Day 6 : dom. 26 agosto 2012

Il mistico del monastero di Labrang e paesaggi montani. Il Tibet, a prescindere delle mappe politiche.

Gli immancabili colpi di clacson che risuonano nella via principale ci danno il buon giorno: se avessimo avuto la camera verso la strada ci saremmo sicuramente svegliati prima del suono della sveglia. Prima di colazione approfittiamo della splendida giornata per assaporare l’alba in questo ambiente che profuma di montagna e spiritualità. Seguiamo il percorso del kora meridionale (il giro intorno al monastero di Labrang) costellato da oltre 1000 ruote di preghiera. Poco dopo le 7 è già pieno di fedeli del buddhismo lamaista che pregano nei vari modi previsti dalla loro religione: fanno girare le ruote, si sdraiano a terra verso il monastero avanzando lateralmente di un passo alla volta. E’ un mondo che ha dell’incredibile: gente proveniente da altre località della Cina, dalla Mongolia o dal Tibet stesso s’incontra in questo luogo che da secoli rappresenta una delle principali mete di questo filone del buddhismo. Si vede parecchia povertà nei loro abiti, nonché un abbandono al loro credo pressoché totale. Chi ha abbracciato appieno questa religione non si cura delle cause terrene, conscio che sia l’aldilà quello che conta. Un distacco che non riesce facile comprendere da chi arriva da una cultura del tutto e subito. Il sole inizia a levarsi e da est impone i suoi raggi sui tetti dei templi, attribuendo loro un bagliore dorato. Attraversiamo il ponte sul torrente Daxia per inerpicarci su una collina. Viene chiamata la terrazza dei tangka. In questo luogo si trova infatti uno scivolo quasi verticale dove in occasione delle feste vengono esposti i tangka, i famosi arazzi riportanti disegni sacri. Da questo balcone su Xiahé si vedono in modo distinto i due quartieri della città, separati dal complesso monasteriale di Labrang. Quando rientriamo per la colazione sono le 8,30 e le schede delle fotocamere hanno già immortalato parecchie scene di vita del luogo. Il pasto sarebbe anche abbondante, ma quello che ci piace di più è l’ambiente: un cortile semichiuso in alto con le classiche bandierine a dare un tono folkloristico. Quando usciamo con Can seguiamo buona parte del kora dove incontriamo molti pellegrini impegnati nella rituale circumdeambulazione.
Lungo il percorso emergono diversi argomenti che la guida pazientemente ci spiega: i monaci di solito entrano in monastero molto giovani, sovente sono addirittura bambini e talvolta questo serve loro ad evitare una vita di strada e di stenti. Chi decide però di lasciare il monastero per dedicarsi alla vita laicale non può più farvi rientro. La superficie del complesso monastico è notevolmente ridotta rispetto a quando Mao ne aveva decretato la soppressione; a riprova di ciò basti confrontare l’estensione attuale con quella rappresentata nel quadro che si trova alla reception del nostro hotel. Prima del 1959 vivevano a Labrang circa 5000 monaci, ora sono 2000. La più parte degli edifici venne abbattuta o fortemente danneggiata nell’epoca in cui il materialismo cieco aveva anche portato ai lavori forzati o al matrimonio altrettanto forzato (sorte toccata addirittura al sesto Buddha vivente, che rappresenta la terza carica nel buddhismo lamaista dopo il Dalai Lama e il Panchen Lama) la totalità dei monaci.
La ricostruzione in corso attualmente, utilizzando lo stesso metodo costruttivo di un tempo, dà l’impressione che i templi siano originali.
Lungo il percorso ci sono dei banchetti dove i locali vendono rametti di cipresso, i quali vengono usati nei bracieri al posto dell’incenso e diffondono nell’aria un odore acre. Allo stesso scopo serve del terriccio simile a dei pallini.
Alcuni fedeli intorno al monastero fanno delle genuflessioni o inchini, arrivando a farne anche 10.000 o 100.000. Li si promette come voto e vengono fatti una volta ricevuta una grazia, per esempio per passare un esame la promessa è solitamente intorno ai 1000, si va in un monastero e ci si prostra di fronte alle divinità.
La visita del monastero di Labrang (o Labulengsi in cinese) viene guidata  da un monaco locale con la tradizionale tunica amaranto (Foto2). Dal 1709, durante la dinastia Qing, il monastero è stato uno fra i 6 più importanti del Buddhismo Tibetano della setta dei berretti gialli. L’interno dei templi è abbastanza scuro ma non si può fotografare. In molti di essi vediamo lunghe file monaci allineati a pregare e a recitare i mantra seduti sui cuscini a gambe incrociate. E’ particolare vedere le statue di burro di yak, fra le quali spicca un accurato Buddha Maytreya: di solito non ci sono problemi di temperatura, ma in questi giorni per non correre rischi di liquefazione sono entrati in funzione dei condizionatori.
Ci viene spiegato come il Dalai Lama sia l’autorità della corrente lamaista e che questi elegga il Panchen Lama, il quale nominerà il successivo Dalai dopo la sua morte. Questa spiegazione di elezioni reciproche fra presidente e vice ci viene fornita essenzialmente per rendere l’idea di un più complesso meccanismo di elezione, meccanismo ulteriormente complicato dal fatto che attualmente esistono due Panchen Lama: uno nominato dal “governo di Pechino” e uno dalle autorità tibetane, attualmente in esilio nel nord dell’India.
Pranzo in quel di Xiahé. Pur essendo abbastanza spartano, il ristorante ospita diversi avventori. Forse anche qui la domenica ha una sua valenza conviviale. Che ci siano dei cinesi lo si capisce dal residuo di petardi scoppiati che decorano l’ingresso del ristorante. In occasione di feste e celebrazioni è d’uso portare con sé una cassa di cartone contenente una dozzina di petardi che s’innescano in sequenza facendo fuoco, fumo e molto rumore. Il tutto quando molti degli ospiti sono già all’interno a pranzare tranquillamente senza partecipare allo spettacolo pirotecnico. Fuori rimane un ampio tappeto di residui sparsi un po’ ovunque che non sempre qualcuno avrà l’interesse di ripulire.
Si parte alla volta di Xining salendo ancora fino a scollinare a 3643 mt. percorrendo una strada molto panoramica. Il paesaggio è disseminato di villaggi tibetani con gente intenta a portare a casa il raccolto di cereali con gli asini che trascinano carichi ingombranti (probabilmente segale), mentre gli yak pascolano pigri nei prati verde smeraldo.
E’ incredibile come ci sia ancora molto verde in un contesto ricco di fiori nonostante la quota: lo stesso colle è disseminato di pascoli. Anche nei centri urbani i viali sono costellati da alberi che non accennano ancora a presentare i colori autunnali, nonostante l’inquinamento.
In prossimità dei villaggi si vedono anche pecore e, in misura minore, capre e bovini. Le costruzioni sono quelle tipiche tibetane con mura tinta ocra per il rivestimento in terra. In alcune occasioni vi vengono appiccicati escrementi di bovini per farli essiccare e poterli successivamente usare come combustibile. Tali muri delimitano le proprietà fungendo da perimetro al cortile. Più in alto si vedono delle ger usate dai pastori in estate per stare vicino alle mandrie: sono più semplici e rustiche di quelle mongole ma va considerato che rappresentano solo l’abitazione estiva, mentre nei freddi inverni si vive nei villaggi.
Si riscende lungo montagne di colore rossastro che non tardano a cambiare la cromaticità dei torrenti montani, i quali scendono impetuosi in un colore caffelatte intenso. Ad un bivio nel fondovalle svoltiamo in direzione nord. I torrenti si sono ormai talmente ingrossati da diventare veri e propri fiumi, per finire più avanti nel Fiume Giallo, che vediamo scorrere lento, non molto ampio data la morfologia, ma profondo. Poco prima incontriamo un Buddha raffigurato su una roccia posta sul lato opposto rispetto alla strada, contornato da stupa ed un ponte tibetano che supera il torrente e adduce ad un esile sentiero che risale verso l’immagine. Siamo ormai entrati nella provincia del Quingai (fra le più povere e aride della Cina tanto da servire da campo di sperimentazione per gli esercizi nucleari). Da questo punto in avanti incontriamo solo più villaggi di musulmani Hui (termine col quale in Cina vengono indicati gli islamici): le colline si sono ammorbidite lasciando spazio ad un paesaggio sostanzialmente pianeggiante. Zucchetti bianchi, donne col velo e le cupole delle moschee diventano una costante. Andiamo a recuperare un’autostrada che in 75 km ci porta a Xining, il capoluogo del Quingai. In tutto saranno 300 km di percorso. In generale si vedono molte autostrade in costruzione con imponenti viadotti. XINING, 2,2 milioni di abitanti, si trova sull’estremo dell’altopiano tibetano a 2200 mt di altitudine. L’attività più rilevante della zona consta nella produzione dell’acciaio ma si tratta sicuramente di una città che ha conosciuto un rapido sviluppo e i negozi nel centro stanno a dimostrarlo.
Un’altra ragione che ha favorito lo sviluppo di Xining è che questa città costituisce il punto di partenza della ferrovia che conduce a Lhasa in Tibet. Inaugurata nel 2006 dopo non poche difficoltà legate alla costruzione di una ferrovia che raggiunge i 5000 mt di quota, attualmente questa linea rappresenta una conferma della tenacia dei cinesi, oltre ad essere un ponte per la definitiva colonizzazione della regione tibetana. Di conseguenza chi parte da Pechino o Shangai via terra deve fare sosta qui, tant’è che quando le recenti dimostrazioni di monaci tibetani, i quali si sono dati fuoco per attirare l’attenzione sul problema della loro regione, questa è stata chiusa al turismo e anche la zona adiacente ha subito delle restrizioni relative all’accesso di stranieri.
Una volta arrivati in città ci troviamo di fronte allo spettacolo di palazzi in costruzione, perfino di interi quartieri che stanno sorgendo per soddisfare le esigenze di edilizia popolare. Ci viene detto che sono per i lavoratori stagionali che vengono qui in estate per ritornare al sud in inverno: sembra strano che vengano investiti tanti capitali per degli stagionali e stupisce ancora di più come queste città poste nel mezzo del niente alla periferia dell’impero possano avere dimensioni tanto rilevanti. E’ una situazione che incontreremo ancora più avanti e si ha la netta sensazione che si tratti di alloggi per le popolazioni di campagna invitate a venire a lavorare in fabbrica. Si tratta di un’emigrazione ad alto rischio. Se corrisponde al vero che il lavoro in città viene retribuito meglio e uno stipendio rappresenta una certezza agli occhi degli operai, resta da chiedersi se questo esodo non snaturi il tessuto sociale di una regione dalla vocazione nettamente rurale. Inoltre, se il boom incontrollato che sta vivendo la regione dovesse in qualche modo fermarsi viene da chiedersi se e come sarà possibile fare marcia indietro. Si tratta di situazioni vissute pressoché da tutti i Paesi nel momento del loro sviluppo industriale, solo che quanto sta accadendo in Cina ha dimensioni abnormi e una velocità mai vista.
Si cena con Can in un ristorante specializzato nel Chinese Pot. Si tratta grossomodo di una bourguignonne: in una pentola col fuoco acceso sotto e riempita di brodo con gusti vari (dattero, sedano cipolla e erbe) vengono di volta in volta immerse verdure, carne, tagliolini di pasta di patate e tofu, ecc. Il tutto  viene lasciato cuocere a piacimento. Una volta tirato fuori lo si intinge in un mix che ognuno si prepara contenente bagnetto all’aglio, peperoncino tritato, aceto di soia e altri gusti che rendono sapido il tutto. L’accompagnamento del riso è scontato.
Dopo cena scende qualche goccia ma andiamo comunque a fare una passeggiata per le vie centrali dove il traffico è una costante sorgente di smog. Il centro città è particolarmente elegante: camminiamo veloci tra ristoranti alla moda e negozi di alto livello che vanno dall’abbigliamento all’arredo per la casa. In particolare l’abbigliamento presenta delle vetrine create con gusto e fantasia, con capi che non disdegnerebbero nelle nostre vie centrali.
Lo spettacolo di neon scintillanti e una enorme schiera di giovani per le strade completa il quadro. Rientrando si vede la splendida pagoda illuminata.
L’hotel è in buona posizione e presenta un’edilizia tipicamente di stile sovietico. La funzionalità ne segue lo stile.

Pernottamento: XINING – Xining Hotel