Day 10: lun. 2 maggio 2016 

Il grande giorno: e non manchiamo l'appuntamento!

La forza di volontà è una droga che assopisce ogni dolore e ogni indulgenza, nel contempo non assevera le inedie mentali. Pochi istanti di sonno in mezzo ad una nottata ancora convulsa, fortuna che la sveglia alle 5 ne ha abbreviato la sofferenza. Buona parte della notte la trascorriamo osservando la volta stellata da coricati, attraverso il vetro della finestra. Si fa una colazione concisa nel refettorio, scalzando dai divani i padroni di casa che dormivano e un paio d’ospiti. Quando sono le 6 con le frontali iniziamo a camminare sotto una splendida stellata. Non ci sono luci a distanza di chilometri, in questo momento l’osservazione degli astri sarebbe una vera manna per gli appassionati di astronomia. Oltre al fatto di non conoscere le costellazioni è comunque conveniente guardare con attenzione il sentiero al fine di non dover vedere altre stelle. La via parte subito in salita, il freddo è intenso ed alcune infide folate ci fanno percepire temperature oltre i -15°, ma siamo ben coperti ed il corpo inizia a prendere calore dalla camminata. La guida tibetana pensa bene di precedere tutti ed andare per conto suo, mentre R.K. rimane a supporto della coda del gruppo. Non c’è tempo di pensare al momento che stiamo vivendo, c’è solo da andare, procedere, lentamente. E il motore va, va molto meglio di ieri. E stiamo andando avanti tutti, a breve distanza l’uno dall’altro. La partenza di buon’ora si è resa necessaria per evitare i gelidi venti mattutini che sferzano il colle quando fa giorno, e il chiarore tarda ad arrivare. Ad un certo punto la fronte del Kailash s’illumina d’arancione. Il sole va a dare il buongiorno a Shiva e Parvati che dimorano sulla vetta. Poco per volta la linea orizzontale dell’alba scende lungo la montagna imbiancata e poco per volta pervade l’ambiente circostante. Incominciamo a vedere cosa ci attornia mentre saliamo con forze che non sapevamo di avere. Alcuni tratti sono ben ripidi se rapportati alla quota, ma li superiamo brillantemente. Tutti! La neve incomincia ad essere continua ed il sentiero calpestato nei giorni precedenti da altri viandanti diventa scivoloso. In nessun modo gli yak avrebbero potuto superare il passo. Noi incediamo lentamente ma in modo costante fino a quando è ormai tutto bianco intorno a noi. O meglio, dovrebbe esserlo, perché il terreno si tinge di una varietà multicolore sempre più fitta: sono le bandiere di preghiera che strisciano per terra fino a rivestire tutto. E’ il segno inequivocabile che ormai ci siamo, siamo al divallamento che segna il tetto del nostro percorso. Ed è il momento in cui realizziamo di avercela fatta. Siamo sul Drölma-la, a 5660mt. il punto più alto del kora, dal quale possiamo solo più scendere, con una ferma convinzione: quella di avercela fatta! Di essere riusciti senza particolare acclimatamento e nonostante alcune condizioni avverse a compiere il giro. Forse ce ne renderemo conto solo dopo, adesso siamo colti dall’estasi di ammirare il Kailash che sembra sorriderci, lassù in mezzo al cielo divenuto nel frattempo cobalto. Ognuno dentro di sé esprime dediche o attribuisce significati al momento, semplici pensieri s’innalzano sollevati dalle bandierine di preghiera e volano in alto. Solo il freddo ci riporta coi piedi per terra e ci convince a muoverci da questo momento perenne. Sono le 8.30, un ottimo tempo se vogliamo interessarci anche alle cronometrie. Superiamo lo Shivatsal, dove i pellegrini lasciano solitamente un indumento o qualcosa che gli appartenga, per simboleggiare il passaggio dalla vita precedente ad una nuova. Più prosaicamente, il luogo sembra un deposito d’immondizia e decidiamo di non contribuire ulteriormente. Il sentiero inizia una lenta discesa su neve gelata e salutiamo la parete nord del Kailash. Raggiunto il colle vero e proprio iniziamo a scendere più rapidamente cercando di arrivare quanto prima nelle zone al sole. Troviamo il nostro punto di ristoro dopo aver superato un tratto ghiacciato che non riesco a spiegarmi cosa possa essere. Non è un lembo di ghiacciaio ma non sembra nemmeno un fiume bloccato dal ghiaccio. Con cautela lo si attraversa e possiamo finalmente scambiarci abbracci e foto. La fatica ha dato il suo risultato ed i sacrifici non sono stati vani. Pensare di venire in Tibet con quello che è comportato in termini di disagi ed asperità per poi non compiere il giro sarebbe stata un’amara sconfitta. Ora è andata, e pazienza se qualche difficoltà fisica ha reso il tutto più complicato, sarà un buon karma per l’avvenire. La tensione si stempera ed il freddo molla la presa, non resta che scendere alla teahouse per un meritato tè salato ingentilito da qualche biscotto. Forti del successo pensiamo che ormai possiamo puntare direttamente su Darchen per ricongiungerci con i nostri sacchi a pelo che staranno rientrando dall’altra parte a dorso di yak. Da Dira-puk alla teahouse sono 7 km, dovremo ancora aggiungerne altri 22, perlopiù in piano su una quota variabile dai 4600 ai 4700mt. Iniziamo così il noioso tratto nel vallone del Lham-chu Khir, dove rari villaggi spezzano la monotonia di un paesaggio tornato brullo e desertico, in cui solo le vette sono rimaste imbiancate. Tutto il resto torna ad essere polvere. Sembra non finire mai, di tanto in tanto ci fermiamo per mangiare qualcosa, incontriamo fedeli intenti a prostrarsi ogni tre passi, affondando corpo e viso nella polvere. Alcuni presentano addirittura la fronte o la mascherina che ripara la bocca come incipriate. Sul terreno lasciano una scia della loro devozione che il vento si premurerà di far salire in cielo. A Zutul-puk, dove era previsto il secondo pernottamento del trekking, ci fermiamo solo per un tè e poi di nuovo in marcia per concludere i 52 km. In realtà avremmo potuto prendere il mezzo pubblico per gli ultimi 4 km, ma ci sembrava di rovinare un’opera d’arte, la cornice di uno splendido quadro che ci apprestavamo a confezionare. Così stringiamo ancora una volta i denti e con un calcio alla fatica ed alla noia arriviamo finalmente a Darchen. Qui incassiamo le congratulazioni del team di supporto: è raro che degli occidentali completino il kora arrivando a piedi nello stesso punto da cui sono partiti ed è anche raro che il percorso venga compiuto in soli due giorni. Ma noi, con la modestia e l’umiltà di camminatori delle nostre Alpi, ci godiamo il momento di gloria per l’obiettivo raggiunto. Scopriamo che i pellegrini indiani che compiono il kora senza l’abitudine a frequentare le montagne hanno una percentuale di successo non superiore al 20%. Un breve riposo ed un pediluvio nelle comode stanze della guesthouse prima di cena, dove l’allegria ha preso il posto della tensione e stemperato l’incertezza dei giorni precedenti. E torna fra di noi la Lhasa beer, leggera ma gradevole per l’occasione. Come in una magia prima di andare a dormire vediamo dalla finestra che inizia a nevicare intensamente. Se continuasse a questo ritmo metterebbe addirittura a repentaglio il prosieguo di domani, ma è cosa effimera. Dopo pochi minuti smette di scendere ed al mattino dopo sarà già evaporata.

 Pernottamento: DARCHEN - Guesthouse