Day 8 : mar. 28 agosto 2012

Dafosi: monastero buddista cinese. Inizia il deserto e la Via della Seta entra nel vivo.

A ZHANGYE (foto2) il 97% dei 1,9 milioni di abitanti appartiene all’etnia han. Il nome della città significa “braccia aperte” e sta a simboleggiare una struttura atta alla protezione di chi vi abita. Dicono non esserci grandi industrie, intorno c’è molta agricoltura che rappresenta il polo agrario del Gansu. Chi vive in città sembra essere dedito soprattutto ai servizi. Nel centro si vedono parecchi negozi, fra i quali spiccano quelli di moda ed abbigliamento. Fu per molti secoli una delle tappe più importanti della Via della Seta e lo stesso Marco Polo vi trascorse più di un anno.
Dafosi Temple (Foto2): questa volta si tratta di buddhismo han, quindi cinese e pertanto con caratteristiche diverse rispetto a quanto abbiamo visto nei due giorni precedenti. In uno dei templi si trova il Grande Buddha reclinato o dormiente, lungo 34 mt a rappresentare l’immagine del Buddha del passato. La statua risale all’XI-XIII secolo ed è interessante vedere com’è stata costruita: partendo da una struttura in legno è stato rivestito in kalk (simile a cemento) per poi essere dipinta. Si visitano altri templi del complesso (Foto2), all’interno dei quali si trovano anche figure mitiche di personaggi che nulla hanno a che vedere con la divinità, ma rappresentano eroi dai quali trarre esempio. Anche di fronte a questi vediamo i fedeli inginocchiarsi e rendere omaggio. Da vedere anche il museo prevalentemente dedicato ai sutra: viene spiegato come venivano scritti e come viaggiavano nelle carovane che percorrevano la Via della Seta. Molti di essi sono in cinese antico che veniva letto dall’alto al basso e da destra a sinistra mentre altri più recenti sono scritti in cinese moderno che si legge come il nostro alfabeto, con l’unico dettaglio che si tratta di  ideogrammi. Al fondo del complesso si trova un grande stupa bianco alto 20 mt. e un padiglione decorato con legni finemente intarsiati. A Dafo Si non si vedono monaci in quanto il luogo è prettamente storico-turistico. Non vi si tengono riti, anche se vi si trovano molti pellegrini intenti a pregare. In realtà nel buddhismo non esistono messe o altre funzioni religiose: in caso di matrimoni o funerali chi vuole può chiamare un monaco che vi partecipi. Attraversiamo la piazza dove ieri sera si esibivano gruppi musicali accompagnati da danzatori più o meno improvvisati sotto la luce abbagliante dei neon, per raggiungere la Pagoda Mu Ta, dedicata al Buddha Shakyamuni, che risaliamo fino all’esile cima per un’osservazione dall’alto. All’ingresso si trova una statua del Buddha al centro e tutt’intorno dei dipinti raffiguranti la sua vita. Anche nel buddhismo esiste un concetto di paradiso ma s’intende che il corpo è destinato a morire, mentre l’anima rimane e si reincarna in altre persone o altri animali a seconda di come ci si è comportati in vita. Nella peggiore delle ipotesi è possibile non reincarnarsi del tutto. Da questa filosofia deriva la reincarnazione del Buddha vivente. Dicendo che il volto di un personaggio assomiglia a Confucio rischia di offendere la suscettibilità dei buddhisti cinesi: Confucio era un maestro di vita, il buddhismo è una religione. La torre del Tamburo è chiusa, pertanto si va direttamente a pranzo in una via essenzialmente dedicata  ai ristoranti. Mentre ci avviamo iniziamo a sentire dei botti che si susseguono in diverse parti del quartiere, quasi da sembrare in guerra. Veniamo tranquillizzati dal momento che si tratta solo di una coincidenza che accade a mezzogiorno in una determinata fase lunare. Scopriamo pertanto che in questa scadenza chi ha da festeggiare qualcosa lo fa invitando amici e parenti a fare pranzo in un locale. Questo vale per i matrimoni, per chi ha passato un esame o ogni altro evento lieto. Quello che c’è di particolare è che la gente sfrutta la pausa pranzo per recarvisi e poi torna a lavorare. Ci aggreghiamo ad un gruppo di ragazzini che festeggiano un compagno che ha appena superato un difficile esame; i parenti entrano nel ristorante ed a un dato momento viene dato fuoco alle polveri davanti all’ingresso. Che i cinesi siano ben organizzati in materia è fuori di dubbio, ma che abbiano inventato un sistema di esplosioni concatenate da far sembrare di essere in guerra, questo sarebbe da far invidia al più verace dei partenopei. Al termine ci chiedono di fare la foto insieme al giovane: vedere due italiani è un evento già di per sé. Chi ha più tempo a disposizione festeggia invece con una cena anzichè che sfruttando la pausa pranzo. Anche oggi non vediamo nessun umano che arrivi dalla nostra parte del mondo, tant’è che anche qui la gente ci osserva come se venissimo da un altro pianeta. Verrebbe da pensare che l’ultimo europeo a transitare da qui sia stato il nostro conterraneo Marco Polo. E dire che ci troviamo in una città di quasi due milioni di abitanti, non in un villaggio sperduto di montagna.
Si prosegue attraverso il Corridoio dell’Hexi, la stretta striscia di terra lunga un migliaio di km, che nel corso dei secoli ha costituito l’unica via di transito per i viaggiatori che giungevano o uscivano dalla Cina. La via verso Jiayuguan adesso è tutta autostrada pari a circa 250 km lungo la quale corrono cavi dell’alta tensione e il cantiere dell’alta velocità ferroviaria destinata a raggiungere Urumqi in breve tempo. Per la verità esiste già una ferrovia con alto traffico di treni, mentre l’autostrada è poco frequentata, sostanzialmente da camion. Il caldo si fa sentire anche se si tratta di clima secco in un ambiente arido. La vegetazione è ridotta ad alcuni cespugli che stentano nel terreno pietroso. Di tanto in tanto si percepisce che stiamo correndo lungo le montagne, ma il concetto di corridoio va concepito in un senso molto ampio. Del resto se commisurato alle estensioni che avranno le montagne che si distendono tanto a nord quanto a sud (Qilian) si comprende come di corridoio si tratti. Poco prima della nostra destinazione si tornano a vedere delle coltivazioni di mais.
Jiayuguan si trova alle porte dei deserti occidentali e rappresenta l’estremo lembo del sistema difensivo della Grande Muraglia. La città non presenta assolutamente nulla che ricordi il glorioso passato di baluardo a difesa della Cina dalle invasione dei barbari dell’Asia centrale. Il centro è tutto di recente costruzione, con ampi viali che lo tagliano. Ci dicono che la città vive su una grande industria dell’acciaio, sembra però anomalo che ciò basti per giustificare tanta opulenza. Il turismo gioca sicuramente un ruolo importante, anche se costituito in massima parte da cinesi stessi. Si respira un’atmosfera surreale: poca gente in giro e parecchi negozi che hanno chiuso, giardini ben irrigati e fontane cercano di rendere alla cittadina un aspetto gradevole. Il traffico è meno intenso rispetto a quanto visto in altre città finora. Quando cala la notte si accendono i neon (Foto2quasi a volerla creare una piccola Las Vegas e con essi anche le musiche in stereo o suonate dal vivo con relative danze, in una notte serena quanto fresca. Il tutto si svolge sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine, ovunque si vedono ampi dispiegamenti di polizia. A prima vista verrebbe da pensare che il rischio terrorismo internazionale non ha mai minacciato seriamente la Cina, gli islamici non hanno posizioni fondamentaliste e in Tibet non usano questo sistema per rivendicare autonomia. Il rischio vero sembra essere la richiesta di democrazia, cosa che finirebbe per distruggere la Cina.

 

Pernottamento: JIAYUGUAN – Guotai Hotel