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I commenti di questo viaggio sono legati ad alcune emozioni vissute proprio l'ultimo giorno, al momento della partenza da Ulan Bataar. E a quello faccio rimando per le considerazioni.



Day 1. - 14 ago 08


U.B.: la capitale più fredda del mondo, dove il DNA nomade cerca di adattarsi alla vita urbana

Che il viaggio costituisca in qualche modo un’avventura e che dobbiamo prepararci a qualche disagio lo percepiamo fin dall’inizio, quando ci imbarchiamo sul Tupolev M154 in partenza da Mosca con destinazione Ulan Baatar. Sebbene la compagnia sia quella di bandiera russa, il velivolo presenta tutte le caratteristiche del relitto di stampo sovietico. Prima di partire ci viene imposta una vera sauna, un’ondata di calore si abbatte su di noi per provare la tempra dei passeggeri arrostendoli all’interno della fusoliera.

Al di là delle pessimistiche previsioni il volo è invece regolare ed arriviamo sostanzialmente in orario nella capitale mongola. L’aeroporto è piccolo ma funzionale. La pista sarà pure in leggera salita come dicono le guide ma non è assolutamente da brivido, non fosse per l’aereo col quale stiamo per toccare terra.

Sbrighiamo in fretta le formalità doganali ed incontriamo la nostra guida, di nome Andy. Fuori ci attende invece l’autista Kambah con un Land Cruiser 3.0, che nei prossimi giorni ci convincerà sulla bontà del marchio Toyota, ben più di una pubblicità con star avvenenti.

La strada che ci porta in città mostra Ulan Baatar al suo risveglio in una giornata qualsiasi: dinamica sui cartelloni pubblicitari in prossimità dello scalo, ma assai triste nelle baracche che recingono il centro. La città è costruita a nord del fiume Tuul e circondata da deliziose montagne. Il centro ostenta una modernità recente, all’esterno sorgono dapprima edifici d’epoca e stile sovietici, mentre la periferia si sta rapidamente ampliando con accampamenti di gher (tende in feltro di forma circolare), attratti dalle false chimere della città. Con questo genere di abitazioni la migrazione è resa più agevole che altrove.

Ci rechiamo all’Hotel Michelle, localizzato nella zona centrale, in prossimità alle ambasciate cinese ed indiana. E’ un buon hotel, privo di lussi inutili, che contrasterebbero con la realtà locale, con quanto ci aspetta e quanto intendiamo vivere. Lasciamo la valigia più grande in hotel con dentro quanto non strettamente necessario per la vita country e siamo pronti ad iniziare il viaggio, partendo doverosamente dalla visita della capitale.

Il cardine è senza dubbio piazza Sukhbaatar, dedicata all’eroe nazionale a cui la Mongolia deve l’indipendenza dalla Cina nel 1921 ma contemporaneamente anche la sudditanza verso l’Unione Sovietica. La Piazza presenta al centro un monumento equestre dell’eroe. Sul lato nord l’edificio ornato da un colonnato è la sede del Parlamento, che per ragioni di razionalità è anche sede del Presidenza della Repubblica e del Governo. Al centro del colonnato si trova la monumentale statua di Gengis Kahn seduto, il vero mito della Mongolia. Del resto il regno più vasto mai esistito è proprio il suo ed ogni cittadino lo sa e se ne fa vanto. Specialmente ora che sono diventati cittadini e non sono più sudditi. La Piazza è il cuore pulsante della città e dell’intero Paese. Qui si riunisce la gente tanto nei momenti di gioia che in quelli più tristi, a prescindere dalle temperature. Ai primi di luglio ci sono stati dei tafferugli a seguito della contestata vittoria degli ex comunisti nelle elezioni parlamentari. Le accuse di brogli hanno portato all’incendio della sede del partito e all’uccisione di 7 manifestanti da parte delle forze dell’ordine. 700 persone sono state arrestate, mentre 200 si trovano ancora in carcere con l’accusa di sedizione. Le indagini sono attualmente in corso per capire la fonte delle proteste, ritenendo che il progetto destabilizzante abbia radici all’estero. Anche qui sembra che i Democratici siano sponsorizzati dagli americani, mentre gli ex comunisti dovrebbero essere fedeli all’ex alleato. In giro si vedono ingenti forze dell’ordine tese a mantenere la stabilità difficilmente ripristinata dopo gli scontri del mese scorso. Resta comunque il fatto che il Paese si sta sviluppando rapidamente: si vedono molte costruzioni nuove ed il centro presenta cantieri ovunque. Alcuni progetti sono molto arditi e sembrano persino contrastare con lo stile orientale. Proseguiamo verso est, dove sorge la sede del PRMR data alle fiamme, di fronte alla quale è rimasta al suo posto in tutti questi anni la statua di Lenin. Ormai rimossa dalle piazze e dalle menti di tutti i Paesi satelliti ed in primis dalla Russia, resiste invece qui per non si sa quale ragione. Ma di questo proveremo a fornire una risposta più avanti.

La nostra guida ci spiega come esista ancora un servizio d’intelligence molto efficiente che ascolta attentamente le critiche al regime. I politici cercano di rimanere al potere per usufruire degli innegabili vantaggi derivanti dalla lottizzazione delle risorse. In particolare sulle concessioni edilizie nella capitale e sulle concessioni minerarie. Dopo il crollo dell’URSS il partito comunista è riuscito a risorgere dalle proprie ceneri tornando al potere con elezioni che almeno nella denominazione sono state democratiche. Hanno governato decentemente per alcuni anni sfruttando la conoscenza nell’amministrazione l’apparato burocratico. Quando i mongoli hanno scelto un nuovo governo, l’inesperienza di chi è stato a lungo all’opposizione ha fatto sì che diversi esponenti venissero invischiati in storie di corruzione. L’avidità del potere ha sopraffatto chi per anni aveva criticato gli stessi reati di cui si è poi macchiato. Il risultato è stato il ritorno dell’ancièn régime, confermato seppure di poco nelle ultime elezioni.

Andy ci informa anche che i mongoli sono molto superstiziosi e pertanto in alcuni giorni si astengono dal compiere determinate azioni, oppure osservano rituali religiosi al fine di non incorrere nelle punizioni divine. Va detto che il buddismo mongolo è sì di origine tibetana (quindi lamaista o dei berretti gialli) ma è anche impregnato dallo sciamanismo. Sebbene questa religione sia propria delle regioni nordiche confinanti con la Siberia, le influenze sono state molte. Valga per tutte la presenza degli ovoo (Foto). Un’integrazione avvenuta col passare dei tempi che ha permeato una dottrina tollerante come quella buddista. Altro segno distintivo sono gli hatag, le sciarpe celesti (o talvolta gialle) di derivazione lamaista e sciamaniche che vengono issate su dei pali al centro degli ovoo o in altri posti ritenuti significativi o meritevoli di protezione, quale ad esempio l’interno di una vettura. Rispetto al buddismo tibetano qui si dicono più tolleranti, tant’è che i lama possono anche sposarsi. Il leader spirituale della Mongolia è il Dalai Lama, il quale ha già visitato il Paese due volte da quando si è svincolato dal giogo sovietico. Per ritorsione l’ultima volta la Cina ha chiuso le frontiere per una settimana costringendo di fatto la Mongolia ad un isolamento devastante. Ciò ha messo in risalto la dipendenza economica del Paese nei confronti del potente vicino. Il Dalai Lama tiene molto alla Mongolia, poiché è l’unico paese lamaista dove la religione possa essere praticata liberamente, a differenza del suo Tibet. Vede pertanto questo Stato come una testa di ponte spirituale verso il resto del mondo. 

La città in generale non può considerarsi bella: in pieno centro ci sono dei tombini aperti che fungono da grandi cesti per la spazzatura e la condizione dei marciapiedi impone attenzione continua nell’incedere. Le persone che s’incontrano per la strada hanno comunque un’aria ordinata e pulita, a prescindere dal ceto sociale. Anche la moda assume toni sobri secondo i dettami dello stile orientale. Lo smog è padrone in mezzo ad un traffico caotico e dove dovrebbero trovarsi le aiuole non c’è altro che erbacce. Nei giardini all’interno dei monumenti più significativi prosperano solo erbacce e l’incolto. Decisamente il popolo mongolo non ha un grande senso dell’estetica per quanto riguarda gli ornamenti verdi. Tutto questo va detto considerando il nostro punto di vista. Si potrebbe opinare sulla necessità d’avere giardini decorati, quando a poca distanza iniziano paesaggi incantevoli. Esistono molti aiuti da parte di Paesi stranieri (Corea e Giappone in primis ma anche alcuni ricchi Paesi arabi o altri Stati con ricche comunità buddiste). Capita spesso d’incrociare qualche monumento recente o ristrutturazioni: sono tutte sponsorizzate dall’estero. Addirittura il bel palazzo del Parlamento è stato finanziato da un Paese arabo. Pare che se non potesse contare su questi aiuti la Mongolia vivrebbe ancora nelle condizioni in cui l’hanno lasciata i sovietici quando sono partiti ormai 18 anni fa. La loro non va intesa solo come incuria, si tratta piuttosto d’indifferenza totale rispetto all’arredo urbano ed accettano quanto arriva dall’estero come un dono della provvidenza. Lamentano solo che gli occupanti, quando hanno abbandonato il Paese, lo hanno anche lasciato senza industrie e completamente dipendente dall’estero. Infatti l’URSS attingeva risorse e ricambiava con manufatti. Probabilmente la collaborazione forzata ha finito per portare anche dei vantaggi. Essendo più arretrata, questi sono stati sicuramente maggiori di quanto non ne abbia avuti l’est Europa. Resta il fatto che in quel periodo è andato distrutto buona parte del patrimonio culturale e cerebrale di un popolo che ha origini di cui andarne fiero. Finendo un’epoca, la Mongolia si è trovata con delle risorse che non è in grado d’estrarre e senza alcuna capacità produttiva. Non sono pochi coloro i quali rimpiangono i tempi dell’economia assistenzialista, in cui tutti avevano un lavoro e l’eguaglianza ridotta al minimo comune denominatore garantiva almeno di ché vivere. I russi hanno portato delle novità allora sconosciute: se in occasione di insistenti piogge le ger filtravano acqua, il nylon importato aiutava ad impermeabilizzarle. Inoltre l’alleanza col Paese comunista ha aperto le porte verso il mondo alleato. Si riesce a trovare gente che è stata in Europa dell’est o a Cuba e qualcuno che parla perfino tedesco o spagnolo, imparati durante le trasferte negli altri Paesi satelliti. Tutti dovevano imparare il russo a scuola, mentre adesso è una lingua facoltativa. Il regime pensava anche al fitness: ad un certo momento suonava una sirena e tanto gli operai nelle fabbriche che gli impiegati negli uffici dovevano svolgere degli esercizi per mantenere una certa forma fisica che, unita alla scarsa disponibilità di mezzi economici, impediva ai mongoli di ingrassare.

A parte la lentezza che contraddistingue i lavoratori della capitale, nel resto del Paese s’incontra gente indaffarata ma senza stress, intenta a fare il necessario richiesto dalla situazione. L’eccessiva frenesia non serve. E’ invece necessaria la costanza, esserci quando è ora. Darsi da fare per accumulare tesori qui non ha senso. Occorre badare in tempo alle necessità del presente tenendo un occhio rivolto al futuro, senza particolari programmi o strategie. Questo sistema li aiuta a renderli felici di quanto hanno e di goderne appieno.

La caduta del Muro ha fatto prendere coscienza che la sviluppata URSS era invece arretrata di decenni rispetto all’occidente ed ha favorito un rapido mutamento dei costumi, con quanto di positivo e negativo esso contiene. Passando ad un’economia di mercato, sebbene limitata, ci si è trovati di fronte all’inevitabile forbice di pochi trafficanti arricchiti e una plebe urbana dal futuro sempre più incerto. La posizione geografica distante dai maggiori poli economici e la scarsità di infrastrutture ha poi ingigantito le difficoltà legate allo sviluppo, in particolare se si considera che il Paese vive letteralmente schiacciato fra Russia e Cina. Con quest’ultima esiste un’atavica e giustificata diffidenza, quando non diventa ostilità aperta. L’aggressività economica della Cina è comunque riuscita a penetrare nel tessuto mongolo fino a renderlo ormai suddito in materia d’importazioni. Questo rafforza la convinzione che se a suo tempo la Mongolia fosse finita nell’orbita cinese adesso altro non sarebbe che una provincia dell’impero giallo, come lo sono il Tibet o la Mongolia Interna.

 Ad Ulan Baatar si trovano tre centrali termiche funzionanti a carbone che provvedono acqua calda per riscaldare gli appartamenti urbani nei freddi inverni. Purtroppo non molti possono regolare la temperatura con un termostato. Capita così che si debba vivere negli alloggi con fin troppo caldo e subire uno sbalzo enorme quando si esce. Questa è la capitale più fredda del mondo e le temperature invernali non di rado superano i -30°C, rimanendo sotto zero fino ad aprile. Per assurdo la stagione che noi consideriamo la più bella, la primavera, qui corrisponde al periodo peggiore. Il freddo persiste e viene affiancato da gelidi venti da nord che provocano bufere di sabbia. Se questa stagione è particolarmente rigida il bestiame viene decimato dopo le asperità dell’inverno. Attualmente i capi di bestiame sono 25 milioni, fino a qualche anno fa erano 33. Questo dato, che resta comunque elevato, va a riprova che meno dell’1% è occupato da insediamenti umani.

Il livello di povertà è considerato a 100 $ al mese. Un impiegato pubblico percepisce uno stipendio sui 200/250 $/mese mentre un medico di un ospedale pubblico arriva appena a 300 $. Chi lavora nel privato raggiunge anche i 500 $ per la stessa specialità. Gli alimentari costano poco e un buon secondo al ristorante è sui 2500 T. (il cambio si aggira sui 1100 T x un $ e ca. 1700 T. x un €). Il gasolio invece, aumentato repentinamente all’epoca del nostro viaggio arriva a 2020 T., pari a ca. 1,10 €, una fortuna se parametrato agli standard mongoli. I cellulari sembrano essere meno cari e tutti ne posseggono uno all’ultima moda. Anche il traffico telefonico sembra non essere particolarmente caro se paragonato visto uso intenso che si fa del cellulare.

 Il traffico più intollerabile si limita al centro urbano. Si alternano mezzi pubblici accettabili (di solito ricevuti in nome della collaborazione con Paesi quali Corea e Giappone) ad autentiche carrette stracolme di passeggeri. L’unica cosa che li accomuna è l’ingente fumo che lasciano dietro di sé. E’ curioso rilevare che pur guidando sul lato destro della strada (come noi), si trovano tanto veicoli con il volante a destra che a sinistra. Essendo quasi esclusivamente mezzi usati e d’importazione viene consentito l’uso di entrambe le modalità. Da qui la battuta che in Cina circolano a sinistra, in Giappone a destra, in Mongolia un po’ dove capita. Il parco medio delle vetture è stupefacentemente elevato: spiccano i Land Cruiser ma si vede ogni genere di auto di cilindrata medio grande, mentre le vetture russe sono sempre più in minoranza. Questo almeno nella capitale: fuori è il regno del minivan della UAZ, vero e proprio mulo delle strade dissestate nel resto del Paese. Sempre della UAZ e giapponesi sono i frequenti fuoristrada. I camion invece provengono ancora per la maggior parte dall’ex Paese protettore e molti di essi non disdegnerebbero in un film rievocativo degli anni 30. In un Paese dove le distanze sono grandi e la rete stradale è limitata ad una serie di piste sconnesse ed impraticabili in caso di cattivo tempo, gli spostamenti avvengono tramite pulmini UAZ o Mitsubishi Delica. Questi collegano le varie città e villaggi senza orari determinati: semplicemente partono quando ritengono d’avere un carico umano sufficiente a giustificare il viaggio.

Usciamo verso sud per issarci sulla punta di una collina, dove sorge il monumento all’amicizia sovietico-mongola (lo Zaisan), costituito da un enorme cerchio in cemento sostenuto da due pilastri, all’interno del quale sono stati realizzati dei mosaici tesi a testimoniare l’amicizia fra i due popoli. Alla base si trova un ovoo rivolto verso le montagne.

Ai piedi della collina sorge un monastero all’aperto, caratterizzato da un’alta statua di Buddha, con relative ruote di preghiera. Nelle vicinanze spicca un carro armato, donato dall’URSS a memoria dell’aiuto prestato dai mongoli nella seconda guerra mondiale. Trattasi di un mezzo sovietico divenuto famoso per essere stato tra quelli ad aver raggiunto e liberato Berlino. Intorno alla collina si trovano delle ger, separate dagli hasha, i cortili che garantiscono la privacy dei mongoli urbani. Poco oltre si trovano delle villette di recente costruzione, a simboleggiare lo status di un ceto borghese in costante crescita.

Prima di rientrare nel centro visitiamo il Palazzo Invernale di Bogd Khan, costruito tra il 1893 ed il 1903, in cui visse l'ultimo re mongolo Javzan Damba Hutagt VIII. Questo complesso di templi ospita numerose opere d'arte buddista e la collezione privata di oggetti e abiti del re, fra cui spiccano una ger rivestita con le pelli di 150 leopardi delle nevi e numerosi animali rari impagliati, frutto delle stravaganti passioni esotiche del sovrano.

A seguire ci spostiamo verso Gandantegchenling, uno dei tre grandi monasteri rimasti su dopo le purghe staliniane. Sorto nel 1838, è il più importante della Mongolia, al suo interno sorgono splendidi templi. In passato contava più di 10.000 monaci ed è considerato punto di riferimento da tutti i fedeli buddisti. Assistiamo in silenzio ad una cerimonia. Il canto gutturale dei lama si diffonde nell’aria, offrendoci per la prima volta la percezione di trovarci nel vero Oriente. Spiccano molti monaci ragazzini: sono infatti i genitori che li indirizzano verso la vita monastica già all’età di 5 – 6 anni. A volte si tratta di vera ispirazione religiosa, in altri casi è un rimedio per non finire sulla strada quando le famiglie non possono permettersi di allevarli. Tutti questi monasteri sono stati ristrutturati dopo il 1990, sovente con contribuiti provenienti da altri Paesi buddisti. Sembra che i cinesi nel XV-XVI sec., contrariamente a quanto fecero i sovietici, durante l’occupazione della Mongolia promossero attivamente la proliferazione del buddismo fra tutti i ceti. Molti uomini divennero lama (si parla di metà della popolazione maschile) finendo per indebolire ogni resistenza attiva verso l’occupante. Quando arrivarono i sovietici trovarono i monasteri popolati di monaci (fino a diecimila per i più importanti) e misero in atto una politica di deportazione e sterminio nei loro confronti.

Vediamo anche la statua dorata del Buddha Migjid Janraisag (Avalokiteshvara) nel tempio di Migjid Janraisig, alta 26,5 mt., riempita all’interno di sutra, formule di mantra e erbe medicinali. Tutt’intorno si trova un numero incalcolabile di ruote della preghiera. Il fedele, facendo girare tali ruote, è come se recitasse le preghiere in esse contenute, e queste salissero al cielo. Nelle vicinanze si trova anche l’università del Buddismo e, sempre all’interno del complesso, si trovano altri templi.

Pranziamo all’Altaj Mongolian Barbeucue, che si traduce in un buffet ricco di carne cruda di vari generi. Ci serviamo, portiamo la nostra scelta agli chefs, i quali la cucinano all’istante sulla piastra intrattenendo il pubblico in attesa facendo compiere varie acrobazie alle porzioni. Normalmente quello che salta in aria finisce poi nel piatto del legittimo cliente.

Passiamo dai Grandi Magazzini di Stato, quello che qui definiremmo un centro commerciale, un tempo appannaggio soprattutto degli stranieri, oggi meta anche dei locali. Si tratta di un giro esplorativo tanto per vedere le alternative che offre lo shopping locale. Troviamo diversi oggetti che attraggono la nostra attenzione e ci diamo appuntamento per l’ultimo giorno, quando avremo un’idea più chiara di cosa mettere nella valigia per il rientro.

Arrivano finalmente le 14,30 e ci spostiamo al Museo di Storia Naturale, ricco di animali endemici impagliati. Fiore all’occhiello del museo sono gli scheletri di dinosauro rinvenuti nel deserto del Gobi. I più recenti hanno 70 milioni di anni. Assai interessanti anche le uova di questi rettili appartenuti ad un’era che stentiamo ad immaginare. Ormai la stanchezza da fuso orario inizia a prevalere sull’interesse e, complice la cantilenante esposizione dell’austera signora che funge da guida, a stento ci tratteniamo dall’assopirci. Gli argomenti sono interessanti, ma la tranquillità del museo e il fuso ci portano a considerare ogni sedia come un un’ambita meta di agognato riposo. 

La giornata è stata calda ed abbiamo visto diverse persone (soprattutto signore) andare in giro con gli ombrelli aperti per ripararsi dal sole, oppure semplicemente coprirsi con delle borse portadocumenti. Non si capisce se sia per timore delle radiazioni solari o per non abbronzarsi. Come accadeva da noi un tempo, la pelle bianca è indice di classe. Altre invece indossavano una fasciatura sulla bocca, probabilmente nel tentativo di ridurre l’ingestione di smog assorbito o, come fanno i giapponesi, per evitare contaminazioni reciproche.

Rientriamo in hotel per una doccia rinvigorente ed usciamo alle 17,30 per recarci ad assistere a uno spettacolo di musica e folklore locale. Costumi locali a tinte vivaci, maschere talvolta aggressive ma ricche di significato, canti di gola (o kööhmii, vanto di questo Paese) infanti contorsioniste che riesce difficile catalogare fra giovani artiste o geishe sfruttate, ci calano nella tradizione di questo popolo ricco di storia ed orgoglio. Rappresenta un ottimo sistema per prendere contatto con l’aspetto più edonistico della società.

Con Tulga ed il resto della spedizione andiamo a cena al Modern Nomads, dove sperimentiamo il khorkhog, un piatto contenente pietre roventi e costine di montone. Ci accontentiamo di mangiare quest’ultimo, semplicemente delizioso.

Convinti che per oggi possa bastare ci rifugiamo per un meritato riposo in hotel. La bella vita nella città finita, domani inizia l’avventura! Ma non sarà di certo questo a toglierci il sonno e nemmeno i clacson accompagnati dai fuochi artificiali che si sentono provenire dalle strade del centro: la Mongolia ha vinto il suo primo oro olimpico in assoluto, proprio a Pechino e nella disciplina del judo. Più che legittima l’euforia e l’orgoglio nazionale.

Ulan Baatar – (Michelle hotel)



Day 2. - 15 ago 08


Verso nord fino ad Amarbayasgalant,dove religione e natura si fondono.

Lasciamo la capitale in una bella giornata dopo esserci assicurati di aver preso tutto il necessario, anche per i pernottamenti in tenda. Si parte in direzione ovest per proseguire successivamente verso nord. Ulan Bataar si trova infatti ornata da montagne nella zona settentrionale e da alte colline in quella meridionale, estendendosi pertanto in direzione est-ovest. Il traffico è notevole ed il fumo che esce dai tubi di scappamento ci serve come scorta nei giorni in cui dovremo fare a meno dello smog. La periferia è costellata da campi di ger sorti negli ultimi anni in seguito ai numerosi inverni particolarmente freddi (denominati zud) susseguitisi nei primi anni di questo secolo. Sterminando il bestiame di cui vivevano, i pastori si sono trovati a dover affrontare una ben più triste transumanza verso la città. Hanno così ingrossato le fila della popolazione povera, senza un lavoro che possa dirsi tale, disadattati nel dover condurre una vita che non è la loro: quella del pastore in aree rurali. Questo ha incrementato l’uso di alcolici come la vodka, che in principio dovevano servire per limitare il dolore di aver perso tutto, in realtà non ha fatto altro che aggravarne il disagio. Questo alcolico venne iniettato nel tessuto sociale dai sovietici per ammansire la popolazione negli anni ’70 ed è ancora ampiamente diffuso, sebbene da più fonti si afferma che il consumo di vodka sia in declino ed i giovani preferiscano la buona birra di produzione locale. Troveremo molti ubriachi, talvolta molesti nei confronti di altre persone, ma mai aggressivi. Anche qui si vede il carattere pacifico, seppure nella piaga dell’alcolismo. Man mano che ci si allontana, i quartieri di ger scompaiono per lasciare spazio alle prime praterie con rare tende isolate: finalmente le troviamo collocate nel posto giusto, quello pensato dalla Natura. Mentre procediamo incontriamo prima il crematorio della capitale e quindi il cimitero. La regola religiosa vuole che i corpi vengano cremati prima dell’inumazione. Sarebbe comunque impensabile sotterrare i corpi nella terra considerando le rigide temperature invernali.

Poco prima di Darkhan svoltiamo verso ovest. Proseguendo in direzione nord, in poche decine di km ci saremmo trovati in Siberia. E’ stupefacente come, pur trattandosi di un incrocio significativo, non vi siano indicazioni di direzione. L’autista fai da te avrebbe sicuramente vita dura non solo nell’orientarsi, ma anche nel scegliere la giusta via. Incontreremo questa mancanza di segnaletica un po’ in tutti gli incroci che troveremo. La strada finora è stata asfaltata sebbene con evidenti buche, ma prendendo per Erdenet migliora. In prossimità delle strade asfaltate si trovano dei caselli che richiedono il pagamento di un pedaggio (di solito sui 5000 T.). La velocità media si aggira sui 90 km/h. Ci fermiamo per qualche minuto a Hötög, villaggio evidentemente progettato e costruito seguendo lo stile sovietico, dove la nostra guida ha vissuto per 4 anni quando era ragazzino e suo padre faceva il poliziotto. La guida ci spiega di essere per metà di etnia bayad e per l’altra metà khalkha. Sua nonna proveniva dall’aimag (provincia) di Uvs, da dove si è spostata in occasione dell’ultima guerra mondiale, essendo stata dottoressa militare.

Imbocchiamo infine una pista sterrata ed in cattive condizioni che in 35 km porta al Monastero di Amarbayasgalant. In realtà si tratta di due e a volte anche tre piste che corrono parallele ad una distanza di pochi metri e di tanto in tanto finiscono per incrociarsi. Sta all’abilità degli autisti scegliere la migliore per incappare in un numero minore di buche. Questo sistema serve a schivare i mezzi che arrivano in senso inverso e a sorpassarne altri. In questo caso bisogna però centrare la pista più rapida in termini di sobbalzi. Sorpassare qualcuno significa anche ingerire quantitativi inferiori di polvere a scapito purtroppo di chi sta dietro. Si attraversano frequenti guadi, dove incontriamo parecchie auto impantanate con i passeggeri intenti a spingere per farle uscire dall’acqua. Il viaggio dalla capitale dura in tutto 5 ore, di cui buona parte su strade asfaltate. Ma non è il caso di montarsi la testa: d’ora in avanti lo sterrato rappresenterà quasi la totalità del nostro itinerario.

Il monastero è uno dei più belli ed importanti della Mongolia. Venne costruito fra il 1727 e il 1737 dall’imperatore manciù Kansu secondo i canoni dello stile cinese. E’ dedicato a Zanabazar, primo imperatore-lama, scienziato e grande scultore, la cui salma venne traslata qui nel 1779. Si percepisce fin da subito che i templi hanno un’origine cinese e se ne ha una conferma nel vedere le preghiere nella stessa lingua.

Troviamo il luogo incredibilmente affollato per una ricorrenza religiosa, alla quale si affianca per l’occasione un Naadam (corse a cavallo solitamente montati a pelo e guidati da ragazzini a partire dai 3 anni, che i mongoli considerano lo sport preferito in estate), del quale riusciamo a vedere l’arrivo in volata. Cerchiamo il ger camp, che si trova ca. 10 km prima del monastero. Pranzo sul tardi con specialità locale, i buuz (involtini di pasta ripieni di montone e cipolla cotti al vapore), dal gusto intenso ma eccezionalmente buono. La ger è gradevole e pulita, con servizi esterni, come sempre accade nei ger camps. Ritorniamo al Monastero per visitarne l’interno in un clima gioioso di festa, anche se le celebrazioni sono ormai terminate. Venditori di airag, altre bevande e giocattoli ornano l’ingresso, mentre all’interno un profumo d’incenso pervade l’aria. La tradizione buddista prevede che vengano fatte offerte in onore delle varie divinità, che vanno da piccole somme di denaro agli alimentari (riso, biscotti e pezzi di formaggio). Il tutto conferisce un senso di disordine e sporcizia ai nostri occhi, ma fa parte della tradizione. Capita anche di trovare delle offerte di denaro poste sugli ovoo, senza che nessuno le raccolga.

Si cena al campo con involtini alla coreana e bevendo tè, la bevanda che di solito accompagna i pasti. Le mandrie di bestiame sono molto frequenti ed è bello vedere i cow-boys a cavallo mentre le radunano. Forse è una delle immagini maggiormente rappresentative della vita agreste in Mongolia ed effonde un senso di libertà. Il che, per contrasto, spiega il disagio che questi uomini provano queste persone a vivere in città.

Visitiamo anche i dintorni del monastero, salendo su una collina la cui cima è arricchita da ovoo e bandierine tibetane, per ammirare il paesaggio dall’alto. In effetti la vista del Monastero di cui spicca il colore rosso in mezzo al verde delle praterie circostanti e delle basse montagne che si elevano tutt’attorno, offre un panorama incantevole.

 
 Amarbayasgalant – (Amarbayasgalant ger camp)



Day 3. - 16 ago 08


Il nord fra cerimonie sacre nel tempio ed i primi contatti con la Mongolia rurale

La notte scorre via fresca e la coperta spessa ci torna assai utile. Alle 8,45 ci troviamo già ad Amarbayasgalant per vedere le cerimonie nel tempio. C’è molta gente che si accalca, mentre all’interno i monaci intonano i loro canti di preghiera. Un’abbondanza di dolci, riso ed altri alimenti stanno a significare le offerte verso le divinità. L’atmosfera è impregnata di spiritualità buddista, in un effluvio di colori caldi e nella semplicità caratteristica di questa religione. Il tempo sembra non essere trascorso, e forse non lo è. Effusioni d’incenso si mescolano al profumo dolciastro delle offerte.

Il cielo è sereno, con qualche alta velatura, mentre ci dirigiamo verso Erdenet , la seconda città della Mongolia, con una popolazione di ca. 70.000 abitanti. Ampi pascoli con numerosi vitelli che amano sostare sulla strada. La città ha una marcata struttura sovietica e se non bastasse, a ricordarcelo campeggia un grande mosaico del volto di Lenin sulla parete di un palazzo. Cerchiamo invano di visitare la miniera di rame che essendo sabato è chiusa ai turisti. E’ una fra le dieci miniere più grandi del mondo e da sola produce il 40% dell’export mongolo, consumando quasi la metà dell’elettricità del Paese. Erdenet trae la propria sussistenza unicamente da questa attività. Visitiamo il monumento dedicato all’amicizia mongolo-sovietica: dalle bottiglie rotte deduciamo che serva da ritrovo notturno per gli alcolizzati, i quali implicitamente bestemmiano i sovietici per avere introdotto la vodka. Ne compriamo anche noi una bottiglia per le emergenze di freddo che potrebbero coglierci nei prossimi giorni.

In 60 di km raggiungiamo Bulgan e qui diamo definitivamente l’addio alla strada asfaltata. Pranziamo in un locale dall’arredamento tanto appariscente quanto pacchiano, in cui le mosche la fanno da padrone assoluto. La strada che si apre davanti a noi è già un acconto dell’inferno. Il tutto, se possibile, viene ulteriormente peggiorato dalla costruzione di una strada che in un futuro poco prossimo collegherà U.B. con il nord ovest. Si tratta della cosiddetta Millenium Road. Alcuni scettici sostengono che il nome sia dovuto al fatto che impiegheranno mille anni per costruirla. Le piste che sono nate a fianco sembrano essere state bombardate ed i mezzi pesanti che la frequentano non contribuiscono di certo a spianarla. La polvere è una compagna costante che impedisce il respiro. Incontriamo un camion carico di persone: ci dicono essere dei carcerati che stando andando al lavoro per la costruzione della strada. Anche su questo punto ci rendiamo conto come la Mongolia sia più avanzata delle nostre “democrazie garantiste”. In altri tratti gli appalti sono stati vinti da imprese cinesi, le quali si sono portati dietro i mezzi meccanici e la manovalanza. Di tanto in tanto incrociamo vecchi camion stracolmi di lana ovina.

In questa regione l’etnia dominante è quella buriata, la quale preferisce le costruzioni in legno piuttosto che le ger.

Sullo sterrato iniziamo a vedere i minivan della UAZ, che tutti dicono essere i più affidabili e caratterizzeranno il paesaggio motorio della steppa. Stesso discorso vale per le jeep E69, brillanti per la resistenza, meno per il comfort. Attualmente la gente predilige le jeep giapponesi in quanto sono più comode ed il prezzo delle russe è aumentato fino ad avvicinarsi ad un buon usato made in Japan.

Superiamo il pedaggio sul fiume Sengel, il più lungo del Paese, che da qui deve percorrere ancora un centinaio di km prima di gettarsi nel lago Bajkal in Siberia. Da Bulgan al luogo dove diciamo basta e piazziamo la tenda impieghiamo 3h ½ per percorrere ca. 140 km. In tutto abbiamo realizzato 320 km, grazie sostanzialmente alla prima parte di asfalto. Nell’ultimo tratto, essendo finiti i cantieri per la costruzione della nuova strada, riusciamo a recuperare un po’ di velocità e chiudiamo con una media sui 40 km/h. Il luogo dove piantiamo le tende si trova un decina di km a ovest di Houtag Ondor, in prossimità di una ger nomade, dove abbiamo il piacere di conoscere l’ospitale famiglia composta da padre, madre e un bambino di 5 anni con sua sorella. Ci offrono del tè salato con latte (süütei tsai), che assaggiamo con piacere, biscotti e l’aaruul (cagliata di latte essiccato). Quest’ultimo ha la forma di un biscotto durissimo, è salato ed ha un gusto acidulo destinato a piacere solo al palato di pochi occidentali. Ci dicono che in questo periodo si nutrono essenzialmente di derivati del latte, in quanto la carne andrebbe rapidamente a male se uccidessero degli animali. Finiscono le scorte di carne secca fatta essiccare in precedenza, mentre in inverno potranno sfamarsi con la carne fresca. Le temperature superano di frequente i -30°C. Di regola in un anno la famiglia monta 4 campi in luoghi diversi, possiede 500 pecore e 50 cavalli e possono considerarsi benestanti, sebbene i prezzi che offrono i mercanti di U.B. quando arrivano per comprare gli animali in autunno siano sempre più bassi. I ragazzi vanno a scuola da settembre a giugno e, non potendo rientrare a casa, si fermano in locali dormitorio che la scuola mette a disposizione. Per la prima volta ci imbattiamo nella proverbiale ospitalità della gente nomade e restiamo meravigliati per la disponibilità che dimostrano nell’accogliere dei forestieri. Quanto abbiamo occasione di sperimentare va ben oltre le già lusinghiere informazioni fornite dalle guide che abbiamo letto. Pernottiamo vicino ad un torrente e prima di cena viene a trovarci un pastore con l’immancabile deel (vestito lungo, simile ad un pastrano) a cavallo della sua moto russa. E’ molto simpatico e con lui sfoderiamo subito le uniche due parole di mongolo che conosciamo, finendo in breve la conversazione. Per fortuna i nostri accompagnatori riescono ad intrattenerlo meglio. Sta tornando a casa, che si trova ad una ventina di km. Vanta di distillare la migliore vodka ricavata dal latte (lo shimin arikh) e ci invita a berne quanta ne vogliamo. La cena avviene al lume di una splendida luna piena, mentre il freddo cala sull’ambiente circostante e s’impossessa delle nostre membra. Bere qualche birra o tazza di tè in più si rivela assai imprudente a causa dei disagi legati alle frequenti uscite verso la toilette. Uscire dal sacco a pelo nel cuore della notte non è una esperienza granché tiepida, ma consente tuttavia di ammirare il silenzio della steppa mentre si espletano i propri doveri fisiologici.

Hutag Ondor soum – (tenda)



Day 4. - 17 ago 08


Gli altipiani che portano a Huvsgul, a poca distanza dal confine con la Siberia.

Continuiamo lo spostamento verso Huvsgul sotto un sole che di tanto in tanto si cela dietro un sottile velo di nuvole, ma basta questo per irrigidire immediatamente la temperatura. Andy ci fa notare come Gengis Khan abbia sempre cercato di tenere i mongoli lontano dagli alcolici per evitarne le nefaste conseguenze. Paradossalmente, quasi oltraggiosamente, ora esiste addirittura un marchio di vodka che porta il nome e l’effige del valoroso condottiero medievale. Fin dai primi giorni ci stupisce l’insensibilità ecologica dei mongoli nel lasciare in giro i rifiuti. Vengono semplicemente abbandonati nel luogo in cui non servono più E’ così che lungo le strade si trova ogni genere di immondizia, con forte prevalenza di bottiglie di alcolici. Anche nei giorni a venire resteremo stupiti di come un ambiente così bello venga deturpato da rifiuti lasciati ogni dove. A stupire non è tanto la scarsa igiene che si vede all’interno delle ger, non molto diversa da come vivono i nostri montanari: non sarebbe del resto possibile mantenere tutto lucido in un ambiente simile, e nemmeno avrebbe senso. E’ piuttosto l’indifferenza con la quale lasciano ogni genere di rifiuti sul terreno pubblico, senza curarsi almeno di ammucchiarli da qualche parte. Il tutto peggiora poi nelle città e nelle loro periferie.

Sveglia alle 7 e partenza verso le 9.30 dopo aver fatto colazione a base di salumi, purée, cipolle fritte ed impacchettato le tende.

Alcuni pastori stanno portando una capra al macello. Sembra una processione, uno tira la capra, mentre un altro segue con un contenitore dove versare il sangue. Ci viene riferito che le capre sono animali molto intelligenti, pertanto si rendono conto e scalpitano quando è stato deciso il loro momento finale, diversamente dalle pecore che conservano così la mansuetudine fino al termine della loro vita. Il paesaggio che ci scorre di fianco sembra austriaco, un altopiano alto sui 1300 mt, ricco di lariceti e verdi pascoli. Un cow-boy dorme coricato per terra a pochi metri dalla strada mentre il suo cavallo attende il risveglio del padrone. Alcuni ragazzini cercano di fermare le poche auto per vendere i mirtilli appena raccolti. Li conservano dentro dei barattoli e, non appena riescono a venderne uno, lo versano dentro una borsa. Il vuoto è prezioso.

Fermata per sosta idrica a Ih Uul, dove vediamo da fuori un tempietto buddista. La giornata diventa più grigia man mano che saliamo di quota, mentre il verde intorno resta lussureggiante. La pista di tanto in tanto corre nel letto del torrente in secca. Anche qui, come già visto in Australia, si trovano tutta una serie di alberi che ornano i torrenti, i quali si riempiono solo in occasione del disgelo primaverile. Prima di arrivare a Mörön prendiamo anche qualche goccia di pioggia. Quando arriviamo in città il cielo tende a schiarirsi. Oggi è domenica e molta gente frequenta il mercato, che di solito si chiama mercato dei container, visto l’abbondante uso che ne viene fatto per adibirli a negozio. Un paio di ubriachi si regge in piedi a vicenda, mentre altra gente ben vestita mette in mostra il deel della domenica. Stante il tempo incerto e l’ora non tarda, decidiamo di puntare immediatamente su Khatgal e quindi alla nostra ger sul lago Huvsgul, saltando il campo tendato previsto per stanotte. Si prende una pista che dopo qualche tempo diventa sempre più esile fino a scomparire, in cerca di nuove emozioni più panoramiche. In effetti quello che vediamo riempie la vista e ci fa sembrare meno dure le asperità del terreno. Sono molti gli animali che pascolano nella prateria, fra i quali spiccano i primi yak, animali che esigono temperature fresche anche in estate, e gli hainek, ibrido fra lo yak e la mucca, dal pelo leggermente più corto rispetto al bovino dalle lunghe frange. Su questi altipiani a quota 1900 mt. si vedono ancora delle ger, che ci tornano utili per ritrovare una pista, quando ormai pensavamo d’averla persa definitivamente. Essendo un Paese privo di indicazioni stradali, con poco traffico, ma con un intenso reticolato di piste poco battute, le informazioni presso le ger sono di vitale importanza. Del resto più di metà della popolazione mongola vive in questo tipo di casa. E’ così che ci fermiamo presso una gentile signora, la quale ci spalanca la porta di casa sua e ci offre aaruul di pecora e di yak, nonché lo tsuivan, tagliatelle tagliate a mano con carne di montone sminuzzata ricca di grasso e cipolle soffritte. Il tutto è offerto in una scodella, che successivamente viene sciacquata alla buona per versarvi il tè col latte. Il gusto è molto buono, nonostante la rusticità di tutto quanto ci circonda. Non nascondo che non sia stato facile ingoiare i primi bocconi, ma non si può e soprattutto non si deve rifiutare quanto viene offerto con tanta gentilezza. Prima di offrire del cibo a noi la signora ha messo un po’ di tsuivan in una scodella e l’ha posto su uno scaffale per le divinità, prima ancora ne aveva messo qualche briciola nel fuoco a ricordo dei morti. Una volta fatta l’abitudine anche al gusto misto fra selvatico e dolciastro del montone, non ci sono più stati problemi per il resto del viaggio. La famiglia possiede 400 animali, soprattutto capre e yak. Sono di etnia dharkad, che vivono soprattutto nel Khuvsgul settentrionale, in condizioni che in inverno pochi potrebbero sopportare (ci dicono che le temperature raggiungono i – 40/45°C.). Effettuano 4 migrazioni all’anno. Stanno attendendo il rientro della figlia che studia a U.B. per la migrazione autunnale. L’accoglienza particolarmente calda è anche dovuta, oltre alla proverbiale generosità di questa gente, al fatto che eravamo i primi stranieri ad entrare nella loro ger. Uscendo vediamo un bottiglia di plastica da 2 lt. appesa e rovesciata, con il fondo tagliato. E’ un “lavandino” che si riempie e si apre leggermente il tappo per far scendere l’acqua nella quantità desiderata. La quota sui duemila mt. rende il clima frizzante ma, come per incanto, rispunta il sole e troviamo anche una pista che porta indicativamente nella direzione desiderata. Ci raccordiamo infine sulla strada principale che conduce a Khatgal, senza peraltro che questo ci consenta di aumentare la velocità di crociera, stante i continui sobbalzi. Ci lasciamo alle spalle Khatgal mentre il sole sta tramontando e costeggiamo il Lago Huvsgul passando sul lato occidentale. Anche qui la strada è infame a causa della costruzione di nuova arteria che in futuro raggiungerà comodamente i campi ger dislocati lungo il lago. Arriviamo al nostro campeggio quando sono ormai le 21 ed il buio ha avvolto le foreste che lo circondano, mentre la luna sale ad illuminare il lago come in un film. La cena è servita quasi fossimo in un ristorante d’elite, ma fortunatamente i piatti non hanno la stessa ricercatezza. Non c’è corrente nella nostra ger e leggiamo qualche riga sul programma di domani all’esile lume di una candela prima di assopirci.

Huvsgul - (Nature’s door ger camp)




Day 5. - 18 ago 08


Escursione sopra il lago Huvsgul sul Mt. Hirbist Uul (2515 mt.) e passeggiata a cavallo

Oggi scopriamo quanta poca acqua possa bastare per lavarsi la faccia al mattino, quando ne consumiamo decine di litri in inutili quanto talvolta dannose docce quotidiane. Al piccolo contenitore metallico da ca. 2 litri è attaccato un rubinetto dal quale esce un filo d’acqua che, una volta usata finisce in un secchio e viene eliminata. Un altro secchio serve per immettere acqua fredda che può mischiarsi ad alcune gocce di calda contenute in un termos posizionato accanto. Gli inservienti controllano regolarmente lo status dei secchielli. Finisce così che per una lavata di faccia possa sorprendentemente bastare ca. ½ lt. d’acqua, mentre per i servizi igienici questa risorsa non venga del tutto usata. La si fa in WC appositamente creati, sotto i quali si trovano dei contenitori e si ricopre il tutto con della segatura. Non che manchi l’acqua, ma trovandoci vicino ad un lago di vitale importanza per i pochi coraggiosi umani che ci vivono intorno, è importante non inquinarlo. Pertanto tutti i rifiuti vengono portati via. La nostra ger ha due letti (ma nel campeggio ne esistono di più grandi, fino a 6 posti) e consta di 62 listelli i quali convergono verso la ruota centrale a formarne il tetto.

Un generatore a gasolio è in funzione dalle 20 alle 23 ed in quell’orario si possono portare le utenze elettriche nella zona ristorante per la ricarica. Diversamente bruciano legna per la cucina e per riscaldare l’acqua delle docce, quando il pannello solare non basta.

 Il lago Huvsgul.

Avendo un giorno di vantaggio su quanto preventivato dal programma, lo destiniamo ad un’escursione sui monti che cingono il lato occidentale del lago. Ci infiliamo nella foresta di larici prestando la massima attenzione ai riferimenti presi in precedenza. E’ tutto in piano e molto fitto, pertanto bisogna arrivare alla radura situata poco più in alto nel punto esatto. La centriamo con perfezione chirurgica dopo un’ora e dieci di cammino e di lì inizia la salita vera e propria, aprendosi a paesaggi che via via si fanno sempre più ampi. Sotto di noi il lago dimostra la sua grandezza, contornato da splendide lagune che già prenotano i nostri impegni pomeridiani. Raggiungiamo la cresta e la vista spazia sul versante che dà verso l’interno, con la catena montuosa del Saridag, nonché la strada che conduce nei territori degli Tsaatan. La vetta che raggiungiamo con un balzo di 900 mt di dislivello per 1h50’ di fatica si chiama Hirbist Uul, a 2515 mt., ed è la più elevata della zona. In cima si trova un piccolo ovoo, sul quale gettiamo anche noi l’offerta di una pietra ed aggiriamo in senso orario, secondo il costume locale. Alta nel cielo volteggia un'aquila e tiene d’occhio i nostri movimenti. Ma noi siamo venuti e torniamo in punta di piedi, senza disturbarla. Scendiamo rapidamente sotto un sole limpido per non mancare l’appuntamento prandiale, sfruttando una traccia di sentiero usata dai cavalli quando vengono da queste parti con dei clienti. Il menu prevede gli tsuivan, ma in questo caso le esigenze del turismo impongono allo chef di eliminare il grasso del montone dalla carne. Mentre nella ger nomade di ieri il grasso costituiva una risorsa contro il freddo qui sanno che i sensibili palati occidentali poco gradirebbero un ammasso di grasso intorno alla carne. Facciamo la conoscenza di un ricercatore americano, il quale di professione organizza fiere su Gengis Khan. E’ appena arrivato dal deserto del Gobi e ci lascia il nominativo di alcuni suoi conoscenti intenti nella ricerca di ossa di dinosauri. Se dovessimo incontrarli avremo la sua indicazione per farci raccontare sulle ultime scoperte in materia.

Un’ora e mezza di meritato riposo fuori dalla nostra ger e siamo di nuovo pronti a ripartire per visitare la laguna vista stamattina dall’alto. E’ un luogo che sembra creato appositamente per le esigenze fotografiche, non fosse che il sole di tanto in tanto si cela dietro qualche nube passeggera. Una doccia ristoratrice ed ancora un momento di riposo concludono la giornata, mentre una mandria di yak rientra dal pascolo creando un sipario che vede il lago come splendido sfondo.

La cena arriva puntuale alle 19,30. Si tratta di carne più simile ad un ragout pressato e cotto al forno che ad un hamburger, sovrastato dal purée. Parlando con i nostri accompagnatori, che partono da una concezione di nomadismo negli spostamenti, ci chiedono se quando andiamo in montagna spostiamo anche i mobili. Questo no, ma visti i pesanti carichi degli zaini poco ci manca! Anche stasera la luna riflette la sua luce sul lago, assumendo colori sempre più argentati man mano che si alza nel cielo. Qualche pagina letta al lume di candela ed infine ci si concede un buon riposo ristoratore, aggiungendo però una coperta. Ci troviamo a 1645 mt. e fa freddo. La stufa scalda fino a sembrare una sauna, ma di lì a poco smette la sua preziosa efficacia ed il freddo s’impadronisce dell’ambiente.

Huvsgul - (Nature’s door ger camp)




Day 6. - 19 ago 08


Alla corte degli Tsaatan: l'orgoglio del popolo delle renne.

Alle 5 di mattina un’inserviente viene a bussare per accendere la stufa nella nostra ger. Il tepore sviluppato ci dà il coraggio di uscire fuori dal letto alle 6.30. Colazione alle 7. Oggi il programma prevede l’incontro con una famiglia Tsaatan, l’etnia del popolo delle renne. La lingua

Percorriamo i 26 km che ci portano alla tenda degli Tsaatan su una strada ricca di sobbalzi. Quando vediamo una tenda conica costruita con tronchi di larice e ricoperta da un telo impermeabile sappiamo di aver raggiunto la nostra meta. Sono già evoluti: in passato ricoprivano le tende con le pelli degli animali. Dal centro del tetto esce il camino fumante di una stufa. Pur essendo forato ci diranno che il calore del camino impedisce alla pioggia d’entrare. Sarà cosi! Entriamo e troviamo una signora vestita con un deel, che in origine doveva essere di colore viola. Ci accomodiamo sul lato destro (sinistro rispetto all’entrata) tradizionalmente riservato agli ospiti, mentre lei occupa la posizione opposta a quella d’ingresso. Dopo alcuni convenevoli che ci scambiamo con la traduzione della guida, ci chiede se abbiamo delle domande da farle. Apprendiamo così che vivono allevando 17 renne. Ha 59 anni e 6 figli, di cui alcuni anche piccoli e restiamo allibiti quando scopriamo di trovarci di fronte ad una sciamana. In quanto tale è anche l’espressione medica della tribù. Prevenendo ogni nostra obiezione ci dice che di ospedali nelle vicinanze non ce ne sono e che i riti sciamanici, a differenza delle medicine occidentali, non hanno alcun effetto collaterale. Mentre noi per curare un organo finiamo sovente per danneggiarne un altro. Troppo facile ma anche difficile per controbattere e lasciamo cadere il discorso. Appesa all’interno della tenda c’è della carne tagliata a liste, messa ad essiccare. Sull’altro lato si trovano delle erbe medicinali anche loro per essiccare. Mentre alle spalle della sciamana vediamo i paramenti che usano durante i loro riti. Riti che vengono celebrati in determinate occasioni come funerali o festività. Il loro dialetto è molto vicino al tuvano, pertanto devono parlare in mongolo, almeno per capirsi con la nostra guida. Ci vengono offerti dei pezzi di pane fritto nel burro e non lievitato, si chiama bortzig. Dall’aspetto sembrano quasi dei babà salati. Se si dimentica l’impatto devastante che potrebbero avere sui nostri fegati già falcidiati dallo stress, potrebbero anche essere buoni. L’ospitalità vuole inoltre che ci vengano offerte delle costine di renna bollite e servite fredde. Ci limitiamo ad un assaggio, mentre i nostri accompagnatori non disdegnano di banchettare. Dentro ad un wok appoggiato direttamente sul fuoco della stufa fanno cuocere del tè in foglie, vi versano il latte delle loro renne prelevato da una bottiglia di coca cola (riciclare è una necessità prima ancora che una scelta ambientalista), lo colano per separare le foglie di tè e ce lo servono dentro delle scodelle. Superiamo con coraggio la vista del colino e delle tazze e beviamo l’intruglio. Ormai ci sentiamo dei loro, ed anche con un certo orgoglio.

Parlando delle renne che abbiamo incontrato in quantità in un precedente viaggio nella terra dei Lapponi, ci chiedono se non sarebbe possibile fargliene arrivare alcune. La loro razza si sta indebolendo a forza di continui accoppiamenti consanguinei e la statura diminuisce. La tribù ha in tutto poco più di mille renne, certo non molte se si pensa che è quasi l’unica fonte di sussistenza. Altro problema è rappresentato dai giovani, sempre meno disponibili ad affrontare una vita di sacrifici come questa. La naturale conseguenza è il loro esodo verso le città. Da ciò risulta essere solo parzialmente vero quanto disse un capo Tsaatan: qui nessuno è obbligato a restare, per questa ragione nessuno se ne andrà. Una particolarità di chi segue la religione sciamanica sta nelle sepolture: non seppelliscono i morti ma lasciano che vengano divorati dagli animali, attribuendo un significato diverso a seconda che a divorarli siano animali di terra o uccelli.

I bambini frequentano la scuola a Khatgal: da settembre a giugno, per le vacanze estive restano con la famiglia. Anche per attendere ai lavori di loro competenza. Quello che da noi si definirebbe sfruttamento minorile lì si chiama educazione al lavoro. Altra lezione che mandiamo in memoria.

Si trovano con la tenda vicino al lago per il campo estivo, ma il resto degli Tsaatan vive nelle zone più interne raggiungibili unicamente dopo giorni di cammino a cavallo. Si intuisce chiaramente che questa famiglia è già abituata ad incontrare dei turisti. Ci chiedono 5000 T. per poter scattare delle foto all’interno della tenda, ma resta il fatto che riusciamo a scoprire una cultura ancora più remota delle altre etnie mongole. Le molte sigarette viste fumare durante l’incontro e qualche bottiglia di vodka abbandonata all’interno della tenda ci fanno intuire che una sorta di contagio l’hanno comunque avuto. Hanno uno stile di vita leggermente superiore agli altri membri della loro etnia grazie alle entrate dei turisti. In un sacchetto che pende al fondo della tenda si trova un cellulare, presente ovunque laddove ci sia la copertura. Gli uomini passano il tempo a bighellonare giocando a carte mentre i bambini giocano allegri, raccogliendo fiori.

A poca distanza si trovano alcuni banchetti che offrono artigianato locale: manufatti in osso, guanti e ciabatte ricavati con lana di cammello ed altri souvenirs.

Sulla via del ritorno chiediamo al nostro autista di lasciarci alla laguna di ieri dove terminiamo il servizio fotografico rimasto incompleto per la comparsa di qualche nuvola. Durante pranzo apprendiamo che la grande muraglia cinese non è stata costruita per difendersi dalle armate di Gengis Khan, bensì dagli assalti degli Unni, i quali alcuni secoli prima popolavano la Mongolia ed avevano dimostrato velleità di conquista sul vicino cinese.

Il menù prevede un minestra di pomodori e gli squisiti buuz. Passeggiata verso sud per vedere gli yak al pascolo, mentre si stagliano con il lago sullo sfondo. Il sole ci riscalda ancora qualche minuto fuori della nostra ger mentre facciamo una partita con gli scacchi appena acquistati, la scacchiera è naturalmente in feltro, mentre il re non poteva che essere rappresentato da Gengis Khan. La cena prevede spaghetti al ragout. Ebbene sì, sono endemici di questa parte del mondo se vennero importati da Marco Polo. Alle 19.30 abbiamo visto il sole tramontare dietro le montagne. Dopo pochi minuti il cielo si è oscurato fino ad iniziare a piovere con fulmini che proiettano effetti scenici sul lago e sulla foresta che lo circonda. La stufa accesa, la ger illuminata dalla luce fioca di una candela e la pioggia che cade sul telo esterno rendono l’atmosfera surreale. In questo momento non vorremmo essere altrove.

 Huvsgul - (Nature’s door ger camp)




Day 7. - 20 ago 08

 

Il giorno in cui la libertà diventa immagine: a cavallo lungo le sponde del lago Huvsgul

Il giro a cavallo di un’ora lungo il lago ci restituisce un senso di libertà, che il canto del wrangler vestito con l’abito tradizionale rende ancora più suggestivo. Si pranza alle 12 in punto per essere pronti alle 14. Altre due ore in groppa al cavallo, tanto è stata bella l’esperienza mattutina. Ad accompagnarci stavolta c’è anche il figlio del wrangler. Ha 7 anni e quando è in sella dimostra una padronanza come se sul cavallo ci fosse nato. Quando è in sella evidenzia una gestualità da adulto per imporre al cavallo cosa deve fare, poi quando scende torna un ragazzino come tutti gli altri.

Questo ci fa capire il perché del successo di Gengis Khan. Ma è anche vero il detto che ricorda come i regni conquistati a cavallo non possano essere amministrati restando a cavallo. Costeggiamo nuovamente il lago e rientriamo passando per la foresta.

Ci invita nella sua ger, straordinariamente pulita ed ospitale, dove non compaiono bottiglie di vodka. Ci viene offerto dello yogurt di yak (tarag o tarikh) e non esito a fare il bis non appena se ne presenta l’occasione. Hanno una piccola televisione in bianco e nero con tanto di parabolica appoggiata per terra fuori della ger, che alimentano con un pannello solare collegato ad una batteria da auto. Quando è ora, collegano le pinze ai morsetti, si vede una scintilla e la TV si accende. Facciamo conoscenza con la sua signora e con lei riusciamo a comunicare a gesti e con il poco inglese che conosce, mentre il marito esce a spaccare legna. Scopriamo che lui ha il titolo di Elefante dell’aimag di Khuvsgul, l’onorificenza più alta guadagnata nelle gare di lotta libera. La stazza imponente infatti faceva supporre che non fosse un danzatore classico, ma solo vedere le sue foto dove mostra i muscoli dopo una gara impone il massimo rispetto. Le medaglie sono appese al fondo a testimoniare l’orgoglio del padrone di casa, trentasettenne. Sono di etnia dharkad. La signora, che ha 43 anni ma ne dimostra persino di più, ci dice che questo è il campo estivo, per l’inverno andranno in montagna. Parendo un controsenso e temendo di non avere capito bene ci facciamo ripetere l’asserzione, ma è proprio così. D’inverno vanno in montagna dove fa un po’ più freddo ma nevica di meno e gli yak possono trovare erba con maggiore facilità. Dispongono di un parco animali composto da 49 yak e 89 pecore. Il figlio a settembre andrà a scuola a Khatgal e vi resterà fino a giugno, quando raggiungerà i genitori nei pascoli estivi lungo il lago. Il poveretto avrà un piccolo incidente la sera stessa: mentre sta spostando alcuni cavalli, altri gli passano davanti ed i suoi tendono a seguirli. A questo punto il piccolo cerca invano di trattenerli scivolando per terra e scorticandosi. Solo quale graffio, ma l’attento, severo e nel contempo amorevole padre, gli vieta di piangere di fronte ad altri. Non si addice ad un uomo! In effetti fierezza ed orgoglio dovrebbero essere una virtù, ma ormai tendiamo a considerarli valori superati dal relativismo.

Riprendiamo i cavalli e facciamo ritorno al nostro campo consci d’aver vissuto una giornata di vera libertà. A tal proposito, in serata incontriamo una signora americana, ma nativa della Germania Est, la quale ci racconta di essere scappata 40 anni fa dalla Turingia. La fuga è avvenuta fra mille traversie insieme a suo padre, lasciando a casa il poco che avevano. Lo stesso genitore le aveva fatto promettere di non tornare mai più in quella terra ingrata. Ma lei, una volta caduto il Muro e non essendoci più suo padre, è ritornata a far visita ai parenti rimasti ed ai luoghi in cui ha vissuto l’infanzia.

Lo chef per cena propone un risotto con carne e verdura, insalata di carote e aglio tritato. Qualche alitata ci servirà per attizzare il fuoco della stufa! Per cena assaggiamo nuovamente lo yogurt che abbiamo già gustato nel pomeriggio, stavolta con marmellata di mirtilli: ed è sempre un piacere. Questa la risposta migliore a chi ancora sostiene che in Mongolia si mangia male. Un cielo sereno e fresco accompagna il fine serata.

Huvsgul - (Nature’s door ger camp)



Day 8. - 21 ago 08


Viaggio nella Mongolia Centrale: poche ger, greggi e un pernottamento da "brivido"

Anche stamane passano ad accendere la stufa nella ger per farci trovare l’ambiente caldo quando ci svegliamo. Oggi c’è il vento ed è un’esperienza che ci mancava ancora. Il fresco si trasforma rapidamente in freddo ed il cielo inizia a coprirsi. Dall’interno della ger sembra che fuori ci sia una grossa ventola accesa. La sistemazione è solidissima e non si muove minimamente, persin meglio di una casa dove ci potrebbe essere il rumore esercitato dal vento sui vetri. Ci consideriamo fortunati, avere tre giorni consecutivi di bel tempo sull’Hovsgul è cosa rara. A noi è riuscito e abbiamo cercato di sfruttare appieno l’opportunità offertaci.

Osserviamo da alcuni giorni come la gente sia scevra da cerimoniali. Si saluta cordialmente quando si vede ma quando ci si congeda non è necessario un rito di commiato. Si possono avere comunque ottime relazione anche senza tante formalità. Lo stesso quando si dà o riceve qualcosa. Non ci sono particolari salamelecchi, basta un grazie, sapendo che se qualcuno ha dato è perché intendeva farlo e l’espressione di riconoscenza non richiede tanti giri di parole. Aiutarsi è una cosa doverosa ed avviene così, naturalmente.

Partiamo all’alba delle 9,10 per raggiungere Khatgal in poco più di un’ora (sono sempre 26 km!). Raggiungiamo Mörön in ulteriori 100 km di strada leggermente migliore. Andiamo al locale mercato dove veniamo in contatto con la vita quotidiana degli abitanti della città. E’ di particolare interesse la zona dedita alla macelleria, dove spiccano le vesciche di montone, dalle quali si ricavano gli otri e le teste di montone incellophanate con dei gusti. Solo più da far bollire. I montoni prima di essere macellati devono avere almeno due anni d’età. Uccidere un animale prima di quella data viene considerato uno spreco inutile. I negozi offrono poca verdura, soprattutto quella a lunga conservazione, in particolare patate (750 T./kg) e cipolle. Quasi tutte le case sono in legno con annesso cortile (hasha).

Visitiamo il monastero di Danzandarjiaa Khiid e pranziamo qualche decina di km a sud, lungo le sponde del fiume Delger, dove incontriamo i francesi lasciati stamattina al ger camp, mentre sono intenti nel desinare.

Lungo il viaggio affrontiamo molti discorsi con Andy: è curioso notare come quando gli diciamo che il problema maggiore che assilla la nostra società sta proprio nel cervello, non riuscire ad avere dei valori solidi, ci chiede se neanche la religione possa più rappresentare per l’occidente un rifugio edificante. Chi lavora come dipendente paga i contributi per la pensione e la sanità, mentre gli vengono detratte le imposte dal salario. I maggiori problemi legati alla sicurezza sono rappresentati dagli incendi che si sviluppano nelle ger. Essendo di materiale infiammabile le scintille provocate dalle stufe possono causare disastri. Anche i bambini corrono molti rischi al contatto con la stufa, tant’è che spesso vengono legati ad una certa distanza onde evitarne il contatto. Nella nostra società si configurerebbe il reato di sequestro di persona! I pompieri della capitale effettuano la maggior parte dei loro interventi nei campi ger della periferia.

Il nome della prossima tappa è Shine Ider Soum, che si traduce in giovane e nuovo, soum sta invece per distretto, una suddivisione dell’aimag, che rappresenta la provincia.

Proseguiamo fino al passo Khindavaa, posto a 2350 mt. di quota, con un paesaggio altalenante di ampie vallate che si possono considerare altipiani, alternandosi a colli sui 1800/2000 mt. Le praterie sono molto verdi e puntinate da rare ger bianche in mezzo a vasti greggi di animali. Vicino al paese di Shine Ider, lungo una collina vediamo un cimitero nel senso tradizionale del termine, con pietre poste come lapidi. Il tempo inizia a guastarsi fino ad iniziare a piovere verso il tardo pomeriggio. E’ incredibile come fino a che non piova il paesaggio resti straordinariamente fotogenico, con luci come fari che filtrano fra le nuvole. Ci avviciniamo ad una ger per chiedere il permesso di campeggiare nelle vicinanze. Ci viene accordato ed andiamo a sistemare le tende in prossimità di un ricovero d’emergenza per animali (pecore e capre), costituito da tronchi intrecciati. L’interno è palquettato da ogni genere di escrementi caprini, ma ci torna di grande utilità quando il vento aumenta e diventa impossibile cenare fuori. La cuoca allestisce una cucina all’interno e prepara il makh, tagliando le costine di montone farcite di grasso, comprate al mercato di Mörön. E’ il piatto più classico della tradizione mongola. Le mette a bollire con patate, carote e cipolle, mentre fuori la situazione peggiora fino a piovere copiosamente, di stravento ovviamente. Siamo ad una quota di 2065 mt.

Intanto arrivano anche i francesi che piazzano le tende a qualche centinaio di metri da noi. Hanno ricevuto l’offerta di trascorrere la notte in una ger di nomadi ed hanno rifiutato per non disturbare. Se ne pentiranno più tardi, quando la loro tenda verrà sferzata dal vento e dalla pioggia, ma noblesse oblige.

Nel frattempo cala la notte e ci rischiariamo a lume di candela e di una torcia. Ceniamo nel ristorante improvvisato con le costine bollite di montone. Una volta estratte dalla pentola, la cuoca vi aggiunge della pasta e ci gustiamo una minestrina agli aromi di montone. Bisogna solo spicciarsi, altrimenti il grasso sfreddato forma una spessa coltre sulla superficie rendendola solida e pertanto imbevibile. Forse non è propriamente il pasto suggerito da tutti i dietologi, ma in quelle condizioni risulta particolarmente utile e gradito. Stante l’imperversare del maltempo si decide di portare le tende all’interno e trasformare così il ristorante in hotel. Il profumo, al quale ci siamo ormai abituati e del quale forse siamo perfino impregnati, non è di quelli più ambiti dalle signore dell’alta società, ma il freddo esterno è ben peggio. Non che dentro faccia caldo, tant’è che dormiamo nei sacchi a pelo con tanto di coperta, calzamaglia, pantaloni e pile. Per concludere infilo una maglietta solo per coprire la testa e riparare l’unica parte esposta. Ci ricordiamo infine della bottiglia di vodka comprata alcuni giorni fa e rimasta nella jeep per le occasioni d’emergenza. Questa lo è, e la finiamo in un amen con alcuni quadretti di cioccolata. Nonostante tutti questi espedienti la notte trascorre lenta, con frequenti risvegli dovuti al freddo.

Shine Ider Soum - (tenda)



Day 9. - 22 ago 08


Strade difficili ma gente semplice e cordiale nel trasferimento verso il Vulcano Khorgo

Sebbene dormire sia poco più di un’opinione, quando fuori inizia a vedersi il chiaro pare un miracolo. Esco fuori dalla tenda, e quindi dall’ovile cercando di muovere le membra lentamente, come se mi trovassi di fronte ad un disgelo corporeo. Inizio a camminare verso l’alto della collina come spinto da una necessità superiore. E’ quella di rimettere in circolazione un po’ di sangue. Raggiungo una modesta elevazione e mi metto a correre all’impazzata per ristabilire un minimo di tepore corporeo. Il raffreddore che era incipiente fino a ieri è diventato una vera e propria realtà. Il sole sta per sorgere imperioso e freddo, mentre il silenzio e le dolci ondulazioni delle colline ci parlano dei tempi in cui questi luoghi erano battuti dalle orde di Gengis Khan. Dopo pochi minuti mi raggiunge Bruna ed insieme commentiamo i rigori della notte. Osserviamo stupiti i nomadi che iniziano le loro attività mattutine riportando le greggi al largo e mungendo gli yak. Ci pare incredibile come questa gente possa muoversi con noncuranza del freddo, anzi, quella che per noi è una mattinata gelida, per loro è semplicemente l’inizio di una giornata estiva. L’inverno deve ancora venire, e sarà cosa ben diversa da quella che noi soffriamo adesso. Kambah ci dice che quando è uscito ha dovuto grattare il ghiaccio che si è formato sul parabrezza.

Nel frattempo gli accompagnatori hanno preparato la colazione all’esterno e Kambah ci offre una scena che fino a pochi giorni fa avremmo semplicemente definito disgustosa. Ieri ha avanzato una costina di montone e l’ha lasciata sul cofano della jeep, tant’è che mi faccio la figura di chiedere se qualcuno ha anche pensato alla colazione dei cani lasciandola lì. Lui invece la prende e ne spolpa la carne avvolta di grasso, lasciandola cadere amorevolmente nella tazza del tè. Non avevamo capito, ma ora è tutto chiaro e lo sconcerto iniziale diventa quasi ammirazione.

La giornata è bella e partiamo che sono le 9. Passiamo dai francesi per vedere come sono sopravvissuti, trovandoli svegli da poco ed intirizziti quanto mai. Avrebbero ancora un paio di pernottamenti tenda ma ci chiedono l’indirizzo del prossimo ger camp. L’esperienza gli è bastata e ritengono che ad una prossima potrebbero anche non sopravvivere. La loro guida, una ragazza, ha dormito nella sua canadese e sembra abbastanza reattiva, mentre il loro autista ha accettato di buon grado l’ospitalità offerta dai nomadi.

Si parte in direzione della provincia di Arkhangay. Il paesaggio continua ad altalenare delle belle montagne basse (l’altezza media della Mongolia è di 1580 mt. slm). A poche decine di km dalla partenza vediamo dei cumuli di pietre che sono tombe di epoche antiche, risalenti a oltre mille anni fa. Giungiamo a costeggiare il fiume Ider fino al momento in cui dobbiamo superarlo con un ponte di travi in legno, la cui vista ci gela ancor più della notte appena trascorsa. Prima di attraversarlo ci raccomandiamo a tutti i santi di nostra conoscenza e, una volta giunti sull’altra sponda, alleggeriamo il carico psicologico con alcune foto all’opera dello scampato pericolo. Vediamo dei boschi di larici secchi e ci viene detto che la causa sono degli insetti che stanno distruggendo intere vallate. Sembra che sia stato trovato un rimedio ma lo scempio rimane. A metà mattinata ci fermiamo in una gher per un tè salato ed assaggiamo il burro di yak (rinomato per la sua carica di lipidi) con gallette di aaruul. I padroni di casa sono contenti dal momento nel vederci mangiare di gusto. Di solito vedono stranieri molto schizzinosi che avanzano quanto loro offrono gentilmente. E’ proprio il caso di dire che restiamo tutti soddisfatti. Sono ancora nel campo estivo ed a breve si sposteranno in quello invernale. L’ambiente è pulito e pensiamo di sdebitarci della loro generosità regalando loro alcuni oggetti che abbiamo portato all’uopo, in particolare per i bellissimi bambini. A loro volta i nomadi, per tramite delle delicate mani dei loro figli, ci offrono ancora dell’aaruul da portare con noi durante il viaggio.

Risaliamo una vallata per giungere ad un colle, incrociando dei camion, molti dei quali sono carichi di assi in legno e non ci spieghiamo come riescano a resistere nonostante la strada ed il carico. Sono di solito dei vecchi Ural di fabbricazione sovietica; stupisce poi come riescano a scendere lungo i pendii con i rimorchi al seguito. La strada si dipana tra monti e vallate, e dal punto più alto si può godere di un panorama splendido, con boschi di larici che si alternano a praterie. In breve raggiungiamo il bellissimo lago Lago Terkhin Tsagaan circondato da crateri di vulcani spenti, il più "giovane"  dei quali è il Khorgo. Il Vulcano Khorgo ha un diametro di 200m. e una profondità di 100 mt. I torrenti di lava provenienti dal vulcano hanno bloccato il fiume Terkh, formando il lago. Ci sistemiamo nel ger camp quando ormai sono le 13,45, situato a pochi metri dal bacino posto a 2080 mt. di quota, sotto un vento freddo che inibisce l’azione solare. Si pranza nel ristorante del camp con un ragout di carne e patate fritte. Il vento diminuisce leggermente e ci spostiamo di una decina di km per vedere il cratere del Khorgo. Facendo il giro lungo il bordo del cratere il vento è molto forte ma la vista è appagante del sacrificio. Rientriamo per fare qualche foto dall’alto del ger camp ed un po’ di relax prima di cena. Facciamo la conoscenza con una coppia di genovesi ed una guida che parla italiano. Si chiama Zulaa ed è una studentessa ventiduenne appassionata dell’Italia tanto da studiare la nostra lingua all’università di U.B. Ci offre quella che qui chiamano la vodka mongola, ovvero latte fermentato con una gradazione di ca. 12°. Della vodka ha solo il colore trasparente ma è buona, anche se conserva sempre un retrogusto abbastanza marcato di prodotto caseario. Nel frattempo arrivano anche i francesi, ben contenti di non dover più campeggiare in tenda. In televisione c’è una semifinale di box alle olimpiadi, che vede vincere il concorrente mongolo e qualificarsi per la finale. Una passeggiata digestiva mentre il vento si sta chetando e riassaporiamo il piacere di dormire in una ger calda.

Terkhiin Tsagaan - (Maikhan Tolgoi ger camp)



Day 10. - 23 ago 08


Direzione sud-est fino a Tsetserleg, città giardino malriuscita di un popolo nomade

Stamattina il fuochista si presenta in ritardo ma il freddo è in qualche modo gestibile. La guida resta addormentata e dopo colazione dobbiamo attenderlo per tre quarti d’ora prima di partire. Cosa che avviene alle 9.10 h. Il Paesaggio dell’Arkhangay è meno bello di quello dell’Huvsgul. Gli altipiani sono più piatti ed il paesaggio diventa più monotono, mentre l’erba assume tinte più giallastre, significativo di come sia più arido. I boschi lasciano lo spazio a praterie sterminate mentre spariscono i torrenti. Il cielo risulta velato anche se non ci sono dubbi in merito alle precipitazioni.

Ci fermiamo per vedere la gola formata dal fiume Chuluut, un vero canyon scavato dal tempo. Nelle vicinanze si trova il Zuun Salaa Mod, l’albero dei cento rami, ricoperto di sciarpe di preghiera ed offerte di vario genere lasciate in giro, il cui modo disordinato non può che essere accostato ad un grande mucchio d’immondizia. A metà mattinata facciamo uno stop in una ger di nomadi, come la fermata che faremmo per prendere un caffè al bar. Sembra quasi d’essere invadenti ma il costume e quello, inoltre tanto noi che gli accompagnatori lasciamo dei regali quando non un contributo in denaro. Del resto questo è l’unico modo per renderci conto della vita che fanno gli indigeni ed aprirci alle reciproche culture. Anche qui ci accolgono volentieri e ci fanno assaggiare l’airag, il latte di giumenta fermentato. E’ fresco ed ha un gusto acidulo frizzante da poterlo paragonare ad una gazzosa, stante l’inevitabile retrogusto di latte. Il tutto accompagnato dagli immancabili aaruul. Impariamo anche che una volta tolto il burro si prepara l’airag con il latte rimasto, rimestandolo e facendolo così fermentare. Si aggiunge dello yogurt, si rimescola il tutto ed a questo punto ci sono due possibilità: si può farlo seccare ricavandone gli aaruul oppure lo si distilla per produrre lo shimiin arikh, che assaggiamo, gradendone il gusto.

Proseguiamo lungo una strada che dovrebbe essere bella, con tanto di massicciata. In realtà la percorrenza dei mezzi l’ha resa un sobbalzo continuo, quasi che fosse passato un cingolato. Si deve pertanto optare per le piste che scorrono lateralmente, assistendo così allo spettacolo dei veicoli che zigzagano sui fianchi mentre la strada principale è desolatamente vuota. Questa è la provincia dove viene prodotto il miglior airag e ovunque ci sono dei bambini impolverati sui bordi delle strade che offrono la bevanda dentro bottiglie di recupero.

In giro s’iniziano a vedere dei nomadi che smontano le loro ger per spostarle nei campi autunnali. All’ora di pranzo di fermiamo in un’osteria di Ihtamir, molto semplice, dove incontriamo un gruppo di ragazzi partiti con Avventure nel Mondo.

In un conato d’ingenuità chiedo dove siano i servizi ed uno del posto mi indica l’esterno oltre la cucina. Attraverso la cucina prestando attenzione a non essere visto dall’ispettorato d’igiene e cocciutamente cerco i servizi esterni nel perimetro dell’hasha (cortile), quando vedo sbucare alcune ragazze provenienti da oltre lo steccato a destra, mentre si abbottonano i pantaloni. Capisco finalmente che quelli siano i servizi open air per le signore e finalmente vado a fare la pipì oltre lo steccato svoltando a sinistra, in quelli per gentlemen. Bastava pensarci…

Vediamo e documentiamo come si preparano gli tsuivan. Mangiarli dopo aver visto la cucina richiede una certa preparazione mentale, ma ormai siamo avvezzi a certe cose e non ci tiriamo indietro, neanche alla vista delle numerose mosche che ci assalgono. Appeso ad una parete si trova un quadro che offre un paesaggio estremamente familiare e l’istinto ci richiama subito a vederlo più da vicino. E’ proprio lui, il Cervino. E’ grande la soddisfazione di poter ammirare questa immagine in un luogo tanto remoto. Parlando con i locali, nessuno di loro sa di quale montagna si tratti. Piace semplicemente per la sua forma e non si può certo dargli torto. Ci era già capitato in Canada, nel lontano Quebec settentrionale, di vedere un quadro raffigurante la stessa montagna. Allora si trovava in un B&B di ricchi anziani ed era una pittura su un quadro ben più grande. Ma è sempre lui!

Ripartiamo per una rapida fermata al Taykhar Chuluu, una formazione di roccia che nemmeno gli scienziati riescono a spiegarsi perché si trovi in quel punto. E’ ovviamente ricca di leggende e di graffiti. Nelle vicinanze sta per aver luogo una corsa di cavalli (Naadam) e c’è parecchia trepidazione, con diversi turisti intenti a guardare il pubblico!

Consumiamo gli ultimi 25 km, con nostra sorpresa vediamo che sono asfaltati. Il piacere resta tuttavia effimero, dopo pochi km ricomincia lo sterrato e dura fino a Tsetserleg. Cerchiamo un hotel in questa città che la traduzione letterale vuole che si chiami “giardino”. In effetti lo spazio per le aiuole ci sarebbe anche, ma è tutto pieno di erbacce. Gli steccati sono ormai divelti e gli alberi crescono come par loro meglio. Troviamo la sistemazione alberghiera, che ci fa rimpiangere le ger.

Visitiamo il museo Zayaiin Geegenii, costruito nel 1586. Si tratta di un antico monastero che ospitava oltre 1000 monaci, è stato chiuso e riaperto come museo. Almeno questa trasformazione lo ha salvato dal sicuro abbattimento dell’ateismo sovietico. E’ in parte dedicato alla storia dell’aimag con un’antica ger ed una serie di utensili che ci aiutano a capire la vita di un tempo. L’altra parte è smodatamente propagandistica con bandiere del passato regime, foto di rivoluzionari, slogan vari ed una kermesse di oggettistica filocomunista. La propaganda è sì contro il capitalismo ma prende soprattutto di mira i lama, contro i quali il regime aveva scatenato le sue ire. L’opera di convincimento circa la bontà dell’ideologia comunista passa anche attraverso il primo mongolo andato nello spazio con una capsula sovietica. Il tutto sta andando in disfacimento senza che alcuno si preoccupi anche semplicemente di riappendere i quadri caduti. Almeno in questo contesto la decadenza non ci dispiace affatto e riteniamo la visita culturalmente costruttiva.

Visitiamo il mercato locale, anch’esso in parte raccolto dentro i containers. E’ di rilievo un banchetto che presenta ricambi meccanici per auto e moto, cannibalizzati da veicoli fuori uso. Un sistema intelligente di rottamazione e riciclaggio nel contempo. Torniamo in prossimità del museo per salire ad un tempietto abbandonato da cui si ha una bella vista sulla città e dintorni. Nel centro avvistiamo diversi maiali che passeggiano liberamente sui marciapiedi con la stessa tranquillità dei pedoni.

Dal momento che i due ristoranti indicati dalla guida sono chiusi ceniamo in hotel assaggiando il maiale, probabilmente parente di quelli che abbiamo visto poco prima in centro. Chiediamo un caffé e ci viene servita una tazza d’acqua calda con una bustina contenente un prodotto chimico di matrice americana. Si chiama “3 in 1” e comprende caffé, latte e zucchero. Optiamo per un tè ma mancano le bustine. Rinunciamo e dopo cena ci sfidiamo in una partita a bigliardo, godendoci infine la stanza dell’hotel: le due prese sono staccate dal muro (probabilmente per poter verificare che i fili non siano spelati), aprendo un astuccio che credo contenga il sapone esce invece un preservativo (sulla parete opposta ci sono due etichette adesive che spiegano in cirillico come vanno calzati), il rubinetto per la vasca e per il lavandino è unico e va spostato all’occorrenza, mentre il tubo della doccia sprizza acqua da tutte le parti.

Tsetserleg - (Zamchin hotel)



Day 11. - 24 ago 08

 

Storia, miti e leggende s'incontrano all'Erdene Zuu di Karakorum

La notte trascorre come se fossimo stati coricati su un’amaca, tale è la curvatura del materasso. Alle 6.30 pensiamo che possa bastare e balziamo fuori per vedere Tsetserleg di domenica mattina. C’è poca gente in giro ed i palazzi proletari non riescono a piacerci di più del giorno precedente. Rientriamo per le 8,00 e facciamo colazione.

In alcuni tratti ci sono ponti e addirittura delle strutture che potremmo chiamare viadotti, ma dobbiamo seguire le conformazioni del terreno, che consente tuttavia una velocità maggiore. E’ curioso rilevare che ci sono frequenti mucchi di sabbia sulla strada principale, destinati a migliorarne il fondo. Sono lì probabilmente da anni ed i lavori sono fermi. Cose che accadono anche in Patria. Si va in direzione sud-est verso Karakorum/Kharkhorin, l’antica capitale dell’Impero di Genghis Khan nel 1220. Il meteo è coperto da nuvole lattiginose e c’è umidità, più tardi si leverà una bufera di sabbia. Check in nel ger camp ed andiamo finalmente a visitare il monastero di Erdene Zuu (cento Tesori) Foto.  Accediamo ai templi, che necessiterebbero di un sostanzioso restauro. Nonostante la precarietà attuale e le distruzioni passate si intuisce il grande splendore che deve aver avuto questo luogo in cui pregavano più di diecimila lama. Un brivido ci percorre quando pensiamo quanta storia sia passata da qui, la capitale del più grande impero che sia mai esistito nella storia. Ma anche il più martoriato dalle distruzioni, cinesi prima e sovietiche poi. La Cina, spauracchio dei nostri tempi, non solo venne sottomessa, ma il nipote di Gengis Khan, Kublai Khan, fu il capostipite della dinastia degli Yuan e per primo stabilì la capitale a Khanbalik, ovvero Pechino. Erano l’epoca di Marco Polo. Passiamo accanto allo Stupa dorato della preghiera ed entriamo nel grande tempio bianco in stile tibetano, il Lavrin Süm, dove si sta tenendo una cerimonia religiosa, alla quale assistiamo in silenzio. Usciamo dalla porta nord del monastero per vedere la Tartaruga di Karakorum, che indicava l’ingresso ai vari palazzi della capitale. Ovunque si trovano dei banchetti che vendono artigianato locale e oggetti presunti storico-archeologici che spacciano per originali del XIII sec. Se mai fossero veri si andrebbe incontro a sicuri problemi al momento di lasciare la Mongolia.

Rientriamo per il pranzo nel migliore ristorante di Kharkhorin, forse anche l’unico. Ma qui viviamo un’esperienza emozionante assistendo in diretta alla finale di box olimpico dove l’atleta mongolo strapazza l’avversario cubano nel tripudio generale. Tutti abbandonano momentaneamente le proprie attività per vedere l’avvenimento e tornarvi con la soddisfazione di un nuovo oro olimpico. E’ un momento magico, nel quale emerge l’orgoglio di una Nazione. Non possiamo non farci coinvolgere e per un giorno l’azzurro passa il secondo piano.

Gustiamo degli squisiti khuushuur, frittelle ripiene di montone e cipolla.

Il ger camp si trova sulle sponde del fiume Orkhon. Il tempo migliora, la bufera di sabbia è ormai passata e saliamo sulla collina adiacente il fiume per ammirare il monumento di mosaici dedicato ai tre imperi mongoli (quello scita, quello unno ed il più grande mai esistito sulla terra, quello di Gengis Khan). Scendiamo verso il fiume (il secondo del Paese, ma qui non ancora molto grande) e scattiamo alcune foto con una luce celestiale, costeggiandone la riva destra. Alcuni bambini, sprezzanti del vento e del clima fresco fanno il bagno nel fiume. Rientriamo nella nostra sistemazione e assistiamo incuriositi allo smontaggio di una ger proprio di fronte alla nostra. Tutta cultura che s'impara. Il locale ristorante è composto da due ger di grandi dimensioni, collegate fra loro da un terzo locale che funge da cucina.

Si cena alle 19 ed a seguire assistiamo ad uno spettacolo del gruppo Kharkhorin, composto da due suonatori di morin khuur (il violino delle steppe a testa di cavallo), un’arpa classica ed una orizzontale. Non mancano i canti di gola o khöömi e le spericolate esibizioni di una bambina contorsionista. Quello delle contorsioni è un classico negli spettacoli mongoli. Le ragazzine vengono allenate fin da molto piccole per sviluppare le articolazioni in modo da poter effettuare evoluzioni altrimenti impossibili.

Dopo cena ci intratteniamo con altri italiani (stasera sembra avessimo appuntamento tutti qui) e ci scambiamo le esperienze vissute finora.

Kharkhorin - (Anar ger camp)



 

Day 12. - 25 ago 08


Karakorum e Ongyin Khiid lungo piste appena percettibili fra pioggia e neve.

Alle 6,30 veniamo svegliati dai latrati lancinanti di un mongolo vomitante, al quale alcuni litri di vodka devono aver scombussolato un po’ lo stomaco. Ieri sera avevamo visto il “manager” del campeggio che si sorreggeva ad alcuni amici dopo aver festeggiato la nuova medaglia olimpica.

Sentiamo fini gocce di pioggia che rimbalzano sul tetto ed è quasi piacevole, tanto da sembrare una musica. Meno bello quando si esce senza ombrello, che comunque il forte vento penserebbe subito a rovesciare. I servizi sono fra i migliori incontrati finora e la fornitura di acqua calda è costante. Del resto Kahrkorin rappresenta una delle mete più ambite dal turismo. Colazione abbondante e si va in paese, che dista poche centinaia di metri. Il caro carburanti ha fatto finire i liquidi ai nostri accompagnatori, così ci rechiamo ad incontrare una persona che darà alla nostra guida i soldi indispensabili per portare a termine il viaggio.

Sotto una pioggia autunnale lasciamo l’ex capitale ed proseguiamo in direzione sud verso il monastero di Shankh Khiid, dove sono state conservate le bandiere di Gengis Khan. Il vento battente non lascia molto spazio per le riprese esterne. Nel frattempo la guida ha deciso di sfruttare appieno le potenzialità del GPS, tagliando dritto verso la prossima destinazione del monastero di Ongiin Khiid, anziché seguire la strada principale. Il risultato sono 80 km in più e tre ore di ritardo rispetto ad altri che hanno seguito la via maestra. E’ vero che abbiamo visto dei luoghi assai remoti e scoperto che dove non ci sono strade in realtà ce ne sono molte. Infatti la steppa ospita un reticolato di piste che si incrociano, prendendo quella più prossima alla destinazione desiderata. Questo comporta però degli zig zag dispendiosi in termini di tempo e km. Attraversiamo degli altipiani ed il tempo si mantiene stabile sul brutto con visibilità a volte scarsa. Pur essendo in una landa desolata di tanto in tanto si vedono greggi accompagnati da sporadiche ger e cavalieri che imperturbabili di fronte al meteo avverso solcano le praterie. Iniziano a vedersi i primi gruppi di cammelli selvatici. Man mano che si sale incontriamo anche la neve. Pranziamo in auto, scendere vorrebbe dire essere scaraventati a terra dal vento, mentre la jeep ondeggia vistosamente. Più avanti ci imbattiamo in una zona interamente coperta di neve, in cui a malapena si intravede la pista. Gli animali, increduli, restano vicini gli uni agli altri per riscaldarsi dalle bizzarrie del tempo, che in questa stagione ed in queste località non è assolutamente usuale. La guida viene ulteriormente rallentata da profonde pozzanghere. Quando ormai pensavamo che l’incubo fosse diventato permanente, entriamo in una zona desertica dove il tempo è sempre bello. Ci avviciniamo ad uno dei rari paesi per chiedere lumi sulla strada da intraprendere. Purtroppo consultiamo la persona sbagliata, un ubriaco in moto che, al momento di fermarsi, cade rovinosamente sotto il peso del suo mezzo. La vodka non lo aiuta ad alzarsi e così i nostri decidono di ripartire mentre il poveraccio si dimena senza riuscire a rimettersi in piedi. Il cielo da un centinaio di km è stabile sul bel tempo, ormai siamo nel deserto dei Gobi. Andiamo a visitare le rovine del monastero di Ongiin Khiid, situato sulle rive di un fiume idilliaco, l’omonimo Ongiin, in mezzo al deserto. In realtà i monasteri sono due ma quello a sud del fiume non sono altro pietre accatastate. Anche qui la furia comunista si è abbattuta sui templi (distrutti) ed i monaci (deportati o uccisi). Solo nel 1937 risultano assassinate o scomparse più di 27.000 persone, 17.000 delle quali erano monaci. Il tempio che si trova sul lato nord, finito di ristrutturare nel 2004, e due ger destinate a museo nel luogo dove sorgevano gli altri templi. Contengono cimeli che si trovavano negli edifici andati distrutti. E’ curioso, quanto macabro, notare una scodella ricavata da un cranio umano. Attualmente vivono nella zona due lama, a perseguire il progetto di ricostruzione iniziato qualche anno fa da un gruppo di 13 monaci. Un vento sferzante ci racconta di com’è dura la vita in questo luogo, mentre il sole allunga le ombre e scompare dietro le montagne, lasciando trasparire luci magiche.

Quello che abbiamo visto oggi con gelo e neve è da considerarsi una calamità naturale, poiché rischia di costringere i pastori a repentine migrazioni e comunque alla perdita di animali. Gli stessi bambini, andando in giro per radunare il bestiame rischiano di non fare ritorno. Verremo poi a sapere che sul lago Huvsgul dove siamo stati solo pochi giorni fa, la neve è scesa copiosa ed alcuni ci raccontano di aver visto degli alberi lungo il lago piegati dalla neve.

La cena è leggera, minestra ed insalata, ma va bene così dal momento che abbiamo trascorso tutta la giornata sulla jeep.

Ongiin Khiid – (Tsagaan Ovoo ger camp)



Day 13. - 26 ago 08

 

Finalmente caldo nel deserto dei Gobi: formazioni rocciose a Bayanzag e dune a Khongorin Els.

Anche se la guida avrebbe preferito riposare ancora un po’ la sveglia è alle 6,30. Solita buona colazione e si parte alla volta del DESERTO DEI GOBI MERIDIONALE. Il primo tratto di strada è molto bello e possiamo tenere una media sugli 80 km/h. poi peggiora quando il paesaggio si fa più increspato. Ad un certo punto vediamo una sorta di canyon rossastro e realizziamo che siamo arrivati a Bayanzag, chiamata Flaming Cliffs o Rupi Fiammeggianti, dove sono stati ritrovati molti fossili di dinosauri. Non c’è niente che ricorda la presenza dei fossili se non uno scugnizzo che si offre di farci vedere delle ossa in cambio di qualche spicciolo. Gli stessi banchetti vendono di tutto, compresi cimeli storici e uova di dinosauro esposte in mezzo ad altra oggettistica. Se comprati ci assicureremmo vitto e alloggio nelle patrie prigioni mongole per qualche tempo. E’ invece molto interessante ammirare il paesaggio che si apre dalla cima di questa collina, con le formazioni rocciose dal rosso intenso. Strati di roccia si alternano ad altri simili a terra indurita. Questi ultimi si erodono prima e danno vita alle formazioni così caratteristiche. Viene da pensare a come 70 milioni di anni fa, su quello che era un mare prosciugato, girovagassero proprio quei mostri chiamati dinosauri.

Si attraversa Bulgan ed entriamo nel Parco Naturale Gobi Gurvan Saikhan, che significa “Tre Bellezze”, proseguendo nel deserto, e ci fermiamo in un punto situato nel mezzo del niente per il pranzo. Non avendo neanche una pietra a disposizione ci sediamo per terra.

La strada diventa varia nel superare una bassa catena montuosa; ci si può guardare intorno ma mai distrarsi: un buca improvvisa darebbe una sferzata alle nostre già provate colonne vertebrali. Mancano poco alle 14 quando arriviamo a Khongorin Els (le Dune che Cantano col Vento) Foto1 - Foto2 - Foto3 -  per il check in nel campo Julchin 2, dopo aver attraversato un passo a 2.350 mt. passando per la foresta di saxaul (arbusti spinosi che non necessitano molte risorse idriche).

Ci portiamo sotto le dune di questo deserto particolare. Sebbene si chiami deserto dei Gobi, solo una minima parte è ricoperta di sabbia nel senso sahariano del termine, il 3%. E’ una fascia lunga 120 km e larga 12 km. Arrivando si vede infatti una striscia di sabbia davanti ad una catena di montagne e oltre l’altopiano grigiastro. Saliamo sulla duna più elevata che dicono sovrastare la base di 300 mt., affondando costantemente nella sabbia. L’ultimo tratto è ripido e ad ogni passo si indietreggia senza lasciare traccia, la quale viene ricoperta immediatamente dalla sabbia che cade, udendo un scricchiolio sinistro sotto i piedi. Percorriamo la cresta in lungo e in largo meravigliati da una Natura così varia. Questa è una delle regioni meno popolate della Terra, con meno di 0,5 abitanti per kmq.

Al rientro cerchiamo l’affittacammelli convenzionato con il ger camp per fare un giro su questi splendidi animali. Dura un’ora e ½ ed è un’esperienza affascinante. Cavalcare cammelli non è cosa semplice, specialmente se non hanno briglie e ci si deve tenere alla sella. E’ un animale alto e viene spontaneo abbracciare la gobba anteriore per non cadere. Attraversiamo un guado e torniamo in prossimità delle dune, quando il sole sta ormai per calare. Alcuni cavalli selvatici attraversano un luogo isolato al tramonto. Rientriamo al ger camp sempre a bordo dei cammelli. Sono animali lenti (viaggiano ad una velocità di ca. 5 km/h) ed estremamente affascinanti. La signora che ci accompagna parla solo il mongolo, pertanto i discorsi che facciamo sono gesti o disegni sulla sabbia mentre facciamo una pausa a metà giro. Poco dopo la partenza si cala un fazzoletto sul viso, modello tuareg, lasciando liberi solo gli occhi, a loro volta coperti dagli occhiali da sole. Ci diranno che è per non prendere il sole in faccia e non abbronzarsi troppo. Non fa moda, ma soprattutto brucia la pelle.

Il campo è di pregevole fattura con luce in “camera”. Per la prima volta dormiamo senza dover temere i rigori del freddo. In verità anche la sera precedente sarebbe stato così se non fosse stato per il forte vento.

Non possiamo che restare muti di fronte al grandioso spettacolo del tramonto del Gobi. Il sole sparisce dietro le dune e ci chiediamo come mai siamo gli unici a vivere questo momento mentre gli altri sono dentro che mangiano.

Khongorin Els - (Julchin 2 ger camp)



Day 14. - 27 ago 08

 

Yolin Am (la Valle delle Aquile), la parte fredda del Gobi.

Partiamo alle 8,30 non prima d’aver fatto il pieno. I benzinai nelle aree rurali sono a gestione famigliare e pertanto capita di dover svegliare la signora che dorme in una ger vicino al distributore per poter essere serviti. Va da sé che dobbiamo anche considerare il tempo per accendere il generatore che pompa il carburante e le operazioni accessorie, così se ne parte una mezz’ora.

Prendiamo in direzione est verso il P.N. Gobi Gurvansaikhan. La strada, dapprima bella, diventa più ostica man mano che ci avviciniamo a terreni montuosi. Giungiamo all’ingresso del parco a 10 km da Yolyn Am (Valle delle Aquile), dove ha sede il museo di storia naturale, che visitiamo. Ci sono i soliti animali impagliati e campioni di minerali presenti in zona. Ci stupisce vedere un gipeto imbalsamato, esattamente del tipo recentemente reintrodotto nelle Alpi. Entriamo nella valle di Yolyn Am e percorriamo il sentiero che si snoda per due km all’interno della stretta gola. Il ghiaccio dura per buona parte dell’anno ma è logico constatare come a fine agosto si sia sciolto tutto. Il paesaggio è bello ma non particolarmente scenico. Il vento è freddo e dev’essere stupefacente in altri periodi trovarsi di fronte a blocchi di ghiaccio, mentre a poche decine di km il sole picchia sul deserto.

Il ger camp si trova a parecchia distanza, nella pianura più piatta. E’ confortevole e al loro interno le tende sono perfino più colorate del solito. Non c’è rischio di litigare coi vicini: intorno al campo per decine di km si vedono solo pianure desertiche.

Solita cena e passeggiata anche questa volta senza i rigori del freddo. E’ già la seconda sera consecutiva che non congeliamo.                

Yolin Am - (Tuvshin 1 ger camp) Dalandazgad



 Day 15. - 28 ago 08


Tsagaan Suvarga: lande desolate per raggiungere un paesaggio marziano

Imponiamo di partire alle 7,30, dal momento che oggi abbiamo in programma la tappa con più km. e scopriremo che partire presto non è mai abbastanza. Si passa da Dalanzadgad, il capoluogo dell’aimag di Ömnögov, e si va verso N a Tsagaan Suvarga (stupa bianco): è una formazione rocciosa di calce, situata sul territorio di Ulziit sum, alta 30 metri ed ha una forma stranissima a causa dell'opera di erosione da parte di acqua e vento. Da distante sembra di essere nelle rovine di una antica città. Dal colore rossastro sfumato del terreno pare invece di essere su Marte. La zona è molto ricca di fossili marini.

Proseguendo, il passaggio in zone dove c’è stato solo chi si è perso ci porta a vedere una volpe e diverse gazzelle che sfrecciano via a velocità ragguardevoli. Ci imbattiamo di tanto in tanto in carcasse d’animali o scheletri. Non capiamo se siano stati uccisi dal freddo dell’ultimo inverno o piuttosto da predatori, peraltro non molto frequenti nella zona.

I prati da distante appaiono com distese verdeggianti, ma a ben vedere, ci sono pochi fili d’erba e stentiamo a credere come possano nutrirsi le greggi.

L’inevitabile istinto che ci porta a percorrere vie alternative ci costringe a girovagare qualche tempo prima di arrivare P.N. Baga Gazryn Chuluu nel Gobi Centrale. Queste sono formazioni di roccia granitica con pitture rupestri. Sembrano dei massi accatastati l’uno sull’altro. Durante il trasferimento incontriamo ancora infiniti paesaggi fatti di steppe, di deserti e di sorprendenti colori. Senza cercarlo ci troviamo di fronte al Süm Khöhk Burd, un tempio in rovina carico di storia ma con un presente assai triste di abbandono.

Quando raggiungiamo il ger camp sono passate le 19,00 ed il cielo da qualche decina di km è diventato scuro, il vento è forte e spara sul viso una pioggerella sottile.

La ger è molto semplice ma c’è una novità. Dopo alcuni giorni di assenza nel caldo sud, ritroviamo la stufa. Poiché la zona è carente di alberi c’è una bella cesta colma di sterco secco all’ingresso. Una volta accesa scalda a meraviglia e non emana odori particolari. All’esterno si effonde invece un odore acre che infastidisce le narici, meglio la legna ove possibile. Così come già nelle ultime sere, un masso funge da ornamento al centro della ger, tirandosi una corda per stabilizzare la struttura in caso di vento forte.

Baga Gazryn Chuluu - (Bayan Bulag ger camp)



Day 16. - 29 ago 08

 

Si rientra nella "civiltà urbana" di Ulan Baatar: modesta capitale di un Paese orgogliosamente rurale.

Il meteo non migliora e le nuvole basse non consentono di vedere grandi cose del Baga Gazryn Chuluu. Si parte alle 6,30 sotto una pioggerella che ci accompagnerà per tutta la mattinata, per rientrare così a Ulan Baatar. Pranzo in un ristorante cinese, di quelli che fanno apprezzare questa cucina, resa povera dai ristoratori cinesi che da noi offrono cibo low cost. Shopping nei Grandi Magazzini di Stato e nel factory outlet di Gobi per l’acquisto di prodotti in cashmere. Rientriamo in hotel per una doccia e per cercare di far stare tutti gli stracci (ormai i nostri vestiti altro non sono) in valigia. Incontriamo Tulga nella hall, col quale facciamo una lunga chiacchierata per esporgli i tanti pregi ed i pochi difetti (forse uno solo) di questo viaggio. E’ una persona molto gradevole, col quale ci sentiamo fin da subito a nostro agio e con cui non smetteremmo mai di parlare. Anche quando andiamo alla cena di commiato al Ristorante California non mancano di certo gli argomenti e trascorriamo la serata a discorrere. Talvolta ha sono domande che contengono più spiegazioni di una risposta ed al tempo stesso aiutano a far luce su argomenti che noi consideriamo ormai scontati: una di queste è come mai la stragrande maggioranza degli stilisti è italiana ed opera a Milano? Ci sono luoghi ben più famosi nel mondo, come mai la moda nasce da lì? Anche se Milano si trova a poco più di cento km da noi ma è distante mezzo mondo dalla Mongolia, mi riesce difficile trovare una risposta. E’ così, sarà la fantasia degli italiani piuttosto che la tradizione. Mai avrei immaginato questa domanda da un mongolo, il cui abito ufficiale, il deel, è un retaggio della dominazione cinese dei secoli precedenti e a qualcuno potrebbe ricordare che è stato imposto durante un’epoca di occupazione. Ma c’è moda o e modo per lanciare una moda.

Ulan Baatar – (Michelle hotel)



Day 17. - 30 ago 08

 

Il giorno dell'addio, quello in cui lasciamo due milioni di amici.

Puntuale come da par suo, Kambah ci viene a prendere all’hotel per l’ultimo trasferimento verso l’aeroporto. Sono le 5,30 e U.B. è ancora addormentata in un tranquillo sabato mattina. Ripercorriamo le vie del centro che avevamo visto al nostro arrivo e mentalmente su queste scene sembrano scorrere i titoli di coda.

Una citazione particolare va fatta proprio per questo autista dal carattere taciturno, col quale non abbiamo potuto dialogare per mancanza di una lingua che ci unisse. Ma del quale abbiamo apprezzato la professionalità e l’attenzione nel condurre la jeep per 3500 km, quasi tutti su sterrato, molti su piste impervie. Quando al momento del congedo lo omaggiamo della cartina della Mongolia, che sappiamo essergli piaciuta, dal momento che in Mongolia non se ne trovano di così dettagliate, ci sfodera un sorriso timido e ci ringrazia. Niente altro, come è nel carattere di questa gente forte. Se offri qualcosa a qualcuno è perché vuoi farlo. E’ educazione ringraziare ma eccedere non è il caso. Anche stavolta abbiamo imparato di più dalle persone taciturne delle quali non capivamo la lingua, piuttosto che da quelle particolarmente loquaci.

Lasciamo un Paese che secondo i nostri standard viene considerato fra quelli poveri. Ma, escludendo le periferie affollate della capitale, ci siamo imbattuti in gente ricca solo del necessario indispensabile per vivere. Felici della vita che conducono, senza grilli per la testa ed orgogliosi delle proprie tradizioni, quelle che noi abbiamo reciso ma che hanno loro consentito di sopravvivere in ambienti naturali tanto ostili. Ci siamo domandati come nel mondo occidentale non esistano le ger, quantomeno non a livello di strutture turistiche. Sarebbero funzionali, spostabili facilmente, economiche e consentirebbero uno splendido contatto con la natura. Avrebbero un solo difetto: non presentano difese contro i ladri!

Un ultimo colpo ai nostri sentimenti: mentre il Tupolev sta rollando sulla pista in attesa di assumere la posizione per il decollo, gli operatori di terra dell’Aeroporto Internazionale di Ulan Baatar ci salutano. In quale altro luogo accadrebbe di vivere una scena come questa? In questo, ma soprattutto nell’animo della sua gente, sta veramente la “Terra del cielo blu”. Forse nel loro saluto c’è un po’ d’invidia perché pensano che ritorniamo in un modo più ricco del loro, di certo non migliore. E qui il discorso si farebbe lungo. Ma un nodo si stringe in gola e la nostalgia nel lasciare la Mongolia e la sua gente si fa quasi lacerante. Vale riprometterci di ritornare? No, non ci sentiamo di prometterlo. A modo nostro, ma siamo nomadi anche noi.

E se mi verrà concesso d’invecchiare, una cosa non dimenticherò mai. L’immagine di quel pastore che ci accompagna a cavallo lungo il lago Huvsgul, cantando le sue canzoni. Non dimenticherò mai l’immagine della libertà.