Day 6. - 19 ago 08


Alla corte degli Tsaatan: l'orgoglio del popolo delle renne.

Alle 5 di mattina un’inserviente viene a bussare per accendere la stufa nella nostra ger. Il tepore sviluppato ci dà il coraggio di uscire fuori dal letto alle 6.30. Colazione alle 7. Oggi il programma prevede l’incontro con una famiglia Tsaatan, l’etnia del popolo delle renne. La lingua

Percorriamo i 26 km che ci portano alla tenda degli Tsaatan su una strada ricca di sobbalzi. Quando vediamo una tenda conica costruita con tronchi di larice e ricoperta da un telo impermeabile sappiamo di aver raggiunto la nostra meta. Sono già evoluti: in passato ricoprivano le tende con le pelli degli animali. Dal centro del tetto esce il camino fumante di una stufa. Pur essendo forato ci diranno che il calore del camino impedisce alla pioggia d’entrare. Sarà cosi! Entriamo e troviamo una signora vestita con un deel, che in origine doveva essere di colore viola. Ci accomodiamo sul lato destro (sinistro rispetto all’entrata) tradizionalmente riservato agli ospiti, mentre lei occupa la posizione opposta a quella d’ingresso. Dopo alcuni convenevoli che ci scambiamo con la traduzione della guida, ci chiede se abbiamo delle domande da farle. Apprendiamo così che vivono allevando 17 renne. Ha 59 anni e 6 figli, di cui alcuni anche piccoli e restiamo allibiti quando scopriamo di trovarci di fronte ad una sciamana. In quanto tale è anche l’espressione medica della tribù. Prevenendo ogni nostra obiezione ci dice che di ospedali nelle vicinanze non ce ne sono e che i riti sciamanici, a differenza delle medicine occidentali, non hanno alcun effetto collaterale. Mentre noi per curare un organo finiamo sovente per danneggiarne un altro. Troppo facile ma anche difficile per controbattere e lasciamo cadere il discorso. Appesa all’interno della tenda c’è della carne tagliata a liste, messa ad essiccare. Sull’altro lato si trovano delle erbe medicinali anche loro per essiccare. Mentre alle spalle della sciamana vediamo i paramenti che usano durante i loro riti. Riti che vengono celebrati in determinate occasioni come funerali o festività. Il loro dialetto è molto vicino al tuvano, pertanto devono parlare in mongolo, almeno per capirsi con la nostra guida. Ci vengono offerti dei pezzi di pane fritto nel burro e non lievitato, si chiama bortzig. Dall’aspetto sembrano quasi dei babà salati. Se si dimentica l’impatto devastante che potrebbero avere sui nostri fegati già falcidiati dallo stress, potrebbero anche essere buoni. L’ospitalità vuole inoltre che ci vengano offerte delle costine di renna bollite e servite fredde. Ci limitiamo ad un assaggio, mentre i nostri accompagnatori non disdegnano di banchettare. Dentro ad un wok appoggiato direttamente sul fuoco della stufa fanno cuocere del tè in foglie, vi versano il latte delle loro renne prelevato da una bottiglia di coca cola (riciclare è una necessità prima ancora che una scelta ambientalista), lo colano per separare le foglie di tè e ce lo servono dentro delle scodelle. Superiamo con coraggio la vista del colino e delle tazze e beviamo l’intruglio. Ormai ci sentiamo dei loro, ed anche con un certo orgoglio.

Parlando delle renne che abbiamo incontrato in quantità in un precedente viaggio nella terra dei Lapponi, ci chiedono se non sarebbe possibile fargliene arrivare alcune. La loro razza si sta indebolendo a forza di continui accoppiamenti consanguinei e la statura diminuisce. La tribù ha in tutto poco più di mille renne, certo non molte se si pensa che è quasi l’unica fonte di sussistenza. Altro problema è rappresentato dai giovani, sempre meno disponibili ad affrontare una vita di sacrifici come questa. La naturale conseguenza è il loro esodo verso le città. Da ciò risulta essere solo parzialmente vero quanto disse un capo Tsaatan: qui nessuno è obbligato a restare, per questa ragione nessuno se ne andrà. Una particolarità di chi segue la religione sciamanica sta nelle sepolture: non seppelliscono i morti ma lasciano che vengano divorati dagli animali, attribuendo un significato diverso a seconda che a divorarli siano animali di terra o uccelli.

I bambini frequentano la scuola a Khatgal: da settembre a giugno, per le vacanze estive restano con la famiglia. Anche per attendere ai lavori di loro competenza. Quello che da noi si definirebbe sfruttamento minorile lì si chiama educazione al lavoro. Altra lezione che mandiamo in memoria.

Si trovano con la tenda vicino al lago per il campo estivo, ma il resto degli Tsaatan vive nelle zone più interne raggiungibili unicamente dopo giorni di cammino a cavallo. Si intuisce chiaramente che questa famiglia è già abituata ad incontrare dei turisti. Ci chiedono 5000 T. per poter scattare delle foto all’interno della tenda, ma resta il fatto che riusciamo a scoprire una cultura ancora più remota delle altre etnie mongole. Le molte sigarette viste fumare durante l’incontro e qualche bottiglia di vodka abbandonata all’interno della tenda ci fanno intuire che una sorta di contagio l’hanno comunque avuto. Hanno uno stile di vita leggermente superiore agli altri membri della loro etnia grazie alle entrate dei turisti. In un sacchetto che pende al fondo della tenda si trova un cellulare, presente ovunque laddove ci sia la copertura. Gli uomini passano il tempo a bighellonare giocando a carte mentre i bambini giocano allegri, raccogliendo fiori.

A poca distanza si trovano alcuni banchetti che offrono artigianato locale: manufatti in osso, guanti e ciabatte ricavati con lana di cammello ed altri souvenirs.

Sulla via del ritorno chiediamo al nostro autista di lasciarci alla laguna di ieri dove terminiamo il servizio fotografico rimasto incompleto per la comparsa di qualche nuvola. Durante pranzo apprendiamo che la grande muraglia cinese non è stata costruita per difendersi dalle armate di Gengis Khan, bensì dagli assalti degli Unni, i quali alcuni secoli prima popolavano la Mongolia ed avevano dimostrato velleità di conquista sul vicino cinese.

Il menù prevede un minestra di pomodori e gli squisiti buuz. Passeggiata verso sud per vedere gli yak al pascolo, mentre si stagliano con il lago sullo sfondo. Il sole ci riscalda ancora qualche minuto fuori della nostra ger mentre facciamo una partita con gli scacchi appena acquistati, la scacchiera è naturalmente in feltro, mentre il re non poteva che essere rappresentato da Gengis Khan. La cena prevede spaghetti al ragout. Ebbene sì, sono endemici di questa parte del mondo se vennero importati da Marco Polo. Alle 19.30 abbiamo visto il sole tramontare dietro le montagne. Dopo pochi minuti il cielo si è oscurato fino ad iniziare a piovere con fulmini che proiettano effetti scenici sul lago e sulla foresta che lo circonda. La stufa accesa, la ger illuminata dalla luce fioca di una candela e la pioggia che cade sul telo esterno rendono l’atmosfera surreale. In questo momento non vorremmo essere altrove.

 Huvsgul - (Nature’s door ger camp)