Day 4. - 17 ago 08


Gli altipiani che portano a Huvsgul, a poca distanza dal confine con la Siberia.

Continuiamo lo spostamento verso Huvsgul sotto un sole che di tanto in tanto si cela dietro un sottile velo di nuvole, ma basta questo per irrigidire immediatamente la temperatura. Andy ci fa notare come Gengis Khan abbia sempre cercato di tenere i mongoli lontano dagli alcolici per evitarne le nefaste conseguenze. Paradossalmente, quasi oltraggiosamente, ora esiste addirittura un marchio di vodka che porta il nome e l’effige del valoroso condottiero medievale. Fin dai primi giorni ci stupisce l’insensibilità ecologica dei mongoli nel lasciare in giro i rifiuti. Vengono semplicemente abbandonati nel luogo in cui non servono più E’ così che lungo le strade si trova ogni genere di immondizia, con forte prevalenza di bottiglie di alcolici. Anche nei giorni a venire resteremo stupiti di come un ambiente così bello venga deturpato da rifiuti lasciati ogni dove. A stupire non è tanto la scarsa igiene che si vede all’interno delle ger, non molto diversa da come vivono i nostri montanari: non sarebbe del resto possibile mantenere tutto lucido in un ambiente simile, e nemmeno avrebbe senso. E’ piuttosto l’indifferenza con la quale lasciano ogni genere di rifiuti sul terreno pubblico, senza curarsi almeno di ammucchiarli da qualche parte. Il tutto peggiora poi nelle città e nelle loro periferie.

Sveglia alle 7 e partenza verso le 9.30 dopo aver fatto colazione a base di salumi, purée, cipolle fritte ed impacchettato le tende.

Alcuni pastori stanno portando una capra al macello. Sembra una processione, uno tira la capra, mentre un altro segue con un contenitore dove versare il sangue. Ci viene riferito che le capre sono animali molto intelligenti, pertanto si rendono conto e scalpitano quando è stato deciso il loro momento finale, diversamente dalle pecore che conservano così la mansuetudine fino al termine della loro vita. Il paesaggio che ci scorre di fianco sembra austriaco, un altopiano alto sui 1300 mt, ricco di lariceti e verdi pascoli. Un cow-boy dorme coricato per terra a pochi metri dalla strada mentre il suo cavallo attende il risveglio del padrone. Alcuni ragazzini cercano di fermare le poche auto per vendere i mirtilli appena raccolti. Li conservano dentro dei barattoli e, non appena riescono a venderne uno, lo versano dentro una borsa. Il vuoto è prezioso.

Fermata per sosta idrica a Ih Uul, dove vediamo da fuori un tempietto buddista. La giornata diventa più grigia man mano che saliamo di quota, mentre il verde intorno resta lussureggiante. La pista di tanto in tanto corre nel letto del torrente in secca. Anche qui, come già visto in Australia, si trovano tutta una serie di alberi che ornano i torrenti, i quali si riempiono solo in occasione del disgelo primaverile. Prima di arrivare a Mörön prendiamo anche qualche goccia di pioggia. Quando arriviamo in città il cielo tende a schiarirsi. Oggi è domenica e molta gente frequenta il mercato, che di solito si chiama mercato dei container, visto l’abbondante uso che ne viene fatto per adibirli a negozio. Un paio di ubriachi si regge in piedi a vicenda, mentre altra gente ben vestita mette in mostra il deel della domenica. Stante il tempo incerto e l’ora non tarda, decidiamo di puntare immediatamente su Khatgal e quindi alla nostra ger sul lago Huvsgul, saltando il campo tendato previsto per stanotte. Si prende una pista che dopo qualche tempo diventa sempre più esile fino a scomparire, in cerca di nuove emozioni più panoramiche. In effetti quello che vediamo riempie la vista e ci fa sembrare meno dure le asperità del terreno. Sono molti gli animali che pascolano nella prateria, fra i quali spiccano i primi yak, animali che esigono temperature fresche anche in estate, e gli hainek, ibrido fra lo yak e la mucca, dal pelo leggermente più corto rispetto al bovino dalle lunghe frange. Su questi altipiani a quota 1900 mt. si vedono ancora delle ger, che ci tornano utili per ritrovare una pista, quando ormai pensavamo d’averla persa definitivamente. Essendo un Paese privo di indicazioni stradali, con poco traffico, ma con un intenso reticolato di piste poco battute, le informazioni presso le ger sono di vitale importanza. Del resto più di metà della popolazione mongola vive in questo tipo di casa. E’ così che ci fermiamo presso una gentile signora, la quale ci spalanca la porta di casa sua e ci offre aaruul di pecora e di yak, nonché lo tsuivan, tagliatelle tagliate a mano con carne di montone sminuzzata ricca di grasso e cipolle soffritte. Il tutto è offerto in una scodella, che successivamente viene sciacquata alla buona per versarvi il tè col latte. Il gusto è molto buono, nonostante la rusticità di tutto quanto ci circonda. Non nascondo che non sia stato facile ingoiare i primi bocconi, ma non si può e soprattutto non si deve rifiutare quanto viene offerto con tanta gentilezza. Prima di offrire del cibo a noi la signora ha messo un po’ di tsuivan in una scodella e l’ha posto su uno scaffale per le divinità, prima ancora ne aveva messo qualche briciola nel fuoco a ricordo dei morti. Una volta fatta l’abitudine anche al gusto misto fra selvatico e dolciastro del montone, non ci sono più stati problemi per il resto del viaggio. La famiglia possiede 400 animali, soprattutto capre e yak. Sono di etnia dharkad, che vivono soprattutto nel Khuvsgul settentrionale, in condizioni che in inverno pochi potrebbero sopportare (ci dicono che le temperature raggiungono i – 40/45°C.). Effettuano 4 migrazioni all’anno. Stanno attendendo il rientro della figlia che studia a U.B. per la migrazione autunnale. L’accoglienza particolarmente calda è anche dovuta, oltre alla proverbiale generosità di questa gente, al fatto che eravamo i primi stranieri ad entrare nella loro ger. Uscendo vediamo un bottiglia di plastica da 2 lt. appesa e rovesciata, con il fondo tagliato. E’ un “lavandino” che si riempie e si apre leggermente il tappo per far scendere l’acqua nella quantità desiderata. La quota sui duemila mt. rende il clima frizzante ma, come per incanto, rispunta il sole e troviamo anche una pista che porta indicativamente nella direzione desiderata. Ci raccordiamo infine sulla strada principale che conduce a Khatgal, senza peraltro che questo ci consenta di aumentare la velocità di crociera, stante i continui sobbalzi. Ci lasciamo alle spalle Khatgal mentre il sole sta tramontando e costeggiamo il Lago Huvsgul passando sul lato occidentale. Anche qui la strada è infame a causa della costruzione di nuova arteria che in futuro raggiungerà comodamente i campi ger dislocati lungo il lago. Arriviamo al nostro campeggio quando sono ormai le 21 ed il buio ha avvolto le foreste che lo circondano, mentre la luna sale ad illuminare il lago come in un film. La cena è servita quasi fossimo in un ristorante d’elite, ma fortunatamente i piatti non hanno la stessa ricercatezza. Non c’è corrente nella nostra ger e leggiamo qualche riga sul programma di domani all’esile lume di una candela prima di assopirci.

Huvsgul - (Nature’s door ger camp)