Day 17. - 30 ago 08

 

Il giorno dell'addio, quello in cui lasciamo due milioni di amici.

Puntuale come da par suo, Kambah ci viene a prendere all’hotel per l’ultimo trasferimento verso l’aeroporto. Sono le 5,30 e U.B. è ancora addormentata in un tranquillo sabato mattina. Ripercorriamo le vie del centro che avevamo visto al nostro arrivo e mentalmente su queste scene sembrano scorrere i titoli di coda.

Una citazione particolare va fatta proprio per questo autista dal carattere taciturno, col quale non abbiamo potuto dialogare per mancanza di una lingua che ci unisse. Ma del quale abbiamo apprezzato la professionalità e l’attenzione nel condurre la jeep per 3500 km, quasi tutti su sterrato, molti su piste impervie. Quando al momento del congedo lo omaggiamo della cartina della Mongolia, che sappiamo essergli piaciuta, dal momento che in Mongolia non se ne trovano di così dettagliate, ci sfodera un sorriso timido e ci ringrazia. Niente altro, come è nel carattere di questa gente forte. Se offri qualcosa a qualcuno è perché vuoi farlo. E’ educazione ringraziare ma eccedere non è il caso. Anche stavolta abbiamo imparato di più dalle persone taciturne delle quali non capivamo la lingua, piuttosto che da quelle particolarmente loquaci.

Lasciamo un Paese che secondo i nostri standard viene considerato fra quelli poveri. Ma, escludendo le periferie affollate della capitale, ci siamo imbattuti in gente ricca solo del necessario indispensabile per vivere. Felici della vita che conducono, senza grilli per la testa ed orgogliosi delle proprie tradizioni, quelle che noi abbiamo reciso ma che hanno loro consentito di sopravvivere in ambienti naturali tanto ostili. Ci siamo domandati come nel mondo occidentale non esistano le ger, quantomeno non a livello di strutture turistiche. Sarebbero funzionali, spostabili facilmente, economiche e consentirebbero uno splendido contatto con la natura. Avrebbero un solo difetto: non presentano difese contro i ladri!

Un ultimo colpo ai nostri sentimenti: mentre il Tupolev sta rollando sulla pista in attesa di assumere la posizione per il decollo, gli operatori di terra dell’Aeroporto Internazionale di Ulan Baatar ci salutano. In quale altro luogo accadrebbe di vivere una scena come questa? In questo, ma soprattutto nell’animo della sua gente, sta veramente la “Terra del cielo blu”. Forse nel loro saluto c’è un po’ d’invidia perché pensano che ritorniamo in un modo più ricco del loro, di certo non migliore. E qui il discorso si farebbe lungo. Ma un nodo si stringe in gola e la nostalgia nel lasciare la Mongolia e la sua gente si fa quasi lacerante. Vale riprometterci di ritornare? No, non ci sentiamo di prometterlo. A modo nostro, ma siamo nomadi anche noi.

E se mi verrà concesso d’invecchiare, una cosa non dimenticherò mai. L’immagine di quel pastore che ci accompagna a cavallo lungo il lago Huvsgul, cantando le sue canzoni. Non dimenticherò mai l’immagine della libertà.