace, pur essendo ben frequentato di turisti. Anche l’hotel che ci ospita è molto tranquillo nonostante sia quasi tutto pieno.

Pernottamento: Port Douglas – (Port O’Call)




Day 14: 2 settembre 2007

Atherton Tableland, con le coltivazioni estensive miste a foresta tropicale ricca di laghi e cascate. "Contatto" coi coccodrilli.

Finalmente di nuovo una sveglia di buon ora tanto per non perdere le sane abitudini. Saliamo fin quasi a Mossmann per imboccare la 44 Developmental Road. Con una strada tutta curve ed in salita approdiamo al Lion’s lookout, scendiamo di poco per raggiungere l’ATHERTON TABLELAND sito sui 500 mt slm, contraddistinto da zone boscose, quindi nuovamente in mezzo a piantagioni di canna da zucchero. Seguono zone che paiono incolte, in realtà si tratta di magri pascoli per bovini allo stato semibrado. Degni di nota sono i termitai, alti anche oltre un metro, che in un primo tempo confondiamo con pietre isolate simili a menhir. Il cielo è sereno ma è ancora presto, mentre alcuni canguri ci osservano passare dal bordo della strada. Iniziano a comparire le prime fattorie. Lungo l’altopiano vediamo tutta una serie di piantagioni di banane, mango e avocado: da tempo ci nutriamo di queste bacche o frutti e per la prima volta ne facciamo l’incontro sugli alberi nei loro Paesi d’origine. Per il resto sono coltivazioni di patate e verdure in serra. Colpisce l’incontro col caffé: vediamo delle coltivazioni a noi sconosciute, fermiamo l’auto e chiediamo lumi ad alcuni operai che stanno montando delle tubazioni per l’irrigazione. Quello che ci ha detto trattarsi di piantagioni di caffé ci invita anche ad assistere all’inizio della raccolta per l’indomani e ci chiede da dove veniamo. Quando gli diciamo di essere italiani gli brillano gli occhi e ci informa di essere originario della Calabria. Ciononostante dobbiamo continuare la conversazione in inglese, che rappresenta l’unico lingua in comune. Forse conosce ancora qualcosa di dialetto, ma non ci potremmo comunque capire. Attraversiamo Atherton ed arriviamo a Yungaburra, presentata come un tipico villaggio ottocentesco, tappa inderogabile per tutti i tour organizzati che di solito spendono qui il tempo del pranzo. In realtà vediamo qualche costruzione stile Queensland originale, ma non un vero e proprio paese con l’atmosfera d’antan. Va però detto che tutto è ben ordinato ed accogliente. Il grande numero di ristorantini, bar e possibilità di pernottamento sono il segno evidente che il benessere è portato dal turismo. Il tempo si è nel frattempo annuvolato ed il verde circostante assume colori meno brillanti, vediamo il Curtain Fig con un’interessante passeggiata nella foresta pluviale, un enorme fico caduto su un altro albero e rimasto quindi inclinato. Lungo tutto il tronco sono spuntate delle radici che hanno raggiunto la terra facendolo diventare simile ad un’arpa. Proseguiamo per il Lake Eacham, purtroppo col cielo coperto non rende al meglio del suo splendore. Sarebbe la sosta ideale per un pic nic nelle giornate di bel tempo. Vediamo alcuni tacchini selvatici con la testa rossa. Infine andiamo al Red Cedar Tree, un po’ una delusione per quanto sia molto bella la passeggiata nella foresta. Dopo un lungo percorso in auto su sterrato e l’avvicinamento a piedi ci troviamo di fronte al niente: l’albero è stato atterrato da un tornado abbattutosi su questa zona lo scorso anno dopo una vita lunga oltre cinquecento anni. Il ceppo alto un paio di metri è tutto quel che rimane dello storico cedro. Anche qui i fichi hanno una base tutta particolare, sembra trattarsi di pareti separatorie, utili invece come rinforzo contro i frequenti tifoni. Andiamo a Millaa Millaa che è ridotta ad una ghost town e percorriamo il Waterfall Circuit, cominciando con le spettacolari Millaa Millaa Falls, rese ancora più belle da un bagliore di sole che si staglia proprio mentre arriviamo, poi le Zillie Waterfalls e Ellinjaa Waterfalls, meno imponenti ma comunque belle. Il paesaggio è collinoso con pascoli recintati, dove le mucche brucano tranquillamente sotto il cielo variabile. Questa zona è assai ricca di canguri poiché non vi sono predatori quali i dingo ed è ricca di abbeveratoi per le pecore. Passiamo brevemente per le cascate di Mungalli non prima d’aver assaggiato una Cheese Pie nella diary Farm, dove si producono formaggi biodinamici. Un ottimo posto per ristorarsi, se solo non avessimo fatto un’abbondante quanto indigesta colazione in un bar di Atherton. Il pancake con sciroppo d’acero è pesato come un macigno fritto sui nostri stomaci. Bypassiamo un paio di cascate, giudicando d’averne viste abbastanza per oggi, ed intraprendiamo un sentiero nel Palmerstone Wooroonooran N.P. scendendo oltre un km e mezzo in una rigogliosa foresta tropicale. La foresta lascia quindi spazio alle coltivazioni di banane (con i frutti appesi agli alberi) e canna da zucchero man mano che scendiamo verso sud-est in direzione di Innisfail. E’ una zona verde e ricca, dove la pioggia raggiunge i 3500 mm. di pioggia all’anno, il che la rende meno attraente dal lato turistico ma assai più da quello agricolo. Visita ad un allevamento di coccodrilli (Foto2)alla Johnstone Crocodile Farm, che ospita il maggior numero di tali rettili nel Nord del Queensland. Vediamo prima i coccodrilli nelle rispettive gabbie con un eclettico domatore che ci offre un saggio sull’aggressività dei rettili andandoli a molestare con un rastrello e venendo ripetutamente attaccato. Solo l’esperienza gl’impedisce di finire sul menù odierno di uno di questi. Qualche brutta esperienza deve comunque averla vissuta viste le cicatrici che si ritrova sugli arti. Alle 15 è ora di pranzo e vengono nutriti con dei mezzi polli. Ci viene raccontato come i loro coccodrilli vengano allevati per ottenerne carne commestibile e pellame destinato alla produzione di borse, portafogli, ecc. I più grandi non hanno valore come pelle o carne e vengono tenuti per l’esibizione ai turisti, uno di essi raggiunge la lunghezza di 6 mt. E’ curioso notare come in bocca la lingua faccia contatto col palato impedendo all’animale di inghiottire acqua quando tiene la bocca aperta sott’acqua, salvo aprirsi per far passare il cibo senza essere masticato. Ci confermano che possono trascorrere ore sott’acqua senza respirare. Possono sopravvivere anche per dei mesi senza cibo, pertanto sei / otto pezzi di pollo possono bastare come nutrimento per un anno, mentre loro per tenerli bene glie ne danno una sessantina. Possono vivere fino a 50 / 60 anni. Molti stanno immobili con la bocca aperta per potersi riscaldare: necessitano di una temperatura intorno ai 30/32°, 28° è il limite minimo. Mantenendo la bocca aperta “ingeriscono” calore che la dura corazza non può far passare. Cambiano fino a 46 volte i denti, praticamente cadono e ricrescono in continuo e quando diventano vecchi li perdono completamente. Cionondimeno possono essere pericolosi: vediamo un vecchio animale chiudere la bocca con una tale forza da spezzare qualunque oggetto si trovi preso fra le gengive. In questo caso il mezzo pollo sembra letteralmente sparire tra le fauci. Per uccidere i giovani coccodrilli da carne li stordiscono prima con un dispositivo elettronico posto dietro la testa, quindi vengono rovesciati e finiti per essere squoiati e ricavarne carne e pelle. Vediamo anche dei canguri, wallabies, casuari, pitoni per farci la foto insieme, alligatori americani e un piccolo dingo. I coccodrilli di fiume sono ben riconoscibili dal corpo più minuto e dalle fila di denti più omogenee, si dice che non siano pericolosi per l’uomo, certo che vederne uno vicino non dev’essere una bella esperienza anche senza chiedergli a quale razza appartenga. Sono ormai le 16,30 ed iniziamo il primo tratto di discesa verso sud sulla Bruce Hwy nr. 1, prima verso Ingham poi verso Townsville. Il cielo si è rasserenato nonostante passiamo per Tully, che è la città più piovosa d’Australia con una media di 4000 mm di precipitazioni annue. La conferma ci viene dal verde lussureggiante che ci circonda. Non trovando sistemazioni prima di Townsville, raggiungiamo la capitale del nord Queensland, 150.000 abitanti, una vera metropoli per queste regioni. Andiamo a cena verso le 20 nella Palmer Street, la via dei ristoranti, dove troviamo un grill messicaneggiante che fa al caso nostro e ci saziamo con filetto e tortillas con gamberetti. Una curiosità è data dai bicchieri della birra o altre bevande: vengono conservati in frigo prima di essere serviti ai clienti. Lo stesso vale per il frigobar degli hotel, i quali contengono anche i bicchieri vuoti. Passeggiata nel centro, dall’aspetto molto particolare. The Mall, come tutti i centro città è un CBD, centro commerciale con studi professionali e negozi. Pur essendo domenica sera s’incontrano parecchi bar e ristoranti chiusi mentre in altri si affolla una massa umana urlante, probabilmente ci sono delle partite di football australiano in corso che attivano gli accaniti sostenitori, nonché bevitori. C’è uno scarso passeggio di gente locale e ci sembra di essere gli unici turisti avventuratisi fin qui.

Pernottamento: Townsville – (City Central Motel)




Day 15: 3 settembre 2007

Timone verso sud: la Whitsunday Coast e la Capricorn Coast, fino al tropico del Capricorno a Rockhampton.

Partiamo alle 6,45 h. puntando il timone in direzione sud (e che altro potevamo fare!). La giornata è bella, il paesaggio inizialmente è costellato da piantagioni di canna e mango, per lasciare spazio ad un classico bush con frequenti pascoli. Lungo il percorso incontriamo anche dei cammelli al pascolo. Saliamo una ripida rampa fino in cima ad una collina dalla quale si dominano kmq di pianura sottostante per una ventina di km a sud di Ayr. Proseguendo la nostra corsa in direzione del tropico del Capricorno raggiungiamo Mackay al fondo della WHITSUNDAY COAST, dove la guida consiglia una visita più che giustificata a Bucasia Beach. Troviamo un negozietto molto interessante dove acquistiamo quanto basta per il pranzo odierno e quello dei prossimi giorni. Compriamo infatti due calde meat pie, il piatto nazionale australiano, una sorta di tortina quadrata o rotonda di pasta frolla salata, al cui interno si trova un gustoso ragout speziato. A volte viene aggiunto anche del formaggio. Buona idea per uno snack. Una settantina di km a sud di Mackay incontriamo una spiaggia dove con sommo stupore vediamo gli alberi crescere nel mare lungo la costa. Non si tratta di mangrovie, il tronco è immerso per circa un metro e stupisce come la salsedine consenta a questi alberi di vivere. Le onde sono molto basse, l’Oceano è veramente Pacifico. Alcuni cartelli avvisano di non fare il bagno in quanto si possono trovare dei coccodrilli. Quella che stiamo attraversando è la CAPRICORN COAST. Dopo alcuni acquazzoni anche intensi seguiti da vivaci arcobaleni giungiamo a Rockhampton, città nota per essere la capitale della bistecca. Pernottiamo in un bungalow per 80$, una bella sistemazione che varrebbe la pena apprezzare per qualche giorno. La signora che gestisce il camping ci consiglia per cena il ristorante sito nel locale club di football dove gustiamo ovviamente i filetti di manzo. Ci riforniamo di benzina, quando la giovane benzinaia ci mette in guardia dal passeggiare liberamente per il centro cittadino: una città che lei stessa dice essere bella, con tutta una serie di monumenti di tori piazzati in mezzo alle rotonde o nei punti più impensati, ma non c’è da fidarsi per la presenza di diversi ubriachi e drogati. Confortati anche dalla stanchezza, rientriamo non prima d’aver fatto una foto in notturna al cartello che segna il passaggio del tropico del Capricorno, a poche decine di metri dal nostro bungalow.

Essendo la capitale della carne, con le sue mandrie allo stato libero ed i suoi 50.000 abitanti, Rockhampton è anche la città più western, con una forte presenza di veri cow-boy. Ha un’apparenza molto americana, diversa dal morbido carattere di altre città della costa. E’ curioso notare come l’illuminazione della città sia ridotta all’essenziale, forse anche di meno. Solo la Bruce Hwy, che l’attraversa, è confortata dalla presenza di pali della luce. Tutto intorno è buio fitto ed è poca la luce che arriva dalle abitazioni.

Pernottamento: ROCKHAMPTON – (Southside Holiday Village)




Day 16: 4 settembre 2007

Ancora in direzione sud lungo belle coste del Pacifico e coltivazioni tropicali, superando Brisbane.

Partiamo alle 6,15, lasciando la città con le sue statue dedicate ai tori e con i suoi molti alberghi, parecchi dei quali mostravano inspiegabilmente il tutto esaurito. Mancano 630 km a Brisbane, il tempo si dimostra presto nuvoloso a discapito della splendida alba che ci ha accompagnati alla partenza. Non c’è molto traffico, ma il limite dei 100 km/h ed alcuni camion impediscono una percorrenza più rapida. Le corsie di sorpasso sono rare e superare i trucks è sempre un’impresa ardua. Il paesaggio non dice molto in virtù del tempo scuro e del bush arido. A proposito di Bush, da alcuni giorni sentiamo dire che Sydney a fine settimana sarà sotto assedio per l’arrivo di numerosi capi di Stato, che si riuniranno per una conferenza internazionale. Attraversiamo Childers, ricca di gradevoli edifici storici, belle case con ampie verande, studiate appositamente per creare zone d’ombra e favorire correnti d’aria nei momenti più caldi. A Gympie, ma non solo, la strada raggiunge il minimo geografico: attraversa la città da cima a fondo con un limite da centro urbano e non può essere diverso. Peccato che ad attraversarla vi siano anche camion rumorosi quanto inquinanti. Stupisce ulteriormente in quanto la strade viene percorsa frequentemente da turisti, i quali per raggiungere le splendide isole della barriera sono costretti a tediarsi lungo la Highway oppure a volare. 30 km a sud di Gympie diventa finalmente a due carreggiate, ma noi dobbiamo presto congedarci per andare a percorrere il tratto da Maleny a Mapleton. Il tratto segue una dorsale molto panoramica, che in altri momenti dev’essere una delle strade fra le più spettacolari della regione. Una pioggia mista a foschia di stampo autunnale ci impedisce una visuale come si dovrebbe. Sono dei bei villaggi, con un fine tocco di stile francese, probabile che molti coloni venissero proprio dalla Francia. Ci rifocilliamo con due brioche fatte in casa ripiene di vaniglia e cioccolato, acquistate in una pasticceria artigianale. Rientriamo sulla Hwy. nr 1 costeggiando alcuni campi coltivati ad ananas, proprio mentre li stanno raccogliendo. Per la prima volta vediamo come avviene il taglio. Con una sorta di machete, il raccoglitore lo deposita su un tapis roulant e il frutto finisce dentro un cassone trainato da un trattore. Il tempo è sempre grigio e di frequente pioviggina. Stante una serie di ragioni decidiamo di non entrare neanche a Brisbane. Già non avevamo individuato grandi attrattive, poi il maltempo ha fatto il resto. Siamo costretti ad un’ora di coda sulla tangenziale a causa d’un incidente. Mentre procediamo lentamente la nostra attenzione cade sui camion che trasportano grandi cisterne d’acqua. Ne abbiamo già visti diversi di questi mezzi, uno dei quali era sul nostro stesso traghetto per Kangaroo Island. Si tratta di enormi cisterne in plastica per contenere acqua, un indice di quanto l’Australia si stia aridificando e si cerchi di conservare il più possibile l’acqua piovana. Anche in zone tropicali, dove in certe stagioni l’acqua è persin troppa, durante l’inverno non vi sono possibilità di reperire acqua dolce. Superata finalmente la metropoli con il suo caos stradale continuiamo su una superstrada col limite dei 110 km/h, mentre il tempo è quasi costantemente votato alla pioggia. Questo rende anche privo di significato vedere Byron Bay, il punto più a est dell’Australia. Ci rifugiamo infine a Ballina, un bel paesino sull’oceano, sotto una pioggia torrenziale. Pur arrivando presto (alle 18 siamo già in camera anche se la giornata è iniziata dodici ore prima) non possiamo vedere molto della città, a causa il buio che già l’avvolge. L’hotel ha la reception stile drive in, una vera manna con questo tempo da diluvio. Ci consoliamo della giornata piovosa con un ristorante di cucina orientata verso i gusti thai. Assaggiamo il pesce del giorno che è rappresentato da un merluzzo fresco grigliato ed un piatto di pesce cucinato su ricetta orientale. Ci incuriosisce che il ristorante sia “not licensed”, cioè non sia abilitato alla vendita di alcolici. Gli avventori entrano pertanto con una bottiglia in mano che consegnano all’ingresso e gli viene riconsegnata al tavolo aperta insieme ai bicchieri. Per un europeo questo sistema è incomprensibile: intanto bisogna decidere cosa bere ed acquistarlo prima di recarsi al ristorante, poi non se ne vede l’utilità: così facendo si può entrare nel locale con un barile di birra ed uscirne fradici, senza peraltro che il gestore ne abbia un profitto, anzi deve ancora lavare i bicchieri! Ad ogni buon conto, non conoscendo gli usi locali, andiamo ad acqua. Buoni anche il muffin e il pudding a coronamento della cena. Altra cosa sarà digerire il tutto dopo una giornata molto sedentaria.

Pernottamento: Ballina - (Homestead Motel)




Day 17: 5 settembre 2007

Ultimo trasferimento verso le Blue Mountains. Le "montagne di Sydney"

Facciamo un rapido giro esplorativo nel paese, nonostante il forte vento. Poco dopo la partenza ecco di nuovo la pioggia che ci accompagna. Quando arriviamo a Grafton il cielo sembra aprirsi di quel minimo per lasciar trasparire i colori del cielo. La strada continua ad essere una statale con qualche corsia per il sorpasso di tanto in tanto. Il lato positivo della velocità limitata sta nel fatto che possiamo osservare lo svolgersi della vita quotidiana in queste località non molto turistiche. Era il nostro obiettivo, ma ce ne viene offerta l’opportunità anche oltre il desiderato! Va bene che non ci sono molti camion e riusciamo comunque a mantenere una media sugli 80/90 km/h. Stanno continuando a costruire l’autostrada per decongestionare le località attraversate dalla Hwy, ma con una ventina d’anni di ritardo, pur tenendo in considerazione il recente sviluppo del Paese. Poco prima di Newcastle vediamo dei “fauna crossing”. Altro non sono che pali di legno ai lati della strada collegati da una rete tubolare come una manica a vento a maglie per far passare gli animali, non sappiamo quali specie si azzardino ad attraversare la strada arrampicandosi su un palo, attraversando aggrappati ad una rete con sotto un traffico infernale ed infine scendere dal palo opposto. Questi fauna crossing si trovano a distanza di ca. 500 mt uno dall’altro.

Sulla Pacific Hwy incontriamo ancora pioggia, freddo e qualche attraversamento di piccoli paesi. Giunti a Newcastle la Hwy diventa autostrada a due corsie e riusciamo a mantenere i 100 / 110 km/h. Il limite è basso nonostante l’autostrada sia bella poiché sono consentite inversioni a U e ci si può immettere dalle strade laterali. Pranziamo con la solita gustosa meat pie in un autogrill che ricalca le sembianze di Uluru. Il paesaggio è collinoso, coperto dal bush. Giunti alla periferia nord di Sydney svoltiamo verso ovest per dirigerci verso le Blue Mountains passando per Windsor e da qui lungo la Bells Line of Rd. fino a Lithgow, dove tanto per cambiare piove. Lungo la strada costeggiamo la ferrovia turistica e ci manteniamo sempre su una larga dorsale, di tanto in tanto compaiono frutteti fioriti nel loro tipico abito primaverile. Alloggiamo in un motel in stile americano col parcheggio davanti alla camera e questo è già positivo considerando il meteo. L’alloggiamento è gradevole per quanto la costruzione abbia già i suoi anni. Ceniamo in un piccolo ristorante che non avremmo mai immaginato di trovare in una città rustica come Lithgow. E’ persino chic! La porta d’ingresso dà su una saletta reception, che a sua volta porta sui due lati verso le sale, dove arde un camino, che arreda e scalda. La padrona, che poi funge anche da cameriera, ci propone alcuni piatti tipici. Assaggiamo un filetto di canguro destinato a rimanere nella nostra memoria ancora per molto tempo. Un’interpretazione degna delle migliori cucine.

Pernottamento: Lithgow - (Lithgow Valley Motel)

 



Day 18: 6 settembre 2007

Blue Mountains, un intrico di rocce e vegetazione. L'arrivo a Sydney.

Il programma prevede la visita delle Blue Mountains, ma purtroppo il tempo non accompagna. Per quanto vengano chiamate montagne si tratta in realtà di elevazioni che finiscono per appiattirsi ad una quota sui 1000 mt. formando dei piccoli altipiani che cadono ripidamente dentro vasti canyon. La roccia giallastra nobilita il panorama, mentre la vegetazione è fitta all’inverosimile. Questo ha fatto sì che ci volessero oltre 25 anni prima che un uomo bianco riuscisse a superare le Blue Mountains ed arrivare nell’outback pianeggiante che si apre subito oltre. L’appellativo Blue deriva dalle gocce di olio di eucalipto in sospensione che al contatto con l’aria assumono questo colore. Per quanto ci riguarda, non riusciamo ad andare oltre le varie tonalità di grigio! Hartley è una città fantasma, tradita dallo spostamento della ferrovia che ha portato i baricentri della valle in un’altra zona. Restano belle costruzioni in arenaria, fra le quali spicca il palazzo di giustizia in stile classico. A Katoomba non perdiamo il punto panoramico di Echo Point, dal quale si vedono le Three Sisters, formazioni rocciose di grande notorietà che tuttavia non lasciano un segno indimenticabile nella memoria. Le Wentworth Falls con la veduta della Jamison Valley sarebbero invece di maggiore interesse, non fosse per le nebbie che le velano e si dischiudono di tanto in tanto lasciando trasparire un paesaggio maestoso. Possiamo solo immaginare come sarebbe con il sole. Arriviamo finalmente a SIDNEY, quantomeno nella sua periferia. Bruna adocchia un negozio di articoli natalizi e ci vuole un repentino cambio di corsia che potrebbe far sbuffare il più agitato degli automobilisti australiani per riuscire a deviare nella via laterale ed evitare improbabili inversioni su una delle grandi arterie che collegano le sterminate periferie al centro. Visitiamo un’azienda nei dintorni della prima metropoli australiana, andiamo a pranzo in un ristorante che si trova sull’oceano e verso metà pomeriggio ci avventuriamo verso il downtown. Da alcuni giorni, quando diciamo a qualcuno che abbiamo l’intenzione di andare a Sydney, ci guardano quasi come se volessimo andare all’inferno. In effetti abbiamo la fortuna che proprio in questi giorni abbia luogo l’APEC (Asian Pacific Economical Conference), dove partecipano Bush, il premier cinese Hu Jintao, quello giapponese, più gli altri asiatici e sudamericani. Ricchi di mappe sulle strade interdette, quelle a rischio e zone dove si addensano i cortei di protesta, cerchiamo la fortuna per il centro città. Ci va bene e riusciamo ad arrivare in hotel senza incontrare grandi code o qualche pacifista che ci imbratti la Corolla. Di qui sfidiamo barricate e terroristi iniziando il nostro giro a piedi per Sydney. Ci spostiamo verso il Circular Quay ed iniziamo a vedere una città letteralmente sotto assedio. Polizia ovunque, tre elicotteri che girano costantemente sul centro, corsie per le auto blu completamente isolate da inferriate e blocchi in cemento. Il tutto fra la curiosità dei turisti ed i lavoratori che, finita la giornata partono per il weekend. Infatti, anche se domani è solo venerdì, è stato regalato a tutti i cittadini un giorno di vacanza per evitare di congestionare il centro. Vediamo l’Opera House, le cui caratteristiche cupole sono simili a vele gonfiate dal vento, mentre nelle intenzioni dell’architetto vogliono rappresentare foglie di palma. Scattiamo alcune foto da distante in quanto avvicinarsi è off limits. Domani proprio lì si tiene il meeting e tutto è impenetrabile da giorni. Nelle acque del porto girano senza sosta le motovedette della polizia e dei sommozzatori. Riprendiamo anche lHarbour Bridge chiamato “Vecchio Attaccapanni” per la sua caratteristica forma, ci spostiamo per il quartiere rimodernato di The Rocks, il più antico quartiere di questa città che all’epoca della sua fondazione non era altro che un rumoroso e squallido borgo di carcerati, bande criminali, prostitute e balenieri. Oggi invece è caratterizzato da un ambiente gradevole. Non essendo assaliti da un grande appetito ci accontentiamo di qualche dolce in un bar. Rientriamo dopo questa lunga passeggiata che ci ricompensa delle tante ore trascorse seduti in auto nei giorni scorsi.

Pernottamento: Sydney - (Ibis Hotel)




Day 19: 7 settembre 2007

Sydney: metropoli fra le più gradevoli del Nuovo Mondo - Congedo da un Mondo Nuovo.

Rinfrancati per non esserci stati attentati nella notte, ci mettiamo in cammino poco dopo le 7 al fine di rivedere alcuni dei luoghi colti ieri sera con le luci notturne e completare il giro del downtown. Il cielo è estremamente variabile ma sono maggiori gli sprazzi di bel tempo. Raggiungere la zona d’attracco dei traghetti si rivela un’impresa non facile neanche a piedi, stante gli sbarramenti. Ma con alcune mosse d’aggiramento riusciamo a venirne a capo. Vediamo la St. Marys Cathedral, teatro del prossimo incontro del Papa coi giovani nel 2008, saliamo sull’Harbour Bridge per una migliore veduta dell’Opera House e della Skyline (Foto2). Ci dirigiamo quindi verso Darling Harbour, una vasta area ricreativa nella zona del porto dove ha luogo l’esposizione di una serie di fotografie artistiche che ritraggono una trentina fra i luoghi più belli del pianeta. Ad ognuna di esse viene collegato un argomento ambientalista, fornendo informazioni sui più disparati argomenti in merito ai rischi ambientali. Facciamo un giro all’immancabile mercato che ha luogo a Chinatown e recuperiamo l’auto parcheggiata al coperto. Lasciamo quindi Sydney coi suoi conferenzieri ed andiamo verso Marubra per vedere le deliziose spiagge, quasi un congedo dall’Australia. Non sazi scendiamo ancora fino a La Perouse, dove si possono ammirare bei fondali ornati da coste frastagliate. Ed è giunta l’ora dell’ultimo tragitto verso l’aeroporto, dove lasciamo l’auto e ci imbarchiamo per Dubai via Bangkok.




Il carattere degli australiani ci appare abbastanza rude nell’outback, sebbene mai scortese, mentre lungo la costa diventa più tranquillo e rilassato, lo stress non alloggia comunque da queste parti. Una caratteristica positiva di questo carattere è il fair play nel traffico. Non abbiamo visto scene di traffico arrogante e abbiamo provato un senso di stupore le rare volte che abbiamo sentito il suono di un clacson. In ogni caso la grande civiltà della gente si avverte fin dall'inizio, specialmente per chi arriva dall'Italia.

Il legame con la Gran Bretagna finora ha rappresentato un utile supporto ad una Nazione che ha stentato a decollare a causa delle grandi distanze e del sottopopolamento. Sembra che il Paese stia evolvendo, sebbene ai nostri occhi di europei ciò avvenga con ritardo. A titolo di esempio, siamo rimasti sbalorditi nel vedere come le grandi città siano ancora collegate fra loro da statali che attraversano paesini, e le autostrade siano solo adesso in costruzione. Questo non è che l'esempio di un Paese con enormi potenzialità ee è in corso d’evoluzione. Ma per evolvere occorre carattere, non sudditanza. Certe città altro non sono che la fotocopia di loro omologhe americane e anche a livello politico, l’appiattimento sulle posizioni americane, se ha portato dei benefici, rischia di tramutarsi anche in una perdita dell’orgoglio nazionale.

Sembra di capire che la vera malattia dell’Australia consista nell’isolamento geografico in cui si trova, ancor prima della sua giovane storia. Un’isola distante da tutto. I cugini neozelandesi sono a 3 h. di volo dall’aeroporto più vicino, mentre per raggiungere una destinazione economicamente forte bisogna volare in Estremo Oriente, che dista non meno di 4000 km. Una conferma la si ha dall’aeroporto di Sydney, dove sono relativamente scarsi i voli oversea, almeno se rapportato alla nomea di cui gode la metropoli. In questi giorni la televisione ha mostrato un sorridente presidente australiano mentre stringe la mano al suo omologo cinese per il raggiungimento di un accordo che prevede la vendita di chissà quanti milioni di tonnellate di minerali alla Cina. Quello di vendere le materie prime è un mestiere da Paesi che non riescono ad usarle per produrre manufatti e quindi sviluppo. Con la Cina che punta ad essere sempre più egemone nell’area del Pacifico, se non del mondo intero, tutto questo dovrebbe indurre i governanti australiani a riflettere su come evitare di diventare il giardino dei giganti asiatici. La bella vita, il surf ed i barbecue sono parte del carattere gioviale della popolazione ma senza un forte sviluppo c’è il rischio che vengano a mancare alcuni ingredienti da mettere sul barbecue la domenica.

 

RISCHI

Esiste tutta una serie di rischi specifici in Natura da cui occorre difendersi. Alcuni sono evidenziati e forse proprio per questo non rientrano fra le maggiori cause di pericolo reale: fra essi i coccodrilli, pur frequenti alla foce dei fiumi nel nord, vengono evitati con cautela e si parla di 5 – 10 persone all’anno che finiscono in pasto a questi rettili. Anche i serpenti, pur avendo l’Australia i più venefici al mondo, non sembrano essere una fonte di mortalità particolarmente grave. Si trovano perlopiù in zone raramente frequentate dall’uomo e tendono a scappare quando sentono dei rumori. Situazione diversa invece per le meduse ed i ragni. Le prime sono una vera e propria catastrofe turistica. Impediscono infatti la balneazione lungo le splendide coste del Pacifico per buona parte della stagione estiva. Sembra quasi un assurdo, ma pur di fronte a spiagge uniche e ad un mare pulitissimo, sovente i turisti sono costretti a fare il bagno nella piscina dell’hotel. In alcuni posti si usano reti di contenimento verso l’esterno. Le più pericolose sono le cubomeduse, il cui morso è letale in pochi minuti.

Un’altra fonte d’incidenti sono i ragni, che si trovano spesso nell’erba e fanno salti lunghi fino ad un metro. Si trovano molto nei dintorni di Sydney ed il loro morso non lascia scampo se non si interviene rapidamente.

 

GEOLOGIA - negli ultimi 90 milioni di anni, dal punto di vista geologico l’Australia è rimasta inattiva. Essendo troppo piatta, calda e arida per consentire la formazione di ghiacciai e la sua crosta troppo antica e spessa per poter essere perforata dai vulcani o corrugarsi dando vita alle montagne. Uluru e Kata Tjuta sono i monconi di montagne che 350 milioni di anni fa erano alte quanto le Ande, eppure da cento milioni di anni non sono altro che minuscole protuberanze.

L’Australia è rimasta isolata dagli altri continenti per un periodo molto lungo, almeno 45 milioni di anni. Gli altri continenti sono riusciti più volte ad avere uno scambio di specie, perché in vari momenti del passato sono stati collegati da ponti di terra. Problema della salinizzazione del terreno: in molte zone, sotto ogni metro quadro di terra giacciono da 70 a 12 kg di sale e la desertificazione ha fatto sì che l’acqua potesse penetrare più in profondità nel suolo, sciogliendo i cristalli di sale e facendoli emergere in superficie. L’acqua fornita con l’irrigazione penetra nei sedimenti di un terreno che in tempi molto antichi era un fondale marino e ora il sale affiora nei bacini di raccolta delle acque e nei campi.

 

ANIMALI - Particolarità: mammiferi quali ornitorinco e echidna depongono le uova. Gli eucalipti mutano la corteccia anziché le foglie. Sono praticamente assenti gli alberi che perdono le foglie e non ci sono animali che vanno in letargo. Sono relativamente rari gli uccelli che hanno una stagione riproduttiva e ancora meno quelli che migrano; al contrario, i volatili si riproducono quando arriva la pioggia e una vasta percentuale di essi è nomade e segue le precipitazioni spostandosi per il continente. Varie specie di uccelli si avvalgono degli “aiutanti al nido”, adulti di nidiate precedenti restano coi genitori per aiutarli ad allevare i nuovi piccoli. La razionalizzazione passa anche per gli animali che saltano. I salti rappresentano il sistema più efficiente per spostarsi a una velocità media. L’energia del salto è immagazzinata nei tendini delle zampe (come nei trampoli a molla), mentre l’intestino va su e giù come un pistone, cosicché i polmoni si riempiono e si svuotano senza dover attivare i muscoli del torace. Quando si percorrono lunghe distanze per andare in cerca di cibo e questo scarseggia, l’efficienza è una necessità imprescindibile. I marsupiali sono talmente efficienti che possono mangiare fino ad un quinto di cibo in meno rispetto ai mammiferi placentali delle stesse dimensioni. I koala sono gli unici esseri viventi ad avere il cervello molto più piccolo del cranio; in pratica il loro cervello è una noce raggrinzita che nuota in un cranio riempito di fluido. Si ritiene che abbiano sacrificato il cervello a favore dell’efficienza nel consumo di energia. I koala mangiano foglie di eucalipto e queste sono talmente tossiche che essi devono utilizzare il 20% della loro energia per renderle commestibili. In tal modo rimane poca energia per il cervello e vivendo sulla cima degli alberi, dove ci sono pochissimi predatori, questi animali riescono a cavarsela anche senza essere molto intelligenti. In Australia vivono ben 10 dei 15 serpenti più velenosi al mondo, ma non vengono considerati come un grande pericolo poiché vivono in zone assai remote e di solito tendono a fuggire.

         

 ABORIGENI - Le credenze religiose tradizionali degli aborigeni si basano sull’esistenza di esseri spirituali che vivevano sulla terra all’epoca della creazione. “Dreamtime” (epoca del sogno) prima dell’arrivo degli uomini. Tali esseri hanno creato ogni aspetto del mondo naturale e furono gli antenati di tutte le forme di vita. Benché assumessero forme diverse, si comportavano come gli uomini e spostandosi lasciavano dei segni per indicare dove erano passati. Sebbene fossero entità soprannaturali, questi antenati invecchiarono e alla fine sprofondarono nuovamente nel sonno da cui si erano svegliati all’alba del tempo. I loro spiriti continuano tuttavia a esistere sotto forma di forze eterne che soffiano il respiro della vita nei neonati e influenzano gli eventi naturali. L’energia spirituale di ciascun antenato scorre ancora nel sentiero lungo il quale egli viaggiò all’epoca del sogno ed è più forte nei punti dove egli lasciò i segni fisici della propria attività, come gli alberi, le colline o le depressioni del terreno.

Gli aborigeni credono che ogni persona, animale e pianta abbia due anime, una mortale e una immortale. L’anima immortale è parte di un determinato antenato spirituale e dopo la morte ritorna ai luoghi sacri di quest’ultimo, mentre l’anima mortale semplicemente svanisce nell’oblio.