Day 12. - 25 ago 08


Karakorum e Ongyin Khiid lungo piste appena percettibili fra pioggia e neve.

Alle 6,30 veniamo svegliati dai latrati lancinanti di un mongolo vomitante, al quale alcuni litri di vodka devono aver scombussolato un po’ lo stomaco. Ieri sera avevamo visto il “manager” del campeggio che si sorreggeva ad alcuni amici dopo aver festeggiato la nuova medaglia olimpica.

Sentiamo fini gocce di pioggia che rimbalzano sul tetto ed è quasi piacevole, tanto da sembrare una musica. Meno bello quando si esce senza ombrello, che comunque il forte vento penserebbe subito a rovesciare. I servizi sono fra i migliori incontrati finora e la fornitura di acqua calda è costante. Del resto Kahrkorin rappresenta una delle mete più ambite dal turismo. Colazione abbondante e si va in paese, che dista poche centinaia di metri. Il caro carburanti ha fatto finire i liquidi ai nostri accompagnatori, così ci rechiamo ad incontrare una persona che darà alla nostra guida i soldi indispensabili per portare a termine il viaggio.

Sotto una pioggia autunnale lasciamo l’ex capitale ed proseguiamo in direzione sud verso il monastero di Shankh Khiid, dove sono state conservate le bandiere di Gengis Khan. Il vento battente non lascia molto spazio per le riprese esterne. Nel frattempo la guida ha deciso di sfruttare appieno le potenzialità del GPS, tagliando dritto verso la prossima destinazione del monastero di Ongiin Khiid, anziché seguire la strada principale. Il risultato sono 80 km in più e tre ore di ritardo rispetto ad altri che hanno seguito la via maestra. E’ vero che abbiamo visto dei luoghi assai remoti e scoperto che dove non ci sono strade in realtà ce ne sono molte. Infatti la steppa ospita un reticolato di piste che si incrociano, prendendo quella più prossima alla destinazione desiderata. Questo comporta però degli zig zag dispendiosi in termini di tempo e km. Attraversiamo degli altipiani ed il tempo si mantiene stabile sul brutto con visibilità a volte scarsa. Pur essendo in una landa desolata di tanto in tanto si vedono greggi accompagnati da sporadiche ger e cavalieri che imperturbabili di fronte al meteo avverso solcano le praterie. Iniziano a vedersi i primi gruppi di cammelli selvatici. Man mano che si sale incontriamo anche la neve. Pranziamo in auto, scendere vorrebbe dire essere scaraventati a terra dal vento, mentre la jeep ondeggia vistosamente. Più avanti ci imbattiamo in una zona interamente coperta di neve, in cui a malapena si intravede la pista. Gli animali, increduli, restano vicini gli uni agli altri per riscaldarsi dalle bizzarrie del tempo, che in questa stagione ed in queste località non è assolutamente usuale. La guida viene ulteriormente rallentata da profonde pozzanghere. Quando ormai pensavamo che l’incubo fosse diventato permanente, entriamo in una zona desertica dove il tempo è sempre bello. Ci avviciniamo ad uno dei rari paesi per chiedere lumi sulla strada da intraprendere. Purtroppo consultiamo la persona sbagliata, un ubriaco in moto che, al momento di fermarsi, cade rovinosamente sotto il peso del suo mezzo. La vodka non lo aiuta ad alzarsi e così i nostri decidono di ripartire mentre il poveraccio si dimena senza riuscire a rimettersi in piedi. Il cielo da un centinaio di km è stabile sul bel tempo, ormai siamo nel deserto dei Gobi. Andiamo a visitare le rovine del monastero di Ongiin Khiid, situato sulle rive di un fiume idilliaco, l’omonimo Ongiin, in mezzo al deserto. In realtà i monasteri sono due ma quello a sud del fiume non sono altro pietre accatastate. Anche qui la furia comunista si è abbattuta sui templi (distrutti) ed i monaci (deportati o uccisi). Solo nel 1937 risultano assassinate o scomparse più di 27.000 persone, 17.000 delle quali erano monaci. Il tempio che si trova sul lato nord, finito di ristrutturare nel 2004, e due ger destinate a museo nel luogo dove sorgevano gli altri templi. Contengono cimeli che si trovavano negli edifici andati distrutti. E’ curioso, quanto macabro, notare una scodella ricavata da un cranio umano. Attualmente vivono nella zona due lama, a perseguire il progetto di ricostruzione iniziato qualche anno fa da un gruppo di 13 monaci. Un vento sferzante ci racconta di com’è dura la vita in questo luogo, mentre il sole allunga le ombre e scompare dietro le montagne, lasciando trasparire luci magiche.

Quello che abbiamo visto oggi con gelo e neve è da considerarsi una calamità naturale, poiché rischia di costringere i pastori a repentine migrazioni e comunque alla perdita di animali. Gli stessi bambini, andando in giro per radunare il bestiame rischiano di non fare ritorno. Verremo poi a sapere che sul lago Huvsgul dove siamo stati solo pochi giorni fa, la neve è scesa copiosa ed alcuni ci raccontano di aver visto degli alberi lungo il lago piegati dalla neve.

La cena è leggera, minestra ed insalata, ma va bene così dal momento che abbiamo trascorso tutta la giornata sulla jeep.

Ongiin Khiid – (Tsagaan Ovoo ger camp)