Day 3. - 16 ago 08


Il nord fra cerimonie sacre nel tempio ed i primi contatti con la Mongolia rurale

La notte scorre via fresca e la coperta spessa ci torna assai utile. Alle 8,45 ci troviamo già ad Amarbayasgalant per vedere le cerimonie nel tempio. C’è molta gente che si accalca, mentre all’interno i monaci intonano i loro canti di preghiera. Un’abbondanza di dolci, riso ed altri alimenti stanno a significare le offerte verso le divinità. L’atmosfera è impregnata di spiritualità buddista, in un effluvio di colori caldi e nella semplicità caratteristica di questa religione. Il tempo sembra non essere trascorso, e forse non lo è. Effusioni d’incenso si mescolano al profumo dolciastro delle offerte.

Il cielo è sereno, con qualche alta velatura, mentre ci dirigiamo verso Erdenet , la seconda città della Mongolia, con una popolazione di ca. 70.000 abitanti. Ampi pascoli con numerosi vitelli che amano sostare sulla strada. La città ha una marcata struttura sovietica e se non bastasse, a ricordarcelo campeggia un grande mosaico del volto di Lenin sulla parete di un palazzo. Cerchiamo invano di visitare la miniera di rame che essendo sabato è chiusa ai turisti. E’ una fra le dieci miniere più grandi del mondo e da sola produce il 40% dell’export mongolo, consumando quasi la metà dell’elettricità del Paese. Erdenet trae la propria sussistenza unicamente da questa attività. Visitiamo il monumento dedicato all’amicizia mongolo-sovietica: dalle bottiglie rotte deduciamo che serva da ritrovo notturno per gli alcolizzati, i quali implicitamente bestemmiano i sovietici per avere introdotto la vodka. Ne compriamo anche noi una bottiglia per le emergenze di freddo che potrebbero coglierci nei prossimi giorni.

In 60 di km raggiungiamo Bulgan e qui diamo definitivamente l’addio alla strada asfaltata. Pranziamo in un locale dall’arredamento tanto appariscente quanto pacchiano, in cui le mosche la fanno da padrone assoluto. La strada che si apre davanti a noi è già un acconto dell’inferno. Il tutto, se possibile, viene ulteriormente peggiorato dalla costruzione di una strada che in un futuro poco prossimo collegherà U.B. con il nord ovest. Si tratta della cosiddetta Millenium Road. Alcuni scettici sostengono che il nome sia dovuto al fatto che impiegheranno mille anni per costruirla. Le piste che sono nate a fianco sembrano essere state bombardate ed i mezzi pesanti che la frequentano non contribuiscono di certo a spianarla. La polvere è una compagna costante che impedisce il respiro. Incontriamo un camion carico di persone: ci dicono essere dei carcerati che stando andando al lavoro per la costruzione della strada. Anche su questo punto ci rendiamo conto come la Mongolia sia più avanzata delle nostre “democrazie garantiste”. In altri tratti gli appalti sono stati vinti da imprese cinesi, le quali si sono portati dietro i mezzi meccanici e la manovalanza. Di tanto in tanto incrociamo vecchi camion stracolmi di lana ovina.

In questa regione l’etnia dominante è quella buriata, la quale preferisce le costruzioni in legno piuttosto che le ger.

Sullo sterrato iniziamo a vedere i minivan della UAZ, che tutti dicono essere i più affidabili e caratterizzeranno il paesaggio motorio della steppa. Stesso discorso vale per le jeep E69, brillanti per la resistenza, meno per il comfort. Attualmente la gente predilige le jeep giapponesi in quanto sono più comode ed il prezzo delle russe è aumentato fino ad avvicinarsi ad un buon usato made in Japan.

Superiamo il pedaggio sul fiume Sengel, il più lungo del Paese, che da qui deve percorrere ancora un centinaio di km prima di gettarsi nel lago Bajkal in Siberia. Da Bulgan al luogo dove diciamo basta e piazziamo la tenda impieghiamo 3h ½ per percorrere ca. 140 km. In tutto abbiamo realizzato 320 km, grazie sostanzialmente alla prima parte di asfalto. Nell’ultimo tratto, essendo finiti i cantieri per la costruzione della nuova strada, riusciamo a recuperare un po’ di velocità e chiudiamo con una media sui 40 km/h. Il luogo dove piantiamo le tende si trova un decina di km a ovest di Houtag Ondor, in prossimità di una ger nomade, dove abbiamo il piacere di conoscere l’ospitale famiglia composta da padre, madre e un bambino di 5 anni con sua sorella. Ci offrono del tè salato con latte (süütei tsai), che assaggiamo con piacere, biscotti e l’aaruul (cagliata di latte essiccato). Quest’ultimo ha la forma di un biscotto durissimo, è salato ed ha un gusto acidulo destinato a piacere solo al palato di pochi occidentali. Ci dicono che in questo periodo si nutrono essenzialmente di derivati del latte, in quanto la carne andrebbe rapidamente a male se uccidessero degli animali. Finiscono le scorte di carne secca fatta essiccare in precedenza, mentre in inverno potranno sfamarsi con la carne fresca. Le temperature superano di frequente i -30°C. Di regola in un anno la famiglia monta 4 campi in luoghi diversi, possiede 500 pecore e 50 cavalli e possono considerarsi benestanti, sebbene i prezzi che offrono i mercanti di U.B. quando arrivano per comprare gli animali in autunno siano sempre più bassi. I ragazzi vanno a scuola da settembre a giugno e, non potendo rientrare a casa, si fermano in locali dormitorio che la scuola mette a disposizione. Per la prima volta ci imbattiamo nella proverbiale ospitalità della gente nomade e restiamo meravigliati per la disponibilità che dimostrano nell’accogliere dei forestieri. Quanto abbiamo occasione di sperimentare va ben oltre le già lusinghiere informazioni fornite dalle guide che abbiamo letto. Pernottiamo vicino ad un torrente e prima di cena viene a trovarci un pastore con l’immancabile deel (vestito lungo, simile ad un pastrano) a cavallo della sua moto russa. E’ molto simpatico e con lui sfoderiamo subito le uniche due parole di mongolo che conosciamo, finendo in breve la conversazione. Per fortuna i nostri accompagnatori riescono ad intrattenerlo meglio. Sta tornando a casa, che si trova ad una ventina di km. Vanta di distillare la migliore vodka ricavata dal latte (lo shimin arikh) e ci invita a berne quanta ne vogliamo. La cena avviene al lume di una splendida luna piena, mentre il freddo cala sull’ambiente circostante e s’impossessa delle nostre membra. Bere qualche birra o tazza di tè in più si rivela assai imprudente a causa dei disagi legati alle frequenti uscite verso la toilette. Uscire dal sacco a pelo nel cuore della notte non è una esperienza granché tiepida, ma consente tuttavia di ammirare il silenzio della steppa mentre si espletano i propri doveri fisiologici.

Hutag Ondor soum – (tenda)