Day 10. - 23 ago 08


Direzione sud-est fino a Tsetserleg, città giardino malriuscita di un popolo nomade

Stamattina il fuochista si presenta in ritardo ma il freddo è in qualche modo gestibile. La guida resta addormentata e dopo colazione dobbiamo attenderlo per tre quarti d’ora prima di partire. Cosa che avviene alle 9.10 h. Il Paesaggio dell’Arkhangay è meno bello di quello dell’Huvsgul. Gli altipiani sono più piatti ed il paesaggio diventa più monotono, mentre l’erba assume tinte più giallastre, significativo di come sia più arido. I boschi lasciano lo spazio a praterie sterminate mentre spariscono i torrenti. Il cielo risulta velato anche se non ci sono dubbi in merito alle precipitazioni.

Ci fermiamo per vedere la gola formata dal fiume Chuluut, un vero canyon scavato dal tempo. Nelle vicinanze si trova il Zuun Salaa Mod, l’albero dei cento rami, ricoperto di sciarpe di preghiera ed offerte di vario genere lasciate in giro, il cui modo disordinato non può che essere accostato ad un grande mucchio d’immondizia. A metà mattinata facciamo uno stop in una ger di nomadi, come la fermata che faremmo per prendere un caffè al bar. Sembra quasi d’essere invadenti ma il costume e quello, inoltre tanto noi che gli accompagnatori lasciamo dei regali quando non un contributo in denaro. Del resto questo è l’unico modo per renderci conto della vita che fanno gli indigeni ed aprirci alle reciproche culture. Anche qui ci accolgono volentieri e ci fanno assaggiare l’airag, il latte di giumenta fermentato. E’ fresco ed ha un gusto acidulo frizzante da poterlo paragonare ad una gazzosa, stante l’inevitabile retrogusto di latte. Il tutto accompagnato dagli immancabili aaruul. Impariamo anche che una volta tolto il burro si prepara l’airag con il latte rimasto, rimestandolo e facendolo così fermentare. Si aggiunge dello yogurt, si rimescola il tutto ed a questo punto ci sono due possibilità: si può farlo seccare ricavandone gli aaruul oppure lo si distilla per produrre lo shimiin arikh, che assaggiamo, gradendone il gusto.

Proseguiamo lungo una strada che dovrebbe essere bella, con tanto di massicciata. In realtà la percorrenza dei mezzi l’ha resa un sobbalzo continuo, quasi che fosse passato un cingolato. Si deve pertanto optare per le piste che scorrono lateralmente, assistendo così allo spettacolo dei veicoli che zigzagano sui fianchi mentre la strada principale è desolatamente vuota. Questa è la provincia dove viene prodotto il miglior airag e ovunque ci sono dei bambini impolverati sui bordi delle strade che offrono la bevanda dentro bottiglie di recupero.

In giro s’iniziano a vedere dei nomadi che smontano le loro ger per spostarle nei campi autunnali. All’ora di pranzo di fermiamo in un’osteria di Ihtamir, molto semplice, dove incontriamo un gruppo di ragazzi partiti con Avventure nel Mondo.

In un conato d’ingenuità chiedo dove siano i servizi ed uno del posto mi indica l’esterno oltre la cucina. Attraverso la cucina prestando attenzione a non essere visto dall’ispettorato d’igiene e cocciutamente cerco i servizi esterni nel perimetro dell’hasha (cortile), quando vedo sbucare alcune ragazze provenienti da oltre lo steccato a destra, mentre si abbottonano i pantaloni. Capisco finalmente che quelli siano i servizi open air per le signore e finalmente vado a fare la pipì oltre lo steccato svoltando a sinistra, in quelli per gentlemen. Bastava pensarci…

Vediamo e documentiamo come si preparano gli tsuivan. Mangiarli dopo aver visto la cucina richiede una certa preparazione mentale, ma ormai siamo avvezzi a certe cose e non ci tiriamo indietro, neanche alla vista delle numerose mosche che ci assalgono. Appeso ad una parete si trova un quadro che offre un paesaggio estremamente familiare e l’istinto ci richiama subito a vederlo più da vicino. E’ proprio lui, il Cervino. E’ grande la soddisfazione di poter ammirare questa immagine in un luogo tanto remoto. Parlando con i locali, nessuno di loro sa di quale montagna si tratti. Piace semplicemente per la sua forma e non si può certo dargli torto. Ci era già capitato in Canada, nel lontano Quebec settentrionale, di vedere un quadro raffigurante la stessa montagna. Allora si trovava in un B&B di ricchi anziani ed era una pittura su un quadro ben più grande. Ma è sempre lui!

Ripartiamo per una rapida fermata al Taykhar Chuluu, una formazione di roccia che nemmeno gli scienziati riescono a spiegarsi perché si trovi in quel punto. E’ ovviamente ricca di leggende e di graffiti. Nelle vicinanze sta per aver luogo una corsa di cavalli (Naadam) e c’è parecchia trepidazione, con diversi turisti intenti a guardare il pubblico!

Consumiamo gli ultimi 25 km, con nostra sorpresa vediamo che sono asfaltati. Il piacere resta tuttavia effimero, dopo pochi km ricomincia lo sterrato e dura fino a Tsetserleg. Cerchiamo un hotel in questa città che la traduzione letterale vuole che si chiami “giardino”. In effetti lo spazio per le aiuole ci sarebbe anche, ma è tutto pieno di erbacce. Gli steccati sono ormai divelti e gli alberi crescono come par loro meglio. Troviamo la sistemazione alberghiera, che ci fa rimpiangere le ger.

Visitiamo il museo Zayaiin Geegenii, costruito nel 1586. Si tratta di un antico monastero che ospitava oltre 1000 monaci, è stato chiuso e riaperto come museo. Almeno questa trasformazione lo ha salvato dal sicuro abbattimento dell’ateismo sovietico. E’ in parte dedicato alla storia dell’aimag con un’antica ger ed una serie di utensili che ci aiutano a capire la vita di un tempo. L’altra parte è smodatamente propagandistica con bandiere del passato regime, foto di rivoluzionari, slogan vari ed una kermesse di oggettistica filocomunista. La propaganda è sì contro il capitalismo ma prende soprattutto di mira i lama, contro i quali il regime aveva scatenato le sue ire. L’opera di convincimento circa la bontà dell’ideologia comunista passa anche attraverso il primo mongolo andato nello spazio con una capsula sovietica. Il tutto sta andando in disfacimento senza che alcuno si preoccupi anche semplicemente di riappendere i quadri caduti. Almeno in questo contesto la decadenza non ci dispiace affatto e riteniamo la visita culturalmente costruttiva.

Visitiamo il mercato locale, anch’esso in parte raccolto dentro i containers. E’ di rilievo un banchetto che presenta ricambi meccanici per auto e moto, cannibalizzati da veicoli fuori uso. Un sistema intelligente di rottamazione e riciclaggio nel contempo. Torniamo in prossimità del museo per salire ad un tempietto abbandonato da cui si ha una bella vista sulla città e dintorni. Nel centro avvistiamo diversi maiali che passeggiano liberamente sui marciapiedi con la stessa tranquillità dei pedoni.

Dal momento che i due ristoranti indicati dalla guida sono chiusi ceniamo in hotel assaggiando il maiale, probabilmente parente di quelli che abbiamo visto poco prima in centro. Chiediamo un caffé e ci viene servita una tazza d’acqua calda con una bustina contenente un prodotto chimico di matrice americana. Si chiama “3 in 1” e comprende caffé, latte e zucchero. Optiamo per un tè ma mancano le bustine. Rinunciamo e dopo cena ci sfidiamo in una partita a bigliardo, godendoci infine la stanza dell’hotel: le due prese sono staccate dal muro (probabilmente per poter verificare che i fili non siano spelati), aprendo un astuccio che credo contenga il sapone esce invece un preservativo (sulla parete opposta ci sono due etichette adesive che spiegano in cirillico come vanno calzati), il rubinetto per la vasca e per il lavandino è unico e va spostato all’occorrenza, mentre il tubo della doccia sprizza acqua da tutte le parti.

Tsetserleg - (Zamchin hotel)