Day 12 : sab. 1 settembre 2012

Le vette del Pamir si riflettono nel Lago Karakul. Il bazar di Kashgar: ritratto dell'Asia Centrale.

Anche stamane fuori c’è la foschia portata dalla tempesta di sabbia. Il cielo appare velato da una coltre beige anche se a terra non si muove una foglia. Mettiamo la sveglia alle 8, che corrisponde alle 6 per l’ora ufficiosa locale. Del resto quando guardiamo fuori è ancora buio, un’ora dopo siamo pronti a partire per vivere quella che sarà la giornata più spettacolare ed interessante di tutto il viaggio.
Si parte in direzione sud ovest sulla Karakorum Hwy., una strada di grande comunicazione (soprattutto per le merci) che in 400 km porta al confine pachistano tramite il passo di Khunjerab situato a 4800 mt. Questa è una zona pericolosa in quanto frequentata da ogni genere di trafficanti, in più si trova molto prossima ad una zona di guerra. La nostra meta si trova a 200 km e 3,5 h. da Kashgar ed è il Karakul Lake, un lago salato incastonato sull’altopiano del Pamir ad una quota di 3600 mt, in kirghiso significa “lago nero”.  Si tratta del bacino più alto del plateau del Pamir, vicino all’incrocio fra le montagne del Pamir, Tian Shan e Kunlun Shan (che significa marrone).
La strada, disastrata in vari punti, corre parallela ad un ripido fiume che scende giallastro in un paesaggio pietroso. Sul lato destro la parete scende a picco e non di rado lascia cadere qualche masso. Sembra impossibile come il fiume che ha già una buona portata, sia poi destinato a perdersi nei meandri del deserto, in quanto tutte le acque che scendono verso nord non possono avere sbocchi al mare. Saranno solo quelle che convergono molto più a est, oltre l’altopiano del Tibet, a formare i bacini del Fiume Giallo (Huang Hu), Fiume Azzurro (Yangtze Kiang) e Mekong. Tutti e tre nascono nel raggio di qualche centinaio di km per poi prendere strade diverse.
Il terreno ha un’apparenza assai instabile, con i massi incastonati nella terra che viene costantemente erosa dall’impeto dei corsi d’acqua. Tutto sembra precario e probabilmente lo è, i segni di recenti frane lo confermano. Lo scioglimento dei ghiacciai sovrastanti libera le pietre che possono in questo modo rotolare a valle. Proseguendo incontriamo delle miniere di ferro e, oltre, di rame che giustificano il viavai di camion sulla Hwy. Di tanto in  tanto ne vediamo uno fermo con alcune pietre intorno per segnalare l’ingombro. Ci dicono che si tratta di avarie: in questi casi l’autista scende come può a Kashgar per recuperare i pezzi di ricambio e torna su per cercare di aggiustarlo. La strada è stata costruita al prezzo di 6900 morti, ma si trattava essenzialmente di prigionieri deportati da queste parti negli anni ’70. Non stentiamo a credere le notizie storiche quando vediamo operai che spaccano col piccone i massi caduti di recente. I cinesi hanno anche costruito la tratta sul versante pakistano a loro spese e con loro personale. Questo nello spirito di collaborazione fra i due Paesi, accomunati dal nemico indiano. Il percorso per arrivare a Islamabad/Rawalpindi consta di 1300 km di cui solo 400 sono in Cina. Quella di impiegare sempre personale proprio dev’essere una tipicità cinese: in altra occasione abbiamo appreso come al verificarsi di catastrofi ambientali avvenute in Africa, la Cina abbia contribuito mandando propri fondi ed operai ad edificare quanto si era proposto. In tali occasioni l’India ha avuto invece atteggiamenti diversi: ha mandato sì degli ingegneri ma ha nello stesso tempo cercato di supportare l’economia utilizzando personale indigeno. Lo stesso è avvenuto in Kazakistan: si narra di un’azienda cinese che ha investito in quel Paese portandovi tutto il personale, incluse le guardie. Questo ha suscitato l’ira dei locali che hanno assaltato la fabbrica e costretto le maestranze cinesi a rifugiarsi nel loro consolato. I gerarchi cinesi, oltre a cercare di dar lavoro ai propri uomini, sono convinti, a ragione, di poterli meglio comandare; tutto finisca per avere una consistenza monolitica tale che qui non esitano a chiamare “killing machine”. Specialmente i ceti più poveri sono tradizionalmente abituati ad obbedire senza fare domande e questo rende il compito più semplice per chi comanda. Sarà interessante vedere se le notevoli disparità che si stanno creando in Cina continueranno a vedere degli automi obbedienti disposti ad arricchire la classe dirigente o se chiederanno anch’essi di potersi sedere al tavolo conviviale: in questo si gioca il futuro della Cina.
Lungo il percorso attraversiamo un posto di blocco che sembra una vera e propria frontiera, la nostra identità viene controllata verificando i passaporti ed lo specifico permesso nominativo di transito per l’ulteriore tratto della Hwy. l poliziotti hanno uno sguardo poco conciliante per un controllo che serve solo a giustificare la loro presenza. Può darsi comunque che in certi momenti il controllo abbia senso in quanto il confine occidentale è una zona calda e delicata. Oltre ci sono solo dei pastori kirghisi (Foto2) che in estate si spostano con le ger. Il governo sta cercando di sedentarizzarli almeno in inverno costruendo loro delle casette che li ospitano per la stagione fredda e consentono ai bambini di  frequentare la scuola. Durante il periodo freddo le donne lavorano dei tessuti, mentre gli uomini si “riposano”. Vivono sostanzialmente di allevamento di montoni che acquistano al mercato di Kashgar in primavera per rivenderli a fine ottobre/novembre quando cala l’inverno. Gli yak invece servono per la produzione di latte e derivati. Nella zona di confine ci sono invece dei pastori tagiki. In effetti il Tagikistan è solo a pochi km mentre il Kirghizistan ne dista più di 60.
La visuale migliora man mano che ci alziamo, dischiudendo poco per volta le vette imbiancate. Fortuna vuole che quando arriviamo al lago il pulviscolo sia rimasto in basso e si apra così uno scenario incantevole. Il lago Karakul assume colori brillanti e rispecchia le montagne alte oltre 7500 mt. L’imponenza delle vette che brillano sotto il sole ci lascia appena immaginare cosa si possa nascondere dietro di loro, fino ad arrivare alla base del K2 nel più distante Karakorum. In particolare il Muztagh Ata (Foto2) con i suoi 7546 mt svetta sopra il lago e sembra a portata di mano. (Foto2, Foto3,  In effetti non si tratta di una vetta particolarmente difficile dal punto di vista tecnico. Si tratta solo di acclimatarsi a sufficienza alla quota. Vista la pendenza costante molti lo salgono a piedi e scendano gli con gli sci. Cosa che consente di risparmiare parecchio tempo e tornare prima a respirare aria meno sottile. La fortuna di trovarsi al cospetto di tale maestosità fa nascere i noi delle ambizioni che difficilmente potrebbero trovare conferma per i giorni a seguire, dal momento che le giornate limpide sono poco frequenti. Altra cima imponente è costituita dal Monte Kungur, un titano alto 7719 mt. che rappresenta la punta più elevata del Pamir e a causa della sua isolamento venne scoperto solo nel 1900. E scalato per la prima volta nel 1981. Le vette del Kunlun Shan appaiono invece di più difficile scalata, una appare addirittura inviolata. Il limite della neve in passato era sui 5000 mt, ma quest’anno non scende sotto i 5400 mt. Dalla zona si possono anche fare trekking che in 21 giorni portano alla base del K2, ai quali occorre aggiungere 5 giorni per il rientro più un percorso in fuoristrada che deve arrivare da una zona impervia al confine col Tibet. (Foto2, Foto3, Foto4, Foto5, Foto6, Foto7, Foto8, Foto9, Foto10, Foto11, Foto12, Foto13, Foto14)
Al nostro arrivo in prossimità del lago cerchiamo di compensare con la minor quantità di ossigeno che si sente molto chiaramente. Dopo pochi minuti di profondi respiri e di tranquillità siamo pronti per muoverci senza problemi. Un gruppo di giapponesi si è portato addirittura le bombole d’ossigeno per far fronte ad eventuali crisi che potessero cogliere qualcuno. L’ossigeno si trasforma in una fonte di guadagno per le guide, le quali affittano l’attrezzatura per 30 ¥ e se ne fanno pagare 100 ¥.
Mentre rientriamo il pulviscolo giallastro torna a comparire sotto i 2800 mt. rendendo il paesaggio tinta seppia. Vediamo una lunga fila di camion militari incolonnati: sono carichi di carbone che porteranno al Passo di Khunjerab in quanto, anche se chiuso al transito nella stagione invernale, un presidio militare è sempre presente.
Al rientro in città andiamo a curiosare fra i banchi del bazar, mentre dopo cena si va a fare un giro in quello serale. Ovunque si diffonde nell’aria il profumo degli spiedini insaporiti dalle spezie. Gustiamo un gelato alla vaniglia, quella vera che lascia in bocca l’aroma del baccello. E’ sempre interessante vedere questi frangenti di vita quotidiana che ben rendono l’immagine di un Paese che in alcuni suoi angoli resiste alla Rivoluzione, quella industriale s’intende. Kashgar, pur non essendo una Svizzera, risulta molto più pulita delle città visitate fino ad ora. Non si vedono nemmeno i postulanti che cercano di vendere qualunque cosa, come in tutti i mercati chi è preposto alle vendite cerca di proporre quanto ha ma senza insistenza. Anche in questo va riconosciuta la nobiltà di un popolo. Non esiste l’abitudine di raschiarsi la gola e di sputare ovunque in pubblico.
Le donne sono di solito ben vestite. Lunghi abiti a colori vivaci scendono dai loro fianchi, i loro lineamenti sono dolci come raramente si incontrano in questo Paese. Ci dicono infatti che gli han odiano gli uiguri ma apprezzano le loro donne. Parecchie di loro hanno un velo che va a coprire la testa, mentre alcune anziane usano dei mantelli a maglie larghe come se fosse un burqa. In un certo modo si sentono stranieri in patria in quanto la tradizione impone a chi vuole rispettarla di portare il velo, mentre la polizia, con la scusa d’indentificare le persone, le ferma e le costringe a levarlo. Questa viene vista come una violazione in quella che considerano la propria terra, non avrebbero problemi a rispettarla qualora si trovassero all’estero.
Nel reticolo di vicoli dell’animatissimo bazar s’incontrano le genti più svariate: uiguri, kirghisi, cinesi e turcomongoli. Li si può riconoscere dagli zucchetti che portano: quelli bianchi appartengono agli hui, quelli verdi sono degli uiguri, i neri sono kazaki, mentre quelli rossi appartengono a gente che viene da fuori (kirghisi). Non potendo essere lavati vengono indossati dei sottocappelli.

Pernottamento: KASHGAR – Yambu Hotel