Canada Orientale

 


Day 1: 10 agosto 2004 – 290 Km

Da Toronto a Kingston. Primo assaggio di Canada orientale.

Partiti da Parigi con mezz’ora di ritardo. Il volo è durato 7h10’. Atterrati puntualmente e ritirato la vettura presso l’Avis, una Pontiac Grand Am (ottimi i confort a bordo). Alle 17.15 ci dirigiamo verso Kingston attraversando Toronto nel rush hour. La cosa ha richiesto circa tre quarti d’ora di pazienza. Sull’autostrada il traffico è intenso e, nonostante i limiti dei 100 km/h, l’andatura della maggioranza degli automobilisti si aggira sui 120. Da notare i frequenti camion che sfrecciano indifferentemente su tutte le corsie a velocità non inferiori a quelle delle vetture.
Giunti a Kingston, dopo un giro orientativo senza vedere hotels, troviamo una sistemazione al Queen’s Inn, forse un po’ caro ma si paga la storicità del luogo. L’hotel risale infatti al 1839 ed è uno degli alberghi più antichi del Paese. La camera da letto presenta una parete in pietra naturale all’interno di un caseggiato assai caratteristico.
Verso le 21 andiamo a cena nel primo ristorante non orientale che incontriamo; è un greco e la cena è apprezzabile (antipasto greco assortito). Passeggiata digestiva in centro con la City Hall ben illuminata e sull’altro lato il Lago Ontario. La stanchezza dovuta alle 6 ore di fuso orario incomincia a farsi sentire ed andiamo a dormire senza fatica.


Day 2: 11 agosto 2004 – 606 Km

Lungo il San Lorenzo: le Mille Isole, Quebec City e St.Anne de Beaupré. Il meglio della storia canadese.

Arriviamo a Gananoque giusto in tempo per salire sul battello delle 9 che ci porta a fare il giro di un’ora nella zona delle 1000 isole. Attraente, ma ne ricaviamo l’immagine di un giocattolo per turisti. Il cielo inizialmente nuvoloso riflette una tinta petrolio nell’acqua. Successivamente il sole fa la sua comparsa e tutto assume caratteristiche più vivaci. Quasi ogni isola ha un cottage dove i proprietari trascorrono i loro week end, alcuni sono delle vere e proprie seconde case con tanto di darsena e allestimenti lussuosi. Proseguiamo sulla 1000 Island Parkway, un percorso di 35 km  che costeggia il fiume, per andare a riprendere la 401. Si vedono molte deviazioni per campi da golf, che sembra essere veramente lo sport nazionale, quantomeno a livello amatoriale. In tarda mattina facciamo il nostro ingresso in Quebec, dove una gentile hostess dell’ufficio informazioni ci dà ogni possibile indicazione necessaria e ci prenota un motel a St. Anne de Beaupré. Pranziamo in un McDonald lungo la strada (il convento non passa di meglio) e ci dirigiamo verso Montreal, aggirandola per evitare i molti lavori in corso ed il notevole traffico. Seguiamo la Hwy 20 per ca. 150/180 km. E’ un’autostrada che passa a sud del San Lorenzo in un tratto assai monotono. Giungiamo così a Quebec City (dove è appena terminato uno scroscio) per le Hwy. 40 e 175 che conducono fino in centro fra bellissimi viali alberati, prati fioriti e case residenziali d’inizio secolo scorso. Di Quebec City vediamo da fuori la Cittadella, il Campo d’Abrahm dove avvenne la storica battaglia tra francesi e inglesi nel 1759 e il chateau Frontenac. L’impressione che ne ricaviamo della città è sicuramente positiva. Compriamo un paio di suppellettili per l’albero di Natale in un negozio dedicato interamente ad articoli dedicati alla Festività e ci avviamo verso est, dove ammiriamo la cascata di Montmorency all’imbrunire. C’è coda in quanto nei pressi della cascata ci sono i fuochi d’artificio e tutti i locali vi accorrono. La zona oltrre Quebec City appare molto industrializzata e poco attraente. Si arriva sulla Hwy 138, molto ampia, verso St Anne, dove si trovano una miriade di hotels e ristoranti.
Cenato ottimamente presso Le Marie Beaupré, vicino alla Basilica di St. Anne, dove divoriamo un’entrecote ed un trancio di salmone con verdure, ben cucinati e ad un ottimo rapporto qualità prezzo. Dormito a St. Anne presso il motel Joanne, discreto. Il luogo si trova a poche centinaia di metri dal lento scorrere del San Lorenzo


Day 3: 12 agosto 2004 – 670 Km.

La Malbaie, il San Lorenzo in traghetto, attraversamento del New Brunswick e scontro con l'alce.

In nottata è piovuto ma ora è solo più coperto. A colazione assaggiamo per la prima volta lo sciroppo d’acero, servito rispettivamente con del pane abbrustolito e dei pan cake fatti sul momento a 14 $. Tutto squisito! Poco dopo le 8 visitiamo la Basilica di St. Anne de Beaupré, priva a quell’ora del grande flusso turistico. Costruita nel 1920, la troviamo bella e senza esuberi, ma imponente al tempo stesso. Belle anche le cappelle che si trovano nel sotterraneo. Curiose le televisioni poste a lato dei banchi e l’ascensore che dal fondo della basilica porta ai piani superiori. Sembra appena costruita e la sua bellezza viene a malapena intaccata da questi simboli di opulenza americana. Al fondo si trova anche una lunga serie di stampelle appartenute a persone miracolate in seguito ai pellegrinaggi. Visitiamo Mont St. Anne passando a Beaupré, zona turistica invernale per lo sci. Andiamo vicini al canyon di St. Anne ma procediamo subito oltre. Ritorniamo sulla 138 east, passando nella zona di Charlevoix per amene colline, in un ambiente abbastanza di montagna toccando quote fino a 750 mt. Di tanto in tanto si vede il San Lorenzo. La Baie St Paul non ci ha entusiasmati a vederla da fuori, così non andiamo in centro. Giungiamo a La Malbaie dove la giornata si è rasserenata. Dopo aver attraversato la regione osserviamo che l’ambiente circostante è tipico delle zone scandinave, parecchie betulle, vegetazione bassa, ontani classici di dove in inverno la neve la fa da padrona, di conseguenza la finitura e la manutenzione delle case talvolta lascia un po’ a desiderare. Sarebbe del resto difficile mantenere tutto in perfetto stato con un’estate così corta. La Malbaie fu così denominata da Cartier, in quanto dovette fermarsi e attendere miglior fortuna con la marea. Vi giungiamo in un paesaggio di nebbie sfumate a corollario del mare ritiratosi anche oggi per la bassa marea, in un ambiente molto umido per le evaporazioni del San Lorenzo. Ci fermiamo in una formaggeria artigianale per acquistare del formaggio granulare (il cheddar), di consistenza gommosa e dal gusto gradevole che rappresenta il ns. pranzo in attesa del traghetto delle 15.30 a St. Simeon. Siamo infatti arrivati alle 11.10 ma, trattandosi di un periodo di grande richiesta il traghetto delle 12 era già pieno e non ci è rimasto altro che attendere il prossimo nel porticciolo di St. Simeon. Nel frattempo le nuvole hanno dato luogo ad un piovasco. La traversata è durata ca. 1h15”; è stata suggestiva, sebbene il tempo non accompagnasse molto. Giungiamo a Riviere du Loup, bello e curato, e sotto una pioggia talvolta temporalesca ci dirigiamo verso Edmuston sulla 185. Perdiamo un’ora per effetto del fuso orario che nel New Brunswick è più avangti e prenotiamo un motel a Saint John anticipando già che arriveremo tardi. Abbiamo almeno 550 km di strada da fare ed il tempo è dei peggiori. Dobbiamo fare il possibile per arrivare a St. John e prendere il traghetto di domattina per la Nova Scotia. Aspettare quello del tardo pomeriggio significherebbe perdere un giorno prezioso. Dopo Edmuston la pioggia smette, ma ormai sta scendendo la notte. La strada alterna tratti a due carreggiate ad altri di una sola. E’ proprio su un tratto a doppia carreggiata che intorno alle 21.30, appena dopo il sorpasso di un’auto con carrello a traino compare la figura di un animale che ci attraversa la strada. In quel tratto lo spartitraffico è costituito da un bosco largo alcune decine di mt. Si tratta di un alce: trovandoci noi sulla corsia di sinistra l’unica possibilità è quella di sterzare a sinistra dal momento che  l’animale sta attraversando  verso destra, quindi verso il ciglio esterno della strada. Viaggiamo ai 110 km/h (il massimo consentito in quel tratto) e l’istinto è stato sufficiente per evitare che 400 kg di carne ci finissero sul parabrezza con conseguenze che non vogliamo immaginare. Infatti sentiamo forte e chiaro l’urto che il lato destro del nostro paraurti ha contro le sue zampe posteriori. L’auto resiste, così l’alce. Entrambi proseguiamo per la nostra strada. Un forte brivido ha sicuramente percorso anche il mezzo che avevamo appena superato e che sarebbe stato sicuramente coinvolto nell’incidente qualora l’avessimo colpito in pieno, oppure se l’animale fosse caduto sulla sua corsia immediatamente dopo l’urto. Ci fermiamo un istante per realizzare dello scampato pericolo e ripartiamo immediatamente. Come se non bastasse a sud di Fredricton la strada diventa più stretta, è interamente in mezzo alla foresta e gli avvisi di fare attenzione agli alci diventano persino assillanti. Viaggiamo con tutte le prudenze del caso e arriviamo a St. John a mezzanotte. Tesi come dei violini dormiamo qualche ora nel modesto motel che avevamo sapientemente prenotato in precedenza. Non è finita: in tutto quel trambusto, l’ultima cosa che ci passava per la mente era quella di cenare. In camera intratteniamo lo stomaco con qualche cracker, e niente più!
Il paesaggio della valle del fiume Saint John appare molto bello, per quanto vi siano diverse industrie lungo le sue rive. Il fiume serpeggia lungo colline basse e vediamo anche notevoli campi di patate, ancora verdi, e cereali. Case e natura ben amalgamati.


Day 4: 13 agosto 2004 – 414 Km.

Traghetto verso la Nova Scotia: Lueneburg la tedesca e gli artisti di Peggy's Cove, fino a Halifax

Sveglia alle 6.30, senza colazione (la faremo a bordo) e di buon’ora siamo al porto di Saint John per non perdere il traghetto che in 3 h ci porterà a Digby in Nova Scotia, attraversando la baia di Fundy. Fa fresco ed il tempo non è bellissimo, sarà meglio verso il mare aperto, il che lascia ben sperare. Sulla Princess of Acadia godiamo di una piacevole traversata senza tuttavia vedere le balene, il cui avvistamento in zona viene dato per scontato.
Con tempo sereno e vento molto forte sbarchiamo Digby, dopo aver preso informazioni presso un desk sul traghetto ed all’arrivo in uno dei soliti centri informazione, la cui organizzazione è un vanto di tutto il Canada. Prenotiamo anche il traghetto da North Sidney a Port aux Basques, non si sa mai. Fermata in un supermercato per l’acquisto di un salmone speziato ed affumicato, accompagnato da due crustle, panini da accompagnare, prosciutto, arance e bevande per i prossimi pranzi. Consumiamo il salmone in un’area pic nic, all’ombra di alberi incantevoli. Procediamo quindi in direzione di Annapolis Royal, che attraversiamo. In tutte le province atlantiche non si fa altro che parlare del raduno degli acadiani in occasione del 400° anniversario del loro insediamento. Orgoglio e tradizione si fondono senza rivendicazioni anacronistiche. Ovunque si vede la bandiera francese con la stella dorata, accanto a quella canadese. Proseguiamo sull’Annapolis Valley fino a Middleton, da dove pieghiamo verso l’interno sulla 10 per attraversare l’isola e ritrovare il mare sul versante sud a Lueneburg, villaggio fondato da contadini tedeschi convertitisi alla pesca nei secoli precedenti. Ricca di artisti, è costituita da strade parallele al mare che si snodano in piano, quelle che le intersecano scendono invece giù ripide dalla collina sovrastante. Il paesaggio sulla 10 è ricco di boschi fitti, non si sale di quota e si trovano di tanto in tanto fattorie nelle radure, spesso in posizioni isolate. Il paesaggio talvolta è tipicamente scandinavo, con torrenti limpidi e ricchi di salmoni. La parte prima di Middleton è invece decisamente meno graziosa, le coltivazioni assumono caratteristiche più estensive e c’è parecchio incolto. Proseguendo verso Peggy’s Cove sostiamo brevemente nel luogo dove sorge un memoriale dedicato alle vittime dell’incidente aereo della Swiss Air, avvenuto ad inizio settembre 1998, poco dopo la sua partenza da New York. Era uno dei voli che avevamo preso in considerazione per rientrare dagli Stati Uniti dopo aver speso le vacanze nei Parchi dell’Ovest. Il destino in quell’occasione ci fece partire una settimana prima con la Sabena, sempre dal JFK. Entriamo nel villaggio quando ormai le ombre si allungano e non possiamo che rimanere estasiati nel vedere il porticciolo ricco di colori e di gabbie per la cattura delle aragoste. Le barche sembrano messe in acqua appositamente per completare uno scenario da fotografare. Sul lato del mare aperto, scogli perfettamente levigati (Foto1)scendono in acqua, mentre anche il sole sta per immergersi (Foto1)nelle lontane acque di ponente. Uno dei momenti più belli di tutto il viaggio. Attraversiamo ameni paesaggi di laghi e pini per giungere a Mahone Bay, splendida baia. Finiamo la nostra corsa quotidiana nella capitale della Nova Scotia, Halifax.


Day 5: 14 agosto 2004 - 475 Km.

Nova Scotia e traghetto per Terranova. Il Canada più vicino all'Europa ma più distante dal Canada

Sveglia come al solito alle 6.45. E’ piovuto per buona parte della notte ed anche al mattino non è bello. Facciamo un giro per Halifax, il centro invaso dalla nebbia ci fornisce un’idea alquanto triste della città. A dare un ulteriore senso di solitudine ci pensa il sabato mattina, che evita alla gente di uscire di casa.
Su comode autostrade proseguiamo verso Truro, New Glasgow ed arriviamo a Port Hastings, dove attraversiamo il Canso Causeway, un braccio di mare che collega la Nova Scotia continentale al Cape Breton Island. Piove assai frequentemente ma i paesaggi non sono particolari. Pranziamo sulle rive del Bras d’Or Lake, lago collegato al mare, con scarsa salinità. Visitiamo a distanza i residui di una grande acciaieria con le scorie di coke risucchiati nell’oceano dalle maree. Uno spettacolo desolante nel luogo maggiormente inquinato del Nordamerica. I quartieri intorno presentano case fatiscenti, a causa dell’abbandono dei proprietari. E’ uno dei luoghi con maggior incidenza di tumori in tutto il Canada. Forse gli abitanti di alcune delle case che abbiamo visto vuote non sono riusciti a fuggire in tempo. Arriviamo a North Sidney, dove la partenza era prevista per le 16 ma partiremo con due ore abbondanti di ritardo. All’interno della biglietteria troviamo un fornitissimo centro informazioni. Merita anche in questo caso spendere due parole sulla disponibilità degli addetti e sulla perfetta organizzazione incontrata. Sempre all’interno della biglietteria ammazziamo il tempo osservando le foto dei tempi in cui traghettare a Terranova era cosa ben più difficile, nonché delle difficoltà che s’incontrano d’inverno quando il mare ghiaccia completamente. Prima di partire incontriamo un simpatico signore al quale raccontiamo la nostra avventura di due giorni fa con l’alce. Ci guarda stranito e ci ripete più volte che siamo “very lucky”. Mi tocca addirittura sulla spalla per portargli fortuna, anche se non sembra essere molto sfortunato. Possiede un caravan di dimensioni enormi per le nostre abitudini (normali per quelle canadesi) trainato da un pick-up. E’ in pensione e trascorre l’estate nelle vicinanze di St. John’s (sua zona d’origine) per poi svernare in Alabama. Si cena a bordo, rilevando come i prezzi siano decisamente abbordabili. Il menù prevede merluzzo (pescato del giorno) condito con cipolle e salsa, servito con varie verdure. Durante il viaggio veniamo allietati da un concerto country di due tipi molto in gamba, forniti di chitarre, basi, ecc. Facciamo inoltre conoscenza con Mary Law, un’insegnante sposata con un inglese, originaria di Terranova che vive e lavora a Moncton (NB), di ritorno dai suoi genitori per qualche giorno di ferie. Si sente canadese a tutti gli effetti e non gradisce l’estremismo linguistico dei quebecoises. A tal proposito ci racconta un aneddoto curioso: il pilota Jacques Villeneuve anni fa ha aperto un locale a Montreal e l’ha chiamato “yes”. Il governo ha preteso che sull’insegna venisse posta anche la traduzione, “oui”. Anche la sua cortesia e disponibilità nel darci consigli su cosa vedere sull’isola ci ha lasciati di stucco. E’ vero che di turisti qui ne vedono  meno che da altre parti, ma questa gentilezza deve proprio far parte del loro DNA.
Un'altra curiosità legata al sciovinismo linguistico del Quebec l'abbiamo vista in questi giorni: la catena di fast food americana Kentucky Fried Chicken e pertanto abbreviata KFC, qui riporta sulle insegne PFK: Poulet Frits Kentucky.
L’arrivo a Port aux Basques avviene quando è ormai l’una di mattina in virtù del ritardo accumulato dal traghetto, dopo cinque ore abbondanti di navigazione. Ed è di quelli che non si scordano: in mezzo a fitte nebbie, la nave procede lentamente verso l’attracco. Sembra di vivere un film dell’epoca pionieristica mentre il traghetto scivola sul mare piatto come l’olio. Non si vede nulla, solo le luci del porticciolo che man mano si avvicinano. A parte l’emozione dell’arrivo, è stato un gran peccato non essere arrivati prima, perché l’Heritage B&B che ci ha ospitati si trova in un posto molto bello ed è lui stesso un bellissimo chalet ottimamente arredato e  dotato di tutti i comfort.


Day 6: 15 agosto 2004 – 822 Km.

Alla scoperta di Terranova: Gros Morne Park fino a Gander, dove il tempo si è fermato al momento giusto.

Ann Bennet (l’anziana  proprietaria) ci fornisce una colazione che, vista l’abbondanza, riusciamo a terminare con fatica. Nella notte non possiamo dimenticare l’attracco al porto, niente di avventuroso ma molto suggestivo: la nave che si avvicinava quasi impercettibilmente al porto, mentre la nebbia lasciava a malapena trasparire le luci a terra. Non un rumore di motori o altro suono che la sirena di bordo interrompevano un silenzio che ci ha fatto per qualche minuto immaginare un ambiente d’altri tempi, ispiratore di decine di film. Terranova come fuso orario è mezz’ora più indietro rispetto alle Provincie Atlantiche, quindi 4h ½ rispetto all’Italia.
Uno splendido sole ci accompagna mentre proseguiamo fino a Deer Lake e deviamo per Gros Morne. Visitiamo il parco omonimo raggiungendo Norris Point (Foto1). Scendiamo in paese, acquistiamo alcune cartoline e troviamo un punto panoramico per consumare il pranzo. Fotografie e filmato si sprecano, di fronte a tanta bellezza della natura. Due sono i colori che riempiono l’orizzonte: il blu del cielo e del fiordo ed il verde che riempie gli spazi rimanenti. A seguire riscendiamo la strada percorsa fin quasi all’imbocco del parco e risaliamo sul lato sud fino a Woody Point, quindi a Trout River lungo una strada che costeggia la Talbleland, un gruppo montuoso privo di vegetazione con colorazione tendente al rosso. Con questo abbiamo percorso tutte le strade del parco, traendone una impressione indimenticabile. Di ritorno a Deer Lake facciamo benzina pagandola 94,3 c/$ (0.59 €, il rifornimento più caro in assoluto). Pernottiamo in un bel B&B di Gander, dove una gentile signora (Cecile) che ci spiega come la vita lontano dalla “civiltà” non sia poi tanto male. L’idea di andare in una metropoli la spaventa, qui si conoscono quasi tutti,  almeno di vista. La cittadina conta 13.000 abitanti ed è un importante centro aeronautico, sia militare che civile, nonché per le rilevazioni meteo. Ci dice che la gente vive essenzialmente intorno a queste attività e la criminalità è zero, tanto da dirci che se vogliamo chiudere a chiave la stanza siamo liberi di farlo, ma la porta principale della casa e con essa tutta l’abitazione non vengono chiusi nemmeno di notte. Ci viene da chiedere asilo politico in questo luogo che molti troverebbero poco eccitante. La vita scorre molto tranquilla ed è solo stata sconvolta in occasione del tragico incidente aereo avvenuto pochi giorni prima del Natale 1985. In quell’occasione un aereo militare americano con a bordo 250 soldati provenienti dal Medio Oriente che aveva fatto scalo a Gander, non riuscì a decollare e si schiantò nella foresta vicina, il cui vuoto di alberi è ben visibile ancora adesso. Non vi furono superstiti.
Andiamo a cena in un ristorante romantico, consigliatoci da Cecile, dove ceniamo con un piatto di salmone. Ottimo il dolce, un cheescake. Prezzi ragionevoli. Quando sono ormai le 22 ed un forte vento sta abbassando considerevolmente le temperature andiamo a fare provvista di bevande in un drugstore locale.


Day 7: 16 agosto 2004 – 748 Km.

Fino a St. John's, where Canada begins. Imbarco notturno da Argentia e 13 ore di traghetto per la Nova Scotia.

Ripartiamo alle 8,10 da Gander dopo una colazione traboccante (crepe ripiena di frutti di bosco, tartina con i mirtilli, ecc.) e con il cielo terso. Appena entrati nel Terranova National Park un cartello ci invita alla prudenza con gli alci, indicandoci quanti incidenti vi sono stati nella zona di quest’anno: 7. Proseguendo lungo la penisola di Bonavista giungiamo al capo omonimo e vediamo the Matthew, la copia della nave utilizzata da Caboto nella sua traversata. Infatti a pochi km di distanza si trova il punto in cui il navigatore veneziano al servizio della corona inglese attraccò nel 1497. Sul luogo si trova una sua statua ed un faro a strisce verticali biancorosse, di notevoli dimensioni. Fu infatti il primo occidentale (se si escludono i vichinghi 500 anni prima) ad approdare sulle coste canadesi e per questa ragione gode qui di maggior fama di quanto non ne abbia nel suo paese nativo. Il capo è paesaggisticamente superlativo, con diverse calette ed un’acqua che sembra quella dei Caraibi, non fosse per la temperatura decisamente più rigida. I faraglioni tutt’intorno sono ricchissimi d’uccelli. Parlando con un benzinaio scopriamo che è da metà giugno che nella regione non piove più con intensità e ciò è confermato dall’erba ormai ingiallita.
Scendiamo attraversando Clarenville e raggiungiamo St. John’s (la capitale di Terranova) a metà pomeriggio. E’ una città portuale con una  popolazione sui 170 mila abitanti. I sobborghi sono un po’ degradati ma noi saliamo al Signal Hill dove si trova la Cabot Tower. Da questo punto si ha una splendida panoramica sul porto e sulle Narrows, le strette che mettono in comunicazione il porto col mare aperto. Si tratta di una baia che la natura ha saputo forgiare in modo impeccabile. Per arrivarci abbiamo lasciato la macchina al centro visitatori e siamo saliti prima alle batterie della Regina, poste sopra le Narrows. Nel centro cittadino vediamo il punto iniziale della Trans Canada Hwy, ossia il km 0. Da qui quasi 8000 km di strada conducono sulla costa del Pacifico nel British Columbia. Questa strada viene tenuta aperta con qualsiasi condizione meteo a costo di notevoli sacrifici. Visitiamo Cape Spear, dove la vegetazione, a dispetto della calma attuale, ci fa pensare che il vento spiri fresco, forte e frequente su questo promontorio che rappresenta il punto più a est del Nord America. Da qui siamo più vicini alla costa Irlandese che al confine occidentale dell’Ontario (a Thunder Bay). Ci sono comunque 4500 km di mare. Vediamo le batterie di guardia risalenti alla II guerra mondiale, messe lì a vigilare contro i sottomarini tedeschi: non vennero mai usate. Alle 18.15 ripartiamo per Argentia. Ceniamo a Placentia come sempre a base di pesce in una delle migliori interpretazioni registrate sul territorio canadese. Con tutto comodo ci avviamo verso Argentia, dal cui porto salperemo alle 23.59 in direzione North Sidney (NS). La motonave si chiama Mr. Joseph & Clara Smallwood. Curiosità: prima di imbarcaci c’è un posto di controllo dove ci chiedono se portiamo con noi terra o piante. Quindi attraversiamo un autolavaggio dove due addetti ci invitano a chiudere i finestrini e ci lavano la macchina, prestando cura alla pulizia delle ruote. Non si tratta della ben nota cortesia dei locali: è per evitare contaminazioni fra zone diverse. Saliamo con l’auto al secondo piano del Ferry (sotto ci sono i camper ed i camions) e raggiungiamo il settimo piano, dove in una stanza condizionata si trovano i daynighters che avevamo prenotato. Si tratta di due poltrone reclinabili dove riusciamo a dormire per l’intera notte. Non è come il proprio letto di casa ma già qualcosa in più di un sedile d’aereo.


Day 8: 17 agosto 2004 – Km. 316

Navigazione verso Nova Scotia e Cape Breton Island, in realtà una penosola.

Alle 7 di mattina ci svegliamo. Colazione rapida ed approfittiamo del fatto che fuori piove e che siamo in mare aperto per sederci ad un tavolo, riordinare i depliants e le idee per la seconda metà del viaggio. La meticolosità in queste occasioni può essere fondamentale! Pranzo alla caffetteria della nave. Circa un’ora prima dell’arrivo il traghetto si ferma nel tentativo di soccorrere una barca a vela in preda delle onde. Una vela è stata strappata e gli occupanti hanno lanciato l’SOS. Dopo vari tentativi di recupero finalmente i marinai del traghetto riescono ad agganciare i naufraghi con una corda, che tuttavia si stacca di lì a poco, con un coro di sgomento dei passeggeri accorsi a vedere lo spettacolo fuori programma. Di certo gli attori involontari non hanno passato un  bel momento fino a quando è arrivata una barca del soccorso, che ha avuto vita più facile nell’agganciare i disperati prima che le onde li inghiottissero. Raggiungiamo così North Sidney con mezz’ora di ritardo, alle 14.30. Sebbene la pioggia non cessi affrontiamo il Cabot Trail (Foto1) sull’estremo nord della Cape Breton Island. Nella seconda parte verso Cheticamp, dapprima smette di piovere, quindi si rasserena del tutto, lasciando spazio ad un paesaggio molto verde. A Cheticamp, villaggio orgogliosamente acadiano, con belle casette in legno che risaltano particolarmente sotto il sole e con le nubi sullo sfondo delle montagne interne. La strada passa in mezzo alle due file di case, dall’aspetto ordinato e fiorite in ogni dove. Ci fermiamo a Mabou in una fattoria, la Clayton Farm B&B, che trae le sue origini nel ‘600. La stanza è splendida, mentre il padrone, Isaac Smith, pronipote del fondatore, un certo McKeen, è un tipo molto calmo e ci racconta la storia della fattoria e della sua famiglia. Sembra d’essere in una fattoria dell’800: arredamento e foto alle pareti sembrano raccontare dell’epopea pionieristica. Il flemmatico Isaac è di certo un buon albergatore, la professione del farmer sembra essere più una cornice sentimentale.


Day 9: 18 agosto 2004 – Km. 770

 

Traghetto per Prince Edward Island e si risale il New Brunswick.

 

Scendiamo verso il Canso Causeway e dirigiamo su Caribou, che raggiungiamo alle 10 per l’imbarco delle 11.15, puntuale. Sotto un bellissimo sole lasciamo la Nova Scotia per arrivare in un’ora e un quarto a Wood Island nella Provincia di Price Edward Island, la più piccola delle Province canadesi. Non ci sono paesaggi mozzafiato, ma il rosso intenso della terra, l’azzurro delle acque ed il verde dei prati la rendono degna di visita. Fino a Charlottetown incontriamo diverse fattorie con vistosi cartelli che riportano la scritta “new potatoes”. Effettivamente i campi di questo tubero sono molto frequenti. Stupisce vedere come le patate della regione siano addirittura più indietro delle nostre in montagna. Charlottetown spicca per la ricchezza di viali alberati ma non merita una fermata per i suoi monumenti. Abbiamo osservato che, tanto in città che fuori, gli automobilisti sono attenti con la velocità. Pertanto delle due l’una: o gli abitanti dell’isola sono molto prudenti oppure la polizia è particolarmente efficiente. Lasciamo Prince Edward passando sul Confederation Bridge, che dicono essere il ponte più lungo del mondo con i suoi 13 km. Dall’altra parte c’è il New Brunswick, ma non ci fermiamo fino a Campbellton, al confine con il Quebec. La zona percorsa è ben coperta da foreste con paesaggio talvolta monotono. Un cartello stradale indica il numero di telefono da chiamare nel caso di avvistamento di alci. Di tanto in tanto delle reti a bordo strada hanno l’evidente compito di impedire agli animali di attraversare la strada. Non abbiamo comunque fatto incontri. Ci fermiamo nella cittadina turistica di Carleton presso il Marie Claire B&B.
Ceniamo con aragosta sapientemente cucinata da un marocchino, Mustafà. Il ristorante si trova sulla costa e ci è stato giustamente raccomandato da Marie Claire. Assaggiare l’aragosta in questa che ne è la capitale della pesca è quasi un obbligo, sapere che vengono uccise per immersione nell’acqua bollente ci fa sentire dei barbari.


Day 10: 19 agosto 2004 – km 849

Lungo la penisola della Gaspesie, ormai rientrati nel Quebec. Tramonto indimenticabile sul San Lorenzo.

Colazione con squisite marmellate di mirtilli, mele, rabarbaro e fragole confezionate dalla padrona di casa. Il tutto condito con l’immancabile sciroppo d’acero. Chiacchierando, ci raccontano che nei mesi di gennaio e febbraio le temperature scendono senza problemi a -30/32°, con medie che si aggirano sui -20°. Il municipio tiene comunque aperte tutte le strade facendo abbondante uso di sale. Saliamo ai 582 mt. di Cap Ferret,  da dove godiamo di una magnifica veduta su tutta la baie de Chaleur, appena intaccata da una foschia di fondo che non aiuta a rendere nitida la costa opposta del New Brunswick. Sotto un bel sole partiamo in direzione di Percè. A differenza di Terranova e della Nova Scotia iniziano a vedersi alcuni turisti europei, prima erano solo canadesi o americani, i quali arrivano dal Maine con comodi collegamenti di traghetto. Alle 11 giungiamo sotto il faraglione di Percè (Foto1) che si erge dal mare con un tunnel nel parte più al largo. Notiamo con curiosità come nella zona i cartelli indichino le distanze usando le misure imperiali e non quelle metriche, come invece si usa nel resto del Canada. Anche il marito di Marie Claire parlava usando unità di misura imperiale. Visitiamo il parco di Forillion, dove percorriamo un sentierino di un’ora che si snoda tra belle cascate, il cui suolo è ricoperto di muschio. Anche i tronchi caduti vengono presto ricoperti di un muschio peloso e fitto. Scopriamo che esistono tre varietà di acero, di cui una sola è quella dalla quale si estrae la linfa per fare lo sciroppo e la cui foglia campeggia sulla bandiera canadese. Un altro ha la foglia con angoli quasi retti, mentre l’ultimo ha la base della foglia tondeggiante ed è detto acero della Pennsylvania. Il sottobosco è mantenuto pulito dalle conifere e dagli aceri. Un altro albero interessante quanto frequente è il cedro, il quale emana il classico profumo quando si sfregano le foglie. Appena usciti dal parco di Forillon, a Cap de Rosieres, incontriamo una bella serie di case esposte ai quattro venti e la vegetazione stenta a prosperare. Ci sfugge la necessità di fondare un paese proprio su quel promontorio, ma una ragione ci sarà stata di sicuro. Le case più belle sono quelle più in alto e quindi più esposte agli agenti atmosferici, evidentemente più la casa prende vento e più ha prestigio. Resta comunque il fatto che le due file di case lungo la strada principale è la disposizione più frequente in tutti i villaggi del Canada orientale. Probabilmente anche per una ragione di sgombero neve, riesce più comodo uscire dal garage o dal cortile. Nei paesi di piccole dimensioni le vie laterali sono quasi assenti. La struttura delle case è di solito in legno ben coibentato. Queste, anche se costruite intermente in legno, presentano un camino che parte sin dalla base ed è rivestito di pietra. Alcuni edifici pubblici e molte chiese sono invece interamente in pietra. Le chiese spesso sono di colore bianco, bordate di nero o blu scuro, sono immerse in prati verdi e poste in punti panoramici, su elevazioni oppure in prossimità del mare. Anche i cimiteri sono in posizione panoramica e danno direttamente sulla strada, comunque in posizione rilevante rispetto al villaggio. La costa nord della Gaspesie ci rende un’impressione meno maestosa di quanto non fosse decantato dalle guide, complice il cielo annuvolatosi nel frattempo ed i superbi paesaggi visti nei giorni scorsi, per esempio a Cape Breton. Soltanto in prossimità di Gros Morne si elevano alte falesie che scendono a perpendicolo sulla strada. Dall’altro lato il San Lorenzo. St. Louis e Mont St. Pierre, così come altri villaggi vicini, sono caratteristici: sorgono tutti uguali in fondo ad una baia dove sfocia un fiume e si apre la vallata. Prima e dopo si trovano alti roccioni che precipitano a picco sulla costa, dove è stata ricavata la strada. Gli abitanti sembrano persino imbranati a vedere da come guidano lentamente. Si riesce invece a capirli quando parlano francese, a differenza dei quebequoises dell’altra riva, dove riusciamo a tradurre con non poche difficoltà. Visto il tempo che diventa sempre più inclemente ed il paesaggio che non merita lunghe fermate, decidiamo di tirare dritto fino a Riviere du Loup. Nei pressi di Trois Pistoles veniamo avvolti da una nebbia strana, molto scura e fitta ma che nel contempo concede una visibilità accettabile. Dopo qualche chilometro, come per magia lo scenario si apre e si presenta un tramonto sul San Lorenzo (Foto1) che da solo meriterebbe il viaggio. Incuranti delle zanzare che banchettano col nostro sangue, scattiamo alcune foto per immortalare un momento che la nostra mente non avrebbe comunque scordato. A Riviere du Loup pernottiamo in un hotel che se da un lato non ci dispiace, dall’altro ci fa pensare con nostalgia all’accuratezza dei B&B precedenti. Ceniamo con insalata di gamberetti e salmone grigliato.


Day 11: 20 agosto 2004 – 285 km

Attraversamento del San Lorenzo e Parco del Saguenay nel Quebec interno.

Ci svegliamo presto la traversata in traghetto del San Lorenzo, prevista alle 9,30. Vista l’esperienza dell’andata alle 7.50 siamo già al porto. Uno zelante addetto ci fa salire subito con l’auto. Al nostro stupore per averci imbarcato così presto, ci rispondono che il traghetto parte alle 8,00!! Alle 9.30 è la ripartenza da St. Simeon: si tratta del primo segno che la stanchezza inizia ad annebbiare la nostra lucidità. Ma ogni tanto la fortuna e l’oculatezza di arrivare con largo anticipo ci consente di non perdere la corsa. Durante il viaggio parliamo con un geologo del New Brunswick e a metà strada avvistiamo anche una balena bianca, una beluga. Sotto un bel sole saliamo da St. Simeon in direzione nord verso Tadousssac attraversando il fiume Saguenay con il settimo ed ultimo traghetto, ma questa volta il tratto è breve. Quello di Tadoussac è un villaggio gradevole e ci immette nel Parco del Saguenay. La strada che lambisce il parco all’inizio è piena di fattorie e formaggerie. A seguire diventa selvaggia e si snoda all’interno di belle pinete con torrenti ricchi di salmoni. Ci fermiamo per vedere un punto panoramico nella zona di L’Anse Rocher, visitiamo il pittoresco villaggio di St. Rose du Nord e proseguiamo fino a Chicoutimi per tornare indietro sull’altra sponda a Baie Eternité, da dove ci incamminiamo su un sentiero di 3.5 km che si inoltra nel parco fino a mostrare degli splendidi paesaggi (Foto1) sul promontorio aggettante nel fiordo. In un paio d’ore superiamo il tragitto in andata e ritorno. Il punto di arrivo è una enorme statua della Madonna, alta 8 mt, e fatta erigere a fine ottocento da un fortunato viandante a cavallo, salvatosi miracolosamente in seguito della rottura del ghiaccio che ricopriva il fiume d’inverno. Sulla via del ritorno verso La Baie visitiamo una collezione di Sacre Famiglie scolpite in vari tipi di legno da artisti locali. Ci ospita un B&B a La Baie, gradevole, con un bagno da mille e una notte. I proprietari, sono due simpatici signori anziani coi quali ci intratteniamo intrattenuti per sapere come sopravvivono al freddo inverno, dal momento che ci raccontano come le temperature raggiungano i -40°, con punte di -45° per effetto del vento. Hanno tutta una serie di espedienti, come le tubazioni, che vengono interrate a profondità superiori delle nostre. In estate fanno le fondamenta delle case, quindi rivestono il luogo dove dovrà sorgere la casa e in inverno lavorano di fatto al coperto e al caldo. I cappotti sono rinforzati mentre le auto vengono preriscaldate collegandole alla rete elettrica. Anche il fiume in questa zona gelerebbe per un lungo periodo se non venisse tenuta aperta una corsia centrale al fine di consentire alle navi di raggiungere Chicoutimi. Pertanto non è possibile raggiungere l’altra riva a piedi. Occorre inoltre conoscere le zone, ad esempio più a valle esistono correnti sotterranee da rendere lo strato di ghiaccio molto sottile e dunque pericoloso. A La Baie si può invece trivellare il ghiaccio e gettare la canna da pesca stando comodamente seduti sul fiume. Nevica copiosamente, tant’è che ci sono cartelli ad indicare i punti di attraversamento delle motoslitte. E’ probabile che in certe stagioni si usi più la slitta dell’auto.
Cena in un ristorante a poche decine di metri dalla casa che ci ospita (salmone misto con altri pesci e controfiletto al pepe). Passeggiata digestiva fino ad attraversare un ponte in alluminio di cui le guide ne rimarcano la spiccata leggerezza.
Osserviamo come parecchie case, sotto la pensilina spiovente dal tetto, hanno delle ragnatele di plastica per impedire la formazione di candelotti di ghiaccio in inverno.


Day 12: 21 agosto 2004 – 665 km

Attraversando foreste fino al Parco della Mauricie e il contrasto con la metropoli: Montreal.

Ottima la colazione con egg and bacon. Ma al momento di uscire vediamo su una parete un quadro con il Cervino, quale emozione a tanta distanza. I padroni non sapevano neanche dove fosse quella montagna, glie l’abbiamo spiegato noi con dovizia di particolari. La casa è comunque assai particolare dal momento che di tanto in tanto da una porta sbucano anzianotti, ospiti, ecc. Sotto un bel sole ci dirigiamo verso il Lac St. Jean in un contesto prettamente agricolo, dove spiccano coltivazioni di patate, cavoli e mais. Da distante il lago quasi non si vede in quanto nei dintorni è tutto pianeggiante, ma le sue le dimensioni sono tali da consentire di vedere l’altra sponda in poche occasioni. Dal punto di vista turistico niente di particolare. Imbocchiamo invece la 155 in direzione sud, che passa in una zona intensamente boscosa e disabitata. Le poche stradine laterali conducono a zone utilizzate per il taglio della legna e vi sono sparuti campeggi dove si pratica la canoa oppure la caccia, in tutto 80 km fino a La Tuque in un bel paesaggio contornato da laghi. Giunti a La Tuque sentiamo un odore terribile dovuto al vicino stabilimento per la produzione di polpa da carta. La città ha uno strano aspetto, quasi pionieristico. Ciò è forse dovuto alla sua particolare posizione isolata, nonostante la popolazione conti 33.000 abitanti. Seguiamo l’ampio e lento Riviere di St. Maurice per oltrepassarlo e risalire sull’altra sponda a raggiungere St. Jean des Piles, da dove imbocchiamo una strada nel Parco della Mauricie, che con un percorso di 63 km ci porta a vedere i siti più interessanti. Ci fermiamo in alcuni punti panoramici, che richiedono normalmente una decina di minuti a piedi per essere raggiunti. Il parco è percorso da una serie di sentieri che alternano tratti di camminata a piedi con traversate in canoa sul lago. Alla fine del lago il sentiero ricomincia per finire al prossimo, dove si mette nuovamente in acqua la canoa. Quello della canoa è uno degli sport più diffusi e ne vale veramente la pena in quanto la conformazione del territorio sembra fatta apposta. Usciti dal parco, per zone agricole prendiamo la direzione di Trois Rivieres, che tuttavia non raggiungiamo, per deviare direttamente sulla litoranea 138 del San Lorenzo, denominata Chemin du Roi, scendendo fino a Montreal tra case e paesaggi ameni. Raggiungiamo il B&B gestito da una signora cinese, lasciamo le valige e ci dirigiamo nella Vieux Montreal. Qui, all’imbrunire di una giornata luminosa, vediamo la chiesa di Notre Dame (copia uguale della più famosa di Parigi), il Municipio, il vecchio porto, Place Cartier con il suo affollato mercatino e la Place Royale che non ci ha entusiasmato. Ceniamo in un ristorante della Vieux Montreal monotonamente con del salmone. Alle 23 siamo a dormire.


Day 13: 22 agosto 2004 – km 870

Visita di Montreal e Ottawa, la tranquilla capitale federale, e arrivo a Toronto. Cascate del Niagara by night.

Alle 6 suona la sveglia e prima di colazione, che essendo domenica viene servita solo dopo le 8, visitiamo l’Ile Notre Dame, dove sorge il circuito di Formula 1, che percorrendolo interamente. Dall’isola si ha una splendida vista sulla Skyline di Montreal, grazie ad un meteo perfettamente terso. Proseguiamo per il Mont Royal, una collina che sorge sopra Montreal e che ha dato il nome alla città stessa. Tra amanti del jogging e buddhisti in meditazione, alle 7 abbiamo una visione della città dall’alto. Andiamo infine al centro Olimpico, dove svetta la torre più inclinata del mondo, che sostiene la copertura mobile dello stadio, le cui forme richiamano quelle di una conchiglia. Torniamo al nostro B&B per il breakfast, stupendo gli altri commensali che si erano appena svegliati. Puntiamo il timone su Ottawa (Ontario), che raggiungiamo dopo 200 km. d’autostrada. L’immagine è subito quella di una città pulita e, sebbene sia domenica, non ci sono difficoltà a capire che si tratta della capitale. Ricca di uffici amministrativi dai quali non traspare l’idea frenetica delle città improntate agli affari. Il centro informazioni è come sempre esaustivo: facciamo un giro intorno alla collina del Parlamento, dietro al quale si apre la valle del fiume Ottawa e sull’altra sponda sorge Hull, altra importante città, ma nel Quebec. Il parlamento è suddiviso in tre corpi: quello centrale più maestoso e le ali est e ovest. Tra il corpo centrale e uno laterale sorge il rifugio del gatto randagio, con cucce che sembrano case di bambole. Sembra che sia lì a rappresentare lo spirito canadese di accoglienza e cura dei bisognosi del mondo intero. Di certo i gatti che vi dimorano sono ben pasciuti.
Vediamo dall’esterno la chiesa di Notre Dame (dove un gentile buttafuori ci dice che non si può entrare perché c’è la messa in corso) e il mercatino Byward coi suoi banchi di verdura, frutti di bosco multicolori nonchè prodotti ricavati dall’acero. Facciamo diversi acquisti e a buon prezzo. Usciamo da Ottawa verso le 14 ed andiamo verso Toronto: l’autostrada è trafficata e ci sono dei rallentamenti all’altezza delle grandi città. Giunti a Toronto non vi sono rallentamenti particolari per effetto dell’autostrada, dotata di un numero di corsie che riusciamo a stento a contare. Traffico indemoniato, nonostante il limite degli 80 all’ora viaggiano tutti ben più veloci. Un’esperienza che al solo ricordo ridesta la tensione vissuta. Quando è ormai notte arriviamo a Niagara Falls,  volevamo arrivarci a tutti i costi per vedere le cascate di notte. Pernottiamo in un bel motel, in tipico stile americano, distante  pochi minuti a piedi dalle cascate. La città è una piccola Las Vegas, costellata di casinò e neon da tutte le parti. Ceniamo al casinò in un “all you can eat” e facciamo la nostra parte spendendo la cifra fissa di 22 $.
Diamo un’occhiata ai polli che si fanno spennare alla roulette e ci tuffiamo, almeno metaforicamente, nello spettacolo delle cascate illuminate da fari multicolori. E’ qualcosa di affascinante.



Day 14: 23 agosto 2004 –  km 200

Cascate del Niagara by day, visita di Toronto e rientro in patria.

Al mattino, sveglia di nuovo alle 6 per andare a vedere le cascate al sorgere del sole (Foto1 - Foto2 - Foto3 ) Ancora più bello della sera precedente. Soddisfatti, andiamo a Niagara on the Lake, con i suoi quartieri residenziali fatti da villette di gusto, e a Welland, per una vista sul canale che aggira le cascate e consente il collegamento fra il Lago Erie e l’Ontario, quindi tra l’Atlantico e la regione industrializzata dei Grandi Laghi. Saliamo a Toronto, che merita di essere vista solo per la CN Tower ed un giro tra i grattacieli del centro, che peraltro hanno l’aria abbastanza arida del centro d’affari. Torniamo infine al Pearson Airport di Toronto, dal quale siamo arrivati, per espletare le formalità e lasciare il Canada dopo giorni intensi, nei quali l’avidità di vedere luoghi nuovi e la curiosità di sapere, ha sempre preso il sopravvento sulla stanchezza,  rendendoci impermeabili a qualsiasi forma di pigrizia.
Il volo è puntuale alle 19.15 e puntualmente atterriamo a Parigi alle 8.15 del 24. Qui, in attesa del volo di coincidenza, abbiamo tutto il tempo per ripercorrere mentalmente quanto abbiamo fatto e forse per la prima volta ci rendiamo conto di come sono volati
- 7.980 km percorsi in auto
- 7 traghetti, pari a 28 ore di navigazione per 690 km in totale
- 4 voli, pari a16.30 ore di volo per 13.500 km in totale.
Mentre aspettiamo il volo per Torino apriamo una delle guide che abbiamo con noi e l’occhio cade sulle bellezze ancora da scoprire del CANADA OCCIDENTALE….