Day 7 : ven. 29 aprile 2016 

 Il monastero del Panchen Lama, quindi inizia il percorso selvaggio

Visita al monastero di Tashilhunpo, ufficialmente residenza del Panchen Lama (la seconda carica religiosa del buddhismo tibetano gelugpa). In realtà l’alto prelato è un cinese che ben poco ha da spartire con la cultura tibetana, vive ormai stabilmente a Pechino e viene in visita a Shigatse una volta all’anno per ricordare la figura che rappresenta. Anche se questa carica ha perso di significato agli occhi dei credenti, il monastero rimane prospero grazie alle restaurazioni ed alle sovvenzioni governative. E’ qui che tre anni fa avevamo imparato come ormai i monaci siano assimilabili a dipendenti statali, con le conseguenti limitate possibilità di rimostranza nei confronti del datore di lavoro. In effetti il monastero è tenuto in ordine e la visita è sempre piacevole, in particolare quella del tempio che ospita il Maytreya (Jampa), il Buddha del futuro seduto, alto 26 mt. I danni causati dalla rivoluzione culturale sono stati per quanto possibile riparati, stante l’impossibilità di riportare in vita persone e manufatti artistici andati definitivamente persi. L’aria che si respira è di quelle rilassate, fra i monaci e che passano da un tempio all’altro coi loro abiti porpora, smartphone moderni e valigette in pelle ed i turisti cinesi intenti a fotografarsi l’un l’altro. Noi occidentali contiamo su poche unità.

Quando ormai non manca molto a mezzogiorno usciamo e puntiamo decisamente il timone verso ovest, avviandoci alla volta di Saga. Dopo Shigatse è un susseguirsi arido, greggi di pecore brucano non si sa bene cosa. Rigoli d’acqua disegnano le uniche linee umide, facilitati dalla scarsa evaporazione. Rari alberi dalle radici profonde forniscono un esile apporto di verde. Campi arati si susseguono in un monotono colore ocra. Gli agricoltori spingono un aratro trainato dal cavallo sotto un sole non cocente ma secco. Le serre per la coltivazione di ortaggi presentano un muro alto ca. 2,5 mt sul lato settentrionale, sul quale vengono tirati i nylon a copertura. Lungo le strade le formelle di sterco sono messe a seccare appiccicate ai muri, per poi essere ordinatamente stoccate sopra gli stessi, allineate in file leggermente inclinate. Diventeranno l’unica forma di combustibile utile tanto per cucinare che per scaldare. Legna non ce n’è. L'unica coltivazione possibile è l'orzo. Gli alberi vengono irrigati quotidianamente tramite canali e camion, nel tentativo di spezzare la monotonia desertica ed in funzione frangivento. Un contadino rientra a casa con l’aratro sulle spalle, preceduto di pochi passi da una coppia di yak, suoi inseparabili compagni di lavoro. Un lungo percorso nel nulla, dove la polvere le pietre ed il colore ocra la fanno da unico padrone. Dal finestrino si vedono scorrere misere greggi, alternati a gruppi di antilopi, cavalli, yak, perfino asini, che pascolano brucando il nulla. Ma la Natura vuole che essi vivano e fa sì che quel poco nutrimento basti fino alle rare piogge estive, che dovrebbero restituire un minimo di verde a queste valli. Anche a queste latitudini lamentano siccità fuori regola durante l’inverno, in una situazione dove il meno va ulteriormente in diminuzione del poco. Il freddo non è stato molto tenace ma di acqua non se n’è vista: i torrenti sono completamente asciutti, fatta eccezione per quelli che traggono la fonte dall’alto dei ghiacciai. Linee bianche scorrono in mezzo al nulla desertico, scavalcando pietre e disegnando giochi d’acqua perfino spumeggianti in mezzo a tanta deprimente aridità. Convergeranno tutti nello Yarlung Tsampo che è partito dalle pendici orientali del Kailash, non è riuscito a trovare una fenditura attraverso l’Himalaya ed è stato costretto a contornarlo lungo l’intero margine settentrionale per poi gettarsi con tutta la forza verso sud non appena la catena glielo consentirà, in un fragore tropicale, e rilassarsi infine lungo la pianura bengalica prima di terminare la sua vita nel sacro Gange. Noi lo vediamo a sud di Lhasa ed in diverse altre occasioni, ampio e cristallino, lungo rive di pietre biancastre a disegnare immagini quasi tropicali se non fossimo a 4000 mt. Probabilmente l’acqua non filtra attraverso il terreno e ciò consente ai fiumi di non disperdere il prezioso liquido lungo il percorso. Non si spiegherebbe altrimenti il tratto di esili torrenti che proseguono per decine di chilometri sempre con la stessa portata. Dicevamo del paesaggio, non dobbiamo dimenticare gli insediamenti umani. Se stupiscono gli animali che brucano la sabbia, viene da chiedersi quale recondito ed ancestrale orgoglio trattenga i tibetani in questi luoghi. Gli uomini hanno la pelle nera, sembrerebbero quasi africani se non fosse per i capelli lisci. Le rughe scavate dal sole e dal clima asciutto sono delle vere e proprie scanalature che fendono il viso, rendendo vecchio anche chi non lo è. Avevano delle case fatte con blocchi d’argilla e ricoperte da terriccio, dal quale usciva un camino: ora non è rimasto nemmeno quello. Il terremoto dello scorso anno si è portato via le misere abitazioni ed ora vediamo solo più ruderi o ammassi di pietre. Il governo ha offerto delle tende militariper ripararsi dalle brezze taglienti dell’inverno. Loro le hanno montate vicino alle ex case nell’attesa che tutto venga ripristinato. Stupisce ad un anno dal sisma come queste semplici forme d’abitazione non siano ancora state ricostruite. Vediamo alcuni muratori all’opera ma la più parte di esse è ancora giù. La guida ci dice che da queste parti i danni sono stati perlopiù materiali, i morti si sono contati soprattutto lungo il confine nepalese. Ma resta difficile credere che, vedendo le macerie, se qualcuno vi fosse rimasto sotto si sarebbe potuto salvare. Nonostante le sventure gli abitanti del posto non fuggono, non cercano maggiore fortuna altrove. Restano avvinghiati ai pochi fili d’erba che il vento spazza in continuo per portare avanti la loro misera vita, lavorando e remissivamente attendendo un futuro migliore. Magari tramite un’incarnazione più propizia nella vita successiva. Un quadro nella stanza dell'hotel di Shigatse delinea un'immagine emblematica di questo popolo: una donna, chinata con le mani ed una corona di preghiera alla fronte sembra piangere, in realtà voglio vederla mentre invoca l'Entità Suprema affinché le conferisca coraggio ed energie per le molte asperità a cui è costretta. E' l'immagine della debolezza che si trasforma in forza.

Pranziamo in un locale dove si assaggia una buona varietà di cucina tibetana condita dalla fede assoluta negli ideali ispiratori. A imperitura testimonianza campeggiano dall’alto le immagini dell’essenza comunista, dai padri ispiratori europei fino ai più recenti epigoni cinesi, passando per i macellai che se ne sono ispirati nel secolo scorso ed hanno fatto tristemente epoca. Si iniziano a vedere case e monasteri tipici della zona e della setta di Sakya, dove la parte superiore delle pareti esterne disegna una lunga striscia nera orizzontale. Lungo il percorso ci s’imbatte frequentemente in quelle che potrebbero essere definite le fornaci locali: argilla che viene mischiata a paglia (dove disponibile al cemento) per costruire mattoni grigi.

Dopo Lhatse lasciamo la Friendship Highway che si dirige verso il confine nepalese e ci addentriamo in un’ampia vallata che porta all’estremo ovest. Il conteggio delle distanze chilometriche a questo punto non fa più riferimento a Shanghai per iniziare invece da Kashgar nello Xinjiang. La tentazione di chiudere il cerchio aperto quattro anni fa è intrigante ma non fattibile. La condizione delle strade non è male, considerando che fino ad una decina di anni fa si sarebbero ancora dovuti effettuare dei guadi pericolosi ed attendere ore in attesa che frane e smottamenti venissero sistemati. Occorre solo prestare attenzione ai rari attraversamenti di greggi. L’intoppo è ancora una volta creato dai solerti burocrati, i quali hanno costruito una serie di barriere dove vengono controllati km e orario. Viene rilasciato un foglio da presentare al punto successivo non prima di una certa ora. Ci si trova così nella condizione di essere davanti a 100 km di strada scorrevole e priva di traffico ma da percorrere in due ore, non di meno. Gli autisti vanno più veloci ma poi devono fermarsi: a volte c’è qualcosa da vedere, altre volte ci si deve fermare nel mezzo del nulla ed attendere il tempo che passi. Abbiamo rilevato un intensificarsi di questi sistemi e siamo propensi a credere che sia un ulteriore mezzo per disincentivare la presenza di curiosi in zona. L’apice lo raggiungiamo poco prima di Saga quando sono ormai le 20.30. Ci fermiamo un paio di km prima del posto di blocco situato all’inizio del paese ed attendiamo ben un’ora prima di poter avanzare e mostrare i documenti che attestano l’“osservanza” della velocità. A nulla serve il prodigarsi dell’autista che ferma in continuo i mezzi provenienti dalla direzione opposta per capire se gli zelanti ufficiali abbiano per caso deciso di chiudere anzitempo bottega e siano andati a casa. Arriviamo così alle 21.45 in quel di Saga, ma nell’attesa abbiamo almeno assistito ad un bel tramonto. Ci troviamo a 4600 mt e non facciamo difficoltà a capirlo nel momento in cui ci apprestiamo a salire le scale. A quest’ora sarebbe difficile trovare un ristorante, ma da oggi disponiamo del servizio di catering preparato dall’agenzia nepalese e gestito magistralmente dal cuoco Ai Singh, nepalese anche lui, che abbina abilità e simpatia, riuscendo con pochi mezzi in una stanza di fronte all’hotel a sfornare piatti che assecondano la nostra dieta e riescono a far sentire lo stomaco più vicino a casa. Una cena a 5 stelle consumata nelle catacombe, per essere sintetici. Minestra di pomodoro, riso con i momo e patatine fritte ed apple pie cucinata al profumo di cannella nella pentola che prepara la torta direttamente sul gas. Purtroppo l’altitudine influisce sulla nostra salute e ci sentiamo molto stanchi, anche se riuscire a dormire resterà un sogno. Il cuore batte velocemente per cercare di veicolare quanto più ossigeno possibile, le mucose essiccate dall’aria sottile si appiccicano all’interno delle cavità nasali impedendo la respirazione. La parte gastro intestinale cerca con difficoltà di abituarsi ad una cucina molto diversa. Il tutto rende un senso di spossatezza che non è proprio il miglior viatico per i giorni a venire. Ma procediamo lentamente e cerchiamo di non desistere: i malanni non sono tanto gravi ed abbiamo ancora qualche giorno di tempo. La camera è fredda e la termocoperta che si trova sotto il lenzuolo rappresenta un autentico toccasana, anche se dormire sarà ancora altra cosa. Il silenzio notturno è squarciato dal latrato dei cani, vere e proprie ronde di animali selvatici che percorrono la notte. Non hanno una funzione e probabilmente vengono tenuti grazie al concetto buddhista che in loro potrebbe trovarsi reincarnato qualche avo.

Pernottamento: SAGA - Hotel Saga