Day 9. - 22 ago 08


Strade difficili ma gente semplice e cordiale nel trasferimento verso il Vulcano Khorgo

Sebbene dormire sia poco più di un’opinione, quando fuori inizia a vedersi il chiaro pare un miracolo. Esco fuori dalla tenda, e quindi dall’ovile cercando di muovere le membra lentamente, come se mi trovassi di fronte ad un disgelo corporeo. Inizio a camminare verso l’alto della collina come spinto da una necessità superiore. E’ quella di rimettere in circolazione un po’ di sangue. Raggiungo una modesta elevazione e mi metto a correre all’impazzata per ristabilire un minimo di tepore corporeo. Il raffreddore che era incipiente fino a ieri è diventato una vera e propria realtà. Il sole sta per sorgere imperioso e freddo, mentre il silenzio e le dolci ondulazioni delle colline ci parlano dei tempi in cui questi luoghi erano battuti dalle orde di Gengis Khan. Dopo pochi minuti mi raggiunge Bruna ed insieme commentiamo i rigori della notte. Osserviamo stupiti i nomadi che iniziano le loro attività mattutine riportando le greggi al largo e mungendo gli yak. Ci pare incredibile come questa gente possa muoversi con noncuranza del freddo, anzi, quella che per noi è una mattinata gelida, per loro è semplicemente l’inizio di una giornata estiva. L’inverno deve ancora venire, e sarà cosa ben diversa da quella che noi soffriamo adesso. Kambah ci dice che quando è uscito ha dovuto grattare il ghiaccio che si è formato sul parabrezza.

Nel frattempo gli accompagnatori hanno preparato la colazione all’esterno e Kambah ci offre una scena che fino a pochi giorni fa avremmo semplicemente definito disgustosa. Ieri ha avanzato una costina di montone e l’ha lasciata sul cofano della jeep, tant’è che mi faccio la figura di chiedere se qualcuno ha anche pensato alla colazione dei cani lasciandola lì. Lui invece la prende e ne spolpa la carne avvolta di grasso, lasciandola cadere amorevolmente nella tazza del tè. Non avevamo capito, ma ora è tutto chiaro e lo sconcerto iniziale diventa quasi ammirazione.

La giornata è bella e partiamo che sono le 9. Passiamo dai francesi per vedere come sono sopravvissuti, trovandoli svegli da poco ed intirizziti quanto mai. Avrebbero ancora un paio di pernottamenti tenda ma ci chiedono l’indirizzo del prossimo ger camp. L’esperienza gli è bastata e ritengono che ad una prossima potrebbero anche non sopravvivere. La loro guida, una ragazza, ha dormito nella sua canadese e sembra abbastanza reattiva, mentre il loro autista ha accettato di buon grado l’ospitalità offerta dai nomadi.

Si parte in direzione della provincia di Arkhangay. Il paesaggio continua ad altalenare delle belle montagne basse (l’altezza media della Mongolia è di 1580 mt. slm). A poche decine di km dalla partenza vediamo dei cumuli di pietre che sono tombe di epoche antiche, risalenti a oltre mille anni fa. Giungiamo a costeggiare il fiume Ider fino al momento in cui dobbiamo superarlo con un ponte di travi in legno, la cui vista ci gela ancor più della notte appena trascorsa. Prima di attraversarlo ci raccomandiamo a tutti i santi di nostra conoscenza e, una volta giunti sull’altra sponda, alleggeriamo il carico psicologico con alcune foto all’opera dello scampato pericolo. Vediamo dei boschi di larici secchi e ci viene detto che la causa sono degli insetti che stanno distruggendo intere vallate. Sembra che sia stato trovato un rimedio ma lo scempio rimane. A metà mattinata ci fermiamo in una gher per un tè salato ed assaggiamo il burro di yak (rinomato per la sua carica di lipidi) con gallette di aaruul. I padroni di casa sono contenti dal momento nel vederci mangiare di gusto. Di solito vedono stranieri molto schizzinosi che avanzano quanto loro offrono gentilmente. E’ proprio il caso di dire che restiamo tutti soddisfatti. Sono ancora nel campo estivo ed a breve si sposteranno in quello invernale. L’ambiente è pulito e pensiamo di sdebitarci della loro generosità regalando loro alcuni oggetti che abbiamo portato all’uopo, in particolare per i bellissimi bambini. A loro volta i nomadi, per tramite delle delicate mani dei loro figli, ci offrono ancora dell’aaruul da portare con noi durante il viaggio.

Risaliamo una vallata per giungere ad un colle, incrociando dei camion, molti dei quali sono carichi di assi in legno e non ci spieghiamo come riescano a resistere nonostante la strada ed il carico. Sono di solito dei vecchi Ural di fabbricazione sovietica; stupisce poi come riescano a scendere lungo i pendii con i rimorchi al seguito. La strada si dipana tra monti e vallate, e dal punto più alto si può godere di un panorama splendido, con boschi di larici che si alternano a praterie. In breve raggiungiamo il bellissimo lago Lago Terkhin Tsagaan circondato da crateri di vulcani spenti, il più "giovane"  dei quali è il Khorgo. Il Vulcano Khorgo ha un diametro di 200m. e una profondità di 100 mt. I torrenti di lava provenienti dal vulcano hanno bloccato il fiume Terkh, formando il lago. Ci sistemiamo nel ger camp quando ormai sono le 13,45, situato a pochi metri dal bacino posto a 2080 mt. di quota, sotto un vento freddo che inibisce l’azione solare. Si pranza nel ristorante del camp con un ragout di carne e patate fritte. Il vento diminuisce leggermente e ci spostiamo di una decina di km per vedere il cratere del Khorgo. Facendo il giro lungo il bordo del cratere il vento è molto forte ma la vista è appagante del sacrificio. Rientriamo per fare qualche foto dall’alto del ger camp ed un po’ di relax prima di cena. Facciamo la conoscenza con una coppia di genovesi ed una guida che parla italiano. Si chiama Zulaa ed è una studentessa ventiduenne appassionata dell’Italia tanto da studiare la nostra lingua all’università di U.B. Ci offre quella che qui chiamano la vodka mongola, ovvero latte fermentato con una gradazione di ca. 12°. Della vodka ha solo il colore trasparente ma è buona, anche se conserva sempre un retrogusto abbastanza marcato di prodotto caseario. Nel frattempo arrivano anche i francesi, ben contenti di non dover più campeggiare in tenda. In televisione c’è una semifinale di box alle olimpiadi, che vede vincere il concorrente mongolo e qualificarsi per la finale. Una passeggiata digestiva mentre il vento si sta chetando e riassaporiamo il piacere di dormire in una ger calda.

Terkhiin Tsagaan - (Maikhan Tolgoi ger camp)