Day 7: 12 agosto 2005 – 644 Km.

Dawson City, la città simbolo della febbre dell'oro. Top of the World, la strada che porta in Alaska

L’escursione termica resta sempre rilevante. Ieri sera c’erano poco meno di 30° mentre stamane è scesa a 8°, con una velatura di nebbia tale da rendere il paesaggio particolarmente suggestivo. Poco a sud di Dawson incontriamo il fiume Klondike e di lì a breve si diparte la Dempster Hwy dalla Klondike Hwy, che in 750 porta a Inuvik, ben oltre il circolo polare artico. E’ quasi interamente sterrata e priva di servizi ma con un natura pressoché intatta, quello che ai nostri giorni rappresenta ancora la vera frontiera. Forse la sfida per una prossima occasione… 18 Km a sud di Dawson svoltiamo a sinistra per percorrere una strada sterrata che porta al Bonanza Creek col Discovery Claim, luogo dell’originaria scoperta dell’oro da parte di Carmack. C’è solo un cippo a ricordo dell’evento. Poco prima c’è l’enorme draga numero 4, ora inoperante, ma conservata con cura meticolosa. E’ stata costruita sul posto e serviva ad dragare il terreno alla ricerca dell’oro. Tutta la zona è stata così arata da sembrare uno sterminato deposito di pietre. Un scempio che è durato fino agli anni ’60, ma che ha reso assai bene. Ancora oggi nel Klondike si trovano ancora 2 to. d’oro all’anno, ma i processi di estrazione sono cambiati. Con l’auto ci arrampichiamo sul Midnight Dome, il monte che sovrasta Dawson City, purtroppo la vista sulla città ci viene quasi del tutto impedita dalla foschia. Scopriremo poco dopo che si tratta di fumo, benché inodore, proveniente dai numerosi incendi provenienti da nord. Incendi che hanno preso una dimensione enorme, tale da essere partiti dall’ancor lontana Alaska.
Dawson City, un tempo era considerata una delle capitali mondiali per i cercatori d’oro. Facciamo un breve tour tra i vecchi edifici nelle strade interamente sterrate con abitazioni in legno e vecchi saloon. L’atmosfera fa sembrare ancora possibile incontrare scrittori come Jack London o vecchi instancabili cercatori. Sorta alla confluenza dei fiumi Yukon e Klondike, tra il 1898 e il 1900, nel culmine della Gold Rush, arrivò a contare sino a 30.000 abitanti. Una città che ha saputo mantenere il fascino d’un tempo senza vendersi troppo alle attrattive commerciali. Nel corso del giro per la città vediamo la casetta di Jack London (Foto2) e Robert Service, qui trasportate da un piccolo villaggio nelle vicinanze. Le case che non sono state ristrutturate portano evidenti i segni del permafrost, sprofondando vistosamente laddove il terreno ha ceduto. In queste zone è impossibile costruire in cemento, tutto dev’essere in legno e le fondamenta devono prevedere gli inconvenienti del disgelo. La temperatura è sui 20°. Nel visitor centre di Dawson troviamo esposte le corna di due alci, che sono state trovate incastrate fra di loro. Ciò avviene perché durante la stagione degli amori gli alci combattono e succede che rimangano incastrati per le corna. Il più debole dei due muore mentre l’altro, non riuscendo a disincastrarsi, diventa facile preda degli animali che lo catturano. Prenotiamo il treno di Skagway e ci imbarchiamo su un traghetto (poco più di una zattera che però sa trasportare anche pullmann e camion) per la riva nord del fiume Yukon. Da qui inizia lo spettacolare percorso della “Top of The World Highway”, accompagnati da programmi radiofonici che diffondono bella musica country: sembra di vivere in altri tempi. Una volpe ci attraversa le strada e non parte allarmata dell’arrivo della vettura. Vi sono frequenti tratti di sterrato ed è una vera panoramica che corre sulle morbide creste in direzione ovest. Si mantiene comunque una velocità sugli 80 km/h mentre la quota varia intorno gli 800-900 mt. Ci sono parecchie zone, specialmente a nord, dove la vegetazione è ridotta a betulle nane ed arbusti e si vede già l’inizio dell’autunno con un sottobosco multicolore. La foschia assume un odore acre ed impedisce una buona visibilità. Intuiamo che le viste siano comunque degne di rilievo. Arriviamo al confine con l’Alaska, il confine statunitense più a nord, dove una simpatica guardia di frontiera ci mette i visti per entrare negli States, da riconsegnare una volta che usciremo definitivamente dagli USA, cioè a Skagway. Il disturbo costa 6 USD a testa. Attraversiamo Boundary che sembra un villaggio di disperati. Proseguiamo per diverse decine di miglia su strada sterrata ed in cattive condizioni fino a Chicken, altro villaggio indiano che non trasuda ricchezza. La strada migliora ma i boschi circostanti sono bruciati a perdita d’occhio. Le morbide colline intorno alla Taylor Hwy. ospitano cadaveri di pini che restano in piedi fino a quando non verranno intaccati ed il vento gli darà un’ultima spallata. Per intanto inizia a crescere un minimo di vegetazione nei luoghi dove l’incendio data almeno 4-5 anni. La natura non ha fretta ed i suoi tempi rispettano dei cicli meno frenetici di quelli umani. Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è comunque spettrale e non esalta i sensi come invece avviene nel vedere le ampie distese verdi dei giorni precedenti. All’altezza di Tetlin Junction imbocchiamo la Alaska Hwy in direzione sud-est. E’ in peggiori condizioni rispetto al tratto che abbiamo percorso l’altro ieri, anche la parte nello Yukon non sarà migliore. Il paesaggio torna ad essere quello di pini e betulle con il Tanana River che ci accompagna sul lato destro. La temperatura è di 29°. Pernottiamo a Beaver Creek in un motel, il Motor Inn. Le camere sono decenti mentre la padrona di casa è fin troppo rustica. Ceniamo con la solita bistecca in un ambiente estremamente country. Il ristorante espone ogni genere di animali locali imbalsamanti. Incontriamo un simpatico operaio appartenente ad un’azienda di costruzioni, il quale ha sposato una ragazza tedesca. Proviene da Whitehorse ma stanno facendo dei lavori sull’Alaska Hwy. qui vicino. Ce n’è bisogno, in questa zona i rigori dell’inverno l’hanno resa alquanto sconnessa. Si dice stupito di come noi europei possiamo vivere così ammassati in spazi ristretti. In Canada il problema non esiste è la città dove abita, coi suoi ventimila abitanti e qualche semaforo, talvolta gli sembra soffocante. Il sole sta per tramontare quando andiamo a fare una passeggiata fra i trucks parcheggiati, il simbolo dell’America on the road.