Day 2. - 15 ago 08


Verso nord fino ad Amarbayasgalant,dove religione e natura si fondono.

Lasciamo la capitale in una bella giornata dopo esserci assicurati di aver preso tutto il necessario, anche per i pernottamenti in tenda. Si parte in direzione ovest per proseguire successivamente verso nord. Ulan Bataar si trova infatti ornata da montagne nella zona settentrionale e da alte colline in quella meridionale, estendendosi pertanto in direzione est-ovest. Il traffico è notevole ed il fumo che esce dai tubi di scappamento ci serve come scorta nei giorni in cui dovremo fare a meno dello smog. La periferia è costellata da campi di ger sorti negli ultimi anni in seguito ai numerosi inverni particolarmente freddi (denominati zud) susseguitisi nei primi anni di questo secolo. Sterminando il bestiame di cui vivevano, i pastori si sono trovati a dover affrontare una ben più triste transumanza verso la città. Hanno così ingrossato le fila della popolazione povera, senza un lavoro che possa dirsi tale, disadattati nel dover condurre una vita che non è la loro: quella del pastore in aree rurali. Questo ha incrementato l’uso di alcolici come la vodka, che in principio dovevano servire per limitare il dolore di aver perso tutto, in realtà non ha fatto altro che aggravarne il disagio. Questo alcolico venne iniettato nel tessuto sociale dai sovietici per ammansire la popolazione negli anni ’70 ed è ancora ampiamente diffuso, sebbene da più fonti si afferma che il consumo di vodka sia in declino ed i giovani preferiscano la buona birra di produzione locale. Troveremo molti ubriachi, talvolta molesti nei confronti di altre persone, ma mai aggressivi. Anche qui si vede il carattere pacifico, seppure nella piaga dell’alcolismo. Man mano che ci si allontana, i quartieri di ger scompaiono per lasciare spazio alle prime praterie con rare tende isolate: finalmente le troviamo collocate nel posto giusto, quello pensato dalla Natura. Mentre procediamo incontriamo prima il crematorio della capitale e quindi il cimitero. La regola religiosa vuole che i corpi vengano cremati prima dell’inumazione. Sarebbe comunque impensabile sotterrare i corpi nella terra considerando le rigide temperature invernali.

Poco prima di Darkhan svoltiamo verso ovest. Proseguendo in direzione nord, in poche decine di km ci saremmo trovati in Siberia. E’ stupefacente come, pur trattandosi di un incrocio significativo, non vi siano indicazioni di direzione. L’autista fai da te avrebbe sicuramente vita dura non solo nell’orientarsi, ma anche nel scegliere la giusta via. Incontreremo questa mancanza di segnaletica un po’ in tutti gli incroci che troveremo. La strada finora è stata asfaltata sebbene con evidenti buche, ma prendendo per Erdenet migliora. In prossimità delle strade asfaltate si trovano dei caselli che richiedono il pagamento di un pedaggio (di solito sui 5000 T.). La velocità media si aggira sui 90 km/h. Ci fermiamo per qualche minuto a Hötög, villaggio evidentemente progettato e costruito seguendo lo stile sovietico, dove la nostra guida ha vissuto per 4 anni quando era ragazzino e suo padre faceva il poliziotto. La guida ci spiega di essere per metà di etnia bayad e per l’altra metà khalkha. Sua nonna proveniva dall’aimag (provincia) di Uvs, da dove si è spostata in occasione dell’ultima guerra mondiale, essendo stata dottoressa militare.

Imbocchiamo infine una pista sterrata ed in cattive condizioni che in 35 km porta al Monastero di Amarbayasgalant. In realtà si tratta di due e a volte anche tre piste che corrono parallele ad una distanza di pochi metri e di tanto in tanto finiscono per incrociarsi. Sta all’abilità degli autisti scegliere la migliore per incappare in un numero minore di buche. Questo sistema serve a schivare i mezzi che arrivano in senso inverso e a sorpassarne altri. In questo caso bisogna però centrare la pista più rapida in termini di sobbalzi. Sorpassare qualcuno significa anche ingerire quantitativi inferiori di polvere a scapito purtroppo di chi sta dietro. Si attraversano frequenti guadi, dove incontriamo parecchie auto impantanate con i passeggeri intenti a spingere per farle uscire dall’acqua. Il viaggio dalla capitale dura in tutto 5 ore, di cui buona parte su strade asfaltate. Ma non è il caso di montarsi la testa: d’ora in avanti lo sterrato rappresenterà quasi la totalità del nostro itinerario.

Il monastero è uno dei più belli ed importanti della Mongolia. Venne costruito fra il 1727 e il 1737 dall’imperatore manciù Kansu secondo i canoni dello stile cinese. E’ dedicato a Zanabazar, primo imperatore-lama, scienziato e grande scultore, la cui salma venne traslata qui nel 1779. Si percepisce fin da subito che i templi hanno un’origine cinese e se ne ha una conferma nel vedere le preghiere nella stessa lingua.

Troviamo il luogo incredibilmente affollato per una ricorrenza religiosa, alla quale si affianca per l’occasione un Naadam (corse a cavallo solitamente montati a pelo e guidati da ragazzini a partire dai 3 anni, che i mongoli considerano lo sport preferito in estate), del quale riusciamo a vedere l’arrivo in volata. Cerchiamo il ger camp, che si trova ca. 10 km prima del monastero. Pranzo sul tardi con specialità locale, i buuz (involtini di pasta ripieni di montone e cipolla cotti al vapore), dal gusto intenso ma eccezionalmente buono. La ger è gradevole e pulita, con servizi esterni, come sempre accade nei ger camps. Ritorniamo al Monastero per visitarne l’interno in un clima gioioso di festa, anche se le celebrazioni sono ormai terminate. Venditori di airag, altre bevande e giocattoli ornano l’ingresso, mentre all’interno un profumo d’incenso pervade l’aria. La tradizione buddista prevede che vengano fatte offerte in onore delle varie divinità, che vanno da piccole somme di denaro agli alimentari (riso, biscotti e pezzi di formaggio). Il tutto conferisce un senso di disordine e sporcizia ai nostri occhi, ma fa parte della tradizione. Capita anche di trovare delle offerte di denaro poste sugli ovoo, senza che nessuno le raccolga.

Si cena al campo con involtini alla coreana e bevendo tè, la bevanda che di solito accompagna i pasti. Le mandrie di bestiame sono molto frequenti ed è bello vedere i cow-boys a cavallo mentre le radunano. Forse è una delle immagini maggiormente rappresentative della vita agreste in Mongolia ed effonde un senso di libertà. Il che, per contrasto, spiega il disagio che questi uomini provano queste persone a vivere in città.

Visitiamo anche i dintorni del monastero, salendo su una collina la cui cima è arricchita da ovoo e bandierine tibetane, per ammirare il paesaggio dall’alto. In effetti la vista del Monastero di cui spicca il colore rosso in mezzo al verde delle praterie circostanti e delle basse montagne che si elevano tutt’attorno, offre un panorama incantevole.

 
 Amarbayasgalant – (Amarbayasgalant ger camp)