Day 5 : mer. 27 aprile 2016 

Jokhang, Norbulingka e Sera: misticità, laicità e cultura del buddhismo

La notte scorre complessa, ma peggiorerà ancora da qui in avanti. Il ritrovo è alle 9 per visitare il Jokhang, già affollato di pellegrini lungo il kora. Ci infiliamo verso l’ingresso superando una miriade di persone intenta a prostrarsi. L’odore melenso del burro di yak che si diffonde dalle cappelle non è esattamente un toccasana per i nostri stomaci. Saltiamo la coda evitando di visitare tutte le celle nelle quali si trovano divinità e spiriti protettori, mentre i fedeli si aggirano con thermos pieni di burro di yak sciolto per versarlo nei contenitori dove bruciano gli stoppini. Dal terrazzo fiorito si ha una splendida vista tanto sul cortile interno che sull’esterno con sfondo il Potala. La foschia creata dai bracieri che ardono rami di ginepro limita la vista dei dintorni e ottura le narici già in difficoltà a respirare. Difficoltà che diventa anche peggiore quando all’interno del tempio si forma una calca di fedeli in ingresso ed uscita, a formare un vero ingorgo umano fra le anguste mura del Jolhang. La visita del Norbulingka offre una buona occasione per sgranchirsi le gambe e restituire al fisico qualche energia. Il Palazzo d’Estate dal quale prese inizio l’esilio dell’attuale Dalai Lama si presenta di fronte a noi nella sua splendida veste primaverile. All’interno dei templi si vedono spesso delle coppette colme d’acqua alla base delle divinità, in segno d’offerta. Apprendiamo come vengano riempiti d’acqua e non di latte in quanto quest’ultimo andrebbe poi buttato via, cosa che la gente non farebbe volentieri. La contrarietà di base del gesto, creando un rimorso, farebbe scemare la genuinità e la spontaneità dell’offerta. Pertanto è meglio riempirle con un liquido che non costa e può essere rimpiazzato regolarmente senza rimpianti: una sensibilità filosofica e pratica tutt’altro che trascurabile. Le deturpazioni ed i giardini lasciati andare sono una reminiscenza del passato, ora attenti giardinieri stanno posizionando vasi a decorare i viali e gli ingressi. Sono soltanto operazioni di facciata in quanto l’anima del Palazzo, il motivo per cui è stato creato, è stata portata via e non ne resta che un museo. Anche da noi le vecchie residenze reali fungono da meta per le gite fuori porta domenicali, solo che qui l’ondata rivoluzionaria ha travolto anche il popolo oltre ai regnanti. Gli interni sono comunque belli, a gradevole conferma di quanto abbiamo letto riusciamo a vedere i registratori ed altri oggetti tecnologici dell’epoca di cui tanto andava interessato l’allora adolescente Dalai Lama. Spicca il bagno che si sarebbe potuto vedere in una casa italiana degli anni ’50. Tutto questo si trova nella parte fatta costruire dall’ultimo XIV Dalai Lama fra il ’54 e il ’56. Le spiegazioni non prettamente storiche che ci fornisce la guida sono improntate ad un protocollo tendente a salvargli la carriera, deve recitare il suo ritornello/mantra e noi lo interpretiamo alla nostra maniera. I viali alberati esterni allungano ombre sui canali circostanti le case di preghiera e meditazione, in un’ambientazione decisamente più adatta ad una corte regale che alla guida di una religione la quale ha come fondamento il distacco dalle cose terrene. Ma non c’è da stupirsi che sia stato così, non esiste latitudine dove chi ha il potere (civile o religioso esso sia) non inizi a beneficiare dei piaceri terreni nell’attesa di apprestarsi a godere di quelli celesti. Rapido pranzo in un locale frequentato da pellegrini, dove ancora una volta suscitiamo la simpatica curiosità dei tibetani. Ci guardano come se non avessero mai visto un essere simile, ma senza sospetto o ritrosia. Il titolare del locale è interessato a sapere di noi e ci pone alcune domande personali tramite il translator cinese. Va ricordato che tanto Google che Facebook (ma anche il sito dell’Ansa) sono oscurati. Nonostante la massa di gente che incontriamo, sembra non essere questo il periodo di punta dei pellegrinaggi; trattandosi perlopiù di gente proveniente da aree rurali, i pellegrinaggi sono maggiormente frequenti nel periodo invernale, anche se le temperature sono più fredde (-5/6°C). In estate si arriva sui 25/26°. Si riparte per il monastero di Sera, che non era in programma ma è stato prontamente aggiunto dal momento che ci siamo fermati un giorno in più a Lhasa. Così come quello di Drepung, appartiene alla setta dei berretti gialli gelugpa, si trova alla base di una montagna nei dintorni di Lhasa e ospita una forte comunità di monaci (in passato fino a 5.000). I berretti neri contraddistinguono i monaci della setta sakya, quelli rossi i kargiupa, mentre i rossoneri sono appannaggio dei kadampa.

Al di là degli ormai soliti luoghi di culto, che suscitano sempre interesse ma non si differenziano molto tra di loro se non osservati con gli occhi della fede, quello che colpisce di Sera è il dibattito che avviene ogni pomeriggio nel cortile detto proprio “dei dibattiti”. Per trovarlo basta seguire il forte vociare dei monaci che discutono animatamente fra di loro su argomenti complessi, talmente dotti che persino la nostra guida ritiene di non poter capire pur parlando perfettamente il tibetano. Verrebbe da domandarsi se siano gli uni ad un livello tanto elevato o piuttosto l’altro ad un livello infimo di cultura generale. Sta di fatto che ne esce un siparietto folkloristico, ingentilito dagli alberi del cortile e reso cromaticamente perfetto dalle tuniche porpora che si muovono in continuo all’interno del perimetro sulla superficie acciottolata. Uno o due monaci espongono animatamente le loro teorie, mentre un altro risponde pacatamente da seduto, per ricevere normalmente l’approvazione del primo con un sonoro schiocco del palmo di una mano sul dorso dell’altra. Sembra incredibile come i religiosi abbiano ogni giorno tanti argomenti da discutere con tale enfasi per due ore di fila, ma sappiamo come l’oratoria sia arte innata di chi fa quel mestiere. Visitiamo ancora un paio di templi incuneandoci fra le stradine ed i vicoli del monastero. Sembra che il tempo si sia fermato in questo luogo di preghiera e di cultura.
Si sono fatte ormai le 17 e rientriamo in hotel per un giro nella città vecchia e la cena in un ristorante fra le antiche viuzze restaurate. Anche qui sorge spontanea la diatriba sui restauri e sul prezzo da pagare: fino a qualche anno fa le vie erano fatiscenti, senza lastricato ed in mezzo vi scorrevano le fogne a cielo aperto, mentre le case erano in pessime condizioni. Ora sembra quasi di passeggiare in una città moderna e delle migliorate condizioni igieniche si giovano innanzitutto gli abitanti. In cambio chi ha finanziato gli investimenti ha preso possesso della libertà della gente: scanner e metal detector ovunque, polizia onnipresente e tutte le vie sono presidiate da videocamere che registrano ogni movimento. Una condizione di guerra latente per una popolazione che non ha mai creato problemi di ordine pubblico. Ma evidentemente tutto questo va rubricato alla voce di prevenzione contro un potenziale terrorismo buddhista. Il Leviatano cinese avanza senza considerare le opinioni dei nativi, ragionando e decidendo per loro nel bene come nel male, amministrando autoritariamente, privando della libertà e portando modernità e sviluppo nel contempo. Talvolta con sfondi positivi altre volte negativi, come un susseguirsi di yin nello yang e viceversa.
Una delle attrazioni di Lhasa è sicuramente rappresentata dalla vista del Potala di notte. Il Palazzo viene illuminato come fosse il castello di una favola, i tendoni oscillano al vento suggerendo un’animazione fantasiosa. Sembra di vivere un momento irreale e ci si sente infinitamente piccoli di fronte al mastodonte assiso sulla collina. E non è nemmeno necessario colorarlo di significati storici e religiosi, basta la sua presenza. Con gli occhi ancora pieni di meraviglia saliamo su un risciò che ci riporta in hotel e chiudiamo una giornata intensa.

Pernottamento: LHASA - Hotel Flora