Quanto tempo è trascorso da tre anni fa, quando incontrammo per la prima volta gente del Nepal e del Tibet. Quante cose sono accadute in questa corsa del tempo, ma soprattutto: perché il destino si è accanito contro la popolazione nepalese col terremoto di un anno fa distruggendo persone e luoghi? Sul Tibet si accanì 60 anni prima con un’invasione che anche in quel caso distrusse persone e luoghi. Regioni povere ma genti orgogliose, disposte al sacrificio pur di non rinunciare ai loro principi, forti di religioni che valicano i confini delle ideologie terrene e delle montagne che le separano. Forse è stato anche per questo, per dimostrare la nostra presenza e solidarietà che abbiamo deciso di ripetere il viaggio, almeno in parte, differenziando alcune mete. Stavolta siamo in sette, intenzionati a scoprire (o a riscoprire) gli ambienti e la spiritualità di chi popola i pendii a sud ed a nord dell’Himalaya.
Il programma prevede nel suo nucleo la kora del Kailash che, considerate le difficoltà geografiche e politiche, rappresenta un obiettivo di tutto rispetto in termini di avvicinamento e compimento. Le sorprese iniziano prima ancora di partire: dopo aver organizzato il tutto per tempo ed aver assicurato i biglietti aerei su Kathmandu presso la Etihad, abbiamo riempito gli spazi temporali prevedendo lo stop di un giorno nella capitale nepalese, volo su Lhasa, spostamento di ca. 1500 km in auto sino alla base della Montagna Sacra e rientro in Nepal via terra approfittando di una delle poche fenditure offerte dalla catena himalayana. Ma un mese prima di partire veniamo informati che il TTB (Tibet Travel Bureau) ha annullato i permessi ed il transito per il momento non verrà consentito agli stranieri: non ci resterà quindi che rientrare in aereo via Lhasa ripercorrendo a ritroso l’estenuante percorso di andata.