Day 5 : sab. 25 agosto 2012

Dalla città industriale di Lanzhou a un assaggio di Tibet, passando per il sacro di Binglingsi.

Per quanto il treno fosse silenzioso e non vi siano stati problemi particolari, la notte è trascorsa in malo modo a causa di un cinese che ha iniziato a russare non appena coricatosi. La quarta ospite della nostra cabina cuccetta è una ragazza che condivide con noi l’insonnia forzata del cinghiale russante. Almeno con questa riusciamo a scambiare un paio di gesti, visto che parlare una lingua comune è impossibile e che i cinesi non sono soliti nemmeno salutarsi. Neanche fra di loro sembra essere in uso scambiarsi un saluto quando entrano in un negozio o incontrano una persona sconosciuta sul loro cammino. Non è maleducazione, è semplicemente un atteggiamento comune che va preso così com’è. Di certo non si può dire che questo atteggiamento freddo ispiri particolare simpatia. Esistono invece alcune persone le quali si adoperano ad aiutarti, specialmente se sei straniero e stenti a ritrovarti fra le indicazioni in ideogrammi.
Poco prima delle 6 una marescialla dell’armata ferroviaria fa irruzione nello scompartimento, accende la luce e urla qualcosa, dandoci così il buon giorno a suo modo. Quando ripassa dopo pochi minuti per prendere le federe dei cuscini siamo già svegli quanto basta per eseguire l’ordine senza discussioni, del resto la nottata è passata praticamente insonne. Una sottile vendetta si attua contro il cinghiale russante che si era attardato a ronfare, quando la “signora” gli sfila il cuscino da sotto la testa svegliandolo così di soprassalto.
Il treno arriva puntuale ma manchiamo l’incontro alla stazione di Lanzhou. Nel marasma di gente non riusciamo subito a trovare la guida, siamo gli unici visi pallidi e vediamo un ragazzo con un cartello in mano che evidenzia due nomi che non sono i nostri. Continuiamo a guardarci ma non ci sono ragioni per incontrarci se aspetta qualcun altro. Dopo una decina di minuti, quando ormai tutti i passeggeri del nostro treno sono scesi ed iniziano a scorrere quelli dei treni successivi in un fiume senza soluzione di continuità, mi avvicino per cercare di capirne di più. Non devo nemmeno parlare: vedo che sull’altro lato del foglio ci sono i nostri nomi e scopro che ha solo confuso il lato del cartello da esporre. Non riusciamo comunque a comunicare in quanto si tratta dell’autista e non parla inglese. Ma lui, con un colpo di telefono si fa raggiungere immediatamente da Can (nome di fantasia che i cinesi si danno per occidentalizzarsi di fronte agli occidentali). Ci sono due uscite e lui era andato a presidiare l’altra. Una volta riuniti tutti i componenti della spedizione si può finalmente partire per una colazione che interrompa il nostro digiuno. Non abbiamo grande appetito ma mangiare qualche fetta d’anguria accompagnata col caffè e lavarsi i denti al mattino sono un’abitudine che se possibile non saltiamo. Di mangiare spaghetti, verdure o pollo non si parla nemmeno, e neppure di aglio, alimento di cui Can è invece molto goloso. Non che ce ne fosse bisogno, con il nostro olfatto lo capiamo immediatamente, ma ce lo confesserà a pranzo. Rapida passeggiata nel centro sotto una pioggia sottile che inizia a scendere lentamente: non vogliamo nemmeno pensare che quelle gocce contengano due parti di idrogeno e una di ossigeno: Lanzhou negli anni novanta è stata la città più inquinata del mondo ed anche se recentemente  avesse perso il triste primato, difficilmente può essere diventata un’oasi d’aria pura. Le raffinerie, le industrie tessili e chimiche continuano ad esistere ed il traffico non è migliore che altrove.
Situata sul Fiume Giallo a 1600 mt di quota, LANZHOU (3,6 milioni di abitanti pari al 70% degli abitanti del Gansu) è il capoluogo della provincia del Gansu. La sua vocazione commerciale risale ai tempi della Via della Seta: la città sorgeva infatti all’incrocio della carovaniera principale con alcune piste secondarie che la collegavano alla Mongolia, al Qinghai e al Tibet. Vi convivono soprattutto han, hui e mongoli. Di solito scendono 200 mm. di pioggia all’anno, mentre solo due giorni fa un’alluvione ne ha portati 14 in poco tempo, con conseguenze immaginabili per una città non abituata a fronteggiare grandi precipitazioni. Ne sono conseguiti allagamenti e auto che galleggiavano sull’acqua. In città si vedono ancora ampie pozzanghere che si stanno via via ritirando, mentre il fiume scorre limaccioso con impeto, portando con sé ogni genere di vegetazione ed immondizia mentre lambisce gli alberi siti nel suo alveo. Sembra un enorme scia di cappuccino che scorre verso valle. Come da altre parti vediamo molti salici fra la vegetazione ad alto fusto, mentre ogni terrazzino rappresenta uno spazio utile per coltivare qualcosa, soprattutto girasoli, granoturco e patate. Per limitare il traffico nei week end si esce a targhe alterne: la gente, se può compra auto di produzione cinese ma di marchio straniero (molte VW Santana) in quanto quelle di produzione locale sono di scarsa qualità. A Xi’An per la verità avevamo una vettura prodotta dalla Red Flag simile alla Passat o alla omologa della Kia. Di alta cilindrata ed accessoriata fino all’ultimo all’interno, non siamo però sicuri circa la sua affidabilità resa nel tempo. Resta comunque curioso che una vettura evidentemente concepita (o copiata) in stile borghese sia prodotta da un’azienda che si chiama Bandiera Rossa, ma se le contraddizioni finissero qui avremmo di che stare tranquilli. Grazie agli incentivi statali che vogliono rendere l’auto un mezzo accessibile ai più si può spendere a partire dai 30.000 ¥, ma la qualità rimane quella che è. Gli alloggi costano invece molto cari: 100 mq in un alveare difficile da riconoscere fra gli altri può valere sui 1.000€ al mq, cosicché pochi hanno la possibilità di permetterselo. Il lavoro nelle fabbriche sta attirando masse di contadini che vivevano in un’economia di sussistenza nelle campagne. Questo giustifica la presenza di enormi cantieri che erigono interi quartieri, non si capisce però come i contadini possano permettersi l’acquisto di questi appartamenti. Essendo però uno stato con elevata impostazione sociale esisteranno sicuramente i modi per consentirne l’accesso anche alle classi più deboli.
Stessa cosa vale per il whisky, ne esistono due marche e le tasse sono elevate: trattasi di roba da ricchi.
La strada scende per riattraversare il fiume Giallo in corrispondenza della diga Yongjing, che rilascia un’enorme quantità d’acqua a formare una cascata di enormi proporzioni che s’incunea fra strette pareti rocciose. Quando il fiume ritorna ad un impeto minore, ecco che attraversa Liujiaxiaxiang, uno dei tanti centri industriali nati dal nulla al fondo di un’anonima vallata. Industrie che sembrano doversi collocare solo nelle periferie delle grandi città qui s’incontrano pressoché ovunque. Risalendo fuori dal marasma urbano si tornano ad incontrare paesaggi agresti fino al punto d’imbarco sul Fiume Giallo. Si prosegue con un’ora circa di navigazione in motoscafo sul lago artificiale creato per la centrale idroelettrica, fino al complesso delle grotte dei “Diecimila Buddha” di Bingling, che si annuncia con la statua del Buddha scolpita in una nicchia  nella parete verticale di una falesia.
Il complesso delle grotte di Binglingsi Temple si trova a circa 100 km a sudest di Lanzhou. Si tratta di 183 grotte scavate in una roccia porosa e pertanto facile da incidere; sono dipinte in quella che è una vera e propria Galleria di Sculture Orientali nella parete di una montagna, fornendo rifugio a 7.200 statuine di pietra e argilla e 1300 mq. di murali. Le sculture di epoca Tang offrono la possibilità di scoprire qualcosa in più sul buddhismo originario. Le decorazioni del 600 d.C. rappresentano dei volti molto più indiani che cinesi in quanto questa religione era giunta da poco dal nord dell’India dov’era nata circa 1000 anni prima: lo stesso Buddha nelle sue varie raffigurazioni ha un volto più allungato e gli occhi non sono a mandorla. Nelle sculture posteriori viene rappresentato più basso e tarchiato. Il primo Buddha, il Shakyamuni, è solitamente raffigurato con un’acconciatura sulla testa mentre Avalokiteshvara può avere diverse forme: con molte braccia, diverse teste e occhi o semplicemente con una sorta di corona. Vicino al Dio ci sono di solito i Kasapa, ovvero i discepoli/studenti anziani. Il lama è uno stato clericale superiore al monaco. Le monache di sesso femminile si chiamano Nan. I monaci mahayana di solito non possono sposarsi, ne esiste tuttavia un tipo che può contrarre matrimonio e si distingue per il fatto di avere i capelli ed indossare un vestito con le maniche di colore bianco. I monaci non coprono le ascelle e pertanto non portano le maniche lunghe perché la leggenda vuole che Buddha nacque da sotto un’ascella, per conseguenza quella va lasciata libera. Il Buddha seduto alto 27 mt è impacchettato per restauri ma se ne intuisce chiaramente la mole. Di notevoli dimensioni è anche il Buddha Nibbana (Foto2), ovvero il Buddha del passato, in posizione coricata di chi ha raggiunto l’aldilà. E’ stato spostato in posizione soprelevata sull’altro versante in quanto la diga avrebbe finito per inondarlo. E’ possibile che in futuro anche altre grotte possano essere invase dal drenaggio dell’acqua della diga costruita nel 1969, la quale ha alzato il livello dell’acqua e mette in serio pericolo la sopravvivenza delle opere. Tramite un sentierino in ripida salita raggiungiamo l’eremo scavato nella roccia a picco sul Fiume Giallo. E’ abitato da un monaco che sottintende alla pulizia della nicchia che custodisce alcune statue sacre. E’ giunta l’ora di riprendere il motoscafo ed andare ad attraccare sulla riva opposta del lago. E’ curioso notare come le acque del fiume scendano gialle e limacciose non lasciando dubbi sull’origine del suo nome, mentre quando si aprono nel lago la sabbia scenda in profondità e le acque si trasformino in un azzurro cristallino. Si calcola che il fiume abbia una densità di loess corrispondente a circa il 50% del peso dell’acqua. Infatti il Fiume Giallo è limpido per la prima parte del suo percorso, poi attraversa il cosiddetto altopiano del loess, una vasta area dove nel corso dei tempi si sono depositati spessi strati di sabbia giunta col vento dal deserto dei Gobi che si trova più a nord. Solidificandosi ha formato una sorta di terra che viene poco per volta erosa dal fiume, il quale la trasporta così a valle rendendo fertili le pianure orientali. Pare che l’intero fiume non sia navigabile, nonostante le dimensioni e la lunghezza superiore a 5.000 km. A parte le dighe costruite a fini di sfruttamento dell’energia idroelettrica, ci sono continue rapide che impediscono l’accesso al trasporto mercantile. Nella regione in cui ci troviamo il fiume non è ancora inquinato ma lo diventerà di lì a poco attraversando Lanzhou.
Durante la nostra visita alle grotte l’autista ha portato la macchina col traghetto sulla riva opposta dell’invaso e da lì ripartiamo alla volta di Xiahe. Attraversiamo una zona collinosa dove i locali sono intenti a raccogliere bacche di pepe rosso. Pranzo a Linxia e passeggiata per fare conoscenza con questa cittadina dall’aspetto ordinato in un sabato dove si vede parecchia gente passeggiare e la gioventù che assiste ad uno spettacolo in centro. Ormai gli atteggiamenti borghesi non sono più banditi da anni, chi ha qualche soldo lo può ben spendere e anzi ben venga.
Ci troviamo in un’area con forte presenza islamica (circa l’80%), di etnia hui a professione sunnita. Le moschee scintillano pressoché in ogni paese che incontriamo e viene da pensare che vengano sponsorizzate nella costruzione da parte di mecenati residenti nei Paesi Arabi. In zona non si vede grande prosperità, mentre le moschee sono tante e ricche. Non per niente Linxia viene chiamata la Medina della Cina, in virtù del fatto che vi si trovano delle scuole islamiche. Si narra che i musulmani siano arrivati a seguito delle migrazioni seguite alle conquiste di Gengis Khan. In sintesi si può dire che le moschee più vecchie sono in stile cinese e per questo è facile confonderle con un tempio (si notano rare scritte in arabo) e le più recenti sono in stile arabo. Gli uomini portano di solito lo zucchetto bianco (che contraddistingue gli hui), le donne in alcuni casi hanno il velo in testa. Viene praticato un islamismo moderato e tollerante.
In generale nelle città rileviamo come tutto sia curato ed in ordine più per l’efficacia che per l’estetica. Nelle campagne è curato soprattutto per sfruttare al massimo ogni metro quadro per la produzione agricola.
Avvicinandoci a Xiahé e quindi alzandoci di quota vediamo che sta raccogliendo la segale ed altri cereali, lasciati poi a seccare in grossi covoni legati nel mezzo. In parallelo corre il cantiere della superstrada che a breve collegherà Lanzhou a Xiahé.
Durante il viaggio si parla di diversi argomenti: ci viene raccontato come in zona fra islamici e buddhisti ci siano buone relazioni, mentre per quanto riguarda la politica del secondo figlio, questa si applica soprattutto per l’etnia han e per chi abita nelle città. Le minoranze etniche possono avere un secondo figlio, chi vive in zone rurali può arrivare a tre. Chi supera i limiti stabiliti deve pagare molte imposte in più fino al raggiungimento della maggiore età del figlio. Altri ci diranno che attualmente questa politica non è più tenuta sotto stretta osservanza, anche perché l’industrializzazione e le conseguenti migrazioni hanno comportato delle difficoltà nella “tracciabilità” anagrafica.
Storicamente la regione di Xiahé appartiene alla provincia culturale dell’Amdo, un’area geografica autonoma fino al 1959, fondamentalmente tibetana e separata dal Tibet per motivi essenzialmente politici. Ufficialmente siamo ancora nella provincia del Gansu ed all’interno di una prefettura autonoma, etnicamente appartenente al Tibet. Lo stesso discorso vale per la provincia del Quingai, una creazione artificiale, potremmo perfino chiamarla una provincia cuscinetto ma in ogni caso si tratta di Tibet. Un’altra regione culturalmente tibetana è costituita dal Kham, attualmente divisa fra le provincie del Tibet e Sichuan, anch’essa soggetta a massiccia immigrazione di cinesi han.
Raggiungiamo XIAHE' dove torniamo a vedere qualche volto occidentale. La città è praticamente divisa in due: a ovest il quartiere tibetano con le riconoscibili costruzioni ricoperte di terra ad ospitare il 50% della popolazione. A est il quartiere han (40%) e quello  hui. Siamo a 3000 mt. e l’aria inizia a diventare frizzante. In una passeggiata nella parte tibetana ci vediamo guardare come se fossimo degli alieni in quanto la vista degli stranieri rappresenta un evento. In particolare, i bambini al nostro passaggio sfoderano un simpatico Hallo che rappresenta il loro vocabolario d’inglese, noi in tibetano non conosciamo nemmeno quello. Ma nel frattempo però in questi giorni abbiamo scoperto che “mamma” si dice esattamente come in italiano. Il governo locale ha stanziato parecchi fondi (si parla di 3 Mld. ¥) per rimodernare il monastero ed i dintorni, cosicché vediamo innumerevoli muratori (tra i quali molte donne) intenti a lastricare le strade che finora erano sterrate: ci guadagnerà l’aspetto estetico ma si perderà qualcosa in originalità e fascino. Il fatto che vi siano diversi cantieri non stupisce affatto visto il Paese in cui ci troviamo, quello che invece stupisce è il vedere le donne intente a fare dei lavori edili di solito riservati agli uomini. Al loro fianco passano monaci dalle forme tondeggianti affatto imbarazzati che vanno e vengono con fare pacifico e magari con lo smartphone in mano. Ognuno porta avanti il proprio mestiere o la propria missione ma il quadro non è dei più edificanti.
Pernottiamo in quello che sarà di gran lunga la sistemazione più caratteristica di tutto il viaggio: l’hotel Baoma è gestito da una famiglia tibetana ed ha un arredamento tipico della sua etnia. Mentre controlliamo la posta su un computer situato in prossimità della reception improvvisamente vediamo la giovane ma già ben in carne receptionist che con un balzo da gazzella salta sul bancone atterrita da qualcosa che non riusciamo ad intuire. Una volta scavalcato dalla nostra parte spiega spaventata di aver visto un topolino. E’ così che uno dei colleghi recupera l’animaletto e probabilmente lo va a liberare in una zona sicura, dacché i buddhisti non fanno del male nemmeno ai roditori intrusi negli hotels.
Ancora una camminata in un centro che ha abitudini poco tardive e ci congediamo per oggi da questo paesone ricco di fascino.

Pernottamento: XIAHE – Baoma Hotel