Day 11. - 24 ago 08

 

Storia, miti e leggende s'incontrano all'Erdene Zuu di Karakorum

La notte trascorre come se fossimo stati coricati su un’amaca, tale è la curvatura del materasso. Alle 6.30 pensiamo che possa bastare e balziamo fuori per vedere Tsetserleg di domenica mattina. C’è poca gente in giro ed i palazzi proletari non riescono a piacerci di più del giorno precedente. Rientriamo per le 8,00 e facciamo colazione.

In alcuni tratti ci sono ponti e addirittura delle strutture che potremmo chiamare viadotti, ma dobbiamo seguire le conformazioni del terreno, che consente tuttavia una velocità maggiore. E’ curioso rilevare che ci sono frequenti mucchi di sabbia sulla strada principale, destinati a migliorarne il fondo. Sono lì probabilmente da anni ed i lavori sono fermi. Cose che accadono anche in Patria. Si va in direzione sud-est verso Karakorum/Kharkhorin, l’antica capitale dell’Impero di Genghis Khan nel 1220. Il meteo è coperto da nuvole lattiginose e c’è umidità, più tardi si leverà una bufera di sabbia. Check in nel ger camp ed andiamo finalmente a visitare il monastero di Erdene Zuu (cento Tesori) Foto.  Accediamo ai templi, che necessiterebbero di un sostanzioso restauro. Nonostante la precarietà attuale e le distruzioni passate si intuisce il grande splendore che deve aver avuto questo luogo in cui pregavano più di diecimila lama. Un brivido ci percorre quando pensiamo quanta storia sia passata da qui, la capitale del più grande impero che sia mai esistito nella storia. Ma anche il più martoriato dalle distruzioni, cinesi prima e sovietiche poi. La Cina, spauracchio dei nostri tempi, non solo venne sottomessa, ma il nipote di Gengis Khan, Kublai Khan, fu il capostipite della dinastia degli Yuan e per primo stabilì la capitale a Khanbalik, ovvero Pechino. Erano l’epoca di Marco Polo. Passiamo accanto allo Stupa dorato della preghiera ed entriamo nel grande tempio bianco in stile tibetano, il Lavrin Süm, dove si sta tenendo una cerimonia religiosa, alla quale assistiamo in silenzio. Usciamo dalla porta nord del monastero per vedere la Tartaruga di Karakorum, che indicava l’ingresso ai vari palazzi della capitale. Ovunque si trovano dei banchetti che vendono artigianato locale e oggetti presunti storico-archeologici che spacciano per originali del XIII sec. Se mai fossero veri si andrebbe incontro a sicuri problemi al momento di lasciare la Mongolia.

Rientriamo per il pranzo nel migliore ristorante di Kharkhorin, forse anche l’unico. Ma qui viviamo un’esperienza emozionante assistendo in diretta alla finale di box olimpico dove l’atleta mongolo strapazza l’avversario cubano nel tripudio generale. Tutti abbandonano momentaneamente le proprie attività per vedere l’avvenimento e tornarvi con la soddisfazione di un nuovo oro olimpico. E’ un momento magico, nel quale emerge l’orgoglio di una Nazione. Non possiamo non farci coinvolgere e per un giorno l’azzurro passa il secondo piano.

Gustiamo degli squisiti khuushuur, frittelle ripiene di montone e cipolla.

Il ger camp si trova sulle sponde del fiume Orkhon. Il tempo migliora, la bufera di sabbia è ormai passata e saliamo sulla collina adiacente il fiume per ammirare il monumento di mosaici dedicato ai tre imperi mongoli (quello scita, quello unno ed il più grande mai esistito sulla terra, quello di Gengis Khan). Scendiamo verso il fiume (il secondo del Paese, ma qui non ancora molto grande) e scattiamo alcune foto con una luce celestiale, costeggiandone la riva destra. Alcuni bambini, sprezzanti del vento e del clima fresco fanno il bagno nel fiume. Rientriamo nella nostra sistemazione e assistiamo incuriositi allo smontaggio di una ger proprio di fronte alla nostra. Tutta cultura che s'impara. Il locale ristorante è composto da due ger di grandi dimensioni, collegate fra loro da un terzo locale che funge da cucina.

Si cena alle 19 ed a seguire assistiamo ad uno spettacolo del gruppo Kharkhorin, composto da due suonatori di morin khuur (il violino delle steppe a testa di cavallo), un’arpa classica ed una orizzontale. Non mancano i canti di gola o khöömi e le spericolate esibizioni di una bambina contorsionista. Quello delle contorsioni è un classico negli spettacoli mongoli. Le ragazzine vengono allenate fin da molto piccole per sviluppare le articolazioni in modo da poter effettuare evoluzioni altrimenti impossibili.

Dopo cena ci intratteniamo con altri italiani (stasera sembra avessimo appuntamento tutti qui) e ci scambiamo le esperienze vissute finora.

Kharkhorin - (Anar ger camp)