Day 3 : lun. 25 aprile 2016 

Ancora una volta dirottati dal vento a Chengdu

Pur essendo nel XXI secolo andare in Tibet rappresenta ancora un sfida sotto diversi punti di vista. Mentre un tempo il Paese risultava chiuso per una forma di politica messa in atto dai Dalai Lama che non gradivano intrusioni all’interno del loro regime teocratico-feudale, adesso è il dragone cinese a non avere piacere di trovarsi troppi turisti che vanno a curiosare fra le pieghe (e le piaghe) di una modernizzazione senza libertà. A questo si aggiungono ora come in passato le difficoltà tecniche di raggiungere un territorio aspro e circondato dalle montagne più alte del mondo. Attualmente l’unico modo di accedere è via aereo o tramite il treno da Xining: il passo di Kerung è aperto solo ai turisti cinesi e ai nepalesi frontalieri che lavorano in Tibet e rientrano la sera, mentre Kodari è formalmente chiuso perché la zona sopra Zhangmu non è in sicurezza. Solo nel nostro piccolo questo crea non pochi problemi di ordine operativo poiché R.K. ed il cuoco dovranno volare con noi, mentre il materiale da cucina ed il cibo cercheranno di valicare Kerung a bordo di un camioncino e verranno raggiunti poi dal cuoco, compatibilmente con le pratiche di sdoganamento e la burocrazia imposta dai cinesi. I pellegrini indiani che quest’anno intendono effettuare il kora del Kailash dovranno volare su Lhasa e farsi 3000 km andata e ritorno via terra oppure volare in qualche maniera su Simikot (Nepal occidentale) e da qui spostarsi in elicottero in territorio cinese. Costi e disagi molto più elevati, ai quali da giugno si aggiungeranno ulteriori 250$ che il governo cinese pretenderà dai turisti sotto forma di permessi. Un insieme di sistemi evidentemente creati ad arte per impedire ingombranti visitatori in terra tibetana. Gli stessi indiani si domandano perché pagare così tanto per andare in Tibet quando con la stessa cifra riescono ad avere vacanze da sogno in Europa, America o in qualche paradiso caraibico. Certo non si ottempera alle esigenze di un pellegrinaggio religioso ma gli altri benefici sono tangibili. 

Anche se il volo per Lhasa parte alle 12,10 conviene essere in aeroporto con congruo anticipo, visti i frequenti imprevisti che si riscontrano da queste parti. Dopo una passeggiata per Thamel che si sta risvegliando per una nuova giornata di affari, partiamo alle 9 in direzione dell’inconfondibile edificio in mattoni di Tribhuvan. Con noi ci sono anche R.K. e Ai Singh (il cuoco) che non hanno avuto l’autorizzazione per transitare via Kerung; il volo è in orario e la giornata appare bella, non abbiamo apparentemente ragioni per dubitare, almeno fino a quando tentiamo l’atterraggio su Lhasa: il pilota dell’Airbus 319 dell’Air China cerca di abbassarsi ma trova robuste nuvole ad ostacolare il percorso, mentre all’interno del velivolo sembra di vedere tanti spettatori di un film horror con le unghie conficcate nei braccioli. Quando i sobbalzi cessano cerchiamo di capire cosa stia succedendo fuori alla vista di un cielo che tende nuovamente a tingersi d’azzurro e non possiamo far altro che renderci conto della cruda realtà, confermata poco dopo dallo speaker: non si riesce ad atterrare ed andiamo direttamente a Chengdu. Esattamente come tre anni fa o, come ci diranno, sabato scorso. Giubilo dei turisti cinesi destinati nella capitale del Sichuan e imprecazioni nostre contro il destino, non certo contro il pilota che ha fatto tutto il possibile. Ed eccoci ancora una volta nello scalo cinese senza volerlo. Ormai sappiamo come sdoganarci e non è più una sorpresa che veniamo prelevati da zelanti funzionari per essere avviati in un anonimo hotel del centro, in mezzo a scheletri di venti piani dove risiede un proletariato costretto a fare a meno della speranza. Piove, ma questo è un elemento che porta allegria e rimuove lo smog. A differenza della volta scorsa non abbiamo tanta fortuna nel pasto serale, dal momento che il ristorante dell’hotel è chiuso e viene consegnata ad ognuno di noi una ciotola multicompartment, prelevata da qualche take away, tale da costringerci ad uno sforzo psicologico non indifferente per mandare giù qualcosa. I due ragazzi americani coi quali condividiamo l’avventura del “dirottamento” sono cursori professionisti su e giù per l’Everest, guide di spedizioni commerciali alle quali viene affidato il destino di facoltosi “alpinisti in pantofole” che collezionano 8000 in cambio di dollari. Gente come noi intenzionata a compiere il giro del Kailash non suscita certo ammirazione e aiuta appena il fatto di essere compatrioti di Simone Moro e Reinhold Messner, forse nemmeno del tutto nei confronti di quest’ultimo. Confortati dall’informazione che prenderemo il primo volo delle 6.15 di domattina, non resta che andare a dormire ed attendere che la giornata a venire ci porti finalmente a Lhasa, anche perché la visita a Chengdu era stata già una di troppo la volta scorsa ed avremmo fatto volentieri a meno del bis.

Pernottamento: CHENGDU - Hotel Sage Hai Gang