Day 1. - 14 ago 08


U.B.: la capitale più fredda del mondo, dove il DNA nomade cerca di adattarsi alla vita urbana

Che il viaggio costituisca in qualche modo un’avventura e che dobbiamo prepararci a qualche disagio lo percepiamo fin dall’inizio, quando ci imbarchiamo sul Tupolev M154 in partenza da Mosca con destinazione Ulan Baatar. Sebbene la compagnia sia quella di bandiera russa, il velivolo presenta tutte le caratteristiche del relitto di stampo sovietico. Prima di partire ci viene imposta una vera sauna, un’ondata di calore si abbatte su di noi per provare la tempra dei passeggeri arrostendoli all’interno della fusoliera.

Al di là delle pessimistiche previsioni il volo è invece regolare ed arriviamo sostanzialmente in orario nella capitale mongola. L’aeroporto è piccolo ma funzionale. La pista sarà pure in leggera salita come dicono le guide ma non è assolutamente da brivido, non fosse per l’aereo col quale stiamo per toccare terra.

Sbrighiamo in fretta le formalità doganali ed incontriamo la nostra guida, di nome Andy. Fuori ci attende invece l’autista Kambah con un Land Cruiser 3.0, che nei prossimi giorni ci convincerà sulla bontà del marchio Toyota, ben più di una pubblicità con star avvenenti.

La strada che ci porta in città mostra Ulan Baatar al suo risveglio in una giornata qualsiasi: dinamica sui cartelloni pubblicitari in prossimità dello scalo, ma assai triste nelle baracche che recingono il centro. La città è costruita a nord del fiume Tuul e circondata da deliziose montagne. Il centro ostenta una modernità recente, all’esterno sorgono dapprima edifici d’epoca e stile sovietici, mentre la periferia si sta rapidamente ampliando con accampamenti di gher (tende in feltro di forma circolare), attratti dalle false chimere della città. Con questo genere di abitazioni la migrazione è resa più agevole che altrove.

Ci rechiamo all’Hotel Michelle, localizzato nella zona centrale, in prossimità alle ambasciate cinese ed indiana. E’ un buon hotel, privo di lussi inutili, che contrasterebbero con la realtà locale, con quanto ci aspetta e quanto intendiamo vivere. Lasciamo la valigia più grande in hotel con dentro quanto non strettamente necessario per la vita country e siamo pronti ad iniziare il viaggio, partendo doverosamente dalla visita della capitale.

Il cardine è senza dubbio piazza Sukhbaatar, dedicata all’eroe nazionale a cui la Mongolia deve l’indipendenza dalla Cina nel 1921 ma contemporaneamente anche la sudditanza verso l’Unione Sovietica. La Piazza presenta al centro un monumento equestre dell’eroe. Sul lato nord l’edificio ornato da un colonnato è la sede del Parlamento, che per ragioni di razionalità è anche sede del Presidenza della Repubblica e del Governo. Al centro del colonnato si trova la monumentale statua di Gengis Kahn seduto, il vero mito della Mongolia. Del resto il regno più vasto mai esistito è proprio il suo ed ogni cittadino lo sa e se ne fa vanto. Specialmente ora che sono diventati cittadini e non sono più sudditi. La Piazza è il cuore pulsante della città e dell’intero Paese. Qui si riunisce la gente tanto nei momenti di gioia che in quelli più tristi, a prescindere dalle temperature. Ai primi di luglio ci sono stati dei tafferugli a seguito della contestata vittoria degli ex comunisti nelle elezioni parlamentari. Le accuse di brogli hanno portato all’incendio della sede del partito e all’uccisione di 7 manifestanti da parte delle forze dell’ordine. 700 persone sono state arrestate, mentre 200 si trovano ancora in carcere con l’accusa di sedizione. Le indagini sono attualmente in corso per capire la fonte delle proteste, ritenendo che il progetto destabilizzante abbia radici all’estero. Anche qui sembra che i Democratici siano sponsorizzati dagli americani, mentre gli ex comunisti dovrebbero essere fedeli all’ex alleato. In giro si vedono ingenti forze dell’ordine tese a mantenere la stabilità difficilmente ripristinata dopo gli scontri del mese scorso. Resta comunque il fatto che il Paese si sta sviluppando rapidamente: si vedono molte costruzioni nuove ed il centro presenta cantieri ovunque. Alcuni progetti sono molto arditi e sembrano persino contrastare con lo stile orientale. Proseguiamo verso est, dove sorge la sede del PRMR data alle fiamme, di fronte alla quale è rimasta al suo posto in tutti questi anni la statua di Lenin. Ormai rimossa dalle piazze e dalle menti di tutti i Paesi satelliti ed in primis dalla Russia, resiste invece qui per non si sa quale ragione. Ma di questo proveremo a fornire una risposta più avanti.

La nostra guida ci spiega come esista ancora un servizio d’intelligence molto efficiente che ascolta attentamente le critiche al regime. I politici cercano di rimanere al potere per usufruire degli innegabili vantaggi derivanti dalla lottizzazione delle risorse. In particolare sulle concessioni edilizie nella capitale e sulle concessioni minerarie. Dopo il crollo dell’URSS il partito comunista è riuscito a risorgere dalle proprie ceneri tornando al potere con elezioni che almeno nella denominazione sono state democratiche. Hanno governato decentemente per alcuni anni sfruttando la conoscenza nell’amministrazione l’apparato burocratico. Quando i mongoli hanno scelto un nuovo governo, l’inesperienza di chi è stato a lungo all’opposizione ha fatto sì che diversi esponenti venissero invischiati in storie di corruzione. L’avidità del potere ha sopraffatto chi per anni aveva criticato gli stessi reati di cui si è poi macchiato. Il risultato è stato il ritorno dell’ancièn régime, confermato seppure di poco nelle ultime elezioni.

Andy ci informa anche che i mongoli sono molto superstiziosi e pertanto in alcuni giorni si astengono dal compiere determinate azioni, oppure osservano rituali religiosi al fine di non incorrere nelle punizioni divine. Va detto che il buddismo mongolo è sì di origine tibetana (quindi lamaista o dei berretti gialli) ma è anche impregnato dallo sciamanismo. Sebbene questa religione sia propria delle regioni nordiche confinanti con la Siberia, le influenze sono state molte. Valga per tutte la presenza degli ovoo (Foto). Un’integrazione avvenuta col passare dei tempi che ha permeato una dottrina tollerante come quella buddista. Altro segno distintivo sono gli hatag, le sciarpe celesti (o talvolta gialle) di derivazione lamaista e sciamaniche che vengono issate su dei pali al centro degli ovoo o in altri posti ritenuti significativi o meritevoli di protezione, quale ad esempio l’interno di una vettura. Rispetto al buddismo tibetano qui si dicono più tolleranti, tant’è che i lama possono anche sposarsi. Il leader spirituale della Mongolia è il Dalai Lama, il quale ha già visitato il Paese due volte da quando si è svincolato dal giogo sovietico. Per ritorsione l’ultima volta la Cina ha chiuso le frontiere per una settimana costringendo di fatto la Mongolia ad un isolamento devastante. Ciò ha messo in risalto la dipendenza economica del Paese nei confronti del potente vicino. Il Dalai Lama tiene molto alla Mongolia, poiché è l’unico paese lamaista dove la religione possa essere praticata liberamente, a differenza del suo Tibet. Vede pertanto questo Stato come una testa di ponte spirituale verso il resto del mondo. 

La città in generale non può considerarsi bella: in pieno centro ci sono dei tombini aperti che fungono da grandi cesti per la spazzatura e la condizione dei marciapiedi impone attenzione continua nell’incedere. Le persone che s’incontrano per la strada hanno comunque un’aria ordinata e pulita, a prescindere dal ceto sociale. Anche la moda assume toni sobri secondo i dettami dello stile orientale. Lo smog è padrone in mezzo ad un traffico caotico e dove dovrebbero trovarsi le aiuole non c’è altro che erbacce. Nei giardini all’interno dei monumenti più significativi prosperano solo erbacce e l’incolto. Decisamente il popolo mongolo non ha un grande senso dell’estetica per quanto riguarda gli ornamenti verdi. Tutto questo va detto considerando il nostro punto di vista. Si potrebbe opinare sulla necessità d’avere giardini decorati, quando a poca distanza iniziano paesaggi incantevoli. Esistono molti aiuti da parte di Paesi stranieri (Corea e Giappone in primis ma anche alcuni ricchi Paesi arabi o altri Stati con ricche comunità buddiste). Capita spesso d’incrociare qualche monumento recente o ristrutturazioni: sono tutte sponsorizzate dall’estero. Addirittura il bel palazzo del Parlamento è stato finanziato da un Paese arabo. Pare che se non potesse contare su questi aiuti la Mongolia vivrebbe ancora nelle condizioni in cui l’hanno lasciata i sovietici quando sono partiti ormai 18 anni fa. La loro non va intesa solo come incuria, si tratta piuttosto d’indifferenza totale rispetto all’arredo urbano ed accettano quanto arriva dall’estero come un dono della provvidenza. Lamentano solo che gli occupanti, quando hanno abbandonato il Paese, lo hanno anche lasciato senza industrie e completamente dipendente dall’estero. Infatti l’URSS attingeva risorse e ricambiava con manufatti. Probabilmente la collaborazione forzata ha finito per portare anche dei vantaggi. Essendo più arretrata, questi sono stati sicuramente maggiori di quanto non ne abbia avuti l’est Europa. Resta il fatto che in quel periodo è andato distrutto buona parte del patrimonio culturale e cerebrale di un popolo che ha origini di cui andarne fiero. Finendo un’epoca, la Mongolia si è trovata con delle risorse che non è in grado d’estrarre e senza alcuna capacità produttiva. Non sono pochi coloro i quali rimpiangono i tempi dell’economia assistenzialista, in cui tutti avevano un lavoro e l’eguaglianza ridotta al minimo comune denominatore garantiva almeno di ché vivere. I russi hanno portato delle novità allora sconosciute: se in occasione di insistenti piogge le ger filtravano acqua, il nylon importato aiutava ad impermeabilizzarle. Inoltre l’alleanza col Paese comunista ha aperto le porte verso il mondo alleato. Si riesce a trovare gente che è stata in Europa dell’est o a Cuba e qualcuno che parla perfino tedesco o spagnolo, imparati durante le trasferte negli altri Paesi satelliti. Tutti dovevano imparare il russo a scuola, mentre adesso è una lingua facoltativa. Il regime pensava anche al fitness: ad un certo momento suonava una sirena e tanto gli operai nelle fabbriche che gli impiegati negli uffici dovevano svolgere degli esercizi per mantenere una certa forma fisica che, unita alla scarsa disponibilità di mezzi economici, impediva ai mongoli di ingrassare.

A parte la lentezza che contraddistingue i lavoratori della capitale, nel resto del Paese s’incontra gente indaffarata ma senza stress, intenta a fare il necessario richiesto dalla situazione. L’eccessiva frenesia non serve. E’ invece necessaria la costanza, esserci quando è ora. Darsi da fare per accumulare tesori qui non ha senso. Occorre badare in tempo alle necessità del presente tenendo un occhio rivolto al futuro, senza particolari programmi o strategie. Questo sistema li aiuta a renderli felici di quanto hanno e di goderne appieno.

La caduta del Muro ha fatto prendere coscienza che la sviluppata URSS era invece arretrata di decenni rispetto all’occidente ed ha favorito un rapido mutamento dei costumi, con quanto di positivo e negativo esso contiene. Passando ad un’economia di mercato, sebbene limitata, ci si è trovati di fronte all’inevitabile forbice di pochi trafficanti arricchiti e una plebe urbana dal futuro sempre più incerto. La posizione geografica distante dai maggiori poli economici e la scarsità di infrastrutture ha poi ingigantito le difficoltà legate allo sviluppo, in particolare se si considera che il Paese vive letteralmente schiacciato fra Russia e Cina. Con quest’ultima esiste un’atavica e giustificata diffidenza, quando non diventa ostilità aperta. L’aggressività economica della Cina è comunque riuscita a penetrare nel tessuto mongolo fino a renderlo ormai suddito in materia d’importazioni. Questo rafforza la convinzione che se a suo tempo la Mongolia fosse finita nell’orbita cinese adesso altro non sarebbe che una provincia dell’impero giallo, come lo sono il Tibet o la Mongolia Interna.

 Ad Ulan Baatar si trovano tre centrali termiche funzionanti a carbone che provvedono acqua calda per riscaldare gli appartamenti urbani nei freddi inverni. Purtroppo non molti possono regolare la temperatura con un termostato. Capita così che si debba vivere negli alloggi con fin troppo caldo e subire uno sbalzo enorme quando si esce. Questa è la capitale più fredda del mondo e le temperature invernali non di rado superano i -30°C, rimanendo sotto zero fino ad aprile. Per assurdo la stagione che noi consideriamo la più bella, la primavera, qui corrisponde al periodo peggiore. Il freddo persiste e viene affiancato da gelidi venti da nord che provocano bufere di sabbia. Se questa stagione è particolarmente rigida il bestiame viene decimato dopo le asperità dell’inverno. Attualmente i capi di bestiame sono 25 milioni, fino a qualche anno fa erano 33. Questo dato, che resta comunque elevato, va a riprova che meno dell’1% è occupato da insediamenti umani.

Il livello di povertà è considerato a 100 $ al mese. Un impiegato pubblico percepisce uno stipendio sui 200/250 $/mese mentre un medico di un ospedale pubblico arriva appena a 300 $. Chi lavora nel privato raggiunge anche i 500 $ per la stessa specialità. Gli alimentari costano poco e un buon secondo al ristorante è sui 2500 T. (il cambio si aggira sui 1100 T x un $ e ca. 1700 T. x un €). Il gasolio invece, aumentato repentinamente all’epoca del nostro viaggio arriva a 2020 T., pari a ca. 1,10 €, una fortuna se parametrato agli standard mongoli. I cellulari sembrano essere meno cari e tutti ne posseggono uno all’ultima moda. Anche il traffico telefonico sembra non essere particolarmente caro se paragonato visto uso intenso che si fa del cellulare.

 Il traffico più intollerabile si limita al centro urbano. Si alternano mezzi pubblici accettabili (di solito ricevuti in nome della collaborazione con Paesi quali Corea e Giappone) ad autentiche carrette stracolme di passeggeri. L’unica cosa che li accomuna è l’ingente fumo che lasciano dietro di sé. E’ curioso rilevare che pur guidando sul lato destro della strada (come noi), si trovano tanto veicoli con il volante a destra che a sinistra. Essendo quasi esclusivamente mezzi usati e d’importazione viene consentito l’uso di entrambe le modalità. Da qui la battuta che in Cina circolano a sinistra, in Giappone a destra, in Mongolia un po’ dove capita. Il parco medio delle vetture è stupefacentemente elevato: spiccano i Land Cruiser ma si vede ogni genere di auto di cilindrata medio grande, mentre le vetture russe sono sempre più in minoranza. Questo almeno nella capitale: fuori è il regno del minivan della UAZ, vero e proprio mulo delle strade dissestate nel resto del Paese. Sempre della UAZ e giapponesi sono i frequenti fuoristrada. I camion invece provengono ancora per la maggior parte dall’ex Paese protettore e molti di essi non disdegnerebbero in un film rievocativo degli anni 30. In un Paese dove le distanze sono grandi e la rete stradale è limitata ad una serie di piste sconnesse ed impraticabili in caso di cattivo tempo, gli spostamenti avvengono tramite pulmini UAZ o Mitsubishi Delica. Questi collegano le varie città e villaggi senza orari determinati: semplicemente partono quando ritengono d’avere un carico umano sufficiente a giustificare il viaggio.

Usciamo verso sud per issarci sulla punta di una collina, dove sorge il monumento all’amicizia sovietico-mongola (lo Zaisan), costituito da un enorme cerchio in cemento sostenuto da due pilastri, all’interno del quale sono stati realizzati dei mosaici tesi a testimoniare l’amicizia fra i due popoli. Alla base si trova un ovoo rivolto verso le montagne.

Ai piedi della collina sorge un monastero all’aperto, caratterizzato da un’alta statua di Buddha, con relative ruote di preghiera. Nelle vicinanze spicca un carro armato, donato dall’URSS a memoria dell’aiuto prestato dai mongoli nella seconda guerra mondiale. Trattasi di un mezzo sovietico divenuto famoso per essere stato tra quelli ad aver raggiunto e liberato Berlino. Intorno alla collina si trovano delle ger, separate dagli hasha, i cortili che garantiscono la privacy dei mongoli urbani. Poco oltre si trovano delle villette di recente costruzione, a simboleggiare lo status di un ceto borghese in costante crescita.

Prima di rientrare nel centro visitiamo il Palazzo Invernale di Bogd Khan, costruito tra il 1893 ed il 1903, in cui visse l'ultimo re mongolo Javzan Damba Hutagt VIII. Questo complesso di templi ospita numerose opere d'arte buddista e la collezione privata di oggetti e abiti del re, fra cui spiccano una ger rivestita con le pelli di 150 leopardi delle nevi e numerosi animali rari impagliati, frutto delle stravaganti passioni esotiche del sovrano.

A seguire ci spostiamo verso Gandantegchenling, uno dei tre grandi monasteri rimasti su dopo le purghe staliniane. Sorto nel 1838, è il più importante della Mongolia, al suo interno sorgono splendidi templi. In passato contava più di 10.000 monaci ed è considerato punto di riferimento da tutti i fedeli buddisti. Assistiamo in silenzio ad una cerimonia. Il canto gutturale dei lama si diffonde nell’aria, offrendoci per la prima volta la percezione di trovarci nel vero Oriente. Spiccano molti monaci ragazzini: sono infatti i genitori che li indirizzano verso la vita monastica già all’età di 5 – 6 anni. A volte si tratta di vera ispirazione religiosa, in altri casi è un rimedio per non finire sulla strada quando le famiglie non possono permettersi di allevarli. Tutti questi monasteri sono stati ristrutturati dopo il 1990, sovente con contribuiti provenienti da altri Paesi buddisti. Sembra che i cinesi nel XV-XVI sec., contrariamente a quanto fecero i sovietici, durante l’occupazione della Mongolia promossero attivamente la proliferazione del buddismo fra tutti i ceti. Molti uomini divennero lama (si parla di metà della popolazione maschile) finendo per indebolire ogni resistenza attiva verso l’occupante. Quando arrivarono i sovietici trovarono i monasteri popolati di monaci (fino a diecimila per i più importanti) e misero in atto una politica di deportazione e sterminio nei loro confronti.

Vediamo anche la statua dorata del Buddha Migjid Janraisag (Avalokiteshvara) nel tempio di Migjid Janraisig, alta 26,5 mt., riempita all’interno di sutra, formule di mantra e erbe medicinali. Tutt’intorno si trova un numero incalcolabile di ruote della preghiera. Il fedele, facendo girare tali ruote, è come se recitasse le preghiere in esse contenute, e queste salissero al cielo. Nelle vicinanze si trova anche l’università del Buddismo e, sempre all’interno del complesso, si trovano altri templi.

Pranziamo all’Altaj Mongolian Barbeucue, che si traduce in un buffet ricco di carne cruda di vari generi. Ci serviamo, portiamo la nostra scelta agli chefs, i quali la cucinano all’istante sulla piastra intrattenendo il pubblico in attesa facendo compiere varie acrobazie alle porzioni. Normalmente quello che salta in aria finisce poi nel piatto del legittimo cliente.

Passiamo dai Grandi Magazzini di Stato, quello che qui definiremmo un centro commerciale, un tempo appannaggio soprattutto degli stranieri, oggi meta anche dei locali. Si tratta di un giro esplorativo tanto per vedere le alternative che offre lo shopping locale. Troviamo diversi oggetti che attraggono la nostra attenzione e ci diamo appuntamento per l’ultimo giorno, quando avremo un’idea più chiara di cosa mettere nella valigia per il rientro.

Arrivano finalmente le 14,30 e ci spostiamo al Museo di Storia Naturale, ricco di animali endemici impagliati. Fiore all’occhiello del museo sono gli scheletri di dinosauro rinvenuti nel deserto del Gobi. I più recenti hanno 70 milioni di anni. Assai interessanti anche le uova di questi rettili appartenuti ad un’era che stentiamo ad immaginare. Ormai la stanchezza da fuso orario inizia a prevalere sull’interesse e, complice la cantilenante esposizione dell’austera signora che funge da guida, a stento ci tratteniamo dall’assopirci. Gli argomenti sono interessanti, ma la tranquillità del museo e il fuso ci portano a considerare ogni sedia come un un’ambita meta di agognato riposo. 

La giornata è stata calda ed abbiamo visto diverse persone (soprattutto signore) andare in giro con gli ombrelli aperti per ripararsi dal sole, oppure semplicemente coprirsi con delle borse portadocumenti. Non si capisce se sia per timore delle radiazioni solari o per non abbronzarsi. Come accadeva da noi un tempo, la pelle bianca è indice di classe. Altre invece indossavano una fasciatura sulla bocca, probabilmente nel tentativo di ridurre l’ingestione di smog assorbito o, come fanno i giapponesi, per evitare contaminazioni reciproche.

Rientriamo in hotel per una doccia rinvigorente ed usciamo alle 17,30 per recarci ad assistere a uno spettacolo di musica e folklore locale. Costumi locali a tinte vivaci, maschere talvolta aggressive ma ricche di significato, canti di gola (o kööhmii, vanto di questo Paese) infanti contorsioniste che riesce difficile catalogare fra giovani artiste o geishe sfruttate, ci calano nella tradizione di questo popolo ricco di storia ed orgoglio. Rappresenta un ottimo sistema per prendere contatto con l’aspetto più edonistico della società.

Con Tulga ed il resto della spedizione andiamo a cena al Modern Nomads, dove sperimentiamo il khorkhog, un piatto contenente pietre roventi e costine di montone. Ci accontentiamo di mangiare quest’ultimo, semplicemente delizioso.

Convinti che per oggi possa bastare ci rifugiamo per un meritato riposo in hotel. La bella vita nella città finita, domani inizia l’avventura! Ma non sarà di certo questo a toglierci il sonno e nemmeno i clacson accompagnati dai fuochi artificiali che si sentono provenire dalle strade del centro: la Mongolia ha vinto il suo primo oro olimpico in assoluto, proprio a Pechino e nella disciplina del judo. Più che legittima l’euforia e l’orgoglio nazionale.

Ulan Baatar – (Michelle hotel)