Day 4 : mar. 26 aprile 2016 

Lhasa: un sogno mai facile - visita del Potala

La sveglia suona alle 3.30 (almeno stavolta non abbiamo più la cameriera che ci sbatte i pugni contro la porta) e, senza colazione, un’ora dopo parte il pullman che ci consegna in aeroporto attraversando le vie urbane che iniziano già a riempirsi di traffico. Volo tranquillo ed arrivo nel moderno aeroporto di Lhasa in orario poco dopo le 9. Ad attenderci c’è la guida, l’autista del minibus Transit e un camioncino sul quale carichiamo i bagagli. Solito benvenuto con apposizione al collo delle tradizionali sciarpe bianche (hatah), foto di gruppo e partenza alla volta dell’hotel. Non c’è tempo da perdere, anzi c’è tempo da recuperare. Nei tre quarti d’ora di strada che ci separano dalla città rileviamo come l’attività edilizia proceda senza sosta nel creare quartieri di parallelepipedi destinati ad ospitare cinesi espiantati sull’altopiano o tibetani estirpati all’agricoltura. Da questo punto di vista Lhasa è diventata come ogni altri città cinese, moderna e senz’anima. Attributo ancora più pesante se riferito al centro nevralgico di una confessione religiosa. Mentre la guida registra il nostro arrivo presso le autorità approfittiamo per un primo giro. L’hotel si trova nel quartiere musulmano e di questo ci eravamo accorti subito vedendo le numerose macellerie al momento dell’arrivo. I buddhisti, infatti, non uccidono gli animali nemmeno per mangiarli e “delegano” questo ingrato compito ad appartenenti di altre religioni che non si fanno gli stessi scrupoli. Succede così che insieme ad un nugolo di altri negozi, nella zona islamica si trovino banchi con spessi pezzi di carne in esposizione, soprattutto yak. Altri negozi offrono funghi secchi, spezie e varie erbe aromatiche, per finire coi cosiddetti vermicelli: si tratta di veri e propri vermi che in una certa stagione si piantano nella terra e seccando finiscono per sembrare delle radici. Pare che si trovino solo sopra i 5000 mt e che le loro qualità terapeutiche siano veramente uniche. A riprova ci stanno anche i prezzi proibitivi, ma sembra che risolvano tutti i problemi. Anche se il titolare dell’hotel che ci ospita è un nepalese le cui origini derivano dal kashmir, la popolazione del quartiere è prevalentemente di etnia hui, etnia di professione islamica presente in Cina da più di un millennio, ben integrato e dedito soprattutto ai commerci, arte storicamente di loro eccellenza. Nel quartiere si vedono molti uomini col tradizionale cappello bianco e donne col velo. Due belle moschee si trovano nelle vicinanze, mentre nei rari momenti di silenzio serale e mattutino si alza la voce del muezzin che invita alla preghiera. Ecco l’Islam che tutti vorremmo vedere ed ammirare.

Entriamo nel circuito del Barkhor dopo aver sottoposto i contenitori all’occhio disattento di un metal detector presidiato da mezza dozzina di poliziotti. Una fiumana scorre in senso orario e si vede ogni tipo di umanità, dai distinti signori che procedono chiacchierando fra loro, alle vecchiette che fanno roteare i mulini di preghiera o quelli che si prostrano sdraiandosi per terra.
Occorre muoverci rapidamente per andare a vedere il Potala in quanto siamo prenotati e l’orario di visita non va oltre il primo pomeriggio. La giornata è gradevole con 23° ed una brezza primaverile. Superati i soliti controlli per entrare nella piazza antistante, il Potala si presenta con la sua imponenza alto sulla collina, è una visione quasi metafisica, da sembrare irreale. Il nome deriva dal sanscrito, mentre in tibetano sta a significare “al bordo della montagna” ed è curioso rilevare come dall’alto risulti a somiglianza di un elefante coricato. Lo spessore delle mura va da un minimo di un metro fino a tre e la struttura è costruita unicamente in legno e pietre, in quanto l’uso dei metalli (che vengono estratti dalla terra) comporterebbe un offesa per il suolo che si considera sacro. Gli imponenti tendoni di pelo di yak sventolano in alto allontanando così possibili spiriti maligni, un alone di mistero avvolge lo stabile e pensando alla sua storia il tutto è reso ancora più affascinante. Se salire due rampe di scale per raggiungere la camera dell’hotel rappresentava già un’impresa, inerpicarsi lungo le stradine che risalgono lungo il Palazzo diventa una vera e propria impresa alpinistica per i pallidi europei appena sbarcati a quota 3700mt. Verso il basso si vede la spianata della piazza antistante con il monumento che ricorda la liberazione del Tibet, costruito proprio dove si trovava un quartiere della vecchia Lhasa. Tutt’intorno scorre una folla devota ed estasiata, si avvicina sempre più per entrare nelle sacre sale dove non è rimasto altro che un museo: delle oltre 1000 stanze di cui consta il Palazzo, alcune sono ben arredate e visitabili, le altre sono state svuotate e non hanno più alcuna funzione. Quelle che vedremo si trovano nella parte dipinta di giallo oro (ex residenza del Dalai Lama), mentre scopriamo che le zone tinteggiate di rosso erano dedite ad attività religiose e quelle bianche alla politica. Il bianco dei muri deriva dal latte offerto dai fedeli, mentre il colore rosso che si vede sotto i cornicioni è composto da steli di “pema grass”, un’erba che si raccoglie al di sopra dei 5000mt e serve per far traspirare i locali interni. Si visitano gli stupa dei vari Dalai Lama, spicca quello del XIII ma soprattutto quello del V, letteralmente sepolto sotto una montagna d’oro e diademi. All’interno non è mai esistita alcuna forma di riscaldamento, pertanto gli abitanti dovevano coprirsi con pesanti mantelli. Seguendo il percorso si ricava l’impressione evidente di commistione teocratico politica, che se dal punto di vista storico rappresenta un’esperienza curiosa quanto interessante, una visione più attuale non può che rilevare svariati punti di contrasto, definitivamente fuori luogo nel contesto della realtà moderna a qualsiasi latitudine la si voglia considerare. 
Si va in banca per cambiare in valuta locale (solo la Bank of China è autorizzata a farlo) cercando di districarci fra un mare di fogli, richieste di passaporti, visti, firme, controlli e verifiche a non finire. A seguire abbandoniamo l’idea di acquistare una sim card: occorre avere un passaporto cinese e comunque ogni cinese può possedere al massimo una sim. Non ci sembra una ragione sufficiente per cambiare nazionalità e prendere il passaporto del Dragone. Pranzo alle 15.30 al Lhasa Kitchen nei pressi di Barkhor Square: nonostante i piatti appetitosi siamo stanchi e la sola idea di ingerire alimenti richiede uno sforzo che da solo toglie l’appetito. Riusciamo comunque ad aggiungere le calorie sufficienti per proseguire. Quando usciamo è ormai tardi per il Norbulingka e conveniamo sia meglio rimanere ancora un giorno a quota 3700mt per vedere qualcosa in più di questa splendida capitale. La sveglia nel cuore della notte, la quota ed il pranzo tardivo che segue ad uno sballottamento generale ci hanno reso particolarmente deboli. Sacrificheremo un giorno sul lago Manasarovar e una gita di acclimatamento, sapendo che la cosa potrebbe costare cara in ottica di allenamento per il Kailash, ma partire in male condizioni può essere perfino peggio. Purtroppo la necessità di compattare due giorni in uno su Gyantse/Shigatse causa la non concessione dei permessi di rientro via terra in Nepal e la forzata triangolazione via Chengdu di ieri, costringono il viaggio a tempi più ristretti. In più, il fatto che ognuno di noi abbia i suoi piccoli malanni da adattamento non semplifica le cose. In fondo la prima legge del buddhismo dice che la vita è una sofferenza, e noi siamo venuti a cercarla proprio in loco, ma una buona dose di ottimismo occidentale ci spinge a combattere contro i nostri limiti per trovare la realizzazione dei nostri desideri ancora in ambito terreno. Oggi pomeriggio ce la prendiamo comoda e ritorniamo a fare il giro della città vecchia con il kora del Barkhor: è sempre un’emozione aggregarci (unici nella nostra specie) alla corrente umana che procede in senso orario facendo roteare i mulini di preghiera, salmodiando mantra a mezza voce, trascinandosi di pochi passi per volta con le prostrazioni. Non si può che rimanere sbalorditi di fronte a questa umanità sinceramente credente che riverisce il proprio Dio nelle più svariate forme e colorazioni. In una felice definizione, Fosco Maraini sostiene che il Potala sta al Vaticano come il Jokhang (che si trova in mezzo al kora del Barkhor) sta ad Assisi. E’ infatti qui che si vede la vera fede francescana del buddhismo tibetano, mentre il loro Vaticano è ormai chiuso ed evacuato da decenni... I pellegrini ci osservano come corpi avulsi, alcune signore ci sfiorano i biondi peli delle braccia credendoci animali arrivati da chissà dove. Sorprende ci siano ancora zone del mondo in cui gli indigeni ti osservano con tanta curiosità. Alcuni di essi arrivano da zone talmente periferiche che potrebbero benissimo non aver mai incontrato stranieri. Questo ci conferma come Lhasa resti una meta difficile da raggiungere tanto per ragioni politiche quanto ambientali. Alla fine avremo incrociato una ventina di persone della nostra razza. Nelle viuzze limitrofe pullula invece la vita commerciale, fatta di negozi che vendono oggettistica sacra per i pellegrini insieme ad altri che espongono formaggi essiccati, burro di yak in forme o liquido, oltre ad ogni altra cineseria che poco si integra fra le antiche mura, e che viene esposta accompagnata da musica tekno proposta da casse di stereo poste all’esterno delle vetrine. Stupiscono le statue di divinità esposte con le facce coperte: scopriremo che vengono tenute in questo modo fino a quando non vengono benedette in un tempio.
Rientrando verso l’hotel scopriamo che è stato allestito un mercatino dove vale la pena vedere quanto esposto. In un ordine quasi maniacale sono in vendita verdure, funghi e ogni genere alimentare, anche pronto per essere cucinato sul posto. Rimaniamo impressionati di come la verdura possa essere consumata immediatamente, perfettamente pulita e mondata da foglie non commestibili: un esempio per i nostri mercati. Cena al Sun Tribe restaurant, dove non troviamo un linguaggio comune per capirci, fortuna che le foto sul menu ci aiutano a prefigurare quanto potrebbe arrivarci. Il cibo è abbondante e va ad aggiungersi al pranzo tardivo, rischiando di provocare ingorghi a livello di stomaco con le complicanze derivanti dall’alta quota. Uscendo scopriamo il viale cinesemente illuminato, ma non siamo a Las Vegas.

Pernottamento: LHASA - Hotel Flora