guarda la mappa a tutto schermo vai su Google Maps!

 

Il termine Impero di Mezzo può rappresentare una buona sintesi della Cina odierna: che si tratti di un impero è fuori di dubbio, "di mezzo" anche, a fronte delle sue ambiguità fra ricchezza e povertà, fra industria avanzata e zone rurali arretrate, fra l'opulenza dei neon nei centri urbani e la scarsa qualità di prodotti e servizi. In estrema sintesi, viste anche le limitazioni cui è costretto il popolo cinese, si può dire che la Porta resta ancora per molti aspetti proibita.
Quando quattro anni fa mi chiedevano cosa andavo a vedere in Mongolia, rispondevo: la gente. Anche questa volta mi interessava capire il Paese dal punto di vista sociale e antropologico, senza peraltro trascurare le bellezze storiche e naturali offerte dal tragitto. Così come avevo avuto buone recensioni sui mongoli, non altrettanto era avvenuto per i cinesi. E in qualche modo entrambe le opinioni si sono rivelate sostanzialmente corrette. Ma non sarebbe giusto fare di tutta l’erba un fascio e lo è ancora di meno quando si parla di un miliardo e mezzo di persone.
Visitando il Vietnam governato dal partito comunista si respirava un’aria di libertà vigilata a distanza, in Cina si ha la netta percezione che la vigilanza sia molto più vicina. I dogmi ideologici non si discutono e accanto se ne sono creati altri mutuati dal capitalismo, in un sincretismo politico che solo questo Paese abituato ad assimilare i credi religiosi ha saputo ricomporre in versione moderna. I grandi SUV sfrecciano davanti a dazibao che inneggiano all’uguaglianza, mentre il comunismo di facciata serve solo ad impedire che le classi meno agiate alzino la testa. Incuranti di sfiorare il ridicolo con le loro esternazioni, i politici cinesi mascherano dietro la dittatura del popolo un sistema autoritario che in realtà corrisponde al regime capitalista più bieco, incurante dei diritti più elementari. Questa politica è utile anche per mettere a tacere i benpensanti occidentali, oltre ad offrire il via libera agli imprenditori che in Cina vogliono trovare il sistema più confacente alle loro esigenze produttive (la notizia che per assemblare l’IPhone5 vengano usati operai che devono lavorare fino a 76 ore settimanali serva da esempio e monito). Questo succede nella Cina abitata dagli han, ovvero i cinesi. Un capitolo a parte lo meritano le regioni autonome a rischio di ondate secessioniste: sia il Tibet che lo Xinjiang altro non sono che colonie soggette al dominio di Pechino.
Oltre ai ricercati aspetti sociologici, il viaggio ha portato con sé la visita alle splendide province occidentali dove dominano i deserti e le montagne alte fino a 7500 mt. Dal punto di vista storico non resta che inchinarsi al grande passato di questa Nazione che nell’antichità ha visto fiorire civiltà all’avanguardia. Due esempi di tanta capacità vengono evidenziati nella Grande Muraglia e nell’Esercito di Terracotta. Volendo andare oltre si possono aggiungere i Monasteri Tibetani, le città-oasi, per arrivare alle Grotte di Dunhuang. Immagini che restano indelebili nella memoria, basta però non voltarsi a vedere la massa di turisti che le calpestano e il veloce trasformarsi dei dintorni in meccanismi dove ogni cosa è messa in vendita.
La Via della Seta ormai è battuta da ben altri mercanti, ma il Nordovest riesce ancora a rendere l'idea di cosa significasse il viaggio ai tempi di Marco Polo: un'avventura, talvolta una pazzia. Di certo la scoperta di un Mondo Nuovo.

NOTA: alcune informazioni ottenute durante il viaggio sono state omesse al fine di non compromettere ulteriormente la già limitata libertà di cui godono i cittadini cinesi. Non si tratta di segreti, sono solo alcuni dettagli di vita quotidiana: misti di paradosso e burocrazia. Del resto se la Cina conta ben 30.000 persone impiegate a monitorare internet, è un dovere proteggere chi in quel Paese ci vive.


 
  

Day 1 : mar. 21 agosto 2012

Pechino: il nuovo ombelico di un mondo lanciato a folle velocità verso l'incognito.

Il volo da Mosca giunge con un'ora di ritardo ma siamo riposati e pertanto pronti ad iniziare l'avventura in Cina. Dopo il disbrigo delle formalità, troviamo la guida pronta all'appuntamento e senz'esitazione andiamo alla scoperta di PECHINO
La prima impressione è quella di trovarci in una città sontuosa ed ordinata, non distante dal centro del Mondo. Traffico intenso su superstrade che penetrano verso il cuore urbano ed un verde sorprendente per la stagione. Anche qui è fine estate ma si è trattato di un periodo molto piovoso. Sono addirittura arrivate in Europa le notizie di alluvioni tali da richiedere il blocco dell'aeroporto di Pechino solo tre settimane fa. Il clima primaverile ci porta nuove energie dopo la nottata trascorsa sul velivolo dell'Aeroflot. Iniziamo con la visita del Tempio del Cielo, 273 ettari di complesso, pari a 3 volte la Città Proibita. La base circolare del tempio e la piazzetta a base quadrata antistante stanno a significare rispettivamente il cielo (o la vita celeste) e la terra: il punto di contatto di solito è associato alla figura dell'Imperatore, ovvero l'intermediario fra le due geometrie. Questo era valido in particolare all'epoca della dinastia Ming, tant'è che la costruzione è iniziata intorno al 1400. A prevalere è il rosso intenso, il colore che porta beneficio. I numeri ricorrenti sono soprattutto quelli dispari in quanto recano bene, in particolare il 9 che rappresenta il massimo fra i dispari. Questa non sarà che la prima di una lunga serie di incontri con la superstiziosità cinese, popolo scaramantico che lega tutto alla buona sorte e alla credenze. Tutti i mancorrenti sono in giada, la pietra nazionale che è usata in gioielleria nella sua versione più preziosa ed in edilizia come un marmo per costituire splendidi pavimenti e decorazioni varie. Anche in pezzi grandi presenta una lucentezza che sembra nascondere dei brillantini al suo interno. La giada di valore ha un colore tendente al verde tenue, è trasparente e lo diventa sempre più col passare del tempo; ha inoltre un suono più rotondo rispetto al cristallo.
Nei pressi del tempio vi si trova inoltre il muro dell'eco: parlando normalmente da un lato, la voce giunge nitidamente a qualche decina di metri di distanza. Lo stesso vale per le tre pietre poste al centro del tempio: restando sulla prima si sente l'eco una volta, sulla seconda risuona due e sulla terza tre volte.
Il pranzo si svolge in un self service assai frequentato da turisti che non intendono dedicare troppo tempo all'attività alimentare. Visitiamo un museo/shopping point dedicato alla seta per meglio comprendere l'origine e la lavorazione di questo tessuto che sarà (è proprio il caso di dirlo) il filo conduttore del nostro viaggio, sulle tracce di Marco Polo e dei mercanti che esportavano la seta in Occidente e fino a Roma. Con un sole caldo e un cielo terso come raramente si vede a Pechino proseguiamo visitando Piazza Tienanmen, lo spazio urbano più grande del mondo nel cuore di Pechino. E qui veniamo a contatto con la vera Cina: ritornano alla mente le immagini che fecero il giro del mondo con il manifestante che fronteggia il carrarmato nel lontano 1989 e per evitare che ciò si ripeta per accedere alla piazza occorre passare macchine foto, bagaglio e sé stessi sotto i metal detector. Ci viene spiegato che sono norme volte alla sicurezza, in quanto la Piazza rappresenta il cuore della Cina moderna e costituisce l'obiettivo politico di eventuali antagonisti al sistema. Ma sappiamo come le manifestazioni che si vogliono impedire siano quelle contro il potere costituito. Questa non è che la prima di una serie di una serie di azioni preventive tese a conservare lo status quo
A guardia di Tienanmen sta inoltre l'immagine di Mao, icona consegnata alla storia così come l'operato dell'ex Timonieriere.
Pur essendo la piazza più grande del mondo sembra più piccola di quanto sia in realtà, interrotta com'è nel mezzo del mausoleo di Mao, costruzione macabra tanto nel contenuto che nell'aspetto. La piazza è contornata da palazzi in stile soviet, grigi e freddi tali da rendere il giudizio poco positivo: sicuramente è stata resa più famosa per la storia che vi è transitata da qui piuttosto che dalla sua bellezza intrinseca.
Quella che è invece una vera e propria opera d'arte è la Città Proibita,(Foto2Foto3Foto4, Foto5) che copre una superficie di 720.000 mq. Ospita rari tesori e curiosità dopo essere stata il Palazzo Imperiale per 500 anni. Tra le sue mura racchiude ben 9999 edifici. Superate le prime porte e procedendo verso il cuore (dove viveva l'imperatore) si dischiude un mondo che solo l'immaginazione può rappresentare. In particolare se si pensa che per almeno mezzo millennio questa cittadella è stata veramente proibita all'accesso popolare.
A dimostranza di quanto i regnanti temessero già all'epoca gli attentati, il lastricato di pavimentazione esterna è costituito da uno spessore di 15 strati, per impedire ai malintenzionati di scavare dei tunnel sotterranei ed entrare all'interno della Città. La stessa ala dedicata alle stanze da letto dell'imperatore consta di 27 vani: ne veniva sempre usato uno diverso per sviare eventuali attentati. Il luogo è molto popolato di visitatori, in stragrande maggioranza cinesi che ci dicono provenire da altre città, a testimonianza di come il turismo interno sia ormai una realtà consolidata e importante nell'economia nazionale. E' chiaro che il centro di Pechino rappresenta la meta ideale per la totalità dei cinesi e la stagione estiva sia quella in cui si vedono più turisti, ma resta il fatto che muoversi all'interno della Città Proibita risulta veramente difficile. Usciamo dal lato nord sotto la collina di Jingshan Park, un'elevazione artificiale ottenuta scavando lo stagno che contorna la zona imperiale. Quello degli incendi rappresentava un vero e proprio problema: c'erano più di 300 contenitori in rame destinati a contenere l'acqua piovana, nonché alcuni stagni interni da cui prelevare l'acqua in caso d'incendio: i contenitori erano rivestiti d'oro e si vedono ancora gli sfregi operati dagli invasori d'inizio secolo scorso che hanno raschiato via il prezioso metallo.
Ripercorriamo i numerosi viali alberati con tanto di aiuole fiorite alla volta di un centro per la lavorazione delle perle. Ci viene mostrato come si ricavano dalle ostriche, alcune delle quali producono perle di colori presenti solo in Cina grazie al tipo di fondale in cui vivono. Si va a cena in un locale caratteristico dove assaggiamo l'anatra alla pechinese, con la quale si viene subito a creare un feeling coi nostri palati.
Finalmente vediamo anche il nostro hotel situato nella zona olimpica, dove possiamo andare a depositare le valigie, per ripartire subito dopo da soli verso una zona più interna a vedere dall'esterno il Tempio Lamaista, quello dedicato a Confucio e gli hutong di Ochao. Parlare con i taxisti non serve a nulla e a ben poco serve mostrargli la cartina di dove dobbiamo andare: non sanno leggere i nostri caratteri ed evidentemente conoscono la città più nella pratica che per visione sulle cartine. Alla fine riusciamo a farci capire e visitiamo quello che rimane della Pechino d'antan. I viottoli contornati da piccole case con cortile antistante recintato da muri (hutong) ci raccontano di un tempo ormai lontano. Le luci sono scarse, perlopiù lasciate all'iniziativa di venditori che si attardano lungo le stradine. Peccato che tutto questo venga distrutto per lasciare il posto ai grattacieli. Fossimo da un'altra parte ci sarebbe da temere, qui ci sentiamo tranquilli ed immaginiamo come doveva scorrere la vita in epoca Ming, nonché in quella più recente dove le modeste abitazioni venivano considerate una proprietà capitalista e dovevano essere compartite fra più famiglie. Finiamo il giro alla Torre del Tamburo che con i suoi suoni annunciava il calare del sole. Rientriamo con un taxi che quasi ci porta a perdere, ma alla fine si rientra stanchi e soddisfatti nei nostri appartamenti.
E' fuori di dubbio che la città abbia avuto un'evoluzione a stento controllata, tale da apparire un'involuzione per certi aspetti: palazzi che crescono con rapidità sensazionale a scapito dei tradizionali hutong e addirittura delle prime mura cittadine. C’è di positivo che neanche nelle periferie si vedono le bidonvilles classiche delle città in espansione, ma questo non vuol dire che i contrasti non esistano o che non esistano lavoratori sfruttati piuttosto che povertà. Solo che tutto viene chiuso condomini alveari, i quali possono anche rivelarsi soluzioni accettabile dal momento che il nord della Cina deve affrontare inverni particolarmente rigidi. Accanto ad un’alta densità di fuoriserie sfilano dei miserabili piegati dalle fatiche del lavoro. Chi è sulla cresta dell’onda vive con i cliché e lo stile dell’arricchito, chi si trova sotto la cresta lavora per arricchire gli altri: questo è il comunismo in versione cinese. L’euforia si manifesta con le costruzioni avveniristiche dove a dominare sono il vetro e l’acciaio.

 Pernottamento: PECHINO – Holiday Inn Express Minzuyuan



Day 2 : mer. 22 agosto 2012

Tombe dei Ming e Grande Muraglia: al cospetto della storia imperiale.

Veniamo prelevati alle 8 per recarci a visitare le Tombe dei Ming. Si tratta delle tombe di 15 imperatori della dinastia Ming situate alla base del pendio del Monte Taishou (originariamente Monte Huangtu). Quella che visitiamo appartiene ad un imperatore salito al potere intorno ai 10 anni e morto a 59: non era molto amato in quanto si disinteressava dell’amministrazione dello Stato per dedicarsi all’alcolismo e ad altri passatempi. Aveva fatto iniziare la costruzione della tomba in giovane età affinché fosse pronta al momento opportuno. Il luogo si trova a nord-ovest di Pechino ed è considerato particolarmente adatto al “riposo degli imperatori” in virtù di tutta una serie di calcoli geomantici ed al fatto che l’area si trova fra una zona montana e il fiume. Lo stesso ragionamento vale anche per l’imperatore Qin Shi Huangdi a Xi’An. Lungo la strada vediamo coltivazioni di frutta, soprattutto pesche coperte con reti antigrandine. Le pesche sono solitamente bianche e stupiscono per le loro dimensioni quasi a sembrare dei meloni.
Delle tombe non resta molto da vedere in quanto la prima e la seconda casa d’entrata sono state distrutte dai rivoluzionari culturali e se ne vedono solo più i basamenti, mentre per raggiungere la parte dove venne inumato l’imperatore si scende per 27 mt. fino a raggiungere la tomba vera e propria dove sono sepolte anche la principessa e la concubina favorita, poiché spesso l’imperatore aveva una moglie imposta dalla corte e dall’ambiente politico, ma aveva anche delle concubine, una delle quali di solito assurgeva al ruolo di prediletta, posizione che le portava valenza anche dal punto di vista politico.  Una volta scese le scale che portano al luogo dell’inumazione si scopre che resta ben poco da vedere in quanto l’oro e la giada sono stati trafugati dalle Guardie Rosse, mentre ciò che non aveva valore è stato disperso: ciò che rimane del complesso è sicuramente interessante ma è solo una piccola parte di quanto doveva esserci.
Per uscire c’è una porta in stile cinese che simboleggia il passaggio tra il regno dei morti e quello della vita. Va attraversata pronunciando la frase “ritorno nel regno della realtà”. Le donne devono attraversare la porta avanzando con il piede destro, mentre gli uomini devono usare il sinistro. Le coppie possono tenersi per mano. Da quel punto verso la tomba inizia un perimetro circolare a richiamare il cielo, mentre la parte precedente è quadrata, a rappresentanza della terra e pertanto della vita terrena.
In un’oretta di auto fra colline verdeggianti si giunge alla Grande Muraglia,(Foto2, Foto3), a Mutianyu, 90 km a nordest della capitale, in zona più distante dalla capitale e meno battuta dalle frotte di turisti cinesi. Poco prima di giungere alla Muraglia pranziamo in un locale che rivende anche trote, le quali possono essere simili alle nostre o di colore biancastro tendente al giallo. Sulla Muraglia saliamo alla torre 8 per andare alla 6 che rappresenta il limite del tratto ristrutturato: proseguiamo oltre in una zona sulla quale è cresciuta ormai  la vegetazione e sul camminamento si riesce a malapena ad individuare un sentiero. Ritorniamo per andare fino alla torre 14 e riconvergere alla 8 dove riprendiamo il sentiero che conduce al parcheggio dell’ingresso sud, dove pullulano rivenditori di souvenir ma spicca anche una ricca varietà di frutta secca, tra cui i kiwi. Lungo tutto il percorso si sente il sibilo delle cicale, una costante che accompagna l’intera escursione, tanto da sembrare prodotto da uno strumento elettronico. In città si sente invece il canto dei grilli, altri animali destinati a portare fortuna:  da noi è ormai diventato un verso che si stenta a sentire anche in campagna. Alcuni negozi li vendono dentro apposite gabbiette.
Rientrando la strada serpeggia fra la vegetazione e colture varie. Spicca il granoturco e stupisce come anche i terrazzini ricavati in pochi metri quadri possano venire sfruttati per la coltivazione. I muri che li delimitano sono costituiti da splendidi mattoncini rossi che ben si sposano con il verde del periodo.
Ritornati a Pechino ceniamo nel ristorante della stazione Xi Zhan (il terminal ferroviario più grande dell’Asia) dove attendiamo il treno delle 20,02 che in nottata ci porterà a Xi’An. Prendere il treno in Cina richiede delle misure di sicurezza non presenti da noi, in quanto occorre far passare il bagaglio ai raggi X e mostrare biglietto e passaporto, il cui numero è riportato sul biglietto. Condividiamo la cuccetta con due cinesi, coi quali non possiamo dialogare in assenza di una lingua comune. Uno è comunque simpatico e riusciamo in qualche modo ad esprimerci a gesti.


Pernottamento: Treno Pechino – Xian (Z53   20,03 - 08,15)



Day 3 : gio. 23 agosto 2012

L'Esercito di Terracotta continua a incutere rispetto a 2200 anni di distanza.

La notte scorre con lo sferragliare del treno e non è certo come riposare nel proprio letto. Dopo  1200 km con 13 ore di viaggio alle spalle, alle 9.00 siamo finalmente a XI'AN (chiamata in passato Chang’an) dove veniamo accolti dalla guida locale che si chiama Michael. La città conta 8,5 milioni di abitanti. Fu per molti secoli una delle principali metropoli del mondo e per 2000 anni la capitale della Cina. Luogo dal quale iniziava la Via della Seta, attualmente è la capitale della moderna provincia di Shaanxi. Quando gli interessi cinesi si spostarono verso est, anche le maggiori città si svilupparono in quella direzione a detrimento di Xi’An.
L’Esercito di Terracotta (Foto2, Foto3, Foto4, Foto5) si trova 28 km a est del centro, è il luogo di sepoltura dell’imperatore Qin Shi Huangdi morto nel 221 a.C. e primo imperatore a governare la Cina unificata. Il sito, che ha pertanto 2200 anni, venne scoperto casualmente nel 1974 da dei contadini intenti a scavare un pozzo. Un km e mezzo ad est del grande sepolcro venne alla luce una delle meraviglie archeologiche del mondo: un  esercito composto da 7000 statue di guerrieri a grandezza naturale in terracotta disposte in file ordinate in assetto di guerra: i guerrieri sono raffigurati con espressioni posture differenti in formazione di battaglia, con armi e carri trainati da cavalli. I lavori di scavo e restauro continuano ancora oggi. L’ esercito si può vedere in tre enormi hangar, mentre le armi originali in bronzo vennero in massima parte asportate successivamente. Alcune armi e due splendidi carri in bronzo trainati da cavalli si trovano nel museo adiacente. In origine l’esercito era coperto da una struttura in legno, che venne poi incendiata e coperta di terra, a tratti ancora oggi visibile di un colore particolarmente scuro. Ogni guerriero è diverso dall’altro e viene da pensare che chi li costruì si sia ispirato a gente che viveva in quei luoghi. Le statue variano da 1,76 a quasi 2 mt. d’altezza. Sebbene ci venga detto che un tempo gli antenati cinesi erano più alti, riteniamo più verosimile che si tratti di proporzioni volutamente ingrandite per incutere maggior timore. Il padiglione nr. 2 è ancora in gran parte da scavare, ma apprendiamo che una buona parte resterà sommersa sotto la terra per non esporre i guerrieri alla luce e impedire quindi che i pregiati colori scompaiano. Di certo quanto si vede è già largamente sufficiente ad attirare visitatori,  il fatto di non dischiudere tutto crea ulteriore attesa e fascino al sito, oltre a fornire un richiamo quando ci saranno nuove scoperte. In un negozio che vende souvenirs adiacente al museo si trova una persona neanche poi tanto anziana, intenta a firmare i libri dedicati all’Esercito. Viene presentato come uno degli appartenenti al gruppo degli scopritori del sito, erano 5 ma attualmente ne restano in vita solo più tre. Di certo 40 anni fa sarà stato molto giovane: la storia dei contadini che scavavano il pozzo risulta essere autentica, il signore che abbiamo visto potrebbe lasciare qualche dubbio in merito all’originalità: ciò che è sicuro è il fatto che la sua presenza e la firma sui libri, come se ne fosse stato lo scrittore, aiutano le vendite, solo che all’epoca aveva un piccone anziché la penna in mano. Ad essere cinici viene da pensare che almeno uno degli scopritori non morirà mai. Sarebbe inoltre  curioso sapere come venne presa la notizia in origine, dal momento che ci si trovava nel pieno della Rivoluzione Culturale e che l’Esercito di Terracotta non poteva che essere visto come un simbolo imperialista e come tale andava distrutto. Se i rivoluzionari avessero abbattuto l’opera avrebbero fatto un enorme torto, oltre all’archeologia, anche e soprattutto alla fiorente attività turistica odierna. L’area adiacente è stata completamente pavimentata (forse anche coprendo qualche reperto) ed adibita ad ogni genere di attività commerciali e ricreative. I turisti sciamano come orde per farsi fotografare con alle spalle qualsiasi cosa possa apparire degna di nota. Indifferenti all’essenza del vero tesoro che hanno di fronte, dimostrano che la loro rapida evoluzione ha saltato alcuni principi fondamentali di chi viaggia.
Si pranza in un ristorantino dove un abile cuoco prepara i lamian, spaghettini tirati con le mani aprendo interamente le braccia. Un gesto che richiede manualità ed esperienza.
La Tomba di Qin Shi Huangdi è situata circa 30 km da Xi’An nelle vicinanze dell’Esercito. Qin fu il primo imperatore che governò la Cina unificata sotto una spietata tirannia e avviò la costruzione della Grande Muraglia. La tomba rimane un simbolo del potere infinito e del suo ego. Si presenta come un  tumulo, ricoperto fin da subito di terra per apparire una semplice collina e i suoi tesori celati all’interno non sono ancora stati svelati.
E’ la stagione dei melograni e fuori città si vedono i frutti coperti da una campana di plastica per impedire che vengano attaccati dagli insetti. Sembra incredibile come si sia coperto ogni singolo frutto per evitare che venga rovinato. In mezzo ad un traffico che si fa sempre più caotico ci rechiamo in città, alla Pagoda della Grande Oca Selvatica (Dacien Si), che unitamente a quella della Piccola Oca Selvatica fu costruita per conservare i sutra buddhisti. Costituisce il tempio più grande di Xi’An, innestata in un viale simmetrico con stradine che s’intersecano con fontane e aiuole sui lati. E’ un edificio antico ben preservato e luogo sacro al Buddhismo.
Pare che il nome derivi dal fatto che, mentre la costruivano non sapevano come battezzarla. Quando in cielo passò un nugolo di anatre, una delle quali si staccò per posarsi a terra. Questo gesto, simbolo di buon auspicio, richiama il Buddha, che ha avuto una vita terrena per convertire gli uomini. A proposito del “portar bene”, occorre ricordare la superstizione cinese, la quale porta ad identificare ogni cosa ed a vedere ogni gesto come un simbolo legato alla sorte, specialmente quando si tratta di vendere qualcosa.
All’ingresso della Pagoda si trovano due pannelli raffiguranti il monaco Xuan Zang, al quale si deve la divulgazione del buddhismo in Cina; fu lui che partì per andare in India alla ricerca di sutra ed altri testi sacri sul buddhismo. La sua opera, insieme alla traduzione dei testi eseguita nella pagoda, consentì ai cinesi di avere le linee guida per una massiccia introduzione di questa religione. Il tutto venne poi integrato con le altre due religioni già esistenti in Cina, il Confucianesimo ed il Taoismo.  La Pagoda custodisce dei dipinti raffiguranti la vita del Buddha, una statua con Avalokiteshvara ed una sala con il Buddha Shakyamuni: nel tempio vivono attualmente 60 monaci. La costruzione ha 7 piani, quota dispari porta fortuna e si può salire fino all’ultimo, godendo di un’ampia vista sulla città circostante.
Xi’an ci appare subito come una città caotica, meno ben tenuta di Pechino (come è logico che sia). Ci sono palazzi enormi in buona parte ancora in costruzione: pare ci sia bisogno di abitazioni anche per la gente di Xi’An. L’industria più fiorente in questa città è costituita dall’high tech.
Pur con un cielo coperto da una velatura giallastra che si stenta a capire se costituita da nuvole o smog, il tempo viene considerato bello anche se caldo umido. Il traffico è insopportabile: ci sono semafori agli incroci principali ed ogni automobilista guida in un modo che non esiteremmo a definire incivile. Tutti cercano di ricavarsi un varco per passare contemporaneamente. Quello che c’è di civile è che nessuno si lamenta e tutti suonano il clacson più per segnalare la propria presenza; questa abitudine ha assunto un significato molto diverso che da noi ed è così che l’inquinamento acustico non risulta essere da meno rispetto a quello dell’aria. Le moto sono quasi tutte elettriche e non producono rumori, aumentando così il rischio di non percepirne il sopraggiungere ed essere investiti. Il caldo tiene la gente fuori casa e tutti si fermano a mangiare nello sterminato numero di locali lungo la strada: per noi cena a buffet dove primeggiano maiale caramellato in agrodolce, varietà di anatra, pollo, una verdura che sembra appartenere alla famiglia degli spinaci ed altri piatti dove abbondano sedano, cipolle e porri. La frutta che va per la maggiore sono le angurie.
Dopo cena andiamo anche noi nel quartiere musulmano dove si vede ogni genere di cibarie (Foto2), ma perlopiù con un aspetto appetitoso. I musulmani che vivono in Cina (a parte gli uiguri e pochi altri) si chiamano hui e sono originari di migrazioni (non si sa se spontanee o forzate) avvenute almeno 700 anni fa. La religione gli ha consentito di mantenere una propria identità sposandosi fra di loro ed abitando nello stesso quartiere dove conservano le loro tradizioni. Sono circa 30.000 e professano il credo sunnita.
Vediamo dall’esterno la Torre del Tamburo, ben illuminata, che serviva per annunciare il tramonto e quindi la chiusura delle porte d’ingresso in città. Quella della campana annunciava invece l’alba.

Pernottamento: XI’AN – Day Inn City Center


 


Day 4 : ven. 24 agosto 2012

Xi'An è anche Pagode, Moschea, Quartiere Musulmano e le Antiche Mura.

Dall’hotel situato in centro usciamo dalle Mura cittadine per recarci a piedi a visitare la Pagoda della Piccola Anatra Selvatica,
All’interno del complesso possiamo vedere una piccola quanto stupefacente mostra su Mao e la sua epoca, nella quale vengono posti in risalto i passi più significativi della Rivoluzione e di conseguenza chiediamo ad una signora che funge da cicerone/venditrice di souvenirs in tema sul perché di tale esposizione in un ambiente sostanzialmente dedicato alla religione: ci risponde che per gli anziani serve a rievocare, se non la nostalgia, almeno un ricordo dei tempi andati. Senza fornire giudizi in merito ci dice che la Cina recente ha avuto tre grandi uomini: Mao, Deng e l’attuale Hu Jintao. Mentre chiediamo cosa ne è delle nuove generazioni ci risponde che i giovani sono solo interessati al culto del denaro e ad altri aspetti commerciali.
In diverse occasioni abbiamo visto sulle bancarelle un libro titolato “Mao: un presidente, non un Dio”. Apprendiamo da altra fonte che in passato esisteva una vera e propria venerazione per il Grande Timoniere, fino ad estremi da giudicare come paradossali. Esiste un aneddoto fondato sulla realtà che ricorda come un contadino spostò temporaneamente la statuetta del Presidente dal luogo più centrale ed in vista della casa per ripulirla: un attento delatore lo aveva denunciato in quanto aveva commesso il gesto antirivoluzionario di allontanare Mao dal luogo che si meritava. Tale genere di terrore e di denunce verso altri per salvare se stessi non è raro nella Cina della Rivoluzione Culturale. Chiedendo in giro cosa si sente dire di Mao se ne ottiene un giudizio salomonico che fa fine e non impegna: è stato positivo fino al 1966 e negativo nel decennio successivo, quando le sue Guardie Rosse hanno seminato il terrore in tutto il Paese. C’è di vero che gli anziani non disdegnano l’epoca di Mao in quanto c’era minor corruzione. Per i politici rimane come un’icona in quanto non può più fare danni e torna utile per mantenere intatto il monolito del sistema. Di Deng non si parla molto ma chi ha veramente rivoluzionato la Cina probabilmente è stato lui. Terminata questa parentesi fuori tema rispetto all’ambiente religioso circostante ci avviciniamo per visitare il Tempio stesso: la laguna che lo contorna ed i relativi ponticelli offrono un’atmosfera tipica dell’Oriente, incontriamo persone che suonano vari strumenti e cantano sedute sulle panchine ombreggiate, mentre attraversiamo alcune costruzioni religiose piene di venditori con la loro merce esposta su tavolini: anche in questo caso si potrebbe tranquillamente parlare di presenza di mercanti nel Tempio. Dopo una serie di passaggi giungiamo finalmente a quella che è la vera pagoda, salendo per i 15 piani che vanno sempre più restringendosi fino a diventare una sola botola che dà sul terrazzino dal quale si hanno delle viste sulla città con tutti i suoi contrasti: industriale, commerciale e storico. Il cielo permane coperto da una coltre che potremmo sostanzialmente identificare con un’origine d’inquinamento. La Pagoda è costruita interamente in legno, tant’è che ha già subito dei terremoti senza evidenziare danni particolari.
Il quartiere musulmano si trova non molto distante e ne approfittiamo per andare a fare un paio di acquisti non senza prima aver mercanteggiato fino a ridurre il prezzo originale di almeno 40%: in un paio di casi ne usciamo con la convinzione che l’affare l’abbia comunque fatto il venditore hui. Nel pomeriggio incontriamo la nostra guida con la quale andiamo a visitare la Grande Moschea ed il quartiere Musulmano (Beiyuanmen). La prima non ha nulla a che vedere con il concetto che ne abbiamo noi, con le volte a semicerchio e lo stile arabo. Salvo un paio d’iscrizioni in arabo, tutto il resto è in stile cinese e la storia ce lo conferma. Vediamo gente uscire dalla moschea con il classico zucchetto bianco, i loro volti denunciano un origine più occidentale. Sono mediamente più alti del cinese medio, meno tozzi e non hanno i caratteristici occhi a mandorla. Sembra incredibile come a distanza di molti secoli non sia stato possibile mescolare le razze. Grazie o colpa della religione musulmana, la quale richiede regole di vita famigliare assai severe e impedisce che uomini e donne di culti diversi si sposino, a meno che non abbraccino la religione e la cultura islamica per sé e per i loro discendenti. Lo stesso mercato/bazar sembra essere nelle mani degli hui, i quali impiegano però del personale han (a volte anche belle ragazze cinesi) per poter meglio accalappiare i clienti. La visita della Moschea termina poco prima dell’ingresso nella sala di preghiera in quanto l’accesso è autorizzato solo ai musulmani. Nei tempi Ming c’era un dragone all’interno della Moschea cosa non comune persino a nessun’altro luogo di culto islamico in Cina, ma occorre dire che questo è uno dei luoghi di culto più orientali di questa religione. Il muro di divisione fungeva da separatore tra chi stava pregando e altre persone che frequentavano il luogo. Quando è stata creata (nel ‘700) vi andavano circa 20 persone a pregare; intorno al luogo di culto nei tempi successivi si è venuto a creare il quartiere musulmano cosicché adesso sono circa 30.000 i residenti nella zona. Attualmente è la più grande Moschea esistente in Cina.
Il bazar (Foto2)è uno specchio della vita quotidiana ed attira più curiosità di quanto non possano attrarne certi relitti storici. In definitiva è lì che vive la gente, è lì che mangia ed è lì che in tanti casi dorme. Un ritratto di qualcosa che in Cina sta scomparendo: l’originalità della gente. Spiccano di fronte alla nostra attenzione le gelatine di fagioli o di ceci, ogni sorta di spiedini preparati e cotti all’istante e la frutta, in particolare i datteri di dimensioni di poco superiori a quelle di un’oliva. Vi si trovano poi delle noci accoppiate e incredibilmente uguali: più sono grandi ed aumentala similitudine, maggiore è il valore che arrivano ad assumere, fino al corrispondente di parecchie centinaia di euro. Altre vengono vendute a pochi centesimi in quanto non è stato possibile accoppiarle. La Casa tradizionale, è una vecchia abitazione di mercanti attualmente adibita a museo e dipinta con fantasia. Si visita la Torre del Tamburo, sistemata nel mezzo di una fra le rotonde più trafficate del centro urbano. Tanto di giorno che di notte con l’illuminazione reca con sé le fantasie cromatiche dell’arte cinese. Lo sfondo non può che essere rappresentato dal traffico spasmodico e dai palazzi postmoderni, arricchiti di notte da sfavillanti luci al neon. Nonostante in passato fosse vietato, alcuni grattacieli hanno altezze superiori agli edifici storici. Poco distante si trova la Torre della Campana, in legno, la più ampia e ben preservata di questo genere in Cina, alta 36 mt.
A questo punto restano da vedere le Antiche Mura cittadine (Foto2, Foto3, Foto4, Foto5): si tratta delle più ampie e ben conservate mura dell’antica Cina e probabilmente il miglior merlo militare del mondo. Sulle fondamenta delle mura Tang furono costruite le attuali in epoca Ming (1368-1644 d.C.) della città. Dal momento che il perimetro misura 14 km e sarebbe un peccato perderselo, mentre le ombre iniziano ad allungarsi noleggiamo un tandem per 100 minuti. Sono sufficienti per compiere il periplo nonché per scattare foto in un ambiente che per la prima volta ci riporta indietro nel tempo, grazie anche alle casse disposte a distanze regolari che diffondono musiche orientali. In uno dei quattro angoli scopriamo perfino un Tempio Lamaista (Guang Zeng) (Foto2), magnificamente mantenuto, che con i suoi tetti dorati ed i ricchi cortili schiude davanti ai nostri occhi un piccolo scorcio di mondo tibetano.
Si cena nuovamente a buffet nel ristorante di ieri sera. E’ un luogo frequentato da turisti locali e stranieri, con damigelle vestite in abiti tradizionali all’entrata. Tutto è smaccatamente in stile faraonico commercial cinese ma bisogna stare al gioco. Le libagioni in compenso sono buone. Una passeggiata per ammirare i torrioni illuminati ci congeda da questa città ricca di storia.

Pernottamento:  Treno Xi'An – Lanzhou   (K119   22,26 – 06,42)



Day 5 : sab. 25 agosto 2012

Dalla città industriale di Lanzhou a un assaggio di Tibet, passando per il sacro di Binglingsi.

Per quanto il treno fosse silenzioso e non vi siano stati problemi particolari, la notte è trascorsa in malo modo a causa di un cinese che ha iniziato a russare non appena coricatosi. La quarta ospite della nostra cabina cuccetta è una ragazza che condivide con noi l’insonnia forzata del cinghiale russante. Almeno con questa riusciamo a scambiare un paio di gesti, visto che parlare una lingua comune è impossibile e che i cinesi non sono soliti nemmeno salutarsi. Neanche fra di loro sembra essere in uso scambiarsi un saluto quando entrano in un negozio o incontrano una persona sconosciuta sul loro cammino. Non è maleducazione, è semplicemente un atteggiamento comune che va preso così com’è. Di certo non si può dire che questo atteggiamento freddo ispiri particolare simpatia. Esistono invece alcune persone le quali si adoperano ad aiutarti, specialmente se sei straniero e stenti a ritrovarti fra le indicazioni in ideogrammi.
Poco prima delle 6 una marescialla dell’armata ferroviaria fa irruzione nello scompartimento, accende la luce e urla qualcosa, dandoci così il buon giorno a suo modo. Quando ripassa dopo pochi minuti per prendere le federe dei cuscini siamo già svegli quanto basta per eseguire l’ordine senza discussioni, del resto la nottata è passata praticamente insonne. Una sottile vendetta si attua contro il cinghiale russante che si era attardato a ronfare, quando la “signora” gli sfila il cuscino da sotto la testa svegliandolo così di soprassalto.
Il treno arriva puntuale ma manchiamo l’incontro alla stazione di Lanzhou. Nel marasma di gente non riusciamo subito a trovare la guida, siamo gli unici visi pallidi e vediamo un ragazzo con un cartello in mano che evidenzia due nomi che non sono i nostri. Continuiamo a guardarci ma non ci sono ragioni per incontrarci se aspetta qualcun altro. Dopo una decina di minuti, quando ormai tutti i passeggeri del nostro treno sono scesi ed iniziano a scorrere quelli dei treni successivi in un fiume senza soluzione di continuità, mi avvicino per cercare di capirne di più. Non devo nemmeno parlare: vedo che sull’altro lato del foglio ci sono i nostri nomi e scopro che ha solo confuso il lato del cartello da esporre. Non riusciamo comunque a comunicare in quanto si tratta dell’autista e non parla inglese. Ma lui, con un colpo di telefono si fa raggiungere immediatamente da Can (nome di fantasia che i cinesi si danno per occidentalizzarsi di fronte agli occidentali). Ci sono due uscite e lui era andato a presidiare l’altra. Una volta riuniti tutti i componenti della spedizione si può finalmente partire per una colazione che interrompa il nostro digiuno. Non abbiamo grande appetito ma mangiare qualche fetta d’anguria accompagnata col caffè e lavarsi i denti al mattino sono un’abitudine che se possibile non saltiamo. Di mangiare spaghetti, verdure o pollo non si parla nemmeno, e neppure di aglio, alimento di cui Can è invece molto goloso. Non che ce ne fosse bisogno, con il nostro olfatto lo capiamo immediatamente, ma ce lo confesserà a pranzo. Rapida passeggiata nel centro sotto una pioggia sottile che inizia a scendere lentamente: non vogliamo nemmeno pensare che quelle gocce contengano due parti di idrogeno e una di ossigeno: Lanzhou negli anni novanta è stata la città più inquinata del mondo ed anche se recentemente  avesse perso il triste primato, difficilmente può essere diventata un’oasi d’aria pura. Le raffinerie, le industrie tessili e chimiche continuano ad esistere ed il traffico non è migliore che altrove.
Situata sul Fiume Giallo a 1600 mt di quota, LANZHOU (3,6 milioni di abitanti pari al 70% degli abitanti del Gansu) è il capoluogo della provincia del Gansu. La sua vocazione commerciale risale ai tempi della Via della Seta: la città sorgeva infatti all’incrocio della carovaniera principale con alcune piste secondarie che la collegavano alla Mongolia, al Qinghai e al Tibet. Vi convivono soprattutto han, hui e mongoli. Di solito scendono 200 mm. di pioggia all’anno, mentre solo due giorni fa un’alluvione ne ha portati 14 in poco tempo, con conseguenze immaginabili per una città non abituata a fronteggiare grandi precipitazioni. Ne sono conseguiti allagamenti e auto che galleggiavano sull’acqua. In città si vedono ancora ampie pozzanghere che si stanno via via ritirando, mentre il fiume scorre limaccioso con impeto, portando con sé ogni genere di vegetazione ed immondizia mentre lambisce gli alberi siti nel suo alveo. Sembra un enorme scia di cappuccino che scorre verso valle. Come da altre parti vediamo molti salici fra la vegetazione ad alto fusto, mentre ogni terrazzino rappresenta uno spazio utile per coltivare qualcosa, soprattutto girasoli, granoturco e patate. Per limitare il traffico nei week end si esce a targhe alterne: la gente, se può compra auto di produzione cinese ma di marchio straniero (molte VW Santana) in quanto quelle di produzione locale sono di scarsa qualità. A Xi’An per la verità avevamo una vettura prodotta dalla Red Flag simile alla Passat o alla omologa della Kia. Di alta cilindrata ed accessoriata fino all’ultimo all’interno, non siamo però sicuri circa la sua affidabilità resa nel tempo. Resta comunque curioso che una vettura evidentemente concepita (o copiata) in stile borghese sia prodotta da un’azienda che si chiama Bandiera Rossa, ma se le contraddizioni finissero qui avremmo di che stare tranquilli. Grazie agli incentivi statali che vogliono rendere l’auto un mezzo accessibile ai più si può spendere a partire dai 30.000 ¥, ma la qualità rimane quella che è. Gli alloggi costano invece molto cari: 100 mq in un alveare difficile da riconoscere fra gli altri può valere sui 1.000€ al mq, cosicché pochi hanno la possibilità di permetterselo. Il lavoro nelle fabbriche sta attirando masse di contadini che vivevano in un’economia di sussistenza nelle campagne. Questo giustifica la presenza di enormi cantieri che erigono interi quartieri, non si capisce però come i contadini possano permettersi l’acquisto di questi appartamenti. Essendo però uno stato con elevata impostazione sociale esisteranno sicuramente i modi per consentirne l’accesso anche alle classi più deboli.
Stessa cosa vale per il whisky, ne esistono due marche e le tasse sono elevate: trattasi di roba da ricchi.
La strada scende per riattraversare il fiume Giallo in corrispondenza della diga Yongjing, che rilascia un’enorme quantità d’acqua a formare una cascata di enormi proporzioni che s’incunea fra strette pareti rocciose. Quando il fiume ritorna ad un impeto minore, ecco che attraversa Liujiaxiaxiang, uno dei tanti centri industriali nati dal nulla al fondo di un’anonima vallata. Industrie che sembrano doversi collocare solo nelle periferie delle grandi città qui s’incontrano pressoché ovunque. Risalendo fuori dal marasma urbano si tornano ad incontrare paesaggi agresti fino al punto d’imbarco sul Fiume Giallo. Si prosegue con un’ora circa di navigazione in motoscafo sul lago artificiale creato per la centrale idroelettrica, fino al complesso delle grotte dei “Diecimila Buddha” di Bingling, che si annuncia con la statua del Buddha scolpita in una nicchia  nella parete verticale di una falesia.
Il complesso delle grotte di Binglingsi Temple si trova a circa 100 km a sudest di Lanzhou. Si tratta di 183 grotte scavate in una roccia porosa e pertanto facile da incidere; sono dipinte in quella che è una vera e propria Galleria di Sculture Orientali nella parete di una montagna, fornendo rifugio a 7.200 statuine di pietra e argilla e 1300 mq. di murali. Le sculture di epoca Tang offrono la possibilità di scoprire qualcosa in più sul buddhismo originario. Le decorazioni del 600 d.C. rappresentano dei volti molto più indiani che cinesi in quanto questa religione era giunta da poco dal nord dell’India dov’era nata circa 1000 anni prima: lo stesso Buddha nelle sue varie raffigurazioni ha un volto più allungato e gli occhi non sono a mandorla. Nelle sculture posteriori viene rappresentato più basso e tarchiato. Il primo Buddha, il Shakyamuni, è solitamente raffigurato con un’acconciatura sulla testa mentre Avalokiteshvara può avere diverse forme: con molte braccia, diverse teste e occhi o semplicemente con una sorta di corona. Vicino al Dio ci sono di solito i Kasapa, ovvero i discepoli/studenti anziani. Il lama è uno stato clericale superiore al monaco. Le monache di sesso femminile si chiamano Nan. I monaci mahayana di solito non possono sposarsi, ne esiste tuttavia un tipo che può contrarre matrimonio e si distingue per il fatto di avere i capelli ed indossare un vestito con le maniche di colore bianco. I monaci non coprono le ascelle e pertanto non portano le maniche lunghe perché la leggenda vuole che Buddha nacque da sotto un’ascella, per conseguenza quella va lasciata libera. Il Buddha seduto alto 27 mt è impacchettato per restauri ma se ne intuisce chiaramente la mole. Di notevoli dimensioni è anche il Buddha Nibbana (Foto2), ovvero il Buddha del passato, in posizione coricata di chi ha raggiunto l’aldilà. E’ stato spostato in posizione soprelevata sull’altro versante in quanto la diga avrebbe finito per inondarlo. E’ possibile che in futuro anche altre grotte possano essere invase dal drenaggio dell’acqua della diga costruita nel 1969, la quale ha alzato il livello dell’acqua e mette in serio pericolo la sopravvivenza delle opere. Tramite un sentierino in ripida salita raggiungiamo l’eremo scavato nella roccia a picco sul Fiume Giallo. E’ abitato da un monaco che sottintende alla pulizia della nicchia che custodisce alcune statue sacre. E’ giunta l’ora di riprendere il motoscafo ed andare ad attraccare sulla riva opposta del lago. E’ curioso notare come le acque del fiume scendano gialle e limacciose non lasciando dubbi sull’origine del suo nome, mentre quando si aprono nel lago la sabbia scenda in profondità e le acque si trasformino in un azzurro cristallino. Si calcola che il fiume abbia una densità di loess corrispondente a circa il 50% del peso dell’acqua. Infatti il Fiume Giallo è limpido per la prima parte del suo percorso, poi attraversa il cosiddetto altopiano del loess, una vasta area dove nel corso dei tempi si sono depositati spessi strati di sabbia giunta col vento dal deserto dei Gobi che si trova più a nord. Solidificandosi ha formato una sorta di terra che viene poco per volta erosa dal fiume, il quale la trasporta così a valle rendendo fertili le pianure orientali. Pare che l’intero fiume non sia navigabile, nonostante le dimensioni e la lunghezza superiore a 5.000 km. A parte le dighe costruite a fini di sfruttamento dell’energia idroelettrica, ci sono continue rapide che impediscono l’accesso al trasporto mercantile. Nella regione in cui ci troviamo il fiume non è ancora inquinato ma lo diventerà di lì a poco attraversando Lanzhou.
Durante la nostra visita alle grotte l’autista ha portato la macchina col traghetto sulla riva opposta dell’invaso e da lì ripartiamo alla volta di Xiahe. Attraversiamo una zona collinosa dove i locali sono intenti a raccogliere bacche di pepe rosso. Pranzo a Linxia e passeggiata per fare conoscenza con questa cittadina dall’aspetto ordinato in un sabato dove si vede parecchia gente passeggiare e la gioventù che assiste ad uno spettacolo in centro. Ormai gli atteggiamenti borghesi non sono più banditi da anni, chi ha qualche soldo lo può ben spendere e anzi ben venga.
Ci troviamo in un’area con forte presenza islamica (circa l’80%), di etnia hui a professione sunnita. Le moschee scintillano pressoché in ogni paese che incontriamo e viene da pensare che vengano sponsorizzate nella costruzione da parte di mecenati residenti nei Paesi Arabi. In zona non si vede grande prosperità, mentre le moschee sono tante e ricche. Non per niente Linxia viene chiamata la Medina della Cina, in virtù del fatto che vi si trovano delle scuole islamiche. Si narra che i musulmani siano arrivati a seguito delle migrazioni seguite alle conquiste di Gengis Khan. In sintesi si può dire che le moschee più vecchie sono in stile cinese e per questo è facile confonderle con un tempio (si notano rare scritte in arabo) e le più recenti sono in stile arabo. Gli uomini portano di solito lo zucchetto bianco (che contraddistingue gli hui), le donne in alcuni casi hanno il velo in testa. Viene praticato un islamismo moderato e tollerante.
In generale nelle città rileviamo come tutto sia curato ed in ordine più per l’efficacia che per l’estetica. Nelle campagne è curato soprattutto per sfruttare al massimo ogni metro quadro per la produzione agricola.
Avvicinandoci a Xiahé e quindi alzandoci di quota vediamo che sta raccogliendo la segale ed altri cereali, lasciati poi a seccare in grossi covoni legati nel mezzo. In parallelo corre il cantiere della superstrada che a breve collegherà Lanzhou a Xiahé.
Durante il viaggio si parla di diversi argomenti: ci viene raccontato come in zona fra islamici e buddhisti ci siano buone relazioni, mentre per quanto riguarda la politica del secondo figlio, questa si applica soprattutto per l’etnia han e per chi abita nelle città. Le minoranze etniche possono avere un secondo figlio, chi vive in zone rurali può arrivare a tre. Chi supera i limiti stabiliti deve pagare molte imposte in più fino al raggiungimento della maggiore età del figlio. Altri ci diranno che attualmente questa politica non è più tenuta sotto stretta osservanza, anche perché l’industrializzazione e le conseguenti migrazioni hanno comportato delle difficoltà nella “tracciabilità” anagrafica.
Storicamente la regione di Xiahé appartiene alla provincia culturale dell’Amdo, un’area geografica autonoma fino al 1959, fondamentalmente tibetana e separata dal Tibet per motivi essenzialmente politici. Ufficialmente siamo ancora nella provincia del Gansu ed all’interno di una prefettura autonoma, etnicamente appartenente al Tibet. Lo stesso discorso vale per la provincia del Quingai, una creazione artificiale, potremmo perfino chiamarla una provincia cuscinetto ma in ogni caso si tratta di Tibet. Un’altra regione culturalmente tibetana è costituita dal Kham, attualmente divisa fra le provincie del Tibet e Sichuan, anch’essa soggetta a massiccia immigrazione di cinesi han.
Raggiungiamo XIAHE' dove torniamo a vedere qualche volto occidentale. La città è praticamente divisa in due: a ovest il quartiere tibetano con le riconoscibili costruzioni ricoperte di terra ad ospitare il 50% della popolazione. A est il quartiere han (40%) e quello  hui. Siamo a 3000 mt. e l’aria inizia a diventare frizzante. In una passeggiata nella parte tibetana ci vediamo guardare come se fossimo degli alieni in quanto la vista degli stranieri rappresenta un evento. In particolare, i bambini al nostro passaggio sfoderano un simpatico Hallo che rappresenta il loro vocabolario d’inglese, noi in tibetano non conosciamo nemmeno quello. Ma nel frattempo però in questi giorni abbiamo scoperto che “mamma” si dice esattamente come in italiano. Il governo locale ha stanziato parecchi fondi (si parla di 3 Mld. ¥) per rimodernare il monastero ed i dintorni, cosicché vediamo innumerevoli muratori (tra i quali molte donne) intenti a lastricare le strade che finora erano sterrate: ci guadagnerà l’aspetto estetico ma si perderà qualcosa in originalità e fascino. Il fatto che vi siano diversi cantieri non stupisce affatto visto il Paese in cui ci troviamo, quello che invece stupisce è il vedere le donne intente a fare dei lavori edili di solito riservati agli uomini. Al loro fianco passano monaci dalle forme tondeggianti affatto imbarazzati che vanno e vengono con fare pacifico e magari con lo smartphone in mano. Ognuno porta avanti il proprio mestiere o la propria missione ma il quadro non è dei più edificanti.
Pernottiamo in quello che sarà di gran lunga la sistemazione più caratteristica di tutto il viaggio: l’hotel Baoma è gestito da una famiglia tibetana ed ha un arredamento tipico della sua etnia. Mentre controlliamo la posta su un computer situato in prossimità della reception improvvisamente vediamo la giovane ma già ben in carne receptionist che con un balzo da gazzella salta sul bancone atterrita da qualcosa che non riusciamo ad intuire. Una volta scavalcato dalla nostra parte spiega spaventata di aver visto un topolino. E’ così che uno dei colleghi recupera l’animaletto e probabilmente lo va a liberare in una zona sicura, dacché i buddhisti non fanno del male nemmeno ai roditori intrusi negli hotels.
Ancora una camminata in un centro che ha abitudini poco tardive e ci congediamo per oggi da questo paesone ricco di fascino.

Pernottamento: XIAHE – Baoma Hotel


 

Day 6 : dom. 26 agosto 2012

Il mistico del monastero di Labrang e paesaggi montani. Il Tibet, a prescindere delle mappe politiche.

Gli immancabili colpi di clacson che risuonano nella via principale ci danno il buon giorno: se avessimo avuto la camera verso la strada ci saremmo sicuramente svegliati prima del suono della sveglia. Prima di colazione approfittiamo della splendida giornata per assaporare l’alba in questo ambiente che profuma di montagna e spiritualità. Seguiamo il percorso del kora meridionale (il giro intorno al monastero di Labrang) costellato da oltre 1000 ruote di preghiera. Poco dopo le 7 è già pieno di fedeli del buddhismo lamaista che pregano nei vari modi previsti dalla loro religione: fanno girare le ruote, si sdraiano a terra verso il monastero avanzando lateralmente di un passo alla volta. E’ un mondo che ha dell’incredibile: gente proveniente da altre località della Cina, dalla Mongolia o dal Tibet stesso s’incontra in questo luogo che da secoli rappresenta una delle principali mete di questo filone del buddhismo. Si vede parecchia povertà nei loro abiti, nonché un abbandono al loro credo pressoché totale. Chi ha abbracciato appieno questa religione non si cura delle cause terrene, conscio che sia l’aldilà quello che conta. Un distacco che non riesce facile comprendere da chi arriva da una cultura del tutto e subito. Il sole inizia a levarsi e da est impone i suoi raggi sui tetti dei templi, attribuendo loro un bagliore dorato. Attraversiamo il ponte sul torrente Daxia per inerpicarci su una collina. Viene chiamata la terrazza dei tangka. In questo luogo si trova infatti uno scivolo quasi verticale dove in occasione delle feste vengono esposti i tangka, i famosi arazzi riportanti disegni sacri. Da questo balcone su Xiahé si vedono in modo distinto i due quartieri della città, separati dal complesso monasteriale di Labrang. Quando rientriamo per la colazione sono le 8,30 e le schede delle fotocamere hanno già immortalato parecchie scene di vita del luogo. Il pasto sarebbe anche abbondante, ma quello che ci piace di più è l’ambiente: un cortile semichiuso in alto con le classiche bandierine a dare un tono folkloristico. Quando usciamo con Can seguiamo buona parte del kora dove incontriamo molti pellegrini impegnati nella rituale circumdeambulazione.
Lungo il percorso emergono diversi argomenti che la guida pazientemente ci spiega: i monaci di solito entrano in monastero molto giovani, sovente sono addirittura bambini e talvolta questo serve loro ad evitare una vita di strada e di stenti. Chi decide però di lasciare il monastero per dedicarsi alla vita laicale non può più farvi rientro. La superficie del complesso monastico è notevolmente ridotta rispetto a quando Mao ne aveva decretato la soppressione; a riprova di ciò basti confrontare l’estensione attuale con quella rappresentata nel quadro che si trova alla reception del nostro hotel. Prima del 1959 vivevano a Labrang circa 5000 monaci, ora sono 2000. La più parte degli edifici venne abbattuta o fortemente danneggiata nell’epoca in cui il materialismo cieco aveva anche portato ai lavori forzati o al matrimonio altrettanto forzato (sorte toccata addirittura al sesto Buddha vivente, che rappresenta la terza carica nel buddhismo lamaista dopo il Dalai Lama e il Panchen Lama) la totalità dei monaci.
La ricostruzione in corso attualmente, utilizzando lo stesso metodo costruttivo di un tempo, dà l’impressione che i templi siano originali.
Lungo il percorso ci sono dei banchetti dove i locali vendono rametti di cipresso, i quali vengono usati nei bracieri al posto dell’incenso e diffondono nell’aria un odore acre. Allo stesso scopo serve del terriccio simile a dei pallini.
Alcuni fedeli intorno al monastero fanno delle genuflessioni o inchini, arrivando a farne anche 10.000 o 100.000. Li si promette come voto e vengono fatti una volta ricevuta una grazia, per esempio per passare un esame la promessa è solitamente intorno ai 1000, si va in un monastero e ci si prostra di fronte alle divinità.
La visita del monastero di Labrang (o Labulengsi in cinese) viene guidata  da un monaco locale con la tradizionale tunica amaranto (Foto2). Dal 1709, durante la dinastia Qing, il monastero è stato uno fra i 6 più importanti del Buddhismo Tibetano della setta dei berretti gialli. L’interno dei templi è abbastanza scuro ma non si può fotografare. In molti di essi vediamo lunghe file monaci allineati a pregare e a recitare i mantra seduti sui cuscini a gambe incrociate. E’ particolare vedere le statue di burro di yak, fra le quali spicca un accurato Buddha Maytreya: di solito non ci sono problemi di temperatura, ma in questi giorni per non correre rischi di liquefazione sono entrati in funzione dei condizionatori.
Ci viene spiegato come il Dalai Lama sia l’autorità della corrente lamaista e che questi elegga il Panchen Lama, il quale nominerà il successivo Dalai dopo la sua morte. Questa spiegazione di elezioni reciproche fra presidente e vice ci viene fornita essenzialmente per rendere l’idea di un più complesso meccanismo di elezione, meccanismo ulteriormente complicato dal fatto che attualmente esistono due Panchen Lama: uno nominato dal “governo di Pechino” e uno dalle autorità tibetane, attualmente in esilio nel nord dell’India.
Pranzo in quel di Xiahé. Pur essendo abbastanza spartano, il ristorante ospita diversi avventori. Forse anche qui la domenica ha una sua valenza conviviale. Che ci siano dei cinesi lo si capisce dal residuo di petardi scoppiati che decorano l’ingresso del ristorante. In occasione di feste e celebrazioni è d’uso portare con sé una cassa di cartone contenente una dozzina di petardi che s’innescano in sequenza facendo fuoco, fumo e molto rumore. Il tutto quando molti degli ospiti sono già all’interno a pranzare tranquillamente senza partecipare allo spettacolo pirotecnico. Fuori rimane un ampio tappeto di residui sparsi un po’ ovunque che non sempre qualcuno avrà l’interesse di ripulire.
Si parte alla volta di Xining salendo ancora fino a scollinare a 3643 mt. percorrendo una strada molto panoramica. Il paesaggio è disseminato di villaggi tibetani con gente intenta a portare a casa il raccolto di cereali con gli asini che trascinano carichi ingombranti (probabilmente segale), mentre gli yak pascolano pigri nei prati verde smeraldo.
E’ incredibile come ci sia ancora molto verde in un contesto ricco di fiori nonostante la quota: lo stesso colle è disseminato di pascoli. Anche nei centri urbani i viali sono costellati da alberi che non accennano ancora a presentare i colori autunnali, nonostante l’inquinamento.
In prossimità dei villaggi si vedono anche pecore e, in misura minore, capre e bovini. Le costruzioni sono quelle tipiche tibetane con mura tinta ocra per il rivestimento in terra. In alcune occasioni vi vengono appiccicati escrementi di bovini per farli essiccare e poterli successivamente usare come combustibile. Tali muri delimitano le proprietà fungendo da perimetro al cortile. Più in alto si vedono delle ger usate dai pastori in estate per stare vicino alle mandrie: sono più semplici e rustiche di quelle mongole ma va considerato che rappresentano solo l’abitazione estiva, mentre nei freddi inverni si vive nei villaggi.
Si riscende lungo montagne di colore rossastro che non tardano a cambiare la cromaticità dei torrenti montani, i quali scendono impetuosi in un colore caffelatte intenso. Ad un bivio nel fondovalle svoltiamo in direzione nord. I torrenti si sono ormai talmente ingrossati da diventare veri e propri fiumi, per finire più avanti nel Fiume Giallo, che vediamo scorrere lento, non molto ampio data la morfologia, ma profondo. Poco prima incontriamo un Buddha raffigurato su una roccia posta sul lato opposto rispetto alla strada, contornato da stupa ed un ponte tibetano che supera il torrente e adduce ad un esile sentiero che risale verso l’immagine. Siamo ormai entrati nella provincia del Quingai (fra le più povere e aride della Cina tanto da servire da campo di sperimentazione per gli esercizi nucleari). Da questo punto in avanti incontriamo solo più villaggi di musulmani Hui (termine col quale in Cina vengono indicati gli islamici): le colline si sono ammorbidite lasciando spazio ad un paesaggio sostanzialmente pianeggiante. Zucchetti bianchi, donne col velo e le cupole delle moschee diventano una costante. Andiamo a recuperare un’autostrada che in 75 km ci porta a Xining, il capoluogo del Quingai. In tutto saranno 300 km di percorso. In generale si vedono molte autostrade in costruzione con imponenti viadotti. XINING, 2,2 milioni di abitanti, si trova sull’estremo dell’altopiano tibetano a 2200 mt di altitudine. L’attività più rilevante della zona consta nella produzione dell’acciaio ma si tratta sicuramente di una città che ha conosciuto un rapido sviluppo e i negozi nel centro stanno a dimostrarlo.
Un’altra ragione che ha favorito lo sviluppo di Xining è che questa città costituisce il punto di partenza della ferrovia che conduce a Lhasa in Tibet. Inaugurata nel 2006 dopo non poche difficoltà legate alla costruzione di una ferrovia che raggiunge i 5000 mt di quota, attualmente questa linea rappresenta una conferma della tenacia dei cinesi, oltre ad essere un ponte per la definitiva colonizzazione della regione tibetana. Di conseguenza chi parte da Pechino o Shangai via terra deve fare sosta qui, tant’è che quando le recenti dimostrazioni di monaci tibetani, i quali si sono dati fuoco per attirare l’attenzione sul problema della loro regione, questa è stata chiusa al turismo e anche la zona adiacente ha subito delle restrizioni relative all’accesso di stranieri.
Una volta arrivati in città ci troviamo di fronte allo spettacolo di palazzi in costruzione, perfino di interi quartieri che stanno sorgendo per soddisfare le esigenze di edilizia popolare. Ci viene detto che sono per i lavoratori stagionali che vengono qui in estate per ritornare al sud in inverno: sembra strano che vengano investiti tanti capitali per degli stagionali e stupisce ancora di più come queste città poste nel mezzo del niente alla periferia dell’impero possano avere dimensioni tanto rilevanti. E’ una situazione che incontreremo ancora più avanti e si ha la netta sensazione che si tratti di alloggi per le popolazioni di campagna invitate a venire a lavorare in fabbrica. Si tratta di un’emigrazione ad alto rischio. Se corrisponde al vero che il lavoro in città viene retribuito meglio e uno stipendio rappresenta una certezza agli occhi degli operai, resta da chiedersi se questo esodo non snaturi il tessuto sociale di una regione dalla vocazione nettamente rurale. Inoltre, se il boom incontrollato che sta vivendo la regione dovesse in qualche modo fermarsi viene da chiedersi se e come sarà possibile fare marcia indietro. Si tratta di situazioni vissute pressoché da tutti i Paesi nel momento del loro sviluppo industriale, solo che quanto sta accadendo in Cina ha dimensioni abnormi e una velocità mai vista.
Si cena con Can in un ristorante specializzato nel Chinese Pot. Si tratta grossomodo di una bourguignonne: in una pentola col fuoco acceso sotto e riempita di brodo con gusti vari (dattero, sedano cipolla e erbe) vengono di volta in volta immerse verdure, carne, tagliolini di pasta di patate e tofu, ecc. Il tutto  viene lasciato cuocere a piacimento. Una volta tirato fuori lo si intinge in un mix che ognuno si prepara contenente bagnetto all’aglio, peperoncino tritato, aceto di soia e altri gusti che rendono sapido il tutto. L’accompagnamento del riso è scontato.
Dopo cena scende qualche goccia ma andiamo comunque a fare una passeggiata per le vie centrali dove il traffico è una costante sorgente di smog. Il centro città è particolarmente elegante: camminiamo veloci tra ristoranti alla moda e negozi di alto livello che vanno dall’abbigliamento all’arredo per la casa. In particolare l’abbigliamento presenta delle vetrine create con gusto e fantasia, con capi che non disdegnerebbero nelle nostre vie centrali.
Lo spettacolo di neon scintillanti e una enorme schiera di giovani per le strade completa il quadro. Rientrando si vede la splendida pagoda illuminata.
L’hotel è in buona posizione e presenta un’edilizia tipicamente di stile sovietico. La funzionalità ne segue lo stile.

Pernottamento: XINING – Xining Hotel



Day 7 : lun. 27 agosto 2012

 

Il Monastero di Taer, ancora stile tibetano. Ma l'influenza cinese è più pregnante.

Nella notte inizia a piovere e la pioggia scenderà costante fino a metà mattinata quando lasceremo la zona. La colazione è servita in un salone forse più adatto alle serate di gala. Ciononostante mangiare spaghettini, aglio ed altre amenità del genere non ci sembra il viatico migliore per una giornata di visita ad un nuovo monastero.
Il Monastero Kumbum (Foto2) (Ta’er Si in cinese) si trova a 25 km a sudest di Xining. E’ stato costruito nel luogo di nascita di Tongkhapa, il grande riformatore del Buddhismo tibetano e fondatore della scuola dei Berretti Gialli. Annidato al fondo di una valle, tra cedri e ginepri, il monastero è meta di frequenti e importanti pellegrinaggi. Anche qui è tutto un cantiere per ristrutturare i templi (quando non ricostruirli di sana pianta) e lastricare le vie attualmente ancora in terra battuta. Trattandosi di una zona dove in inverno i -20° non rappresentano un’eccezione, le costruzioni sono realizzate in pietra all’esterno e in legno all’interno. Non vi è riscaldamento, l’unica quanto flebile fonte di calore è data dalle candele che bruciano burro di yak, che ha la caratteristica di bruciare e non fare fumo. Nella parte alta delle pareti vengono inseriti fasci orizzontali di steli di erbe secche dipinte con classico rosso intenso che contraddistingue i templi; queste fascine consentono di mantenere distante l’umidità dall’interno. Nel monastero si trova anche un palazzo per il Panchen Lama (seconda carica del buddhismo lamaista) che vi soggiorna durante la sua presenza, ma solitamente vive in Tibet. In realtà anche questa zona appartiene culturalmente e storicamente al Tibet, ma le autorità di Pechino decisero a suo tempo di creare una regione cuscinetto avulsa da ogni dimensione etnica o culturale. Incontriamo alcuni monaci vestiti di grigio: si tratta di monaci buddhisti ma non della corrente tibetana o lamaista, sono del cosiddetto buddhismo han o cinese. L’icona del Buddha grasso e sorridente appartiene solo a questa corrente. I Buddhisti han non hanno un leader spirituale come il Dalai Lama.
A proposito di Tibet, apprendiamo che prima della cosiddetta “liberazione” ad opera delle truppe maoiste esisteva un regime feudale in base al quale la proprietà delle terre era nelle mani dei monasteri o dei lama più potenti, in quella che si può definire una teocrazia a tutti gli effetti. Con la conquista cinese tutto è passato nelle mani dello Stato e nella sostanza è venuto a cambiare solo il nome dell’oppressore. Recentemente si è vista una limitata liberalizzazione e ciò comporta che buona parte dei tibetani preferisca oggi rimanere sotto il giogo cinese in quanto un ritorno del governo in esilio potrebbe portare a rivendicazioni da parte dei latifondisti precedenti. In ogni caso la società tibetana è per larga parte costituita da contadini poveri ed ignoranti i quali hanno subito soprusi senza soluzione di continuità.
A Ta’Er i monaci sono circa 600 e c’è grande fermento di ricostruzione: un tempio sembra antico, in realtà è stato ricostruito solo due anni fa. In alcuni casi gli edifici perdono una parte del loro fascino: all’interno presentano un arredamento storico ma a ben vedere ci si rende conto di come sia stato ricostruito da poco. In alcuni casi al posto del pavimento in legno ci si trova perfino dinanzi ad un linoleum o piastrelle lisce.
Notiamo la quasi totale assenza di stranieri. Di certo non vediamo occidentali, potrebbe esserci sfuggito qualche giapponese o coreano. A Labrang eravamo forse una quindicina di visi pallidi.
Lasciamo Ta’Er quando sono ormai le 11,15. Si tratta di un luogo molto diverso rispetto a Labrang: come per il precedente i turisti pagano l’ingresso e pertanto contribuiscono alle ristrutturazioni, mentre ai fedeli ovviamente non viene richiesto alcun biglietto. Molti di essi si sono già sobbarcati un lungo viaggio con ogni mezzo possibile e le loro espressioni non rappresentano certo opulenza, semmai una devozione convinta. Non pochi lasciano comunque degli oboli davanti alle divinità. Una caratteristica già rilevata altrove è che le statue di Buddha o di altri eminenti divinità sono sempre ricolme alla base di donazioni e oboli in denaro, cosa che stride assai con la nostra tradizione, almeno per quanto riguarda la forma. Finisce così che l’immagine di Mao stampata su tutta la cartamoneta cinese sia presente ovunque. Ma almeno questo non rappresenta un segno del controllo.
Zhangye dista circa 350 km. e lungo la strada per raggiungere questa città siamo colpiti dall’intenso sfruttamento idroelettrico. Il percorso (Foto2, Foto3) si mantiene sui 3000 mt per scollinare di tanto in tanto su dei passi che variano dai 3650 ai 3792 (Dapan Pass) o ai 3767 (Ching/Qilian Mountain Yang Pass) mt. All’altezza di quest’ultimo facciamo due passi in salita per vedere una variopinta kermesse di bandierine di preghiera e ci rendiamo subito conto di quanto la quota incida sul nostro respiro. I bordi della strada costituiscono un un’unica lunga discarica di rifiuti quasi in ogni zona che visitiamo: proprio sul passo più alto osserviamo diverse automobili di alta gamma i cui passeggeri scendono giusto per il tempo necessario a buttare lungo la strada bottiglie vuote ogni sorta di altro rifiuto per poi ripartire a tutta velocità. Lungo la strada vediamo frequenti tende di apicoltori che trascorrono la stagione in prossimità delle arnie per poi ricavarne il miele, potremmo chiamarli i pastori delle api. Man mano che si sale i pascoli di altri animali lasciano il posto alle pecore, nei posti più impervi alle capre, e più in alto agli yak. Non si vedono cani per la guardia dei greggi. Attraversiamo un tratto dove le recenti piogge hanno portato con sé la strada ed alcune case che si trovavano in prossimità. Con una piccola deviazione risolviamo il problema, il problema vero resta il modo di guidare dei cinesi. A parte le difficoltà strutturali quali la mancanza di tombini e la presenza di buche spaventose non segnalate, è proprio il sistema di condurre che lascia esterrefatti: tutti cercano di convergere contemporaneamente nelle stesso punto di passaggio senza fermarsi o dare precedenze, tanto in città che fuori. Ne consegue che le strisciate siano all’ordine del giorno anche se raramente succedono incidenti gravi grazie alla moderata velocità. Quanto vediamo è un’ulteriore conferma del perché guidare in Cina sia proibito agli stranieri non residenti. In sintesi si può dire che tutti vanno piano ma nessuno si ferma mai. Nel più classico degli stili napoletani, tutti cercano di inserirsi colmando gli spazi vuoti. Dove non passa una macchina ci pensano i motorini. Per limitare il rischio si stanno costruendo molte autostrade ma visto che sono a pagamento e che gli spostamenti avvengono sostanzialmente su tratte brevi, queste vengono usate soprattutto dai camion. Chi lavora nei cantieri di autostrade, ferrovie o semplicemente è addetto alla manutenzione dorme in tende montate nelle vicinanze, a volte in pieno deserto, distante centinaia di km dal primo centro abitato.
Il luogo natale dell’attuale Dalai Lama è a circa 70 km da Xining. Gli stranieri che intendono visitare il villaggio, che di per sé non ha caratteristiche particolari, vengono schedati e controllati nel loro background per assicurarsi che non siano pericolosi. Esistono inoltre buone possibilità che il loro bagaglio venga perquisito, ciò in alcuni casi può costituire un problema.
I pastori che vediamo in montagna sono tibetani, mentre nei paesi si vedono parecchi zucchetti islamici. Dalle ger esce il camino che diffonde un odore acre nell’aria. Non essendoci legno a disposizione si brucia sterco (soprattutto di yak) fatto previamente essiccare. Nei villaggi per accelerare il processo lo sterco viene messo contro i muri. Scopriamo come in questa zona i pastori siano nomadi per tutto l’anno e non facciano quindi ritorno ai villaggi in inverno come accade sulle montagne oltre Xiahé: il governo sta cercando di sedentarizzarli con delle politiche di aiuto alla costruzione di case permanenti, almeno durante l’inverno. E’ il periodo della raccolta delle patate e poco prima di Zhangye vediamo una lunga fila di camion carichi di patate in attesa di poter entrare in uno stabilimento per la produzione di derivati da questo tubero.
Per quanto riguarda i funerali esistono fondamentalmente quattro possibilità:
- cremazione: necessaria nelle città per ragione di spazio
- interramento: soluzione preferita dagli han e dai musulmani.
- essere mangiati dagli uccelli dopo essere stati sezionati per facilitare il compito dei rapaci: questa forma che a prima vista può sembrare terrificante avviene soprattutto in Tibet e anche a Labrang esiste una piattaforma per questo tipo di sepoltura. E’ classica dei luoghi dove la terra è gelata per lungo tempo e non esiste combustibile per poter bruciare.
- Dispersione delle ceneri in fiumi o laghi
In Tibet non mangiano pesci in quanto si ritiene che da essi derivi l’origine della razza umana. Una tesi che in qualche modo richiama l’origine delle teoria darwiniane.
Scesi dalla montagne della catena del Qilian, dopo aver attraversato per 200 km. una zona pianeggiante e arida ma resa coltivabile grazie ad una fitta rete di canali, giungiamo a Zhangye.
Durante un giro di ricognizione rendiamo omaggio alla statua di Marco Polo che campeggia in mezzo ad una rotonda il cui traffico non fa eccezione rispetto ad altre città. Il viaggiatore veneziano non avrebbe mai immaginato che il prezzo da pagare alla notorietà fosse così inquinante.
Si cena in un ristorantino frequentato da locali. La cucina (così come in tutto il nordovest) risulta piccante in molti suoi piatti in quanto si fa ampio uso di peperoncino e altre spezie. Si resta comunque nei limiti del tollerabile. Oggi spiccano i fried noodles, sorta di gnocchetti di pasta ben cotti, conditi con salsa di soia, qualche foglia d’insalata e pezzetti di carne, nel complesso è molto buono. La birra che va per la maggiore è la Snow, non è male ma risulta essere leggera. Un litro spegne la sete e non crea disturbi. L’alternativa valida è il tè verde nel quale non viene messo né zucchero, né limone o altri ingredienti che vengono considerati alla stregua di impurità.

Pernottamento: ZHANGYE – Ganzhou Hotel



Day 8 : mar. 28 agosto 2012

Dafosi: monastero buddista cinese. Inizia il deserto e la Via della Seta entra nel vivo.

A ZHANGYE (foto2) il 97% dei 1,9 milioni di abitanti appartiene all’etnia han. Il nome della città significa “braccia aperte” e sta a simboleggiare una struttura atta alla protezione di chi vi abita. Dicono non esserci grandi industrie, intorno c’è molta agricoltura che rappresenta il polo agrario del Gansu. Chi vive in città sembra essere dedito soprattutto ai servizi. Nel centro si vedono parecchi negozi, fra i quali spiccano quelli di moda ed abbigliamento. Fu per molti secoli una delle tappe più importanti della Via della Seta e lo stesso Marco Polo vi trascorse più di un anno.
Dafosi Temple (Foto2): questa volta si tratta di buddhismo han, quindi cinese e pertanto con caratteristiche diverse rispetto a quanto abbiamo visto nei due giorni precedenti. In uno dei templi si trova il Grande Buddha reclinato o dormiente, lungo 34 mt a rappresentare l’immagine del Buddha del passato. La statua risale all’XI-XIII secolo ed è interessante vedere com’è stata costruita: partendo da una struttura in legno è stato rivestito in kalk (simile a cemento) per poi essere dipinta. Si visitano altri templi del complesso (Foto2), all’interno dei quali si trovano anche figure mitiche di personaggi che nulla hanno a che vedere con la divinità, ma rappresentano eroi dai quali trarre esempio. Anche di fronte a questi vediamo i fedeli inginocchiarsi e rendere omaggio. Da vedere anche il museo prevalentemente dedicato ai sutra: viene spiegato come venivano scritti e come viaggiavano nelle carovane che percorrevano la Via della Seta. Molti di essi sono in cinese antico che veniva letto dall’alto al basso e da destra a sinistra mentre altri più recenti sono scritti in cinese moderno che si legge come il nostro alfabeto, con l’unico dettaglio che si tratta di  ideogrammi. Al fondo del complesso si trova un grande stupa bianco alto 20 mt. e un padiglione decorato con legni finemente intarsiati. A Dafo Si non si vedono monaci in quanto il luogo è prettamente storico-turistico. Non vi si tengono riti, anche se vi si trovano molti pellegrini intenti a pregare. In realtà nel buddhismo non esistono messe o altre funzioni religiose: in caso di matrimoni o funerali chi vuole può chiamare un monaco che vi partecipi. Attraversiamo la piazza dove ieri sera si esibivano gruppi musicali accompagnati da danzatori più o meno improvvisati sotto la luce abbagliante dei neon, per raggiungere la Pagoda Mu Ta, dedicata al Buddha Shakyamuni, che risaliamo fino all’esile cima per un’osservazione dall’alto. All’ingresso si trova una statua del Buddha al centro e tutt’intorno dei dipinti raffiguranti la sua vita. Anche nel buddhismo esiste un concetto di paradiso ma s’intende che il corpo è destinato a morire, mentre l’anima rimane e si reincarna in altre persone o altri animali a seconda di come ci si è comportati in vita. Nella peggiore delle ipotesi è possibile non reincarnarsi del tutto. Da questa filosofia deriva la reincarnazione del Buddha vivente. Dicendo che il volto di un personaggio assomiglia a Confucio rischia di offendere la suscettibilità dei buddhisti cinesi: Confucio era un maestro di vita, il buddhismo è una religione. La torre del Tamburo è chiusa, pertanto si va direttamente a pranzo in una via essenzialmente dedicata  ai ristoranti. Mentre ci avviamo iniziamo a sentire dei botti che si susseguono in diverse parti del quartiere, quasi da sembrare in guerra. Veniamo tranquillizzati dal momento che si tratta solo di una coincidenza che accade a mezzogiorno in una determinata fase lunare. Scopriamo pertanto che in questa scadenza chi ha da festeggiare qualcosa lo fa invitando amici e parenti a fare pranzo in un locale. Questo vale per i matrimoni, per chi ha passato un esame o ogni altro evento lieto. Quello che c’è di particolare è che la gente sfrutta la pausa pranzo per recarvisi e poi torna a lavorare. Ci aggreghiamo ad un gruppo di ragazzini che festeggiano un compagno che ha appena superato un difficile esame; i parenti entrano nel ristorante ed a un dato momento viene dato fuoco alle polveri davanti all’ingresso. Che i cinesi siano ben organizzati in materia è fuori di dubbio, ma che abbiano inventato un sistema di esplosioni concatenate da far sembrare di essere in guerra, questo sarebbe da far invidia al più verace dei partenopei. Al termine ci chiedono di fare la foto insieme al giovane: vedere due italiani è un evento già di per sé. Chi ha più tempo a disposizione festeggia invece con una cena anzichè che sfruttando la pausa pranzo. Anche oggi non vediamo nessun umano che arrivi dalla nostra parte del mondo, tant’è che anche qui la gente ci osserva come se venissimo da un altro pianeta. Verrebbe da pensare che l’ultimo europeo a transitare da qui sia stato il nostro conterraneo Marco Polo. E dire che ci troviamo in una città di quasi due milioni di abitanti, non in un villaggio sperduto di montagna.
Si prosegue attraverso il Corridoio dell’Hexi, la stretta striscia di terra lunga un migliaio di km, che nel corso dei secoli ha costituito l’unica via di transito per i viaggiatori che giungevano o uscivano dalla Cina. La via verso Jiayuguan adesso è tutta autostrada pari a circa 250 km lungo la quale corrono cavi dell’alta tensione e il cantiere dell’alta velocità ferroviaria destinata a raggiungere Urumqi in breve tempo. Per la verità esiste già una ferrovia con alto traffico di treni, mentre l’autostrada è poco frequentata, sostanzialmente da camion. Il caldo si fa sentire anche se si tratta di clima secco in un ambiente arido. La vegetazione è ridotta ad alcuni cespugli che stentano nel terreno pietroso. Di tanto in tanto si percepisce che stiamo correndo lungo le montagne, ma il concetto di corridoio va concepito in un senso molto ampio. Del resto se commisurato alle estensioni che avranno le montagne che si distendono tanto a nord quanto a sud (Qilian) si comprende come di corridoio si tratti. Poco prima della nostra destinazione si tornano a vedere delle coltivazioni di mais.
Jiayuguan si trova alle porte dei deserti occidentali e rappresenta l’estremo lembo del sistema difensivo della Grande Muraglia. La città non presenta assolutamente nulla che ricordi il glorioso passato di baluardo a difesa della Cina dalle invasione dei barbari dell’Asia centrale. Il centro è tutto di recente costruzione, con ampi viali che lo tagliano. Ci dicono che la città vive su una grande industria dell’acciaio, sembra però anomalo che ciò basti per giustificare tanta opulenza. Il turismo gioca sicuramente un ruolo importante, anche se costituito in massima parte da cinesi stessi. Si respira un’atmosfera surreale: poca gente in giro e parecchi negozi che hanno chiuso, giardini ben irrigati e fontane cercano di rendere alla cittadina un aspetto gradevole. Il traffico è meno intenso rispetto a quanto visto in altre città finora. Quando cala la notte si accendono i neon (Foto2quasi a volerla creare una piccola Las Vegas e con essi anche le musiche in stereo o suonate dal vivo con relative danze, in una notte serena quanto fresca. Il tutto si svolge sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine, ovunque si vedono ampi dispiegamenti di polizia. A prima vista verrebbe da pensare che il rischio terrorismo internazionale non ha mai minacciato seriamente la Cina, gli islamici non hanno posizioni fondamentaliste e in Tibet non usano questo sistema per rivendicare autonomia. Il rischio vero sembra essere la richiesta di democrazia, cosa che finirebbe per distruggere la Cina.

 

Pernottamento: JIAYUGUAN – Guotai Hotel

 



Day 9 : mer. 29 agosto 2012

La fortezza di Jiayuguan, terminale occidentale della Grande Muraglia. Mercato serale a Dunhuang

Tanto gustiamo pranzi e cene quanto le colazioni lasciano a desiderare. Abituati a marmellate e brioches non riusciamo a farci piacere le verdure bollite, tagliolini in salsa di soia, bocconcini di pollo o perfino interi vassoi di aglio bollito. Ci si accontenta di un tè con pane cotto al vapore e passiamo oltre con zelo avviandoci verso lo Jiayuguan Pass (Foto2, Foto3, Foto4) In realtà la prima vista ci lascia alquanto perplessi: pensavamo ad una fortezza abbarbicata su chissà quale passo montano, invece il passo va inteso semplicemente come zona di passaggio dei viandanti nel punto più stretto del Corridoio dell’Hexi. Siamo al terminale occidentale della Grande Muraglia e questo luogo rappresentava il punto obbligato di passaggio di tutte le merci in transito fra la Cina e l’Occidente. A sud i monti Qilian che superano i 5.000 mt e a nord la catena Mazong creano in questo punto del corridoio una strettoia che rimane larga almeno una decina di km. il paesaggio è completamente desertico e ci viene da pensare cosa significasse vivere qui in epoche antiche.
Il  Great Wall Museum di per sé è una spettacolare fortezza completata nel 1372, dalla quale si apre un magnifico panorama sul corridoio dell’Hexi, sui monti circostanti e l’ultimo tratto della Grande Muraglia. La veste turistica fa apparire le imponenti mura come una costruzione di Disneyland e sminuendone in fondo la stessa portata storica. Pavimentazioni e venditori di ogni sorta aprono la via verso la fortezza. La costruzione originale dell’epoca Ming ha successivamente perso di significato in quanto anche la parte occidentale era territorio cinese e veniva pertanto meno la ragione principale di difesa per la quale è stata costruita. E’ stata per molti anni un presidio militare di dimensioni ridotte, mentre recentemente è stata ristrutturata com’era ai tempi in cui rappresentava un baluardo quasi insormontabile per le invasioni da ovest. La Grande Muraglia continua per qualche km fino a chiudere completamente il varco. Per la verità in questo tratto sarebbe più proprio parlare di Piccola Muraglia (Foto2) in quanto si tratta essenzialmente di un muro stretto ricoperto di malta fangosa. Lo stesso forte è costruito secondo i medesimi principi e vediamo perfino alcuni operai che trasportano con dei carretti fango misto a paglia per intonacare una zona di nuova ricostruzione. Nei tempi migliori soggiornavano a Jiayuguan circa 2000 persone e qui si era fatta confluire l’acqua in modo che garantisse una certa autonomia idrica alle forze imperiali. Nella fortezza c’erano anche delle donne, traduttori e scrittori. Si narra la storia dell’ambasciatore che era andato a stringere alleanze a ovest, venne imprigionato e vi rimase per dieci anni. Quando fece ritorno era quantomeno riuscito a mappare i territori allora sconosciuti. In prossimità del forte si trova il museo della Grande Muraglia che fornisce anche valide indicazioni per la Via della Seta: spiega la tipologia costruttiva e si riesce con questo a comprendere quanto sia difficile stabilirne la lunghezza complessiva. Buona parte è invasa da vegetazione e risulta invisibile anche ai mezzi aerei, mentre vari tratti sono assai sottili, diversamente dall’immagine tradizionale che ne abbiamo. A seconda del luogo in cui corre cambiano anche i materiali da costruzione: si va dalle pietre squadrate, ai mattoni o a questo genere di fanghiglia indurita dove non si trova altro. Quest’ultima forma risulta comunque essere resistente in quanto veniva testata attraverso prove di tiro con l’arco e l’intonaco non doveva risultare scalfito.
Si torna a Jiayuguan per il pranzo ed a seguire si parte alla volta di Dunhuang: sono 380 km che si coprono in 5 h. L’autostrada C30 è quella che porta a Turfan, quando ad un certo punto una diramazione verso sud che devia verso nostra destinazione la trasforma in una semplice statale. Si prosegue verso sud per parecchi km dapprima in un ambiente stepposo e poi nel deserto più arido, inspiegabilmente interrotto da rare oasi dove si coltivano meloni e girasoli. In questo tratto crescono gli unici alberi che possono germogliare in queste zone: i tralicci dell’alta tensione e le centrali eoliche. Ci viene detto che si tratta della centrale per la produzione di energia eolica più grande dell’Asia e non facciamo fatica a crederlo. La “foresta” prosegue per decine di km senza soluzione di continuità in un susseguirsi di pali eolici piantati come stuzzicadenti nell’arido terreno e cavi sostenuti da tralicci che portano la corrente altrove a sostenere lo sviluppo cinese. Nel tratto finale verso est si estendono montagne basse ed increspate, solcate da canaloni frastagliati, sulle quali non cresce la benché minima vegetazione. Verso ovest si c’è il nulla. Da Pechino a Dunhuang abbiamo ormai percorso 2881 km, a dircelo sono i cartelli autostradali che impeccabili ci forniscono le distanze.
In questo paesaggio spettrale Dunhuang e la sua oasi diventano una gradevole sorpresa. Prima di raggiungere la località sfilano di fianco a noi coltivazioni di cotone e di meloni. Praticamente qui tutta l’acqua viene estratta dal sottosuolo, in quanto le precipitazioni annue arrivano a malapena a 30 mm e l’evaporazione supera i 3000 mm. Anche questa città al calare della sera (cosa che rispetto a Pechino avviene almeno un’ora dopo mantenendo lo stesso fuso orario) si trasforma in una piccola Las Vegas in quanto a neon, le slot machines non ci sono ancora arrivate. Il mercato serale di Shazhou è una delle attrattive più interessanti: a parte gli innumerevoli banchi souvenirs è possibile vedere uno spaccato della quotidianità locale fra le bancarelle che vendono derrate alimentari. La carne, soprattutto maiale e agnello, è esposta su dei tavolacci di legno, il pollame è nelle apposite gabbie, mentre pesci simili a grosse trote si trovano in vasche dove stentano a sopravvivere. Le verdure sono le più varie, tra la frutta spiccano i meloni di produzione locale. I banchi cromaticamente più attraenti sono quelli delle spezie e della frutta secca. Tra le prime si trova ogni genere di polvere o grani per insaporire, con grande predilezione per i peperoncini, stoccati  interi, tagliati o sminuzzati in sacchi di iuta. Le seconde sono un vero e proprio invito tanto per il palato che per l’occhio. Ogni genere di uva secca (probabilmente in arrivo da Turpan) fino ai kiwi secchi che dalle nostre parti non si trovano.
Ceniamo con una specialità locale, tagliolini con carne d’asino.

Pernottamento: DUNHUANG – Yangguan Hotel

 



Day 10 : gio. 30 agosto 2012

Deserto a Dunhuang. Le grotte di Mogao: suprema espressione dell'arte Buddhista sulla Via della Seta.

Scendiamo con l’ascensore dove un cartello informa che è vietato sputare (ed è tutto dire!). In occasione delle Olimpiadi di Pechino venne fatto divieto esplicito di esercitare quest’abitudine in pubblico durante la durata dei giochi. Lungi dall’essere considerata una disciplina olimpica.
A colazione incontriamo alcuni individui dalla nostra etnia. E’ un gruppo di tedeschi partito dall’Uzbekistan attraversandolo da ovest a est, arrivati in Kirghizistan, attraversato il confine per arrivare a Kashgar ed infine giunto fin qui. Noi arriviamo invece da est e, non fosse per certi dettagli non trascurabili, sembrerebbe d’aver fatto un passo indietro nei tempi in cui la Via della Seta esisteva ancora ed i viandanti si scambiavano informazioni ed esperienze. Ci dicono che il Kirghizistan è molto bello, anche se la Valle del Ferghana è ancora chiusa dalle autorità per il rischio d’incontri armati. La sua prossimità con l’Afghanistan la rende un luogo poco raccomandabile, nonostante una natura spettacolare. Segno forse che i talebani e chi li spalleggia hanno un certo gusto paesaggistico. Gli attraversamenti di frontiera richiedono pazienza, tempo e anche qualche conoscenza. Dall’esperienza raccolta a Kashgar raccomandano di vederla ancora quest’anno, perché poi la città vecchia verrà soppiantata da nuove costruzioni.
DUNHUANG rappresentava un tempo il punto di passaggio obbligato per le carovane che percorrevano la Via della Seta tra il deserto del Gobi e il Taklamakan. La città fondata nel 121 a.C., il cui nome significa Faro Scintillante, è una fertile oasi i cui campi coltivati vanno ad esaurirsi alle pendici di alte dune di sabbia. Costituiva il punto in cui bisognava decidere se aggirare a nord o a sud il deserto del Taklamakan; questa temibile ed estesa area dove non esiste vita e dove in molti casi la vita stessa viene consumata e rapita dalle condizioni estreme. Da molte parti si legge che è il deserto più terribile del mondo, secondo per estensione solo al Sahara.
Incominciamo la nostra visita dalle dune con le sabbie che cantano, Roaring Sand Mountain (Mingsha Shan), a 6 km a sud della città.
Anche qui, e forse è ancor peggio perché si tratta di un’attrazione naturale, l’ingresso e quanto lo anticipa non si distinguono da quelli di un circo, con questuanti che cercano di vendere ogni genere di souvenir. Dove l’oasi incontra il deserto, in mezzo alle dune, si nasconde il Crescent Lake (Foto2) (Yueya Quan), a forma di mezzaluna (crescent), dove acqua di sorgente gocciola in una depressione per emergere in superficie. Detto che il laghetto è poco più di uno stagno (per quanto molto suggestivo) e che la sabbia canta solo se si possiede molta fantasia, perché scivolando la frizione dovrebbe causare un rumore simile ad un fischio, il luogo è di per sé affascinante. Le dune ci ricordano quanto già visto nel Gobi, di cui probabilmente sono parenti prossime. Lasciamo le tentazioni offerte da progresso e tecnologia, ci togliamo le scarpe e a piedi nudi ci avviamo su una cresta che con salita costante ci porta alla prima “vetta”. Lo spettacolo è grandioso (Foto2), il vento si affretta a ricoprire i nostri passi come se volesse cancellare il passato e ripristinare l’ordine antecedente le nostre orme. Verso sud si vede l’alternarsi di dune, a nord l’ingresso finemente pavimentato con i soliti ampi piazzali colmi di gente. Per fortuna coloro che hanno voglia di fare qualche passo sono ancora pochi e ci si può immergere nell’ambiente, oltre che nella sabbia. Ovviamente non mancano i comfort per chi non vuol farsi mancare nulla: quad pronti ad aspettare turisti affaticati in alto, cammelli che in fila indiana salgono verso un punto intermedio, strutture per il parapendio, scivoli sulla sabbia ed ogni altro genere di mangiasoldi. Chi accede alle dune, anziché togliersi le scarpe, può affittare delle ghette per impedire che la sabbia entrasse nelle calzature. Visto il colore arancione si ha inoltre la certezza che nessuno vada perso.
Vicino all’ingresso ci sono dei giardini a dimostrare come un’attenta irrigazione possa far fiorire ogni cosa anche nel deserto. C’è perfino una pianta di melanzane con relativo frutto appeso. A seguire si ha invece la dimostrazione come un’amenità naturale possa essere inquinata dai soliti piazzali, bancarelle e ogni altra cosa a cui si possa dare un prezzo. Del resto anche l’accesso alle dune è a pagamento, e diremmo meritatamente. I turisti cinesi si fanno immortalare in ogni posizione accentrando l’attenzione su se stessi, quando è il paesaggio che meriterebbe osservazione e riflessione.
I cammelli rientrano alla base in fila indiana. Non hanno più nessuno a bordo in quanto hanno già portato il loro prezioso carico di turisti verso le dune. Mettendo per un istante il paraocchi e fissando la colonna di cammelli con le dune sullo sfondo ci sembra di rivivere il tempo in cui le carovane transitavano da queste parti esportando seta ed importando manufatti Occidentali. Le “navi del deserto” erano i mezzi essenziali ed unici per consentire il transito. Adesso i mercanti continuano ad esserci ma hanno perso la nobiltà del loro mestiere.
Pranzo a Dunhuang contraddistinto ancora una volta dai gusti piccanti.
Il pomeriggio è dedicato alle Grotte di Mogao (Foto2, Foto3), 25 km a sudest del centro. Su una parete di arenaria, si aprono le grotte dei “Mille Buddha” antiche di 1600 anni. I 45.000 mq di affreschi murali e le duemila sculture dipinte vennero costruiti durante oltre un millennio, dal 4° al 14° secolo, le grotte rappresentano la più alta espressione dell’arte buddhista in Cina con il più ricco tesoro di sutra buddhisti, murali e sculture.
La leggenda narra di un monaco buddhista chiamato Lezun che, nel 366, ebbe una visione: mille Buddha. Convinse quindi un ricco pellegrino della Via della Seta a fondare il primo tempio che si trova qui. Col passare dei secoli i templi crebbero fino a superare il numero di mille, e con essi vennero costruiti ricoveri, repositori di testi sacri e cappelle votive. Fra il IV  e il V sec. i monaci di Dunhuang raccolsero numerosi manoscritti occidentali, e molti dei pellegrini che passavano per il sito dipinsero affreschi all'interno delle grotte, oltre a lasciare un'offerta e a pregare per propiziarsi un viaggio tranquillo.
Una guida valida e ben comprensibile ci porta a capire i misteri e le ragioni che hanno consentito la creazione di questo sito distante da grandi centri, ma in prossimità di una città chiave sulla Via della Seta. Il fatto che poi la Via abbia ceduto il passo alle rotte marittime nel transito delle merci da e per l’Europa / Medio Oriente ha messo nel dimenticatoio per diversi secoli tutto quanto si trovava in posizione decentrata. A questo si deve la sostanziale integrità dei manufatti. La fortuna ha inoltre voluto che nel 1963 il governo di Pechino avesse deciso una ristrutturazione che è stata a portata a termine nel giro di pochi anni. Durante la Rivoluzione Culturale iniziata nel 1966 sembra che le zelanti Guardie Rosse si siano “dimenticate” di distruggere questo retaggio del passato in chiave religiosa. Pare comunque che lo stesso Zhou En Lai sia intervenuto per evitare che questa parte integrante di Cultura del Paese venisse dispersa in modo definitivo. Dopo il 1982 i lavori sono ripresi per arrivare allo stato attuale. Ad allontanare dal Paese ed in parte anche a far perdere l’archivio di libri hanno invece contribuito delle potenze Occidentali, che all’inizio dello scorso secolo avevano ridotto la Cina ad uno stato subcoloniale. Con la complicità di un monaco taoista che aveva effettuato il ritrovamento casuale di migliaia di libri rari se non unici risalenti alle epoche più antiche nella grotta 17, avventurieri europei si sono appropriati del materiale e l’hanno venduto ai più importanti musei del mondo. E’ così che oggi il Sutra di Diamante, il più antico testo stampato, si trova al British Museum. La storia del ritrovamento è degna di un film di Indiana Jones e sarebbe bello che i libri fossero ancora al loro posto o nelle vicinanze. Qualcuno obietta che se fossero finiti nelle mani dei rivoluzionari i testi sarebbero andati distrutti. Resta il fatto che ora sono sparsi per il mondo, ed in alcuni casi perfino nascosti in qualche raccolta privata.
Nella visita sono di particolare rilievo le due statue di Buddha seduto, alte rispettivamente 34 e 27 mt. La prima rappresenta per grandezza la terza raffigurazione esistente. Le altre due si trovano sempre in Cina. Ve ne era una quarta ancora più grande ma è stata distrutta dalla follia giustizialista dei talebani in Afghanistan. Le statue potevano essere toccate dai fedeli e vi si poteva fare il giro intorno. Con l’apertura del sito al turismo, il numero di visitatori ha richiesto di chiudere circuito che ha comunque un profondo significato religioso in materia di prosperità. La costruzione del Buddha di 34 mt. è iniziata dal basso, mentre in tutti gli altri casi si iniziava dalla testa. E’ sempre costituito da una struttura di legno che funge da ossatura: l’esterno è in calk e le finiture sono realizzate con una fanghiglia mista a paglia, che consente di modellare meglio le forme. Nelle vicinanze si trova anche un Buddha reclinato di dimensioni simili a quello visto a Binglingsi.
Le grotte e le statue sono state commissionate o costruite dalle famiglie per commemorare i loro defunti. L’unica per così dire “pubblica” è il Buddha di 27 mt. che ha richiesto 12 anni di lavori. Altre grotte sono invece state costruite da mercanti che avevano attraversato il deserto incolumi o che si apprestavano a farlo e richiedevano pertanto assistenza divina. Le prime sculture risalgono agli albori del buddhismo in Cina, ma va rilevato come sia proprio da qui che questa religione ha fatto il suo ingresso nel Paese provenendo dall’India settentrionale, dov’era nata circa 900 anni prima. Una cella presenta una statua di Buddha in versione Monna Lisa, in quanto ha un’espressione assente, dalla quale non si capisce se sia seria o sorrida. Forse si tratta solo di una creazione non particolarmente riuscita e ne usciamo convinti che la Cina non abbia ancora prodotto un Leonardo.
La guida ci dice inoltre che non vale la pena cercare di capire di quale Buddha si tratti quando ci troviamo di fronte alle sculture in quanto non esistono regole precise: Nibbana del passato, Shakyamuni del  presente, Maytreya del futuro, ecc. Normalmente il Buddha del presente viene a trovarsi nella nicchia centrale: le Apsara vengono di solito dipinte sul soffitto e sono solo di corollario in quanto appartenevano ad una classe sociale non molto elevata e di conseguenza non meritavano statue ma venivano esclusivamente dipinte.
In passato non esisteva il percorso a balcone che oggi collega le diverse celle, ognuno accedeva con una scala alla propria e le grotte non erano comunicanti. Anche la facciata è stata incementata, togliendo qualcosa all’immagine di antichità ma che serve per preservare il sito nel tempo. Le celle sono a loro volta chiuse da persiane che lasciano passare l’aria e non la luce, mentre è vietata ogni genere di fotografia.  Si tratta di un sito che vale la pena di vedere e che giustifica la notorietà di Dunhuang, peraltro citata in ogni trattazione che riguardi la Via della Seta.
Quando le ombre iniziano ad allungarsi sul deserto ci avviamo verso Liuyuan, a 120 km di distanza pari a un’ora mezza di viaggio; qui si trova la stazione ferroviaria dalla quale partono i treni per Turpan. La strada attraversa una periferia brulicante di contadini intenti alla mietitura, passa attraverso zone meno fertili dove vengono coltivati i meloni (sono frequenti i banchetti che li vendono freschi ed hanno dei pergolati per farli essiccare), sfocia infine nel deserto vero e proprio. Radi cespugli interrompono la distesa di ghiaia sul cui sfondo si distendono rilievi. Ad un certo punto il sole assume i caldi colori del tramonto e sparisce dietro le montagne occidentali. La città non ha nulla da mostrare se non un localino dove non bisogna fare troppo gli schizzinosi per consumare la cena. Prendere il treno in Cina non è poi così facile: anche se si è in possesso del biglietto occorre sapere su quale convoglio salire. Volendo congedare la guida e l’autista che devono raggiungere Lanzhou in nottata diciamo loro che possono andare una volta passati i controlli e siamo all’interno della stazione. Dal momento che i tabelloni riportano solo scritte in cinese e intuire le comunicazioni dall’orario potrebbe essere pericoloso, la guida ci consegna ad un passeggero diretto alla nostra stessa destinazione. Questo ragazzo si prende cura di noi come di due minorenni e ci scorta fino alla nostra cuccetta una volta arrivato il treno, quando è ormai mezzanotte. Il treno arriverà con un’ora e mezza di ritardo. Ovviamente non abbiamo una lingua in comune ma con dei gesti riusciamo a capirci per quel poco che dobbiamo comunicare. Per la seconda volta consecutiva possiamo contare sulla colonna sonora di un russatore, cosicché la nostra nottata non può considerarsi fra le più confortevoli.

Pernottamento: Treno Liuyuan – Turpan   (T197   22,25 – 05,37 +1)



Day 11 : ven. 31 agosto 2012

Turpan, oasi nel crogiolo più caldo del pianeta: moschea, vigneti e karez (tunnel per portare l'acqua).

Scendiamo alla stazione di Turpan (Foto2) pochi minuti prima delle 9. Circondata dalle assolate distese del deserto, TURPAN (255.000 abitanti,  -150 mt slm) è un avamposto dell’Asia islamica abitato dai turchi uiguri, punto d’importanza cruciale lungo l’antica Via della Seta, con i caratteristici filari di pioppi, gelsi e salici. Siamo finalmente arrivati nella provincia autonoma dello Xinjiang e che si tratti di una provincia speciale ce ne accorgiamo dagli ingenti dispiegamenti di polizia secondi solo a quelli in Tibet. A questo punto occorre fornire alcune spiegazioni raccolte sullo Xinjiang, uno Stato nello Stato. Nonostante il governo centrale continui ad incentivare l’immigrazione di cinesi han, la popolazione uigura resta ancora la maggioranza ed è diversa in ogni cosa da quella delle altre provincie. Si tratta di un’etnia presente su questo territorio da più di 800 anni, di religione musulmana, con una lingua di origine turcomanna che non ha nulla a che vedere col cinese (il metodo di scrittura è l’arabo) e possiede una cultura molto diversa da quella del resto della Cina. Cosa peraltro visibile fin dal primo contatto. Fu Deng a volere che l’uiguro venisse traslitterato nei caratteri arabi anziché in quelli latini come avviene invece per il turco. Temeva infatti che l’uso del nostro alfabeto avrebbe facilitato l’apprendimento dell’inglese o di altre lingue europee creando così un vantaggio per questa etnia. Vantaggio che significa una finestra verso il mondo esterno con i conseguenti pericoli di stabilità che ne possono derivare. Il saggio Deng nel suo inconscio, senza volerlo ha ostacolato fin dall’inizio l’accesso ad internet agli uiguri. I cinesi, per contro, studiano l’inglese a scuola e l’apprendimento della lingua rimane solo a livello teorico. Sanno di essere comunque promossi e non si dedicano particolarmente allo studio e alla pratica della lingua straniera. Resta vero che gli uiguri riescono ad impararlo e a parlarlo molto più facilmente.
Il fatto che siano islamici non accomuna gli uiguri agli hui incontrati nei giorni precedenti in quanto etnicamente sono diversi. Pare che originino dalla Mongolia, da dove sarebbero sono spostati in epoche remote. Sono stati più volte dominati dalla Cina e da altri imperi occidentali, hanno perfino avuto un breve periodo d’indipendenza nel 1944 fino a  dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1952 sono divenuti parte integrante della Repubblica Popolare. Attualmente non è chiaro cosa vogliano: alcuni cercano una maggiore autonomia, mentre altri chiedono l’indipendenza. Di sicuro non vogliono essere discriminati da Pechino. E’ vero che la Cina ha tutto l’interesse a mantenere il controllo sullo Xinjiang per via degli enormi giacimenti di petrolio custoditi nel sottosuolo e della posizione strategica che riveste la regione. Come in passato, rappresenta tutt’ora la porta occidentale della Cina, in un’area dove i rapporti sono storicamente molto delicati: il confine a sud con l’India è tutt’ora in discussione (territori occupati dalla Cina e rivendicati dall’India) mentre a nord e a ovest si trovano le repubbliche ex-sovietiche con la zona d’interesse russa. Il tentativo d’integrazione alla patria cinese avviene con una progressiva industrializzazione e con la costruzione d’infrastrutture come l’alta velocità ferroviaria che non tarderà a collegare Urumqi al resto del Paese. Attualmente esiste già un’autostrada e una trafficata ferrovia tradizionale. Lo spostamento massiccio di cinesi a ovest non significherà mai un’integrazione fra le due razze ma servirà a portare il tutto ad un punto di non ritorno. La manodopera cinese costa di più ma viene preferita a quella uigura. Si dice che gli han sono stati mandati per rubare il lavoro ai locali. Sebbene un operaio cinese senza particolari specializzazioni guadagni 400 ¥ al giorno e un uiguro la metà, sembra che venga sempre preferito il primo. E’ chiaro che la fonte di questa informazione è di parte, occorrerebbe verificare a fondo le ragioni. Quando si tratta di denaro è difficile che un imprenditore cinese paghi il doppio per avere lo stesso servizio. E’ possibile che qualcosa ci sfugga ma è certo che gli operai che vediamo hanno gli occhi a mandorla, tanto nel privato che nel pubblico (vedi oltre alla Moschea di Kashgar). Lo stesso se non di più accade con le forze dell’ordine. Anche se succedesse di vedere un poliziotto uiguro il suo capo sarà sempre un han. Un tecnico raggiunge uno stipendio di 800/1000 ¥.
Il fatto che parlino una lingua più vicina alla nostra consente agli uiguri di avere un pronuncia inglese molto più comprensibile e di capire meglio. Questo dettaglio si rivelerà molto importante per poter parlare diffusamente con le guide ma soprattutto con altri interlocutori incontrati durante il soggiorno.
Nello Xinjiang ci sono 13 etnie delle quali 7 di confessione musulmana (uiguri, hui, tagiki, kirghisi, kazaki, uzbeki e tatari). Sono tutti sunniti ad eccezione dei tagiki che sono di origine persiana e sono pertanto sciiti. Gli uiguri rappresentanto la maggioranza.
Chi parla la lingua uigura comprende almeno il 70% del turco, l’80% del kirghiso e uzbeko e il 100% del kazako, con la quale la separa solo piccole differenze, soprattutto di pronuncia. La scrittura uigura è più semplice rispetto all’arabo tradizionale in quanto ha solo 5 cediglie che si possono mettere sopra o sotto, mentre l’arabo ne ha 13.
La provincia ha una superficie pari all’Alaska o alla Francia. La popolazione dello Xinjiang ammonta a 4,5 Mn di persone, di cui circa 3 Mn vivono ad Urumqi che ha una maggioranza han. Maggioranza che è venuta a crearsi negli ultimi anni a causa della massiccia immigrazione. Turpan è una città fondamentalmente uigura.
Le relazioni coi buddhisti sono abbastanza fredde ma non vi sono conflittualità legate alla religione. Credono in Allah, ovvero una religione rigorosamente monoteista, mentre i buddhisti hanno quelli che qui chiamano idoli, vista la figura molteplice del Buddha. Agli albori della loro civiltà gli uiguri praticavano lo sciamanesimo (probabilmente nei tempi in cui vivevano in Mongolia), sono passati al manicheismo e al nestorianesimo. Si sono quindi convertiti al buddhismo e, verso l’XI o XII secolo hanno abbracciato la dottrina islamica.
Attualmente gli uiguri hanno anche delle difficoltà a trovare delle alleanze nel mondo in quanto nessuno ha l’interesse ad inimicarsi un buon partner commerciale come la Cina. Il Pakistan e le ex Repubbliche sovietiche sono alleate col potente vicino. Esistono buone relazioni con l’India, che tuttavia ha già delle ragioni di contesa con la Cina e non intende crearsene di nuove. Al tempo stesso gli scambi sono sempre più frequenti, pertanto il politically correct richiede loro un atteggiamento prudente. Gli Stati Uniti non sono visti particolarmente bene in quanto sovente in guerra contro i loro confratelli di religione, ma riconoscono che se non fosse per gli USA e la UE che di tanto in tanto bussano a Pechino per chiedere conto del rispetto dei diritti umani a quest’ora non esisterebbero più.
Gli uiguri sono poco meno di 4 Mn. e la maggior parte di essi vive nello Xinjiang, mentre alcune minoranze vivono nelle Repubbliche ex sovietiche. Questo è dovuto al fatto che la Cina, al momento della caduta dell’URSS, ha sapientemente fatto delle piccole concessioni di territori abitati da uiguri per disperdere la popolazione.
Nel nord della regione può capitare raramente che degli uiguri sposino degli han, ma questo non accade del tutto a Kashgar, dove addirittura le due comunità vivono in quartieri separati. Alcuni han sono già alla terza generazione ma di integrazione non si parla. Non vi è un vero e proprio odio razziale, ma gli han vengono visti come i mandati dal governo di Pechino per colonizzare la loro regione e pertanto diventano gli epigoni del nemico principale, nonché gli usurpatori delle loro terre.

Usciti dalla stazione si va a fare un minimo di colazione in un ristorante in prossimità del centro di Turpan. Noi ci accontentiamo di un tè con qualche biscotto, ma la guida che è rimasta tre ore ad attenderci consuma una colazione completa. Sebbene siano le 10 restiamo stupiti a vedere un così alto numero di avventori. Ci viene spiegata la questione del fuso orario, di cui avevamo già letto in precedenza. In poche parole, in Cina il sole deve sorgere quando vuole il partito: è vero che siamo nel Paese del Sole Levante ma è anche vero che da sempre l’astro sorge in momenti diversi a seconda che ci si sposti secondo i meridiani. Ed è per questa ragione che sono stati creati i fusi orari. Pechino ha invece deciso che debba esistere un solo fuso e questo debba essere quello della capitale, situata ad est. Succede quindi che lo Xinjiang si trovi due ore indietro rispetto a quello che dovrebbe essere facendo riferimento all’alba e al tramonto. E’ stato così creato un fuso orario ufficioso, che viene usato nelle relazioni interpersonali, mentre in quelle ufficiali quali orari dei mezzi o uffici pubblici vige l’orario nazionale. Questo non può che essere fonte di malintesi ma è anche palese che in questa stagione a Kashgar alle 8 è ancora buio. Si spiega quindi il perché di tanta gente nel ristorante alle 10: per loro sono le 8 e a quell’ora si fa colazione. Che poi le portate siano quelle che noi mangiamo a pranzo o a cena, rimane una nostra considerazione.
Ci avviamo per andare a vedere le rupi fiammeggianti Flaming Mountain. Dicono essere uno dei luoghi più caldi sulla terra, ma oggi la fornace non è aperta. Ci limitiamo a riprendere queste belle montagne rosse di una varietà sicuramente già incontrata in passato. E’ anche possibile che in determinate situazioni di calore estremo ci sia un gioco di luci tali da far sembrare infuocate le vette, ma non è certo per questo che siamo venuti fin qui dall’Italia.
E’ invece interessante notare gli splendidi vigneti che sono la fama e l’orgoglio di Turpan  e che rappresentano l’80% delle coltivazioni della zona, mentre andiamo a visitare la locale Moschea con il famoso minareto del sultano Emin, nello stile architettonico dell’Asia Centrale. All’interno è abbastanza spoglia, pur essendo venerdì non è ancora frequentata da fedeli.  Ci dicono che la funzione si tiene nel pomeriggio. Va comunque osservato come Turpan sia una città più laica mentre Kashgar più religiosa. Le stesse donne sono più portate ad indossare il velo e non raramente si vedono delle signore di una certa età coprirsi il volto con uno scialle marrone, una sorta di burqa uiguro. Mentre siamo nella moschea ci vengono ricordate le 5 regole del buon musulmano: credere in un unico Dio che è Allah e che Maometto è il suo profeta, pregare 5 volte al giorno dopo aver fatto le abluzioni (prima che si alzi il sole, a metà giornata, sera, dopo il tramonto e prima di andare a dormire), andare almeno una volta nella vita alla Mecca se si posseggono le condizioni mentali, fisiche ed economiche (in caso contrario è dovere rinunciare), dare il 2,5% alla propria Chiesa (che significa fare la carità a chi vive in stato di indigenza) e praticare il Ramadan una volta all’anno.
Chi va alla Mecca è poi tenuto ad un comportamento consono anche nella vita di tutti i giorni. E’ quindi anche un impegno morale.
Intorno alla Moschea si estende il cimitero islamico.

Nella piazza antistante la Moschea ci lasciamo tentare all’acquisto di un sacchetto di acini d’uva essiccati: dolcezza e gusto non hanno eguali. Una volta raccolti, gli acini vengono lasciati essiccare per 40 giorni in locali costruiti in mattoni che consentono una buona ventilazione ma non esposti i frutti direttamente ai raggi solari. Si produce anche del vino ma il consumo è limitato dalle regole imposte dalla religione musulmana. In ogni caso le specie sembrano più adatte a farne dell’uva da tavola per essere essiccata. In questo modo viene spedita ovunque.
La temperatura rimane calda in virtù della giornata serena (non può essere diversamente) e del fatto che siamo in un crogiolo ad un centinaio di metri sotto il livello del mare, ma è e rimarrà sopportabile fino alla fine. All’ombra è perfino gradevole. Turpan si trova in un oasi, ciò significa che l’acqua che scende dalle montagne situate a nord arriva in questa depressione e riemerge rendendo viva la vegetazione. Come ulteriore contributo alla fertilizzazione dell’area, da quando c’è stata la prima forma di vita umana circa 2500 anni fa, sono stati creati i karez che andremo a vedere subito dopo. Si tratta di un ingegnoso sistema di tunnel sotterranei scavati dall’uomo che attingono le acque dalle falde della catena del Bogda Shan per portarle verso la città. Solo a Turpan ne confluiscono 1200 con una lunghezza media di 6 km. Ogni 20/30 mt veniva scavato un pozzo per portare la terra di scavo in superficie e consentire l’aerazione. Il diametro del tunnel è di ca. 70 cm. Ad un certo punto il karez esce fuori per poter irrigare i campi. Questo sistema è stato creato per impedire l’evaporazione dell’acqua durante il percorso. Le montagne vicine sopperiscono in questo modo alla cronica mancanza d’acqua. Del resto una precipitazione di soli 16 mm all’anno non concede le condizioni minime per la sopravvivenza vegetale o animale.
Ci si ferma anche presso un panettiere all’aperto che cuoce il pane (Foto2) con un sistema mai visto finora. Dopo aver modellato una pagnotta ed avervi aggiunto del sesamo la si appiccica sulla parete interna di una grossa caldaia/forno a tinozza aperta in alto, mentre sul fondo arde il fuoco. Le pagnotte vengono poi staccate e girate dall’altra parte per cuocere interamente. Ne acquistiamo una appena sfornata e ne assaporiamo la fragranza.
Si torna nello stesso ristorante di stamattina per il pranzo che vede come protagonisti degli spiedini d’agnello e riso pilaf. Anche qui hanno il solito braciere con carboni incendiati per il barbecue posto all’esterno. Una ventola soffia lateralmente per mantenere il fuoco costante ed impedire che gli spiedini prendano il sapore del fumo. Spezie odorose insaporiscono la carne e sono una vera musica per l’olfatto.
Una passeggiata nel centro presenta delle caratteristiche tutte sue. A causa del calore intenso dei mesi estivi, sono stati creati dei pergolati d’uva a coprire le vie principali. Sotto uno di essi si tiene il mercato rionale dove le contrattazioni possono essere fatte all’ombra. Sicuramente più interessante è invece il bazar. Qui le coperture sono fatte da teloni e si possono osservare le varie merci esposte, soprattutto alimentari (carne, spezie, verdure) ma anche ferramenta, giocattoli e ogni altro bene di consumo. Si vede parecchia povertà ma non situazioni preoccupanti. Vediamo per la prima volta lo zucchero cristallizzato bianco o giallo, mentre il peperoncino è presente ovunque in sacchi, segno che si tratta di un prodotto che va.
Alle 15,15 ci congediamo da Turpan per dirigerci verso Urumqi con un balzo autostradale di 220 km da percorrere in 3 ore.
Per vedere i karez e la moschea abbiamo rinunciato alla visita delle rovine di Gaochang e della Grape Valley in quanto i vigneti si possono vedere un po’ ovunque.
Lungo il percorso troviamo molti posti di blocco e la polizia osserva attentamente i viaggiatori controllandone i documenti, talvolta i militari sono anche in assetto antisommossa dietro vere e proprie trincee fatte di sacchi. In un paio di occasioni dobbiamo favorire il passaporto. La ragione ufficiale è che c’è in corso un esposizione Eurasia-Cina volta a far giungere investimenti da Paesi terzi verso lo Xinjiang. Sembra invece che sia anche l’occasione per far vedere a chi ci vive che le forze dell’ordine ci sono e che questo deterrente serva da lezione ad eventuali malintenzionati. Resta vera l’importanza dell’incontro al quale hanno partecipato alcuni capi di Stato e di cui la stampa ha dato ampia eco. Vi partecipano tutti gli Stati dell’Asia Centrale confinanti e alcuni Paesi europei.
Una rapida cena in prossimità dell’aeroporto di Urumqi e ci rechiamo a fare il check in per il volo diretto a Kashgar. Urumqi ha 3 milioni abitanti e sarà anche la capitale dello Xinjiang (l’antico Turkestan cinese) con un grande apparato  industriale ma l’aeroporto è una costruzione inaugurata da poco, plastica nell’aspetto ed efficiente all’interno. Cosa inimmaginabile se si pensa alla sua posizione sulla cartina ed al fatto che la città tutto è fuorché un luogo conosciuto ai più.  
Volo da Urumqi a Kashgar (CZ6801    20,45 – 22,30)
Il volo con il Boeing 737 della China Southern decolla puntuale ed in un paio d’ore arriva a destinazione, dov’è in corso una tempesta di sabbia. La cosa è appena percettibile e non crea problemi alla navigazione aerea, si vede solo una gialla foschia intorno a noi. Situazione abbastanza inusuale in quanto solitamente in tarda estate il cielo è molto terso e questo è un tempo più tipico in primavera. Arriviamo così nell’angolo più occidentale della provincia più occidentale della Cina, ai bordi del deserto più terrificante del mondo, il Taklamakan. Giungiamo in città che sono le 23 passate ma sappiamo che per loro sono solo le 21. Del resto siamo a 4000 km in linea retta da Pechino ma si usa lo stesso fuso orario. Per strada c’è molto viavai ed è pieno di gente che gusta spiedini kebab nei locali con cucina all’aperto. Ci adeguiamo immediatamente alle abitudini locali ed andiamo ancora a fare una passeggiata per famigliarizzare con la città. Non si ha minimamente l’impressione di essere in Cina. Le scritte sono in arabo, la gente presenta dei tratti somatici più prossimi a quelli delle popolazioni che abitano l’Asia Centrale e l’architettura è diversa da quanto visto finora.

 

Pernottamento: KASHGAR – Yambu Hotel

 



Day 12 : sab. 1 settembre 2012

Le vette del Pamir si riflettono nel Lago Karakul. Il bazar di Kashgar: ritratto dell'Asia Centrale.

Anche stamane fuori c’è la foschia portata dalla tempesta di sabbia. Il cielo appare velato da una coltre beige anche se a terra non si muove una foglia. Mettiamo la sveglia alle 8, che corrisponde alle 6 per l’ora ufficiosa locale. Del resto quando guardiamo fuori è ancora buio, un’ora dopo siamo pronti a partire per vivere quella che sarà la giornata più spettacolare ed interessante di tutto il viaggio.
Si parte in direzione sud ovest sulla Karakorum Hwy., una strada di grande comunicazione (soprattutto per le merci) che in 400 km porta al confine pachistano tramite il passo di Khunjerab situato a 4800 mt. Questa è una zona pericolosa in quanto frequentata da ogni genere di trafficanti, in più si trova molto prossima ad una zona di guerra. La nostra meta si trova a 200 km e 3,5 h. da Kashgar ed è il Karakul Lake, un lago salato incastonato sull’altopiano del Pamir ad una quota di 3600 mt, in kirghiso significa “lago nero”.  Si tratta del bacino più alto del plateau del Pamir, vicino all’incrocio fra le montagne del Pamir, Tian Shan e Kunlun Shan (che significa marrone).
La strada, disastrata in vari punti, corre parallela ad un ripido fiume che scende giallastro in un paesaggio pietroso. Sul lato destro la parete scende a picco e non di rado lascia cadere qualche masso. Sembra impossibile come il fiume che ha già una buona portata, sia poi destinato a perdersi nei meandri del deserto, in quanto tutte le acque che scendono verso nord non possono avere sbocchi al mare. Saranno solo quelle che convergono molto più a est, oltre l’altopiano del Tibet, a formare i bacini del Fiume Giallo (Huang Hu), Fiume Azzurro (Yangtze Kiang) e Mekong. Tutti e tre nascono nel raggio di qualche centinaio di km per poi prendere strade diverse.
Il terreno ha un’apparenza assai instabile, con i massi incastonati nella terra che viene costantemente erosa dall’impeto dei corsi d’acqua. Tutto sembra precario e probabilmente lo è, i segni di recenti frane lo confermano. Lo scioglimento dei ghiacciai sovrastanti libera le pietre che possono in questo modo rotolare a valle. Proseguendo incontriamo delle miniere di ferro e, oltre, di rame che giustificano il viavai di camion sulla Hwy. Di tanto in  tanto ne vediamo uno fermo con alcune pietre intorno per segnalare l’ingombro. Ci dicono che si tratta di avarie: in questi casi l’autista scende come può a Kashgar per recuperare i pezzi di ricambio e torna su per cercare di aggiustarlo. La strada è stata costruita al prezzo di 6900 morti, ma si trattava essenzialmente di prigionieri deportati da queste parti negli anni ’70. Non stentiamo a credere le notizie storiche quando vediamo operai che spaccano col piccone i massi caduti di recente. I cinesi hanno anche costruito la tratta sul versante pakistano a loro spese e con loro personale. Questo nello spirito di collaborazione fra i due Paesi, accomunati dal nemico indiano. Il percorso per arrivare a Islamabad/Rawalpindi consta di 1300 km di cui solo 400 sono in Cina. Quella di impiegare sempre personale proprio dev’essere una tipicità cinese: in altra occasione abbiamo appreso come al verificarsi di catastrofi ambientali avvenute in Africa, la Cina abbia contribuito mandando propri fondi ed operai ad edificare quanto si era proposto. In tali occasioni l’India ha avuto invece atteggiamenti diversi: ha mandato sì degli ingegneri ma ha nello stesso tempo cercato di supportare l’economia utilizzando personale indigeno. Lo stesso è avvenuto in Kazakistan: si narra di un’azienda cinese che ha investito in quel Paese portandovi tutto il personale, incluse le guardie. Questo ha suscitato l’ira dei locali che hanno assaltato la fabbrica e costretto le maestranze cinesi a rifugiarsi nel loro consolato. I gerarchi cinesi, oltre a cercare di dar lavoro ai propri uomini, sono convinti, a ragione, di poterli meglio comandare; tutto finisca per avere una consistenza monolitica tale che qui non esitano a chiamare “killing machine”. Specialmente i ceti più poveri sono tradizionalmente abituati ad obbedire senza fare domande e questo rende il compito più semplice per chi comanda. Sarà interessante vedere se le notevoli disparità che si stanno creando in Cina continueranno a vedere degli automi obbedienti disposti ad arricchire la classe dirigente o se chiederanno anch’essi di potersi sedere al tavolo conviviale: in questo si gioca il futuro della Cina.
Lungo il percorso attraversiamo un posto di blocco che sembra una vera e propria frontiera, la nostra identità viene controllata verificando i passaporti ed lo specifico permesso nominativo di transito per l’ulteriore tratto della Hwy. l poliziotti hanno uno sguardo poco conciliante per un controllo che serve solo a giustificare la loro presenza. Può darsi comunque che in certi momenti il controllo abbia senso in quanto il confine occidentale è una zona calda e delicata. Oltre ci sono solo dei pastori kirghisi (Foto2) che in estate si spostano con le ger. Il governo sta cercando di sedentarizzarli almeno in inverno costruendo loro delle casette che li ospitano per la stagione fredda e consentono ai bambini di  frequentare la scuola. Durante il periodo freddo le donne lavorano dei tessuti, mentre gli uomini si “riposano”. Vivono sostanzialmente di allevamento di montoni che acquistano al mercato di Kashgar in primavera per rivenderli a fine ottobre/novembre quando cala l’inverno. Gli yak invece servono per la produzione di latte e derivati. Nella zona di confine ci sono invece dei pastori tagiki. In effetti il Tagikistan è solo a pochi km mentre il Kirghizistan ne dista più di 60.
La visuale migliora man mano che ci alziamo, dischiudendo poco per volta le vette imbiancate. Fortuna vuole che quando arriviamo al lago il pulviscolo sia rimasto in basso e si apra così uno scenario incantevole. Il lago Karakul assume colori brillanti e rispecchia le montagne alte oltre 7500 mt. L’imponenza delle vette che brillano sotto il sole ci lascia appena immaginare cosa si possa nascondere dietro di loro, fino ad arrivare alla base del K2 nel più distante Karakorum. In particolare il Muztagh Ata (Foto2) con i suoi 7546 mt svetta sopra il lago e sembra a portata di mano. (Foto2, Foto3,  In effetti non si tratta di una vetta particolarmente difficile dal punto di vista tecnico. Si tratta solo di acclimatarsi a sufficienza alla quota. Vista la pendenza costante molti lo salgono a piedi e scendano gli con gli sci. Cosa che consente di risparmiare parecchio tempo e tornare prima a respirare aria meno sottile. La fortuna di trovarsi al cospetto di tale maestosità fa nascere i noi delle ambizioni che difficilmente potrebbero trovare conferma per i giorni a seguire, dal momento che le giornate limpide sono poco frequenti. Altra cima imponente è costituita dal Monte Kungur, un titano alto 7719 mt. che rappresenta la punta più elevata del Pamir e a causa della sua isolamento venne scoperto solo nel 1900. E scalato per la prima volta nel 1981. Le vette del Kunlun Shan appaiono invece di più difficile scalata, una appare addirittura inviolata. Il limite della neve in passato era sui 5000 mt, ma quest’anno non scende sotto i 5400 mt. Dalla zona si possono anche fare trekking che in 21 giorni portano alla base del K2, ai quali occorre aggiungere 5 giorni per il rientro più un percorso in fuoristrada che deve arrivare da una zona impervia al confine col Tibet. (Foto2, Foto3, Foto4, Foto5, Foto6, Foto7, Foto8, Foto9, Foto10, Foto11, Foto12, Foto13, Foto14)
Al nostro arrivo in prossimità del lago cerchiamo di compensare con la minor quantità di ossigeno che si sente molto chiaramente. Dopo pochi minuti di profondi respiri e di tranquillità siamo pronti per muoverci senza problemi. Un gruppo di giapponesi si è portato addirittura le bombole d’ossigeno per far fronte ad eventuali crisi che potessero cogliere qualcuno. L’ossigeno si trasforma in una fonte di guadagno per le guide, le quali affittano l’attrezzatura per 30 ¥ e se ne fanno pagare 100 ¥.
Mentre rientriamo il pulviscolo giallastro torna a comparire sotto i 2800 mt. rendendo il paesaggio tinta seppia. Vediamo una lunga fila di camion militari incolonnati: sono carichi di carbone che porteranno al Passo di Khunjerab in quanto, anche se chiuso al transito nella stagione invernale, un presidio militare è sempre presente.
Al rientro in città andiamo a curiosare fra i banchi del bazar, mentre dopo cena si va a fare un giro in quello serale. Ovunque si diffonde nell’aria il profumo degli spiedini insaporiti dalle spezie. Gustiamo un gelato alla vaniglia, quella vera che lascia in bocca l’aroma del baccello. E’ sempre interessante vedere questi frangenti di vita quotidiana che ben rendono l’immagine di un Paese che in alcuni suoi angoli resiste alla Rivoluzione, quella industriale s’intende. Kashgar, pur non essendo una Svizzera, risulta molto più pulita delle città visitate fino ad ora. Non si vedono nemmeno i postulanti che cercano di vendere qualunque cosa, come in tutti i mercati chi è preposto alle vendite cerca di proporre quanto ha ma senza insistenza. Anche in questo va riconosciuta la nobiltà di un popolo. Non esiste l’abitudine di raschiarsi la gola e di sputare ovunque in pubblico.
Le donne sono di solito ben vestite. Lunghi abiti a colori vivaci scendono dai loro fianchi, i loro lineamenti sono dolci come raramente si incontrano in questo Paese. Ci dicono infatti che gli han odiano gli uiguri ma apprezzano le loro donne. Parecchie di loro hanno un velo che va a coprire la testa, mentre alcune anziane usano dei mantelli a maglie larghe come se fosse un burqa. In un certo modo si sentono stranieri in patria in quanto la tradizione impone a chi vuole rispettarla di portare il velo, mentre la polizia, con la scusa d’indentificare le persone, le ferma e le costringe a levarlo. Questa viene vista come una violazione in quella che considerano la propria terra, non avrebbero problemi a rispettarla qualora si trovassero all’estero.
Nel reticolo di vicoli dell’animatissimo bazar s’incontrano le genti più svariate: uiguri, kirghisi, cinesi e turcomongoli. Li si può riconoscere dagli zucchetti che portano: quelli bianchi appartengono agli hui, quelli verdi sono degli uiguri, i neri sono kazaki, mentre quelli rossi appartengono a gente che viene da fuori (kirghisi). Non potendo essere lavati vengono indossati dei sottocappelli.

Pernottamento: KASHGAR – Yambu Hotel


 

Day 13 : dom. 2 settembre 2012

A Kashgar il tempo sembra essersi fermato all'epoca della Via della Seta: ma ancora per poco!

Nella prefettura di KASHGAR il 72% della popolazione è uigura, il 4% sono pastori kirghisi o tagiki, il resto sono han. In tutto sono 280.000 abitanti. La città sorge a 1260 mt di altitudine tra i massicci del Tien Shan a nord (che dividono i bacini della Zungaria e del Tarim) Pamir a est e più spostato a sud il Karakorum. Non a caso Kashgar significa “punto d’incontro tra le genti”. Fu un centro carovaniero strategico lungo la Via della Seta all’incrocio delle piste che, contornando a nord e a sud il deserto del Taklamakan, collegavano la Cina all’Asia Centrale. Si può dire che qui iniziava la circumnavigazione del deserto che si apriva o chiudeva a Dunhuang. Nell’epoca in cui i mercanti percorrevano la Via della Seta, il viaggio da Xi’An a Kashgar richiedeva almeno 5 mesi. La prefettura di Kashgar confina con 5 Paesi e questo contribuisce ad aumentarne la strategicità politica. Tre di queste frontiere sono aperte (Pakistan, Kirghizistan e Tagikistan) mentre quelli con India e Afghanistan sono chiuse.
La maggioranza della popolazione è ancora uigura. In tempi recenti vi è stata un’immigrazione pari al 25% di han. Dopo la presa di potere negli anni ’50 si trattava perlopiù di carcerati mandati in esilio. Vivevano qui in isolamento ed erano costretti a lavori duri, ma potevano comunque spostarsi liberamente nella zona. Altri vennero incentivati e, viste le condizioni di vita ed ambientali, chi poteva ritornava da dov’era venuto. Attualmente, grazie ad un certo benessere che è arrivato fin qui, chi vi arriva riesce a trovare un ambiente più favorevole. Fa sempre molto caldo in estate e freddo in inverno ma nel complesso le condizioni sono accettabili. Il governo centrale ha investito parecchio, facendo arrivare l’autostrada nel 2007 e cercando di industrializzare la zona. L’errore è stato quello di non considerare che questa è un’oasi e che le risorse sono limitate. Innanzitutto l’acqua: a Kashgar scendono 15 mm di pioggia l’anno, pertanto tutta l’acqua deve arrivare via scorrimento dalle montagne oppure dal sottosuolo. Questa può essere molta ma non può sopportare un’industrializzazione sfrenata. In secondo luogo stanno venendo a mancare le risorse alimentari: la conversione di terreni agricoli in industriali crea la riduzione delle già limitate terre fertili con conseguente decremento dei raccolti, nonché l’aumento di prezzo delle derrate, in alcuni casi perfino triplicato.
Vicino al centro, di fronte ad una vasta piazza campeggia la statua di Mao. In Cina ne resistono poche e questa sembra essere quasi una beffa per gli uiguri che si vendicano dicendo che serve per fissare le adunate dei piccioni. Piccioni che lasciano irriverentemente il loro ricordo sul berretto del Grande Timoniere.
Con la nostra guida facciamo un giro per il bazar che in parte avevamo già visto da soli ieri sera. In realtà ieri abbiamo accumulato le domande e oggi cerchiamo le risposte. Stupisce vedere molti studi dentistici, che si presentano come dei negozi con accesso immediato alla poltrona. In questo si confondono quasi con gli onnipresenti barbieri. Sebbene il Profeta abbia prescritto di curare l’igiene personale, qui pare che non siano molto ligi e che per conseguenza creino molto lavoro per i dentisti. Vediamo inoltre delle sorte di cateteri intagliati in legno per bambini, i quali vengono fasciati e costretti a mantenere la posizione durante la notte. Una cosa particolare che ci lascia quantomeno perplessi è la vista di bambini col sedere scoperto in braccio ai genitori. Un’alternativa al pannolino. Al mercato sono esposti dei piccoli serpenti essiccati da usare come medicamento, mentre i pipistrelli o tartarughe secche servono solo come attrazione.
Il centro storico è in corso di totale trasformazione: le vecchie case vengono abbattute per lasciare il posto a nuove costruzioni. Prima le abitazioni erano costruita in terra mista a paglia mentre ora sono in cemento o mattoni con un rivestimento che richiama la tradizione uigura. Fortunatamente lo stile rimane quello precedente e l’impatto dovrebbe risultare minimo. Quello che stupisce è la contemporaneità di queste ristrutturazioni: sembra che tutto debba essere abbattuto e riscostruito allo stesso tempo. Ovunque si vedono cantieri e macerie. L’impressione è quella di trovarsi di fronte alla fase successiva a quella di un terremoto. Forse il terremoto c’è stato davvero e il suo epicentro si trova a Pechino. Ancora una volta il governo impone di rifare le case, offrendo degli incentivi che possono raggiungere anche il 60/70%, ma chi non la disponibilità del rimanente non può che vendere ad affamati speculatori. Il prezzo al mq si aggira sui 10/12 Mn/¥. In tema di eccessi costruttivi, avevamo appreso il caso del proprietario di un hutong a Pechino, il quale si è rifiutato di vendere la sua proprietà perché fosse demolita per far posto ai palazzi, facendo innalzare la casa su un altro edificio tra ai grattacieli. Di solito le autorità non esitano a tirare dritto, ma in alcuni casi accondiscendono alle istanze accompagnate da un regalo.
Entriamo in un laboratorio artigianale di violini uiguri e scopriamo il dettaglio delle finiture. Solo per la decorazione esterna sono necessari da 3 a 25 giorni di lavoro in quanto vengono inseriti dei quadratini neri derivanti da corna di bue e altri per il colore bianco in materiale finemente tagliato.
Un’altra perla dell’artigianato di Kashgar è la costruzione dei rinomati coltellini. Il mercato di questi attrezzi è tuttavia in calo a causa del divieto di portarli in aereo (sembra che non possibile nemmeno nel bagaglio da imbarcare). Per contro, a seguito delle difficoltà che si incontrano a visitare Paesi come Pakistan o Afghanistan, i commercianti importano tappeti che vendono in questo luogo più tranquillo.
Su una lato della piazza principale si vedono molti uomini assiepati: sono dei lavoratori che hanno terminato la loro stagione nei campi (soprattutto coltivazioni di cotone) e vengono in città per cercare lavoro a giornata. Questa parte della piazza serve da ufficio di collocamento improvvisato dove se va bene vengono assoldati a fare i muratori per qualche giorno. Essendo in vigore il divieto d’assembramento per evitare i tumulti già vissuti in passato, i poliziotti sono intenti a parlamentare per disperdere il fitto gruppo di persone in attesa. L’elevato tasso di disoccupazione viene addirittura beffato dal divieto di trovarsi in un dato punto nel tentativo di cercare lavoro.

Arriviamo alla Moschea Id Kah. E’ la più grande della Cina, può ospitare 20.000 persone ed è quasi certamente la più attiva nel Paese. Costruita nel 1442 da Saqsiz Mirza nel luogo in cui erano sepolti i suoi genitori. Non potendo raggiungere la Mecca a causa dell’impedimento creato dai Persiani ha usato i soldi per costruire la moschea. Si può anche sentire il richiamo alla preghiera risuonante nel centro cittadino, un suono raro in Cina. Alcuni giorni fa, in occasione della fine del Ramadan si sono radunate di fronte alla Moschea più di 60.000 persone. Attualmente anche qui sono in corso dei lavori e stupisce vedere muratori han in questo luogo dove sarebbe più logico vedere degli uiguri.
L’islamismo che c’è qui è tollerante ed è vero che per le strade si trovano sia donne col burqa che ragazze con la minigonna. Sono di orientamento sunnita di suola sofita, il che li rende meno inclini al fondamentalismo.
Allo stesso tempo la Cina ha l’interesse a mantenere la regione sotto scacco in modo totale senza consentire la benché minima opposizione o dissenso. A parte la geografia che lega il confine meridionale dello Xinjiang con quello settentrionale dei Tibet, un irredentismo uiguro non farebbe altro che innescare il secondo con conseguenze difficili da immaginare. Pur partendo da storie e presupposti diversi con religioni assai distanti fra loro, le due regioni formano un’estensione enorme e contengono nel loro sottosuolo ricchezze alle quali la Cina sta iniziando ad attingere. Non ultimo, pur essendo perlopiù aree impervie rappresentano una valvola di sfogo all’emigrazione per la Cina interna sovrappopolata.  
La domenica la gente di Kashgar aumenta di 50.000 persone provenienti dalle aree circostanti per il Bazar domenicale. Migliaia di contadini con carri e pecore arrivano dalle campagne per il grande appuntamento. Il realtà i mercati sono due: il più interessante è sicuramente quello del bestiame che si tiene intorno ad Aizilaiti Lu, a est del Tuman River.
I pastori o commercianti arrivano verso le 10,30 ora locale. Quando arriviamo il mercato è già allestito secondo gli ordini, ma altri camioncini carichi di bestiame fanno ancora la fila per entrare: lungo il perimetro si allineano i chioschi che cucinano (Foto2), nella zona espositiva si trovano prima i bovini, quindi le pecore e le capre. Verso il fondo gli asini, yak e un solo cammello. E’ particolare vedere le pecore allineate da un lato e dall’altro di una corda. Ci sono tre tipi di agnelli: del nord Xinjiang e quelli di montagna il cui valore si aggira sugli 800 ¥, quelli di città che vengono venduti a 1000/1200 ¥. Si tratta di bestie di circa un anno e tutte quelle acquistate finiscono alla macellazione, fatta eccezione per i piccoli che vengono comprati in primavera e portati a crescere in montagna. Siccome il prezzo è soggetto a fluttuazioni, se gli allevatori non sono contenti tornano le settimane successive nella speranza di realizzare qualcosa in più.
Il mercato che si tiene in città (non quello di tutti i giorni nel centro storico) ha ormai perso parecchio del suo significato a causa dell’invasione di prodotti cinesi. Resta comunque interessante per le dimensioni (una sorta di città nella città) e per la varietà delle merci esposte. I chioschi che vendono stoffe, tappeti e le immancabili spezie sono particolarmente belli in quanto riccamente colorati. Attirano invece l’attenzione i negozi che espongono elettrodomestici, che rappresentano otticamente una vera stonatura rispetto al resto del mercato.
Dopo un frugale pranzo in un splendido ristorane uiguro ci rechiamo all’aeroporto per iniziare la serie di voli che ci riporterà a Milano. Non prima però di aver visto il più grande cimitero uiguro. Si trova lungo la via e costituisce per noi l’occasione per congedarci da questa società. Di solito non vi sono iscrizioni di nomi o date in quanto i famigliari ricordano molto bene dove sono le tombe dei loro cari: dopo la preghiera del venerdì i musulmani devono recarsi al cimitero con una manciata di grano o mais a ricordo dei morti. Un altro elemento che li differenzia dai cinesi è la mancanza di superstizione o scaramanzia e questo ne influenza anche gli aspetti religiosi. Sembra che i cinesi abbiano bisogno di idoli piuttosto che di un Dio.
Sebbene piccolo, l’aeroporto è moderno e funzionale, particolarmente se si tiene in considerazione la posizione periferica che attualmente riveste Kashgar. Ed è proprio da qui, nel cuore dell’Asia Centrale, che ci congediamo da questa cultura tanto antica quanto orgogliosa per rientrare a Pechino via Urumqi in quasi 5 ore nette di volo. Che fossimo distanti dalla capitale l’avevamo avvertito forte e chiaro. Chissà se potrà essere così ancora fra qualche anno?

Volo da Kashgar a Urumqi (CZ6806 - 14:50-16:30) e proseguimento per Pechino (CZ6909 - 20:00-23:25)

Pernottamento: PECHINO – Holiday Inn Express Minzuyuan



Day 14 : lun. 3 settembre 2012

Rientro nella realtà. E a seguire a casa...

Poco prima d’imbarcarci sul volo per Mosca andiamo ancora a vedere uno scorcio del Villaggio Olimpico: il Nido d’Uccello, lo stadio Nazionale di Pechino è il segno più evidente delle Olimpiadi del 2008 ed ha ospitato le cerimonie di apertura e di chiusura. Water Cube è il centro di nuoto nazionale, con le bolle che escono in superficie, la sua forma richiama la struttura dell’ “H2O”.