Day 10 : gio. 30 agosto 2012

Deserto a Dunhuang. Le grotte di Mogao: suprema espressione dell'arte Buddhista sulla Via della Seta.

Scendiamo con l’ascensore dove un cartello informa che è vietato sputare (ed è tutto dire!). In occasione delle Olimpiadi di Pechino venne fatto divieto esplicito di esercitare quest’abitudine in pubblico durante la durata dei giochi. Lungi dall’essere considerata una disciplina olimpica.
A colazione incontriamo alcuni individui dalla nostra etnia. E’ un gruppo di tedeschi partito dall’Uzbekistan attraversandolo da ovest a est, arrivati in Kirghizistan, attraversato il confine per arrivare a Kashgar ed infine giunto fin qui. Noi arriviamo invece da est e, non fosse per certi dettagli non trascurabili, sembrerebbe d’aver fatto un passo indietro nei tempi in cui la Via della Seta esisteva ancora ed i viandanti si scambiavano informazioni ed esperienze. Ci dicono che il Kirghizistan è molto bello, anche se la Valle del Ferghana è ancora chiusa dalle autorità per il rischio d’incontri armati. La sua prossimità con l’Afghanistan la rende un luogo poco raccomandabile, nonostante una natura spettacolare. Segno forse che i talebani e chi li spalleggia hanno un certo gusto paesaggistico. Gli attraversamenti di frontiera richiedono pazienza, tempo e anche qualche conoscenza. Dall’esperienza raccolta a Kashgar raccomandano di vederla ancora quest’anno, perché poi la città vecchia verrà soppiantata da nuove costruzioni.
DUNHUANG rappresentava un tempo il punto di passaggio obbligato per le carovane che percorrevano la Via della Seta tra il deserto del Gobi e il Taklamakan. La città fondata nel 121 a.C., il cui nome significa Faro Scintillante, è una fertile oasi i cui campi coltivati vanno ad esaurirsi alle pendici di alte dune di sabbia. Costituiva il punto in cui bisognava decidere se aggirare a nord o a sud il deserto del Taklamakan; questa temibile ed estesa area dove non esiste vita e dove in molti casi la vita stessa viene consumata e rapita dalle condizioni estreme. Da molte parti si legge che è il deserto più terribile del mondo, secondo per estensione solo al Sahara.
Incominciamo la nostra visita dalle dune con le sabbie che cantano, Roaring Sand Mountain (Mingsha Shan), a 6 km a sud della città.
Anche qui, e forse è ancor peggio perché si tratta di un’attrazione naturale, l’ingresso e quanto lo anticipa non si distinguono da quelli di un circo, con questuanti che cercano di vendere ogni genere di souvenir. Dove l’oasi incontra il deserto, in mezzo alle dune, si nasconde il Crescent Lake (Foto2) (Yueya Quan), a forma di mezzaluna (crescent), dove acqua di sorgente gocciola in una depressione per emergere in superficie. Detto che il laghetto è poco più di uno stagno (per quanto molto suggestivo) e che la sabbia canta solo se si possiede molta fantasia, perché scivolando la frizione dovrebbe causare un rumore simile ad un fischio, il luogo è di per sé affascinante. Le dune ci ricordano quanto già visto nel Gobi, di cui probabilmente sono parenti prossime. Lasciamo le tentazioni offerte da progresso e tecnologia, ci togliamo le scarpe e a piedi nudi ci avviamo su una cresta che con salita costante ci porta alla prima “vetta”. Lo spettacolo è grandioso (Foto2), il vento si affretta a ricoprire i nostri passi come se volesse cancellare il passato e ripristinare l’ordine antecedente le nostre orme. Verso sud si vede l’alternarsi di dune, a nord l’ingresso finemente pavimentato con i soliti ampi piazzali colmi di gente. Per fortuna coloro che hanno voglia di fare qualche passo sono ancora pochi e ci si può immergere nell’ambiente, oltre che nella sabbia. Ovviamente non mancano i comfort per chi non vuol farsi mancare nulla: quad pronti ad aspettare turisti affaticati in alto, cammelli che in fila indiana salgono verso un punto intermedio, strutture per il parapendio, scivoli sulla sabbia ed ogni altro genere di mangiasoldi. Chi accede alle dune, anziché togliersi le scarpe, può affittare delle ghette per impedire che la sabbia entrasse nelle calzature. Visto il colore arancione si ha inoltre la certezza che nessuno vada perso.
Vicino all’ingresso ci sono dei giardini a dimostrare come un’attenta irrigazione possa far fiorire ogni cosa anche nel deserto. C’è perfino una pianta di melanzane con relativo frutto appeso. A seguire si ha invece la dimostrazione come un’amenità naturale possa essere inquinata dai soliti piazzali, bancarelle e ogni altra cosa a cui si possa dare un prezzo. Del resto anche l’accesso alle dune è a pagamento, e diremmo meritatamente. I turisti cinesi si fanno immortalare in ogni posizione accentrando l’attenzione su se stessi, quando è il paesaggio che meriterebbe osservazione e riflessione.
I cammelli rientrano alla base in fila indiana. Non hanno più nessuno a bordo in quanto hanno già portato il loro prezioso carico di turisti verso le dune. Mettendo per un istante il paraocchi e fissando la colonna di cammelli con le dune sullo sfondo ci sembra di rivivere il tempo in cui le carovane transitavano da queste parti esportando seta ed importando manufatti Occidentali. Le “navi del deserto” erano i mezzi essenziali ed unici per consentire il transito. Adesso i mercanti continuano ad esserci ma hanno perso la nobiltà del loro mestiere.
Pranzo a Dunhuang contraddistinto ancora una volta dai gusti piccanti.
Il pomeriggio è dedicato alle Grotte di Mogao (Foto2, Foto3), 25 km a sudest del centro. Su una parete di arenaria, si aprono le grotte dei “Mille Buddha” antiche di 1600 anni. I 45.000 mq di affreschi murali e le duemila sculture dipinte vennero costruiti durante oltre un millennio, dal 4° al 14° secolo, le grotte rappresentano la più alta espressione dell’arte buddhista in Cina con il più ricco tesoro di sutra buddhisti, murali e sculture.
La leggenda narra di un monaco buddhista chiamato Lezun che, nel 366, ebbe una visione: mille Buddha. Convinse quindi un ricco pellegrino della Via della Seta a fondare il primo tempio che si trova qui. Col passare dei secoli i templi crebbero fino a superare il numero di mille, e con essi vennero costruiti ricoveri, repositori di testi sacri e cappelle votive. Fra il IV  e il V sec. i monaci di Dunhuang raccolsero numerosi manoscritti occidentali, e molti dei pellegrini che passavano per il sito dipinsero affreschi all'interno delle grotte, oltre a lasciare un'offerta e a pregare per propiziarsi un viaggio tranquillo.
Una guida valida e ben comprensibile ci porta a capire i misteri e le ragioni che hanno consentito la creazione di questo sito distante da grandi centri, ma in prossimità di una città chiave sulla Via della Seta. Il fatto che poi la Via abbia ceduto il passo alle rotte marittime nel transito delle merci da e per l’Europa / Medio Oriente ha messo nel dimenticatoio per diversi secoli tutto quanto si trovava in posizione decentrata. A questo si deve la sostanziale integrità dei manufatti. La fortuna ha inoltre voluto che nel 1963 il governo di Pechino avesse deciso una ristrutturazione che è stata a portata a termine nel giro di pochi anni. Durante la Rivoluzione Culturale iniziata nel 1966 sembra che le zelanti Guardie Rosse si siano “dimenticate” di distruggere questo retaggio del passato in chiave religiosa. Pare comunque che lo stesso Zhou En Lai sia intervenuto per evitare che questa parte integrante di Cultura del Paese venisse dispersa in modo definitivo. Dopo il 1982 i lavori sono ripresi per arrivare allo stato attuale. Ad allontanare dal Paese ed in parte anche a far perdere l’archivio di libri hanno invece contribuito delle potenze Occidentali, che all’inizio dello scorso secolo avevano ridotto la Cina ad uno stato subcoloniale. Con la complicità di un monaco taoista che aveva effettuato il ritrovamento casuale di migliaia di libri rari se non unici risalenti alle epoche più antiche nella grotta 17, avventurieri europei si sono appropriati del materiale e l’hanno venduto ai più importanti musei del mondo. E’ così che oggi il Sutra di Diamante, il più antico testo stampato, si trova al British Museum. La storia del ritrovamento è degna di un film di Indiana Jones e sarebbe bello che i libri fossero ancora al loro posto o nelle vicinanze. Qualcuno obietta che se fossero finiti nelle mani dei rivoluzionari i testi sarebbero andati distrutti. Resta il fatto che ora sono sparsi per il mondo, ed in alcuni casi perfino nascosti in qualche raccolta privata.
Nella visita sono di particolare rilievo le due statue di Buddha seduto, alte rispettivamente 34 e 27 mt. La prima rappresenta per grandezza la terza raffigurazione esistente. Le altre due si trovano sempre in Cina. Ve ne era una quarta ancora più grande ma è stata distrutta dalla follia giustizialista dei talebani in Afghanistan. Le statue potevano essere toccate dai fedeli e vi si poteva fare il giro intorno. Con l’apertura del sito al turismo, il numero di visitatori ha richiesto di chiudere circuito che ha comunque un profondo significato religioso in materia di prosperità. La costruzione del Buddha di 34 mt. è iniziata dal basso, mentre in tutti gli altri casi si iniziava dalla testa. E’ sempre costituito da una struttura di legno che funge da ossatura: l’esterno è in calk e le finiture sono realizzate con una fanghiglia mista a paglia, che consente di modellare meglio le forme. Nelle vicinanze si trova anche un Buddha reclinato di dimensioni simili a quello visto a Binglingsi.
Le grotte e le statue sono state commissionate o costruite dalle famiglie per commemorare i loro defunti. L’unica per così dire “pubblica” è il Buddha di 27 mt. che ha richiesto 12 anni di lavori. Altre grotte sono invece state costruite da mercanti che avevano attraversato il deserto incolumi o che si apprestavano a farlo e richiedevano pertanto assistenza divina. Le prime sculture risalgono agli albori del buddhismo in Cina, ma va rilevato come sia proprio da qui che questa religione ha fatto il suo ingresso nel Paese provenendo dall’India settentrionale, dov’era nata circa 900 anni prima. Una cella presenta una statua di Buddha in versione Monna Lisa, in quanto ha un’espressione assente, dalla quale non si capisce se sia seria o sorrida. Forse si tratta solo di una creazione non particolarmente riuscita e ne usciamo convinti che la Cina non abbia ancora prodotto un Leonardo.
La guida ci dice inoltre che non vale la pena cercare di capire di quale Buddha si tratti quando ci troviamo di fronte alle sculture in quanto non esistono regole precise: Nibbana del passato, Shakyamuni del  presente, Maytreya del futuro, ecc. Normalmente il Buddha del presente viene a trovarsi nella nicchia centrale: le Apsara vengono di solito dipinte sul soffitto e sono solo di corollario in quanto appartenevano ad una classe sociale non molto elevata e di conseguenza non meritavano statue ma venivano esclusivamente dipinte.
In passato non esisteva il percorso a balcone che oggi collega le diverse celle, ognuno accedeva con una scala alla propria e le grotte non erano comunicanti. Anche la facciata è stata incementata, togliendo qualcosa all’immagine di antichità ma che serve per preservare il sito nel tempo. Le celle sono a loro volta chiuse da persiane che lasciano passare l’aria e non la luce, mentre è vietata ogni genere di fotografia.  Si tratta di un sito che vale la pena di vedere e che giustifica la notorietà di Dunhuang, peraltro citata in ogni trattazione che riguardi la Via della Seta.
Quando le ombre iniziano ad allungarsi sul deserto ci avviamo verso Liuyuan, a 120 km di distanza pari a un’ora mezza di viaggio; qui si trova la stazione ferroviaria dalla quale partono i treni per Turpan. La strada attraversa una periferia brulicante di contadini intenti alla mietitura, passa attraverso zone meno fertili dove vengono coltivati i meloni (sono frequenti i banchetti che li vendono freschi ed hanno dei pergolati per farli essiccare), sfocia infine nel deserto vero e proprio. Radi cespugli interrompono la distesa di ghiaia sul cui sfondo si distendono rilievi. Ad un certo punto il sole assume i caldi colori del tramonto e sparisce dietro le montagne occidentali. La città non ha nulla da mostrare se non un localino dove non bisogna fare troppo gli schizzinosi per consumare la cena. Prendere il treno in Cina non è poi così facile: anche se si è in possesso del biglietto occorre sapere su quale convoglio salire. Volendo congedare la guida e l’autista che devono raggiungere Lanzhou in nottata diciamo loro che possono andare una volta passati i controlli e siamo all’interno della stazione. Dal momento che i tabelloni riportano solo scritte in cinese e intuire le comunicazioni dall’orario potrebbe essere pericoloso, la guida ci consegna ad un passeggero diretto alla nostra stessa destinazione. Questo ragazzo si prende cura di noi come di due minorenni e ci scorta fino alla nostra cuccetta una volta arrivato il treno, quando è ormai mezzanotte. Il treno arriverà con un’ora e mezza di ritardo. Ovviamente non abbiamo una lingua in comune ma con dei gesti riusciamo a capirci per quel poco che dobbiamo comunicare. Per la seconda volta consecutiva possiamo contare sulla colonna sonora di un russatore, cosicché la nostra nottata non può considerarsi fra le più confortevoli.

Pernottamento: Treno Liuyuan – Turpan   (T197   22,25 – 05,37 +1)