Day 8: sab. 30 aprile 2016 

Trasferimento a Saga, un deserto a 4600 mt. e vite sofferte (le nostre e di chi ci abita)

Ancora una giornata di spostamento, anche se l’arrivo a Darchen non prevede un grosso dislivello di quota e questo rappresenta di per sé un elemento positivo. Partenza alle 8: deserto di sabbia, sparuti villaggi, cani randagi che si aggirano insignificanti, mandrie di yak che brucano il nulla, strada dritta fra montagne basse anche se viaggiamo a 4600mt. Checkpoint a Zhongba, dobbiamo fare 110 km in 1,55h. Viaggiamo da 2,30h e siamo già al quarto estenuante posto di controllo. Ogni volta devono scendere in due e portare i documenti. Finora non ci sono ancora stati chiesti i passaporti ma è solo questione di tempo. Il paesaggio non cambia, si succedono monotoni terreni stepposi intervallati da rare mandrie e qualche abitazione lungo la strada. Sostiamo per una mezz’oretta presso le dune che ci offrono una variante prettamente desertica. Non sono molto estese ma è un modo come un altro per ammazzare il tempo fra i vari checkpoint. La foschia mattutina non lascia intravedere molto distante, ma ci troviamo alle sorgenti dello Yarlung Tsampo, il famoso Brahmaputra. A seguire facciamo tappa in un villaggio che si divide fra i due lati della strada, per far scorrere del tempo ai fini del controllo di velocità. Gente occupata negli affari domestici, cani ciondolanti da un lato all’altro e diversi tavoli da biliardo sotto il sole. Pare che questo sport sia stato introdotto dai cinesi al fine di dare un impiego al tempo libero dei tibetani. Con questo dovrebbero potersi distendere dopo la giornata lavorativa e pensare ad altro. Pranzo in una teahouse; il nome potrebbe anche suonare fuorviante se abbinato al logotipo che abbiamo in mente noi europei. Il tea viene servito con aggiunta di sale da un thermos mentre la house altro non è che una tenda di nomadi. Una volta chiariti gli aspetti filologici, possiamo dire che sono esperienze positive, ma soprattutto lezioni di vita che vanno mandate in memoria per quando torneremo a casa. Pur non avendo modo di dialogare coi locali, è sempre bello poter stare con loro e vedere come vivono, carpire dettagli sul loro sistema di vita, certo non invidiabile ai nostri occhi. Potrebbe anche essere un sentimento reciproco, ma non abbiamo modo di chiederlo. Consumiamo il pic nic che il nostro cuoco ha sapientemente preparato innaffiandolo con tè salato. Non si mangia molto, ma questo è dovuto essenzialmente alla quota ed ai nostri fisici indeboliti. Sono tutte esperienze secondarie che plasmano un viaggio, lo rendono vero ed aiutano a crescere, migliorandosi se si è capaci di coglierne il senso. Nel frattempo fuori inizia a nevischiare fine e fitto al tempo stesso. E’ una neve asciutta che si deposita immediatamente sul terreno ed subito dopo evapora senza lasciare segno di umidità. Riprendiamo il cammino verso Horchu, ovvero il primo punto da cui inizia a vedersi il Kailash. E’ proprio come nelle foto, svettante con la sua pala bianca che frange la linea dell’orizzonte. Il velo che potremmo definire da sposa gli conferisce ulteriore sacralità. Siamo di fronte alla Montagna, colei per la quale abbiamo affrontato questo viaggio impervio, silenti al suo cospetto mentre intorno a noi ondeggiano le bandiere di preghiera. Alcuni pellegrini si prostrano, noi restiamo immobili, quasi estasiati. Un paio di foto e si riparte per le sponde del lago Manasarovar: la luce non è delle migliori, il cielo opalescente impedisce una visione cristallina delle acque ma siamo sempre di fronte al lago Sacro e di fronte a lui ci fermiamo rispettosi. Il monastero di Chugompa che fa capolino poche centinaia di metri all’interno ci invita a provare le nostre capacità escursionistiche in quota, così risaliamo la strada che porta all’eremo e scopriamo di poter ascendere gli 80 mt. senza il fiatone. Nei prossimi giorni sarà più impegnativo ma partiamo bene. Il monastero non offre grandi cose da vedere se non la vista da posizione privilegiata sul lago e sul villaggio che sta subito sotto. In lontananza il Monte osserva gli stranieri che in punta di piedi si sono recati al suo cospetto e da domani desiderano cingerlo compiendo il suo kora. A lui chiediamo il permesso di avvicinarci e di concederci le forze per fare il giro ed a lui e a ciò che rappresenta portiamo rispetto. Difficile provare altrettanto sentimento per le autorità governative che con insistenza vogliono vedere ogni momento passaporti, visti, documenti e carte di ogni genere. La distanza da Darchen non è più molta, qui porremo il nostro piccolo campo base per la tre giorni del Kailash. La struttura che ci ospita è recente, ariosa ed addossata alla montagna quasi fosse un monastero. Le piccole stanze sono allestite con cura, c’è un thermos d’acqua calda sul cassettone alla testata fra i due letti. Semplice ma ordinato, in un luogo dove il lusso non ha dimora ma l’essenziale non manca. Il refettorio è riscaldato a sterco di yak, il cui potere calorifico spiana le asperità della giornata. Le stanze hanno anche la stufa ma non viene accesa. C’è un fuori programma poco gradito nel momento in cui viene messa in dubbio la possibilità di usare gli yak per il trasporto viveri e sacchi nei prossimi giorni: siamo ad inizio stagione e potrebbero non darci il permesso, in ogni caso il passo è innevato e probabilmente gli animali non riusciranno a compiere il giro completo. Come sempre in questi casi si adduce e si rimanda il tutto ad autorizzazioni governative. Rispondiamo che non ci può minimamente interessare se verranno apposti o meno i timbri sugli yak, gli accordi sono che ci sarà un supporto logistico umano o bovino e quello andrà rispettato. La guida tibetana ha tirato fuori il problema solo ora, quando il programma era ormai definito da mesi e dovrà risolverlo a costo di sobbarcarsi di persona il fardello. Tutto si risolve in breve tempo, il permesso compare e domani compariranno anche gli yak. Se non ci sarà modo di far scavalcare loro il Drölm-la a causa della neve, provvederemo ad aggiustarci in qualche modo, non vogliamo vittime sacrificali. Il cuoco è appena arrivato col suo camion e già si prodiga a farci avere del tè, poi inizia a cucinare. Anche stavolta ha trovato sistemazione in un locale attiguo ed a vederlo seduto sembra un batterista mentre dimena i mestoli fra una pentola e l’altra, senza lasciar bruciare nulla. Sul camion che è passato da Kerung (con ovvie complicanze di sdoganamento) si sono portati su di tutto: dal gas ai fornelli, alle pentole, fino ad ogni genere di ingredienti. Compresi quelli compatibili coi fragili stomaci occidentali, onde permettere un più confortevole approccio al Kailash. Cosa chiedere di più a questa gente che riesce perfino ad anticipare le tue esigenze? Il termine professionalità stonerebbe, mal riuscendo ad interpretare il reale valore di questi ragazzi. C’è da vergognarsi a non finire i piatti che ci vengono offerti ma divorare tutto sarebbe deleterio per il giorno dopo e per la notte stessa. Cerchiamo di non esagerare, da stasera niente birra, un voto valido per due giorni. Il tè caldo è più che sufficiente per scaldare mentre le lenticchie forniscono il giusto apporto energetico. La notte non è diversa dalle precedenti: il cuore corre all’impazzata per conto suo, la mente si contorce in pensieri sconnessi fra di loro. La paura, anzi il terrore di non farcela incomincia a concretizzarsi come il Grande Nero, la divinità terrifica incombente sui nostri limiti. E questo non concilia ulteriormente il sonno. Mezza pastiglia serve ad assopire la mente, il respiro torna affannoso quasi da soffocare.

Pernottamento: DARCHEN - Guesthouse