Day 11 : ven. 31 agosto 2012

Turpan, oasi nel crogiolo più caldo del pianeta: moschea, vigneti e karez (tunnel per portare l'acqua).

Scendiamo alla stazione di Turpan (Foto2) pochi minuti prima delle 9. Circondata dalle assolate distese del deserto, TURPAN (255.000 abitanti,  -150 mt slm) è un avamposto dell’Asia islamica abitato dai turchi uiguri, punto d’importanza cruciale lungo l’antica Via della Seta, con i caratteristici filari di pioppi, gelsi e salici. Siamo finalmente arrivati nella provincia autonoma dello Xinjiang e che si tratti di una provincia speciale ce ne accorgiamo dagli ingenti dispiegamenti di polizia secondi solo a quelli in Tibet. A questo punto occorre fornire alcune spiegazioni raccolte sullo Xinjiang, uno Stato nello Stato. Nonostante il governo centrale continui ad incentivare l’immigrazione di cinesi han, la popolazione uigura resta ancora la maggioranza ed è diversa in ogni cosa da quella delle altre provincie. Si tratta di un’etnia presente su questo territorio da più di 800 anni, di religione musulmana, con una lingua di origine turcomanna che non ha nulla a che vedere col cinese (il metodo di scrittura è l’arabo) e possiede una cultura molto diversa da quella del resto della Cina. Cosa peraltro visibile fin dal primo contatto. Fu Deng a volere che l’uiguro venisse traslitterato nei caratteri arabi anziché in quelli latini come avviene invece per il turco. Temeva infatti che l’uso del nostro alfabeto avrebbe facilitato l’apprendimento dell’inglese o di altre lingue europee creando così un vantaggio per questa etnia. Vantaggio che significa una finestra verso il mondo esterno con i conseguenti pericoli di stabilità che ne possono derivare. Il saggio Deng nel suo inconscio, senza volerlo ha ostacolato fin dall’inizio l’accesso ad internet agli uiguri. I cinesi, per contro, studiano l’inglese a scuola e l’apprendimento della lingua rimane solo a livello teorico. Sanno di essere comunque promossi e non si dedicano particolarmente allo studio e alla pratica della lingua straniera. Resta vero che gli uiguri riescono ad impararlo e a parlarlo molto più facilmente.
Il fatto che siano islamici non accomuna gli uiguri agli hui incontrati nei giorni precedenti in quanto etnicamente sono diversi. Pare che originino dalla Mongolia, da dove sarebbero sono spostati in epoche remote. Sono stati più volte dominati dalla Cina e da altri imperi occidentali, hanno perfino avuto un breve periodo d’indipendenza nel 1944 fino a  dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1952 sono divenuti parte integrante della Repubblica Popolare. Attualmente non è chiaro cosa vogliano: alcuni cercano una maggiore autonomia, mentre altri chiedono l’indipendenza. Di sicuro non vogliono essere discriminati da Pechino. E’ vero che la Cina ha tutto l’interesse a mantenere il controllo sullo Xinjiang per via degli enormi giacimenti di petrolio custoditi nel sottosuolo e della posizione strategica che riveste la regione. Come in passato, rappresenta tutt’ora la porta occidentale della Cina, in un’area dove i rapporti sono storicamente molto delicati: il confine a sud con l’India è tutt’ora in discussione (territori occupati dalla Cina e rivendicati dall’India) mentre a nord e a ovest si trovano le repubbliche ex-sovietiche con la zona d’interesse russa. Il tentativo d’integrazione alla patria cinese avviene con una progressiva industrializzazione e con la costruzione d’infrastrutture come l’alta velocità ferroviaria che non tarderà a collegare Urumqi al resto del Paese. Attualmente esiste già un’autostrada e una trafficata ferrovia tradizionale. Lo spostamento massiccio di cinesi a ovest non significherà mai un’integrazione fra le due razze ma servirà a portare il tutto ad un punto di non ritorno. La manodopera cinese costa di più ma viene preferita a quella uigura. Si dice che gli han sono stati mandati per rubare il lavoro ai locali. Sebbene un operaio cinese senza particolari specializzazioni guadagni 400 ¥ al giorno e un uiguro la metà, sembra che venga sempre preferito il primo. E’ chiaro che la fonte di questa informazione è di parte, occorrerebbe verificare a fondo le ragioni. Quando si tratta di denaro è difficile che un imprenditore cinese paghi il doppio per avere lo stesso servizio. E’ possibile che qualcosa ci sfugga ma è certo che gli operai che vediamo hanno gli occhi a mandorla, tanto nel privato che nel pubblico (vedi oltre alla Moschea di Kashgar). Lo stesso se non di più accade con le forze dell’ordine. Anche se succedesse di vedere un poliziotto uiguro il suo capo sarà sempre un han. Un tecnico raggiunge uno stipendio di 800/1000 ¥.
Il fatto che parlino una lingua più vicina alla nostra consente agli uiguri di avere un pronuncia inglese molto più comprensibile e di capire meglio. Questo dettaglio si rivelerà molto importante per poter parlare diffusamente con le guide ma soprattutto con altri interlocutori incontrati durante il soggiorno.
Nello Xinjiang ci sono 13 etnie delle quali 7 di confessione musulmana (uiguri, hui, tagiki, kirghisi, kazaki, uzbeki e tatari). Sono tutti sunniti ad eccezione dei tagiki che sono di origine persiana e sono pertanto sciiti. Gli uiguri rappresentanto la maggioranza.
Chi parla la lingua uigura comprende almeno il 70% del turco, l’80% del kirghiso e uzbeko e il 100% del kazako, con la quale la separa solo piccole differenze, soprattutto di pronuncia. La scrittura uigura è più semplice rispetto all’arabo tradizionale in quanto ha solo 5 cediglie che si possono mettere sopra o sotto, mentre l’arabo ne ha 13.
La provincia ha una superficie pari all’Alaska o alla Francia. La popolazione dello Xinjiang ammonta a 4,5 Mn di persone, di cui circa 3 Mn vivono ad Urumqi che ha una maggioranza han. Maggioranza che è venuta a crearsi negli ultimi anni a causa della massiccia immigrazione. Turpan è una città fondamentalmente uigura.
Le relazioni coi buddhisti sono abbastanza fredde ma non vi sono conflittualità legate alla religione. Credono in Allah, ovvero una religione rigorosamente monoteista, mentre i buddhisti hanno quelli che qui chiamano idoli, vista la figura molteplice del Buddha. Agli albori della loro civiltà gli uiguri praticavano lo sciamanesimo (probabilmente nei tempi in cui vivevano in Mongolia), sono passati al manicheismo e al nestorianesimo. Si sono quindi convertiti al buddhismo e, verso l’XI o XII secolo hanno abbracciato la dottrina islamica.
Attualmente gli uiguri hanno anche delle difficoltà a trovare delle alleanze nel mondo in quanto nessuno ha l’interesse ad inimicarsi un buon partner commerciale come la Cina. Il Pakistan e le ex Repubbliche sovietiche sono alleate col potente vicino. Esistono buone relazioni con l’India, che tuttavia ha già delle ragioni di contesa con la Cina e non intende crearsene di nuove. Al tempo stesso gli scambi sono sempre più frequenti, pertanto il politically correct richiede loro un atteggiamento prudente. Gli Stati Uniti non sono visti particolarmente bene in quanto sovente in guerra contro i loro confratelli di religione, ma riconoscono che se non fosse per gli USA e la UE che di tanto in tanto bussano a Pechino per chiedere conto del rispetto dei diritti umani a quest’ora non esisterebbero più.
Gli uiguri sono poco meno di 4 Mn. e la maggior parte di essi vive nello Xinjiang, mentre alcune minoranze vivono nelle Repubbliche ex sovietiche. Questo è dovuto al fatto che la Cina, al momento della caduta dell’URSS, ha sapientemente fatto delle piccole concessioni di territori abitati da uiguri per disperdere la popolazione.
Nel nord della regione può capitare raramente che degli uiguri sposino degli han, ma questo non accade del tutto a Kashgar, dove addirittura le due comunità vivono in quartieri separati. Alcuni han sono già alla terza generazione ma di integrazione non si parla. Non vi è un vero e proprio odio razziale, ma gli han vengono visti come i mandati dal governo di Pechino per colonizzare la loro regione e pertanto diventano gli epigoni del nemico principale, nonché gli usurpatori delle loro terre.

Usciti dalla stazione si va a fare un minimo di colazione in un ristorante in prossimità del centro di Turpan. Noi ci accontentiamo di un tè con qualche biscotto, ma la guida che è rimasta tre ore ad attenderci consuma una colazione completa. Sebbene siano le 10 restiamo stupiti a vedere un così alto numero di avventori. Ci viene spiegata la questione del fuso orario, di cui avevamo già letto in precedenza. In poche parole, in Cina il sole deve sorgere quando vuole il partito: è vero che siamo nel Paese del Sole Levante ma è anche vero che da sempre l’astro sorge in momenti diversi a seconda che ci si sposti secondo i meridiani. Ed è per questa ragione che sono stati creati i fusi orari. Pechino ha invece deciso che debba esistere un solo fuso e questo debba essere quello della capitale, situata ad est. Succede quindi che lo Xinjiang si trovi due ore indietro rispetto a quello che dovrebbe essere facendo riferimento all’alba e al tramonto. E’ stato così creato un fuso orario ufficioso, che viene usato nelle relazioni interpersonali, mentre in quelle ufficiali quali orari dei mezzi o uffici pubblici vige l’orario nazionale. Questo non può che essere fonte di malintesi ma è anche palese che in questa stagione a Kashgar alle 8 è ancora buio. Si spiega quindi il perché di tanta gente nel ristorante alle 10: per loro sono le 8 e a quell’ora si fa colazione. Che poi le portate siano quelle che noi mangiamo a pranzo o a cena, rimane una nostra considerazione.
Ci avviamo per andare a vedere le rupi fiammeggianti Flaming Mountain. Dicono essere uno dei luoghi più caldi sulla terra, ma oggi la fornace non è aperta. Ci limitiamo a riprendere queste belle montagne rosse di una varietà sicuramente già incontrata in passato. E’ anche possibile che in determinate situazioni di calore estremo ci sia un gioco di luci tali da far sembrare infuocate le vette, ma non è certo per questo che siamo venuti fin qui dall’Italia.
E’ invece interessante notare gli splendidi vigneti che sono la fama e l’orgoglio di Turpan  e che rappresentano l’80% delle coltivazioni della zona, mentre andiamo a visitare la locale Moschea con il famoso minareto del sultano Emin, nello stile architettonico dell’Asia Centrale. All’interno è abbastanza spoglia, pur essendo venerdì non è ancora frequentata da fedeli.  Ci dicono che la funzione si tiene nel pomeriggio. Va comunque osservato come Turpan sia una città più laica mentre Kashgar più religiosa. Le stesse donne sono più portate ad indossare il velo e non raramente si vedono delle signore di una certa età coprirsi il volto con uno scialle marrone, una sorta di burqa uiguro. Mentre siamo nella moschea ci vengono ricordate le 5 regole del buon musulmano: credere in un unico Dio che è Allah e che Maometto è il suo profeta, pregare 5 volte al giorno dopo aver fatto le abluzioni (prima che si alzi il sole, a metà giornata, sera, dopo il tramonto e prima di andare a dormire), andare almeno una volta nella vita alla Mecca se si posseggono le condizioni mentali, fisiche ed economiche (in caso contrario è dovere rinunciare), dare il 2,5% alla propria Chiesa (che significa fare la carità a chi vive in stato di indigenza) e praticare il Ramadan una volta all’anno.
Chi va alla Mecca è poi tenuto ad un comportamento consono anche nella vita di tutti i giorni. E’ quindi anche un impegno morale.
Intorno alla Moschea si estende il cimitero islamico.

Nella piazza antistante la Moschea ci lasciamo tentare all’acquisto di un sacchetto di acini d’uva essiccati: dolcezza e gusto non hanno eguali. Una volta raccolti, gli acini vengono lasciati essiccare per 40 giorni in locali costruiti in mattoni che consentono una buona ventilazione ma non esposti i frutti direttamente ai raggi solari. Si produce anche del vino ma il consumo è limitato dalle regole imposte dalla religione musulmana. In ogni caso le specie sembrano più adatte a farne dell’uva da tavola per essere essiccata. In questo modo viene spedita ovunque.
La temperatura rimane calda in virtù della giornata serena (non può essere diversamente) e del fatto che siamo in un crogiolo ad un centinaio di metri sotto il livello del mare, ma è e rimarrà sopportabile fino alla fine. All’ombra è perfino gradevole. Turpan si trova in un oasi, ciò significa che l’acqua che scende dalle montagne situate a nord arriva in questa depressione e riemerge rendendo viva la vegetazione. Come ulteriore contributo alla fertilizzazione dell’area, da quando c’è stata la prima forma di vita umana circa 2500 anni fa, sono stati creati i karez che andremo a vedere subito dopo. Si tratta di un ingegnoso sistema di tunnel sotterranei scavati dall’uomo che attingono le acque dalle falde della catena del Bogda Shan per portarle verso la città. Solo a Turpan ne confluiscono 1200 con una lunghezza media di 6 km. Ogni 20/30 mt veniva scavato un pozzo per portare la terra di scavo in superficie e consentire l’aerazione. Il diametro del tunnel è di ca. 70 cm. Ad un certo punto il karez esce fuori per poter irrigare i campi. Questo sistema è stato creato per impedire l’evaporazione dell’acqua durante il percorso. Le montagne vicine sopperiscono in questo modo alla cronica mancanza d’acqua. Del resto una precipitazione di soli 16 mm all’anno non concede le condizioni minime per la sopravvivenza vegetale o animale.
Ci si ferma anche presso un panettiere all’aperto che cuoce il pane (Foto2) con un sistema mai visto finora. Dopo aver modellato una pagnotta ed avervi aggiunto del sesamo la si appiccica sulla parete interna di una grossa caldaia/forno a tinozza aperta in alto, mentre sul fondo arde il fuoco. Le pagnotte vengono poi staccate e girate dall’altra parte per cuocere interamente. Ne acquistiamo una appena sfornata e ne assaporiamo la fragranza.
Si torna nello stesso ristorante di stamattina per il pranzo che vede come protagonisti degli spiedini d’agnello e riso pilaf. Anche qui hanno il solito braciere con carboni incendiati per il barbecue posto all’esterno. Una ventola soffia lateralmente per mantenere il fuoco costante ed impedire che gli spiedini prendano il sapore del fumo. Spezie odorose insaporiscono la carne e sono una vera musica per l’olfatto.
Una passeggiata nel centro presenta delle caratteristiche tutte sue. A causa del calore intenso dei mesi estivi, sono stati creati dei pergolati d’uva a coprire le vie principali. Sotto uno di essi si tiene il mercato rionale dove le contrattazioni possono essere fatte all’ombra. Sicuramente più interessante è invece il bazar. Qui le coperture sono fatte da teloni e si possono osservare le varie merci esposte, soprattutto alimentari (carne, spezie, verdure) ma anche ferramenta, giocattoli e ogni altro bene di consumo. Si vede parecchia povertà ma non situazioni preoccupanti. Vediamo per la prima volta lo zucchero cristallizzato bianco o giallo, mentre il peperoncino è presente ovunque in sacchi, segno che si tratta di un prodotto che va.
Alle 15,15 ci congediamo da Turpan per dirigerci verso Urumqi con un balzo autostradale di 220 km da percorrere in 3 ore.
Per vedere i karez e la moschea abbiamo rinunciato alla visita delle rovine di Gaochang e della Grape Valley in quanto i vigneti si possono vedere un po’ ovunque.
Lungo il percorso troviamo molti posti di blocco e la polizia osserva attentamente i viaggiatori controllandone i documenti, talvolta i militari sono anche in assetto antisommossa dietro vere e proprie trincee fatte di sacchi. In un paio di occasioni dobbiamo favorire il passaporto. La ragione ufficiale è che c’è in corso un esposizione Eurasia-Cina volta a far giungere investimenti da Paesi terzi verso lo Xinjiang. Sembra invece che sia anche l’occasione per far vedere a chi ci vive che le forze dell’ordine ci sono e che questo deterrente serva da lezione ad eventuali malintenzionati. Resta vera l’importanza dell’incontro al quale hanno partecipato alcuni capi di Stato e di cui la stampa ha dato ampia eco. Vi partecipano tutti gli Stati dell’Asia Centrale confinanti e alcuni Paesi europei.
Una rapida cena in prossimità dell’aeroporto di Urumqi e ci rechiamo a fare il check in per il volo diretto a Kashgar. Urumqi ha 3 milioni abitanti e sarà anche la capitale dello Xinjiang (l’antico Turkestan cinese) con un grande apparato  industriale ma l’aeroporto è una costruzione inaugurata da poco, plastica nell’aspetto ed efficiente all’interno. Cosa inimmaginabile se si pensa alla sua posizione sulla cartina ed al fatto che la città tutto è fuorché un luogo conosciuto ai più.  
Volo da Urumqi a Kashgar (CZ6801    20,45 – 22,30)
Il volo con il Boeing 737 della China Southern decolla puntuale ed in un paio d’ore arriva a destinazione, dov’è in corso una tempesta di sabbia. La cosa è appena percettibile e non crea problemi alla navigazione aerea, si vede solo una gialla foschia intorno a noi. Situazione abbastanza inusuale in quanto solitamente in tarda estate il cielo è molto terso e questo è un tempo più tipico in primavera. Arriviamo così nell’angolo più occidentale della provincia più occidentale della Cina, ai bordi del deserto più terrificante del mondo, il Taklamakan. Giungiamo in città che sono le 23 passate ma sappiamo che per loro sono solo le 21. Del resto siamo a 4000 km in linea retta da Pechino ma si usa lo stesso fuso orario. Per strada c’è molto viavai ed è pieno di gente che gusta spiedini kebab nei locali con cucina all’aperto. Ci adeguiamo immediatamente alle abitudini locali ed andiamo ancora a fare una passeggiata per famigliarizzare con la città. Non si ha minimamente l’impressione di essere in Cina. Le scritte sono in arabo, la gente presenta dei tratti somatici più prossimi a quelli delle popolazioni che abitano l’Asia Centrale e l’architettura è diversa da quanto visto finora.

 

Pernottamento: KASHGAR – Yambu Hotel