Canada Occidentale

 

Day 1: 06 agosto 2005

L'arrivo a Vancouver, nel British Columbia. Lambito dalla costa del Pacifico.

Dopo tre lunghi balzi atterriamo finalmente a Vancouver quando sono ormai le 22.10, via Monaco e Montreal con Lufthansa, quindi verso la meta finale con Air Canada. Ritiriamo la vettura presso la Hertz, una Volvo XC 70 2.5 benzina 4 WD, che intendiamo rodare per bene. L’hotel Accent Inn prenotato in precedenza si fa subito trovare e si conclude così senza intoppi la prima giornata. Avvertiamo casa che siamo arrivati: lì è ormai domenica mattina.



Day 2: 07 agosto 2005 – 196 Km

Rapida visita di Vancouver, imbarco per l'isola omonima con la capitale del B.C.: Victoria.

Iniziamo il giro e con esso la lunga serie di colazioni in camera, non per lusso ma per necessità. La colazione viene consumata in camera con un caffè lungo al quale aggiungiamo un paio di biscotti. In effetti, quasi tutti i motel dispongono di una macchina da caffè in camera. Si rivelerà un espediente molto utile per chi come noi non può attendere ad una comoda colazione di tipo tradizionale. Occorre sfruttare il tempo disponibile senza indugi.
Iniziamo la visita di Vancouver dal Queen Elizabeth Park, i giardini botanici che sovrastano la città. E’ domenica e i primi visitatori sono dei cultori dello yoga o del footing, molti dei quali orientali. Del resto Vancouver ha una delle più grandi Chinatown del mondo. Manca solo una buona vista sul centro città. Effettuiamo una rapida visita nel downtown per un occhio alla Chinatown e alle vie centrali (Granville Square, Gastown, ecc.). Abbiamo la fortuna di arrivare alle 9.00 in punto presso lo Steam Clock e vedere quindi il pittoresco orologio a vapore mentre sbuffa annunciando lo scoccare dell’ora. Il giro è reso più facile dalla giornata festiva, che ci consente di non incontrare traffico. Facciamo il periplo sulla strada panoramica nello Stanley Park e sostiamo pressi i totems vicino ad Hallelujah Point. Da qui si ha una splendida immagine del centro coi suoi grattacieli ed il Canada Place, dall’inconfondibile copertura a vela.
Attraversiamo il Lion’s Bridge per imboccare la Marine Drive, che costeggia il litorale a nord di Vancouver per recarci all’imbarco di Horseshoe Bay. Purtroppo non siamo gli unici che intendono andare sulla Vancouver Island ed il traghetto delle 10,40 è ormai pieno. Ci ristoriamo con un panino in questo villaggio che inizia a parlarci del Canada come ce l’aspettiamo. Mentre attendiamo incontriamo due pensionati olandesi che sono arrivati in Canada a fine maggio e stanno girando il Nordamerica col loro camper. Partiamo quindi col traghetto delle 12.50 che in 95 min. porta a Nanaimo, passando da Duncan (con i suoi pubblicizzati totems), per arrivare a Victoria, capitale del British Columbia. Pur non avendo una lunga storia, la città si presenta signorile e gradevole, tale da sembrarci fare un salto nel passato vittoriano. Lungo la strada incontriamo canyons vertiginosi e immense foreste. Il paesaggio sull’isola lascia presagire che l’estate sia stata molto secca, ma tanto a Vancouver che a Victoria ammiriamo i grandi vasi di fiori che pendono dai lampioni. A Victoria vediamo il Mile 0 della Trans Canada Hyghway, nel Beacon Hill Park, la Scenic Marine Drive (la “città dei giardini”) ed il centro col  Parliament Building, Bastion Square, Inner Harbour (visitiamo il museo di fauna sottomarina), Fisherman’s wharf e l’Empress Hotel (in classico stile chateau, costruito dalla storica Canandian Pacific Railway)
Cena presso il Garlic Rose con un buon salmone fresco. A seguire passeggiata in centro per vedere il parlamento illuminato da 3300 lampadine ed un negozio di articoli natalizi, dove scopriamo la nuova frontiera del pacchiano: una cassetta che riproduce un camino che arde, con tanto di schioppettio sonoro. In questo modo si può fingere di avere il camino al posto della TV. Freddo in ogni senso!!
Dormiamo presso il Craigmyle, un B&B situato nella parte alta della capitale.



Day 3: 08 agosto 2005 – 709 Km.

Risalendo il Fraser River nel countryside del B.C. e la Thompson Valley.

Sveglia alle 7 e colazione abbondante presso il B&B che ci ospita. Un ambiente antico che brulica di storia, peccato che i titolari gestiscano l’attività per mestiere e non per passione,  venendo così meno la calda atmosfera che potrebbe distinguere questi ambienti. Si arriva giusto in tempo per traghettare da Swartz Bay a Tsawwassen, nella periferia meridionale di Vancouver. La giornata è nuovamente bellissima, mentre il ferry svicola con la sua mole tra verdi arcipelaghi ed isole, prima di uscire in mare aperto. Sbarcati dalla Spirit of Columbia attraversiamo una pianura agricola per prendere la Hwy. 1 (la TCH) e dopo poche decine di km incontriamo le montagne della Coast Range dove facciamo il primo incontro col Fraser River, impetuoso e dai colori torbidi. Ci infiliamo nella Fraser Valley passando per Hope, raggiungendo il Fraser River Canyon all’Hell’s Gate. C’è un allevamento di salmoni e vi si trovano delle rapide che hanno segnato la storia della navigazione su questo fiume. Non scendiamo con la funivia che porta alla base delle rapide stesse e dirigiamo verso Lytton, dove una gentilissima impiegata del visitor centre ci fornisce tutte le informazioni che necessitiamo sul British Columbia. Andiamo in un punto panoramico che ci consente di vedere la confluenza del Thompson River nel Fraser. E’ curioso notare come il primo abbia acque cristalline, mentre il secondo scenda torbido, disegnando così un linea netta fra le acque dell’uno e dell’altro nel luogo in cui s’incontrano. Pur essendo ad un’altitudine di 290 mt. la temperatura varia dai 32 ai 35°C) e ci dicono che non è un’eccezione. Lungo il Fraser ci sono ben due linee ferroviarie, una delle quali è stata la prima ad essere costruita nella zona seguendo la Thompson Valley, mentre l’altra, che tiene il lato destro del fiume, percorre lunghi tratti in galleria e va a Lilloet. Sono entrambe funzionanti a senso unico. Le percorrono unicamente treni merci in quanto il traffico passeggeri è solo su gomma o aereo, salvo alcuni treni turistici. Anziché seguire per Lilloet decidiamo di risalire la Thompson Valley fino a Cache Creek. Ci sono incendi in zona, che vedremo levarsi con alte colonne di fumo. E’ una vegetazione da Far West, una valle a V con montagne brulle e rari pini che crescono in zone inaccessibili. Molto bella la parte successiva, con la strada che costeggia il fiume, mentre dal lato opposto passa la ferrovia con un treno che ci accompagna. Si prosegue in aree prative costantemente e intensamente irrigate, mentre tutt’intorno rimane brullo. Verso Clinton diventa più lussureggiante ed attraversiamo 100 Mile House. Riprendiamo la valle del Fraser per raggiungere Quesnel, un villaggio che ci ospita per la notte presso l’Econolodge, ceniamo con una New York steak. Il simpatico proprietario del locale, ormai anziano, ci racconta alcuni aneddoti dei tempi eroici e ci invita a visitare Barkerville, che originariamente non era in programma.



Day 4: 09 agosto 2005 – 727 Km.

Barkerville, la città fantasma. Ancora avanti sulla Yellowhead Hwy.

Partiamo alle 7.30, ci sono 10° e percorrendo la periferia di Quesnel ci rendiamo conto come il paese viva essenzialmente sul legname e sulla sua lavorazione. E’ pieno di camion che portano tronchi alle locali fabbriche per la trasformazione in polpa di carta. I fumi delle ciminiere e l’odore acre che si diffonde nell’aria ci fa fare un passo indietro nella “civiltà”, anche se comprendiamo che senza tali attività ogni presenza umana in questi luoghi non avrebbe significato. Deviamo per 80 km in direzione Barkerville (Foto2 - Foto3), onde visitare la città fantasma ed incontrare un piccolo cervo mulo. E’ stata rimodernata con la sensibilità necessaria e rende abbastanza l’idea di come fosse la vita ai tempi della prima corsa all’oro, anche se qui vi si cercava l’argento.
Ritorniamo a Quesnel sulla Cariboo Hwy 97, giungiamo a Prince George e deviamo per Smithers sulla Yellowhead Hwy 16. Il paesaggio è verde ma assai monotono: si susseguono prati, coltivazioni di cereali e boschi cedui simili ai nostri. La vegetazione è limitata dalla quota che varia dai 700 ai 1000 mt. Nei pressi di una cascata del fiume Bulckley sostiamo per ammirare stupiti i salmoni, che in quest’epoca risalgono il fiume con vigorosi “colpi di reni” nonostante le forti rapide contrarie. Nei punti strategici i pescatori li attendono; sono soprattutto indiani. In un chiosco nei pressi, acquistiamo del salmone affumicato, che rappresenterà il nostro pranzo di domani. Ad Hazelton affondiamo l’ancora presso il Robber Roost. Per cena è un po’ come ritornare in Europa, infatti l’Hummerbird è gestito da un austriaco, ma il salmone è rigorosamente canadese. Mentre andiamo a cena vediamo un cartello nei pressi di un bel canyon che avvisa di stare attenti agli orsi.



Day 5: 10 agosto 2005 – 834 Km.

L'interminabile sterrato della Cassiar Hwy fino alla Alaska Hwy, in mezzo a pochi insediamenti umani.

Partenza alle 7.15 con temperatura di 8°. Dopo Hazelton il paesaggio cambia e viene contornato da alte vette frastagliate e da ghiacciai che incombono sulla valle. Facciamo un doveroso pieno di carburante alla stazione situata all’incrocio tra la Hwy 16 e la 37, la terribile Cassiar Hwy., lunga quasi 750 km, dove 115 km sono di sterrato, i servizi sono scarsi, le possibilità di pernottamento quasi assenti. Va percorsa in giornata! E’ stata comunque migliorata nel corso degli ultimi anni e lavori di asfaltatura sono tutt’ora in corso. Quando vengono invece effettuate opere di riasfaltatura si ricicla l’asfalto vecchio sciogliendolo ad altissime temperature  e addizionandolo con del catrame nuovo. Serve per non trasportare inutilmente per centinaia di km la materia prima. Superiamo Kitwanga, che ne rappresenta un po’ la porta d’ingresso, e attraversiamo i primi 100 km, belli ma non entusiasmanti, in una boscaglia collinosa che non mozza il fiato. A Mezidin facciamo una deviazione di 23 km verso Stewart in direzione ovest per ammirare il Bear Glacier che si getta in un lago glaciale. A proposito di bear, mentre torniamo sulla Cassiar (Foto2 - Foto3 - Foto4) incrociamo un orso nero intento a mangiare erba sul bordo della strada. Ha un aspetto giocoso, ma le foto che scattiamo da una decina di metri di distanza sono rigorosamente dalla macchina. Quando sono ormai le 14.00 gustiamo il salmone “pescato” ieri in una Rest Area. I pochi mezzi che incrociamo, quando non sono legati ai molti cantieri stradali o al trasporto tronchi (limitatamente alla parte meridionale), sono dei caravan trainati da pick up o camper di proporzioni del tutto inusuali per gli standard europei. La vetture sono scarse. L’ultimo tratto della 37 si snoda tra colline mediobasse, la strada presenta sovente delle buche per quanto sia tutta asfaltata. Poco prima della junction con la Alaska Hwy (alle 19.00h.) entriamo nel Territorio dello Yukon, il cui solo nome incute rispetto al solo pensiero della storia che questa landa desolata ha visto passare. Nelle vicinanze della junction avvistiamo una possibilità di pernottamento nei bungalows di Nugget City,che si traduce in un locale bar-ristorante ed un negozio che vende souvenir, oltre alla pompa di benzina. Cogliamo al volo l’ultima possibilità dal momento che l’alternativa in direzione ovest costerebbe almeno altri 200 km di viaggio! Ceniamo con roast-beef, ma gradiamo particolarmente i dolci fatti in casa con i frutti di bosco locali, che non mancano. Prima di cena la temperatura arriva ancora a 27°, mentre le zanzare incominciano ad inebriarsi col nostro sangue. Ovunque le camere sono protette da robuste zanzariere, ma quando si esce diventa difficile proteggersi. Dopo cena approfittiamo del fatto che a queste latitudini in estate si scorda di far notte per una passeggiata all’imbrunire, quando sono ormai sono le 22.30. Veniamo avvisati di far rumore per allontanare gli orsi che frequentano la zona. Lungo il sentiero mi impossesso di una pala che sbatto rumorosamente contro una pietra per informare gli orsi che siamo in zona. Non si vedono animali, salvo un bel tramonto sul lago.



Day 6: 11 agosto 2005 – 831 Km.

Yukon Territory: la città di Whitehorse e di nuovo soli sulla Klondike Hwy lungo il fiume Yukon.

Ci svegliamo di buon’ora ma manca la corrente e di conseguenza anche l’acqua. Ci viene detto che stanno facendo delle manutenzioni in zona e che tutta l’area è priva di corrente. Fortuna che abbiamo ancora benzina a sufficienza per raggiungere la Rancheria ad un’ottantina di km, un’area di servizio dove facciamo il pieno, ci laviamo la faccia e beviamo un caffè. Ristorati, riprendiamo la Alaska Hwy 1 in direzione di Teslin in un paesaggio ondulato, ammantato dalla foresta boreale con laghi a specchio che la riflettono. Le cime delle basse montagne circostanti sono coperte di neve. Ad 80 km da Teslin Incontriamo una vasta pineta bruciata di recente. Anche stamane la temperatura era di 10° per poi arrivare a 25-26° nelle ore di punta, la presenza del sole non è in discussione. La Alaska Hwy in questo tratto è bella, il limite è dei 100 km/h, ma la si percorre tranquillamente ai 120 km/h, i panorami sono splendidi. Superato lo Yukon River arriviamo al Hyles Canyon (Foto2), dove il fiume si restringe per effetto di alte pareti rocciose che ne aumentano la corrente in modo considerevole. Ciò ha creato grossi problemi nei tempi in cui le strade non esistevano e lo Yukon rappresentava l’unica via di comunicazione. Entriamo in Whitehorse, la capitale dello Yukon, che con i suoi ventimila abitanti ci sembra una metropoli. A fine secolo era una cittadina tranquilla di 500 persone, oggi è un misto di antico fascino pionieristico e moderno senso urbanistico. Vediamo la storica SS Klondike (battello a vapore in servizio sullo Yukon fino al 1962), il Fish Ladder al Withehorse Rapids Dam. Queste sono delle “scale” utilizzate dai salmoni per risalire la corrente nel luogo dove è stata creata un diga, altrimenti impedirebbe il transito dei pesci. Vediamo inoltre il grattacielo di tronchi che non ci impressiona particolarmente e la Old Log Church (l’unica cattedrale in legno). All’uscita dalla città infiliamo la Klondike Hwy.  2 in direzione nord: il paesaggio muta verso un terreno decisamente più arido. Solo più betulle ed i soliti pini che crescono ovunque, alti e stretti. Costeggiamo il Lago Laberge ed il Fox, per rincontrare lo Yukon river, che si snoda con una serie di anse. I promontori su cui si arrampica la strada sembrano essere fatti apposta per poterle ammirare. La temperatura oscilla tra i 30 e 32°. Nella zona di Carmacks ci sono i cartelli che indicano le annate in cui i boschi circostanti sono stati distrutti dal fuoco, vediamo che vanno dal 1958 al 1998. La stagione appare molto secca, tale che diverse betulle incominciano già a rivestirsi dei colori autunnali. Dove ci sono stati gli incendi sta iniziando lentamente crescere una vegetazione di sottobosco, mentre gli scheletri dei pini bruciati rimangono in piedi ancora per diversi anni. Verso il basso ci appaiono le Five Finger Rapids, che diedero molto filo da torcere ai cercatori d’oro mentre risalivano il fiume.
Nel visitor centre di Whitehorse prenotiamo l’hotel di Skagway (col senno di poi scopriamo che se non lo avessimo fatto l’unica alternativa sarebbe stata quella di pernottare in macchina) ed il “lodge” di stasera. Premesso che i cellulari prendono solo nell’area di Vancouver, questi ultimi non hanno nemmeno il telefono fisso, tant’è che chiamiamo l’operatore al quale comunichiamo un codice alfanumerico e questi ci collega via radio. Il Moose Creek Lodge in effetti non si trova in una zona densamente popolata. Le prime case sono a Stewart Crossing (un’area di servizio), mentre la città di Dawson City è a 160 km. Il camion con le provviste arriva una sola volta alla settimana, ed è proprio stasera. La signora svizzera di Thun che l’ha acquistato nel 2002 (lei è emigrata 8 anni fa) vi si trova bene proprio per questa ragione. Non ci sono problemi coi vicini e si mantiene giovane con le temperature invernali che raggiungono i -50°, ma lei trascorre il periodo a Mayo dal momento che sulla strada non c’è transito turistico e quindi non si fanno affari. Durante quel periodo si limita a confezionare souvenirs artigianali che venderà nella bella stagione. E’ un’autentica amante del grande nord e non disdegna il business condito da buona ospitalità. Lo scorso anno le prime nevicate sono iniziate a settembre, mentre ad ottobre la neve è scesa in abbondanza fino a maggio. Anche le strade sono in buone condizioni: la neve viene tolta con regolarità e non c’è rischio di ghiaccio. Eh sì, perchè per molti mesi la temperatura non sale sopra lo zero, quindi le precipitazioni restano allo stato nevoso e si scivola di meno. Per questa ragione non spargono sale, tutt’al più della sabbia. Si tratta comunque di un freddo secco e ancora sopportabile, almeno per chi ne ha l’abitudine. Ci troviamo nella zona del permafrost, il terreno sotto di noi sgela per circa un paio di metri ma in profondità è ghiacciato tutto l’anno.



Day 7: 12 agosto 2005 – 644 Km.

Dawson City, la città simbolo della febbre dell'oro. Top of the World, la strada che porta in Alaska

L’escursione termica resta sempre rilevante. Ieri sera c’erano poco meno di 30° mentre stamane è scesa a 8°, con una velatura di nebbia tale da rendere il paesaggio particolarmente suggestivo. Poco a sud di Dawson incontriamo il fiume Klondike e di lì a breve si diparte la Dempster Hwy dalla Klondike Hwy, che in 750 porta a Inuvik, ben oltre il circolo polare artico. E’ quasi interamente sterrata e priva di servizi ma con un natura pressoché intatta, quello che ai nostri giorni rappresenta ancora la vera frontiera. Forse la sfida per una prossima occasione… 18 Km a sud di Dawson svoltiamo a sinistra per percorrere una strada sterrata che porta al Bonanza Creek col Discovery Claim, luogo dell’originaria scoperta dell’oro da parte di Carmack. C’è solo un cippo a ricordo dell’evento. Poco prima c’è l’enorme draga numero 4, ora inoperante, ma conservata con cura meticolosa. E’ stata costruita sul posto e serviva ad dragare il terreno alla ricerca dell’oro. Tutta la zona è stata così arata da sembrare uno sterminato deposito di pietre. Un scempio che è durato fino agli anni ’60, ma che ha reso assai bene. Ancora oggi nel Klondike si trovano ancora 2 to. d’oro all’anno, ma i processi di estrazione sono cambiati. Con l’auto ci arrampichiamo sul Midnight Dome, il monte che sovrasta Dawson City, purtroppo la vista sulla città ci viene quasi del tutto impedita dalla foschia. Scopriremo poco dopo che si tratta di fumo, benché inodore, proveniente dai numerosi incendi provenienti da nord. Incendi che hanno preso una dimensione enorme, tale da essere partiti dall’ancor lontana Alaska.
Dawson City, un tempo era considerata una delle capitali mondiali per i cercatori d’oro. Facciamo un breve tour tra i vecchi edifici nelle strade interamente sterrate con abitazioni in legno e vecchi saloon. L’atmosfera fa sembrare ancora possibile incontrare scrittori come Jack London o vecchi instancabili cercatori. Sorta alla confluenza dei fiumi Yukon e Klondike, tra il 1898 e il 1900, nel culmine della Gold Rush, arrivò a contare sino a 30.000 abitanti. Una città che ha saputo mantenere il fascino d’un tempo senza vendersi troppo alle attrattive commerciali. Nel corso del giro per la città vediamo la casetta di Jack London (Foto2) e Robert Service, qui trasportate da un piccolo villaggio nelle vicinanze. Le case che non sono state ristrutturate portano evidenti i segni del permafrost, sprofondando vistosamente laddove il terreno ha ceduto. In queste zone è impossibile costruire in cemento, tutto dev’essere in legno e le fondamenta devono prevedere gli inconvenienti del disgelo. La temperatura è sui 20°. Nel visitor centre di Dawson troviamo esposte le corna di due alci, che sono state trovate incastrate fra di loro. Ciò avviene perché durante la stagione degli amori gli alci combattono e succede che rimangano incastrati per le corna. Il più debole dei due muore mentre l’altro, non riuscendo a disincastrarsi, diventa facile preda degli animali che lo catturano. Prenotiamo il treno di Skagway e ci imbarchiamo su un traghetto (poco più di una zattera che però sa trasportare anche pullmann e camion) per la riva nord del fiume Yukon. Da qui inizia lo spettacolare percorso della “Top of The World Highway”, accompagnati da programmi radiofonici che diffondono bella musica country: sembra di vivere in altri tempi. Una volpe ci attraversa le strada e non parte allarmata dell’arrivo della vettura. Vi sono frequenti tratti di sterrato ed è una vera panoramica che corre sulle morbide creste in direzione ovest. Si mantiene comunque una velocità sugli 80 km/h mentre la quota varia intorno gli 800-900 mt. Ci sono parecchie zone, specialmente a nord, dove la vegetazione è ridotta a betulle nane ed arbusti e si vede già l’inizio dell’autunno con un sottobosco multicolore. La foschia assume un odore acre ed impedisce una buona visibilità. Intuiamo che le viste siano comunque degne di rilievo. Arriviamo al confine con l’Alaska, il confine statunitense più a nord, dove una simpatica guardia di frontiera ci mette i visti per entrare negli States, da riconsegnare una volta che usciremo definitivamente dagli USA, cioè a Skagway. Il disturbo costa 6 USD a testa. Attraversiamo Boundary che sembra un villaggio di disperati. Proseguiamo per diverse decine di miglia su strada sterrata ed in cattive condizioni fino a Chicken, altro villaggio indiano che non trasuda ricchezza. La strada migliora ma i boschi circostanti sono bruciati a perdita d’occhio. Le morbide colline intorno alla Taylor Hwy. ospitano cadaveri di pini che restano in piedi fino a quando non verranno intaccati ed il vento gli darà un’ultima spallata. Per intanto inizia a crescere un minimo di vegetazione nei luoghi dove l’incendio data almeno 4-5 anni. La natura non ha fretta ed i suoi tempi rispettano dei cicli meno frenetici di quelli umani. Lo spettacolo che si presenta ai nostri occhi è comunque spettrale e non esalta i sensi come invece avviene nel vedere le ampie distese verdi dei giorni precedenti. All’altezza di Tetlin Junction imbocchiamo la Alaska Hwy in direzione sud-est. E’ in peggiori condizioni rispetto al tratto che abbiamo percorso l’altro ieri, anche la parte nello Yukon non sarà migliore. Il paesaggio torna ad essere quello di pini e betulle con il Tanana River che ci accompagna sul lato destro. La temperatura è di 29°. Pernottiamo a Beaver Creek in un motel, il Motor Inn. Le camere sono decenti mentre la padrona di casa è fin troppo rustica. Ceniamo con la solita bistecca in un ambiente estremamente country. Il ristorante espone ogni genere di animali locali imbalsamanti. Incontriamo un simpatico operaio appartenente ad un’azienda di costruzioni, il quale ha sposato una ragazza tedesca. Proviene da Whitehorse ma stanno facendo dei lavori sull’Alaska Hwy. qui vicino. Ce n’è bisogno, in questa zona i rigori dell’inverno l’hanno resa alquanto sconnessa. Si dice stupito di come noi europei possiamo vivere così ammassati in spazi ristretti. In Canada il problema non esiste è la città dove abita, coi suoi ventimila abitanti e qualche semaforo, talvolta gli sembra soffocante. Il sole sta per tramontare quando andiamo a fare una passeggiata fra i trucks parcheggiati, il simbolo dell’America on the road.



Day 8: 13 agosto 2005 – 576 Km.

Nello Yukon verso sud fino a Skagway (Alaska), dove iniziava (e sovente finiva) l'avventura dei cercatori d'oro.

Partiamo alle 7.30. Dopo circa 80 km vediamo una diga di castori, tuttavia senza avvistare gli abili ingegneri che l’hanno costruita. Poco oltre alcuni cigni fanno bella mostra di sé in un lago azzurro intenso. Nel frattempo iniziamo a costeggiare i monti del Kluane in mezzo a foreste di pini incontrando scarso traffico. Alle 12.30 siamo ad Haines Junction, dove passiamo al visitor centre per attingere informazioni sulla zona e vedere il filmato di 17 min. che ci presenta il Kluane. Si costeggia in direzione sud il Kluane Nat. Park che protegge la catena costiera delle St. Elias Mountains. In questo imponente e selvaggio parco sono comprese le vette del Mount Logan (5950 mt.), massima altezza del Canada e del St. Elias (5488 mt.), mentre la metà circa del suo territorio è occupata da ghiacciai: qui la natura si mostra in tutta la sua magnificenza.
Vediamo il Kathleen Lake (bello, con parecchi bagnanti). Più avanti percorriamo per un quarto d’ora il Rock Glacier Interpretative Trail, che si innalza sulla morena di un vecchio ghiacciaio per vedere il panorama del lago Dezadeash sotto di noi La vista spazia ma rimane la foschia dovuta agli incendi che si sprigionano centinaia di km più a nord. Incontriamo una coppia austriaca del Voralberg. Partiti da Fairbanks in Alaska sono destinati ad Haines. Hanno visto l’incendio sviluppatosi a nord di Fairbanks e ci raccontano che gli incendi in corso sono residui dello scorso anno. L’inverno ha spento il fuoco in superficie, ma sotto è rimasta della brace che con il secco dell’estate ha ripreso vigore. Hanno sentito dire che queste cose non sono inusuali nella zona, specialmente in presenza di inverni scarsi di precipitazione (cosa non rara in Alaska e Yukon), e che possono durare anche due anni. Non esiste modo per contrastarli, salvo scavare dei fossi nel tentativo d’interromperli. Ci dicevano che un pompiere guadagna 2.000 USD in 9 giorni. Sono ben pagati ma conducono una vita assai dura: vengono trasportati nelle zone più impervie con gli elicotteri e lì devono creare delle corsie tagliafuoco, dormendo naturalmente in loco.
Una rapida occhiata al Klukshu Village, un villaggio indiano in prossimità di untorrente, dove vediamo le trappole che i locali utilizzano per attirare e catturare i salmoni. Si prosegue sulla Haines Hwy che corre lungo il Tatshenshini Park nel British Columbia per poche decine di km. Attraversiamo il confine con gli States poco dopo il Chilkat Pass situato a 1070 mt., tra alte montagne ed enormi ghiacciai incombenti. Arriviamo a Haines (nuovamente in Alaska) che non sono ancora che 17.30 (l’Alaska è un’ora più indietro rispetto allo Yukon, ci troviamo quindi a -10 ore rispetto all’Italia), dopo aver visto da vicino due piccoli incendi lungo il fiume Chilkat. Il fiume ha una larghezza spropositata, l’acqua scende torbida, tipica dello scioglimento glaciale. Immaginiamo quali dimensioni possa assumere ad inizio estate, nel momento del disgelo. Entriamo al visitor centre di Haines dove una gentile impiegata ci consiglia di vedere la parte vecchia del paese ed il lago Chilkoot. Ci intratteniamo in una chiacchierata e ci racconta di come gli incendi siano parte del ciclo della natura, se visti nei tempi della natura stessa e non quelli umani. Servono per rigenerare le foreste e far schiudere la semenza dai pini lodgepole che altrimenti resterebbero chiuse. Dice che anche gli animali hanno dei sensi molto sviluppati, tali da percepire il pericolo ed emigrare; pochi di essi vengono intrappolati dal fuoco. Una visione del tutto diversa da quella europea, ma se brucia qualche ettaro di bosco qui non se accorge nessuno, e nessuno interviene stante l’impossibilità di raggiungere i luoghi remoti dell’interno. Nonostante gli allarmismi a livello mondiale nella zona vi sono ghiacciai che stanno avanzando, minacciando paesi o formando pericolosi laghi. Scendiamo nel Waterfront, ceniamo al Lighthouse, un ristorante in posizione panoramica sulla baia di Haines. Prima di imbarcarci andiamo a vedere lo splendido Chilkoot Lake al tramonto, pieno di salmoni che saltano ed attorniato da pescatori in paziente attesa. Sulla punta di un pino dall’altra parte del lago un’aquila reale con la testa bianca osserva maestosa quanto accade. Da Haines salpiamo alle 21.30 per Skagway. La crociera sulla motonave Kennicot dura 1h05’ e supera il braccio di mare del Lynn Canal per giungere a Skagway. Andiamo a riposare qualche ora all’hotel Westmark Inn.



Day 9: 14 agosto 2005 – 290 Km.

Sulle tracce dei cercatori col treno che portava nello Yukon. Ricordi della tragica "scala dell'oro" al White Pass.

Poco dopo le 7 facciamo due passi per la città di Skagway. A differenza di Dawson è stata completamente stravolta dalle vetrine che propongono ogni sorta di merce di lusso per i turisti (soprattutto gioielli in argento, ma anche pellicce, souvenirs, ecc.). Chi come noi cerca un supermercato è costretto a farsi tutta la via principale e poi chiedere aiuto a qualcuno del posto. Si trova in una via del tutto secondaria, ben nascosto agli occhi dei più. A Skagway le gioiellerie hanno di gran lunga la priorità sugli alimentari! A parte questo, l’impressione che ne ricaviamo non è molto positiva: tutto è incentrato sul business, ogni angolo è stato modificato ad arte per poter vendere qualcosa, talvolta anche in modo pacchiano. Crediamo che questo rappresenti in qualche modo anche un’offesa  alla storia e a chi Skagway l’ha vissuta in condizioni ben più disagiate, ma il villaggio è meta di crociere estive e dalle grandi navi sbarcano orde di turisti americani affamanti di acquisti. Saliamo sul trenino (Foto2 - Foto3) che in tre ore andata e ritorno ci porta al White Pass, storico avamposto sulle orme degli Stampeder, i cercatori d’oro, che negli ultimi anni dell’ottocento improvvisavano di tutto per raggiungere il Klondike. Pochi km più in la scorre il sentiero che porta al Chilkoot Pass, il famigerato colle le cui foto d’epoca che ritraggono l’ardua salita invernale dei cercatori  campeggiano ovunque. I binari  sono quelli della prima ferrovia, pertanto corrono su massicciate scavate nella roccia e ponti ristrutturati risalenti all’epopea del gold rush. Col trenino, appena usciti dal paese, passiamo accanto al cimitero dove sono sepolti molti cercatori d’oro e famosi banditi.
Un curioso torrentello intriso di acqua torbida e letteralmente brulicante di salmoni.
Incontriamo un paio di signori di Whitehorse, i quali ci informano come la loro città sia anch’essa immersa nella foschia causata dagli incendi.
Riprendiamo l’auto per risalire al White Pass ed uscire definitivamente dall’Alaska. Da qui inizia la Klondike Hwy., già percorsa nei giorni scorsi nel suo tratto centro-nord, per giungere a Carcross nello Yukon ripercorrendo la vecchia pista seguita dai cercatori d’oro, la maggior parte dei quali risalivano dai Lower 48 la costa in battello fino alla tumultuosa Skagway per poi attraversare il pericoloso Chilkoot Pass, giungendo così a Whitehorse. Da qui risalivano il corso dello Yukon. Questo tratto di strada regala stupendi panorami sul solitario paesaggio circostante. Carcross è un tipico villaggio da far-west con un centro visitatori veramente accogliente. L’impiegata ci fa vedere su internet una cartina dove vengono evidenziate in tempo reale in rosso le aree di Alaska e Yukon in fiamme ed in giallo quelle dove esistono solo più dei focolai: impressionante per l’estensione. Ci racconta che nella zona l’estate è stata assai piovosa; non ce n’eravamo accorti vista l’aridità del terreno, legato evidentemente a ragioni intrinseche. In realtà maggio è stato abbastanza bello, sono quindi ripiombati nell’inverno e ne sono venuti fuori quindici giorni fa con temperature assai calde. Costeggiamo il Carcross desert, il più piccolo deserto del mondo, una vecchia miniera abbandonata (la Venus Mine) e restiamo letteralmente abbagliati dalle fantastiche colorazioni dell’Emerald Lake, un autentica gemma incastonata. Riprendiamo la Alaska Hwy a Johnson’s Crossing e gettiamo l’ancora poco dopo Teslin, all’ottimo  Dawson Peaks motel dove il gestore è estremamente cortese. Ceniamo nello stesso luogo a base di halibut bollito e passato rapidamente sulla griglia (con l’immancabile garlic toast), pescato nel Lynn Canal di recente memoria. Le stanze delle cabin danno sul lago di Teslin,  in un atmosfera particolare e ricca di zanzare!



Day 10: 15 agosto 2005 – 781 Km.

La foresta dei cartelli a Watson Lake e via verso est fino a Fort Nelson fra splendidi paesaggi e animali.

Partiamo alle 8 con una temperatura di 8°, che però oggi raggiungerà il massimo di 14° nelle ore centrali della giornata. Tempo serenissimo e da ieri pomeriggio è scomparso il velo di foschia che ci ha accompagnato in questi giorni. Prima tappa a Watson Lake, la cui attrazione è il noto Sign Post Forest, dove i viaggiatori di tutto il mondo hanno affisso oltre 53.400 cartelli (conteggio costantemente aggiornato). Interessante anche il documentario che mostra per quali ragioni e con quali fatiche sia stata costruita la Alaska Hwy nel 1942. La fermata successiva è a Whirpool Canyon dove vediamo le rapide del fiume Liard, quindi al ponte Liard River Bridge (Foto2) (l’unico rimasto dell’originaria costruzione della Hwy su 114 ponti che vennero edificati) dal quale l’immagine del fiume che scorre ampio è lento è veramente da cartolina. Una cinquantina di km dopo Watson Lake incontriamo una mandria di bisonti (Foto2) che staziona lungo la strada. Il paesaggio è sempre ondulato,  coperto da una splendida foresta boreale  e costellato in continuo da laghi e fiumi. Appena dopo il ponte si fa più aspro e anche la Hwy diventa più stretta e tortuosa come fosse una strada di montagna. La giornata si presenta ricca di incontri con la fauna locale: troviamo sul nostro percorso dei caribou (renne selvatiche) da soli o in gruppetti di tre/quattro con molti piccoli (hanno le corna che stanno ricacciando in questo periodo. Un alce fa bella mostra di sé in un lago scintillante dopo il Muncho Lake. Tutta la zona è particolarmente scenica, in soprattutto il Muncho Lake con le sue acque azzurre. La strada di tanto in tanto è invasa da capre selvatiche intente a leccare l’asfalto salato. Prendiamo un sentiero che ci porta a vedere il Mineral Leak (Foto2), dove normalmente si soffermano gli animali a leccare la roccia che si sfarina, ricca di calcio, quindi utile per far crescere l’ossatura ed in particolare le corna. Costeggiamo il Toad River, che disegna scenari bellissimi. E’ uno dei punti paesaggisticamente più validi, sebbene non particolarmente decantati dalle guide. Arriviamo a quota 1295  mt. sul Summit Pass, dove la temperatura è scesa a 6° e proseguiamo nella valle del Tetsa River dopo aver percorso una strada panoramica che tiene la cresta delle montagne. Nel frattempo il cielo si copre con nuvole di strato leggero. Scendendo, dove ci sono dei lavori in corso ed il senso alternato, una pilot car guida i mezzi in coda lungo percorsi prestabiliti. Poco prima di Steamboat vediamo un elk sul bordo della strada ormai esanime, ucciso in uno dei tanti incidenti che vedono coinvolti gli animali. Arriviamo al B&B che avevamo prenotato in precedenza, l’Avendale Wilderness di Fort Nelson, con splendide camere e legno ovunque. Ceniamo con un piatto non ben definito di polpa di granchio e gamberetti nel ristorante di un Econolodge, l’unico che vediamo aperto. Il villaggio in passato era una stazione di commercio delle pelli.



Day 11: 16 agosto 2005 – 784 Km.

Lunga discesa verso sud, le praterie si sosituiscono alle montagne. Siamo in Alberta, il granaio del Canada.

Il mattino ci attende con un ottima colazione a base di uova e pancetta (altro che il caffè fatto in camera con biscotti al quale siamo abituati..). Tiriamo in chiacchiere per oltre un’ora con due coniugi americani di Chicago, lui professore di storia con un passato di insegnante alla scuola americana di Roma, lei interessata ai musei. Partiamo quindi alle 9 per una giornata interamente dedicata allo spostamento. Raggiungiamo dapprima Fort St. John e quindi Dawson Creek dopo aver visto un orso a fianco della strada. Qui si trova il mile 0 dell’Alaska Hwy (lunga in tutto 2300 km), che lasciamo per piegare verso ovest in direzione Grande Prairie. Sono ormai città di grandi dimensioni ed abbiamo di nuovo un contatto col traffico urbano. Cambia anche il paesaggio: abbiamo lasciato le colline e per la prima volta ci imbattiamo nelle praterie, se non piatte almeno ondulate. Siamo nell’Alberta, Provincia dedita all’agricoltura e alla pastorizia. Sono infatti numerosi ed enormi i silos collegati alla ferrovia che immagazzinano le granaglie. Poco dopo Dawson Creek vediamo una brutta scena: un cervo mulo corre all’impazzata verso la Hwy proprio mentre un pick-up stà superando un’altra vettura. Noi seguiamo di ca. 300 mt. L’animale invade la sede stradale e non può evitare l’impatto col pick-up che nel tremendo urto lo uccide all’istante e lo sbatte nel fosso, rischiando tra l’altro di creare un groviglio di auto. Nel vedere tutta la scena restiamo per un momento attoniti ma riprendiamo la via, spiaciuti per il povero animale che va ad aumentare il già elevato numero di capi abbattuti a causa di incidenti. Dopo Grande Prairie proseguiamo in direzione sud verso Grande Cache su una Hwy diritta che ci porta a raggiungere degli altipiani alla quota di 1200. Inizia anche a piovere e la temperatura scende a 6°. Lungo la strada incrociamo parecchi animali, soprattutto cervi mulo al pascolo. L’esperienza pomeridiana ci consiglia la massima attenzione. La cena avviene nel ristorante Mountain View dell’hotel Grand Cache, con la solita bistecca (ma questa volta col marchio di qualità delle tre A dell’Alberta).  A causa del tutto esaurito che si registra in altri hotels dobbiamo andare all’Alpine Lodge Motel. Brutto e caro rispetto al servizio offerto. Ci sono molti lavoratori dei cantieri stradali che occupano gli hotel e diventa difficile trovare una camera, pur non essendo zona di grandi attrattive turistiche.



Day 12: 17 agosto 2005

Jasper National Park: montagne, ghiacciai, laghi, fiumi e foreste. Il superlativo della Natura.

Partenza alle 7,45, piove e ci sono nebbie basse. In 150 km raggiungiamo Hinton, dove mettiamo al sicuro la prenotazione dell’hotel. Sulla strada facciamo il quarto incontro con un orso nero e diversi altri animali. Purtroppo continua a piovere e da Hinton entriamo nel JASPER National Park per dirigerci a Miette Hot Springs, sorgenti calde con un bel panorama che possiamo solo immaginare a causa delle nuvole che ce ne impediscono la vista. Andiamo subito a Jasper per un’occhiata alla città in mezzo al profumo nauseante dei wurstel che cuociono e le vetrine sgargianti. Qui prendiamo la decisione giusta: puntiamo verso ovest sulla Yellowhead Hwy 16 in direzione del Yellowhead Pass per entrare nel MT. ROBSON Provincial Park in 80 Km ed arrivare nelle vicinanze del il maestoso Mount Robson dove nasce il Fraser River, la montagna più bella del Canada e più alta delle Montagne Rocciose canadesi, quasi 4000 mt. Nel frattempo è tornato il sereno, anche se la cima del Mt. Robson si cela ancora, ma pare sia così capricciosa quasi tutti i giorni dell’anno. Vediamo una cascata del Fraser dove i salmoni risalgono il fiume e proviamo la mutevolezza del tempo prendendoci uno scroscio quando ormai il cielo sembra essersi rasserenato. Ritorniamo al Yellowhead Pass per giungere a Jasper: imbocchiamo verso sud la Maligne Lake Drive per 44 km nell’omonima vallata ed in 30 minuti si giunge al Maligne Lake, immerso in un vero e proprio paesaggio incantato. Una delle immagini simbolo del Canada è Spirit Island che fa parte di questo lago. Anche il Medicine Lake attira alcune foto. Lungo il ritorno sostiamo al Maligne Canyon per una passeggiata lungo le fenditure che l’acqua ed il tempo hanno scavato. Lungo la strada del rientro incontriamo una pernice coi piccoli e diversi wapiti (cervi) che passeggiano fra la strada ed i prati vicini. Raggiunta la Hwy 16 ci imbattiamo due magnifici esemplari di wapiti maschio (Foto2), le cui corna svettano in mezzo all’erba. Gli animali fanno bella mostra di sé nel contesto di un paesaggio che il sole al tramonto rende unico. Ogni angolo meriterebbe una foto. Le ombre si allungano infondendo colori magnifici ai laghi, i quali riflettono le montagne circostanti. Sono ormai le 19 ma la stanchezza non si fa sentire, tale è l’ebbrezza creata da tanta bellezza. Sono quasi le 20 quando raggiungiamo la nostra sistemazione di Hinton presso l’Hinton Highway Inn ed andiamo a gustare l’ennesima bistecca (stavolta una rib-eye).



Day 13: 18 agosto 2005 – 630 Km.

Ancora gli stessi panorami di ieri nelle due vallate contigue: Jasper e Banff.

Si riparte da Hinton alle 7 per la visita del parco di Jasper. C’è però una sorpresa: stamattina è necessario sbrinare i vetri. La temperatura è infatti scesa a -2° ed una coltre di brina si è depositata sul parabrezza. Nel gelido ma sereno mattino riprendiamo nuovamente la Hwy 16 in direzione Jasper per rivedere all’alba gli splendidi paesaggi già ammirati ieri sera al tramonto. Di  particolare bellezza sono le basse nebbie (Foto2)che danzano sopra i laghi e si dissolvono verso l’alto, lasciando lo spazio allo scenario delle montagne appena imbiancate dalle precipitazioni di ieri mattina, nonché i due wapiti maschi incontrati ieri sera, mentre fanno colazione. Nella periferia di Jasper una volpe argentata ci fa da guida sulla strada per qualche centinaio di metri, poi lei va per la sua strada e noi per la nostra prendendo la carrozzabile che sale in 14 Km al punto panoramico sul Mt. Edit Cavell (Foto2). Con un sentiero di 1.5 km raggiungiamo il punto in cui il ghiacciaio  termina la sua corsa in un laghetto, sul quale galleggiano diversi piccoli iceberg. Con l’apparire del sole sul ghiacciaio, alcuni blocchi si staccano sopra di noi, nel fragore amplificato dalla montagna. La strada che accede è stretta e richiede cautela nella guida. Per fortuna quando il traffico inizia a farsi sentire noi stiamo già scendendo.
Restiamo incantati dalla meraviglia delle Rockies, che svettano superbe per poi specchiarsi nei laghi sottostanti (Foto2). Riguadagnata la Hwy 93A, una parallela della Icefield Parkway 93, deviamo ancora una volta per 7.5 km su uno sterrato per costeggiare il scintillante fiume Whirpool, nella bella valle omonima. La guide propongono la visita di un lago, il Moab ma la vista (pur bella) non vale la deviazione. Proseguiamo lungo la medesima strada con la vista di laghi, uno più bello dell’altro. Vediamo le Athabaska Falls (Foto2), dove il fiume omonimo compie una salto fra dure rocce, passando roboante in mezzo ad un canyon per aprirsi infine in un ampia zona pianeggiante, come al solito bordata dalla foresta. E’ una delle attrazioni turistiche principali, quindi occorre aggirarsi fra i tanti turisti presenti, che scalfiscono solo leggermente la magicità del luogo. Ammiriamo il paesaggio dal  Goats and Glaciers Viewpoint a picco sul fiume Athabaska (in quel momento si stagliano proprio alcune capre delle nevi, quasi mimetizzate dal bianco colore della roccia). Sostando brevemente ma intensamente ed interessatamente nei vari viewpoint (Mt. Fryatt, Mt. Christie, ecc.), giungiamo alle Sunwapta Falls, da dove prendiamo un bel sentiero di 2 km ci porta alle lower falls, tre salti di roccia che lo spumeggiante Athabasca River salta in scioltezza. Le cascate superiori sono meno alte ma impressionanti per lo stretto canyon, nel quale è costretto a passare il fiume. Di altro genere ma ugualmente spettacolari sono le Tangle Falls, sul lato sinistro. Ancora uno stop sul Sunwapta Canyon ed arriviamo al ghiacciaio dell’Athabasca (un ramo del Columbia Icefield), di impressionante vastità e bellezza, con la possibilità di fare una passeggiata sul ghiacciaio in scarpe da ginnastica. Ovviamente imperversano i vari mezzi meccanizzati (snowcoach) che portano a fare tours sul ghiacciaio ed altre inventive commerciali tese a sfruttare il luogo. Curiosa infine,  la serie di cartelli che denunciano il ritiro del ghiacciaio. Ogni vent’anni, a partire da fine ottocento si avanza di 70-80 mt. Oltrepassiamo il Sunwapta Pass ed entriamo così nel BANFF N.P. Vediamo le Weeping Wall (pareti strapiombanti nel canyon vicino alla pianura alluvionale scavata dal fiume North Saskatchewan). Anche se non previsto dalle guide ci imbattiamo nel fantastico Loach Lake, dipinto a tinte blu pastello. Un’occhiata allo Snowbird Glacier, ornato da una catena di alte e frastagliate vette che superano i 3000 mt. I ghiacciai strapiombano letteralmente sulla valle dove scorre il fiume, quasi a smentire ogni legge di gravità. Arriviamo a vedere il Peyto Lake percorrendo un sentiero di 15 min. che ci porta al Bow Summit. Ancora un lago in forte contrasto con quanto lo circonda, almeno quanto a intensità del colore. Valichiamo quasi senza accorgercene il Bow Pass a 2068 mt., entrando quindi nella valle del Bow River. Arriviamo infine al Crawfort Glacier e al Bow Glacier con l’omonimo Bow Lake  ai suoi piedi. La neve di ieri mattina rende perfetto un panorama altrimenti solo bellissimo. Fiancheggiamo Hector e l’Herbert Lake per raggiungere la Trans Canada Hwy 1, che prendiamo in direzione di Golden. Qui gustiamo un’ottima cena a base di salmone al Turning Point Restaurant e facciamo una passeggiata sul Kicking Horse Pedestrian Bridge, un ponte pedonale in legno degno di nota. Si dorme al Golden Gate Motel.



Day 14: 19 agosto 2005 – 453 Km.

L'apoteosi: Lake Louise e Moraine di un blu pastello. Yoho N.P. ancora paesaggi d'incanto.

Da Golden ritorniamo verso il Kicking Horse Pass e Lake Louise. Ci affrettiamo in quanto le guide lo danno bello nelle prime ore del mattino. Probabilmente è vero in quanto a fascino, non ci sono ancora tanti turisti e si può goderne l’atmosfera. Peccato che sia per buona parte ancora in ombra e sia necessario aspettare metà mattinata. Lo stesso succede al Lake Moraine. Ritorniamo al Lake Louise che intanto si è “svegliato” ed è uscito dall’ombra, per regalarci un paesaggio maestoso, con il ghiaccio del Monte Victoria che incombe su di esso. Fermo restando la bellezza del luogo, ci pare comunque persin troppo pubblicizzato. Guardandoci alle spalle scopriamo il perché. Il grande Fairmont Hotel sta proprio sopra di noi e su quanto è lì attorno. Incuranti di ogni sensibilità verso un angolo di paradiso che ha pochi eguali nel mondo, hanno costruito prima ed ampliato ancora di recente questo fabbricato, che molti decantano come perfettamente integrato grazie al suo stile chateau. E’ vero crederlo solo se si hanno gli occhi foderati di dollari, i castelli forse si integrano bene in città. Qualunque struttura affiancata a queste espressioni del creato non sarebbe in grado di competere. Ma tant’è: l’hotel è uno di quei posti che fa fine dire a molti “io ci sono stato”.  Facciamo una passeggiata di 20 minuti in direzione del Mirror Lake per vedere il Lake Louise dall’alto. Torniamo di nuovo al Lake Moraine (Foto2 -Foto3), che anche lui nel frattempo ha preso le sue sembianze migliori e si rivela come il lago più bello in assoluto. Il bel tempo fa il resto. Tutti coloro i quali lo vedono per la prima volta non possono che restare estasiati di fronte ad una simile perla della Natura. Il tutto viene ulteriormente amplificato dai ghiacciai e dalle famose Wenchemntka Peaks, dieci cime alte oltre 3000 mt.  Lo straordinario colore dell’acqua di questo e altri laghi del parco è provocato dai depositi di limo glaciale, o farina di roccia, sospeso appena sotto la superficie. Tutti i colori vengono filtrati, tranne l’azzurro che viene riflesso. Siamo concordi nel definire questo come il Top del nostro giro. Per apprezzarne al meglio i colori risaliamo la pietraia che si innalza al fondo del lago. Dopo tale apparizione un giro per il villaggio di Lake Louise è talmente insignificante da non renderci conto che ci siamo passati. Non esiste un centro o qualcosa che non siano freddi residence . Rientriamo verso Golden per visitare il YOHO N.P.
Ad un viewpoint vediamo gli Spiral Tunnels, gallerie  create per guadagnare dislivello sulla strada ferrata che nella seconda metà dell’ottocento collegava l’est con l’ovest del Canada.        
Deviamo poco dopo per una stretta carrozzabile, la Yoho Valley Rd., per raggiungere  le Takakkaw Falls. Per un’altra strada secondaria si arriva al Natural Bridge e quindi seguire allEmerald Lake (Foto2), dalle splendenti acque verdi smeraldo. Rientriamo a Golden e proseguiamo per la 95 in direzione sud verso Radium Hot Springs. Il paesaggio è curioso: sulla sinistra si stagliano maestose le Rockies, sulla destra un ampio vallone pieno di paludi, oltre ancora delle montagne ma decisamente più livellate. Troviamo l’accomodation nel Siesta Motel. Nel tardo pomeriggio ci portiamo avanti coi lavori imboccando la strada del KOOTENAY N.P. Visitiamo l’Olive Lake, in un’atmosfera tranquilla, ed andiamo al viewpoint sulla vallata del Kootenay. Non essendo possibile fare inversione di marcia proseguiamo per alcuni km e ci imbattiamo di diversi cervi mulo al pascolo lungo la strada. Ma alla fine ecco un giovane alce che bruca mentre le ombre si stanno ormai allungando. Andiamo anche noi a far cena a Radium Hot Springs all’Elna’s Stube (gestito da una signora austriaca di Linz). Si mangia molto bene (bistecca di maiale coi funghetti) e facciamo conoscenza con due simpatici vicini di tavolo: lui è di Dawson City ma abita a 50 km da Radium e ci danno preziosi consigli su quanto resta ancora da vedere nella zona. Sam, il gestore del motel, che ci ha ospitato con una cordialità tipicamente mediterranea, ci racconta dell’astio che gli indiani continuano a nutrire nei confronti dei bianchi. Stando a quanto dice, è meglio non addentrarsi nelle riserve ad ora tarda onde conservare lo scalpo.



Day 15: 20 agosto 2005 – 437 Km.

Kootenay N.P. - visita di Banff city e praterie fino a Calgary, il regno delle bistecche.

Partiamo lungo la strada che attraversa il Kootenay N.P., saltando le tappe già viste ieri. Non possiamo vedere il Marble Canyon, in quanto chiuso a seguito dei numerosi incendi. Tutta la zona è arsa, ma anche qui la filosofia è la stessa: fa parte del ciclo della natura, quindi non ci si deve lamentare. Incontriamo almeno una ventina di cervi mulo. Particolarmente belli i piccoli, pezzati di bianco da sembrare dei daini. Si transita sulla 93 per il Vermilion Pass (1650 mt.) per riprendere verso nord la Icefield Parkway (a 19 km da Banff) e risalire nuovamente per vedere il tratto del parco di Banff che ci mancava. Ci si congiunge sulla 1A, sulla Bow Valley Parkway, per vedere il  Johnston canyon e si torna indietro a Banff. Giro in città, che ci aspettavamo più turistica nel senso negativo del termine. Resta pur sempre una città ma almeno hanno cercato di darle un po’ di gusto. Il tempo si è velato leggermente, ma ormai non ha più importanza. Facciamo il giro sulla collina che domina Banff per una vista alle rapide, le Bow Falls (niente di che),  sul Mt. Castle, nonché un giro vicino ai Vermilion Lakes alla ricerca infruttuosa di castori. Usciamo definitivamente dal parco per deviare verso sud nel Kananaskis Country, in un paesaggio ricco di colori vivi. Montagne prima e praterie poi sono il tema dominante. Alcune capre pascolano tranquille sull’asfalto e le auto devono cedere rispettosamente il passo. Più a est vediamo degli impianti  per l’estrazione del petrolio. Quando il suolo si spiana appaiono gli immancabili ranch, bestiame allo stato brado, le Rockies come sfondo. Sembra di rivivere un film, ma il film del nostro viaggio stà ormai per finire ed è bello pensare che i titoli di coda scorrano proprio su questa scena, con le Rockies ormai lontane ma sempre imponenti. La Natura, la vera primadonna, la star di questo film, si congeda da noi. Lungo strade dritte e pianeggianti arriviamo a Calgary, la nostra tappa finale. Facciamo un giro senza scendere dalla macchina fra i grattacieli del centro, tanto per riabituarci un po’ alla “civiltà”. Resta ancora il tempo per una bella bistecca, di quelle con la tripla  A, marchio di qualità per le carni dell’Alberta. Gustata a Calgary, regno dei cow boys e delle mandrie sembra avere persino più gusto. Pernottamento al Travel Lodge Airport.



Day 16: 21 agosto 2005 – 533 km

Volo di rientro dopo due settimane di magia fatta Natura.

Alle 9.15 parte l’aereo per Toronto, quindi via Francoforte arriviamo a Torino alle 10.25 di lunedì mattina. Tutto va per il meglio, a parte il piccolo disagio causato da una lunga coda per fare il check in nel radioso mattino di Calgary. Ma non importa, siamo partiti per tempo, e possiamo così concludere il giro senza sorprese, se non quelle positive, scoperte nei giorni precedenti man mano che procedevamo.
Se lo scorso anno, dopo aver visitato l’East Canada, mentre aspettavamo d’imbarcarci sull’aereo l’occhio cadeva non casualmente sognante sulle guide che magnificavano le bellezze dell’Ovest, quest’anno il sogno si è avverato. Con l’unica differenza che la realtà mostrataci dalla Natura è stata di gran lunga superiore ai sogni più ottimistici o alle foto che vedevamo.  E’ difficile limitarsi a pensare che quanto abbiamo visto ed ammirato in questi giorni rimanga un ricordo indimenticabile. Per combattere la malinconia generata dal lasciare dei posti così belli è necessario convincersi che occorre ritornarci.