Quanto tempo è trascorso da tre anni fa, quando incontrammo per la prima volta gente del Nepal e del Tibet. Quante cose sono accadute in questa corsa del tempo, ma soprattutto: perché il destino si è accanito contro la popolazione nepalese col terremoto di un anno fa distruggendo persone e luoghi? Sul Tibet si accanì 60 anni prima con un’invasione che anche in quel caso distrusse persone e luoghi. Regioni povere ma genti orgogliose, disposte al sacrificio pur di non rinunciare ai loro principi, forti di religioni che valicano i confini delle ideologie terrene e delle montagne che le separano. Forse è stato anche per questo, per dimostrare la nostra presenza e solidarietà che abbiamo deciso di ripetere il viaggio, almeno in parte, differenziando alcune mete. Stavolta siamo in sette, intenzionati a scoprire (o a riscoprire) gli ambienti e la spiritualità di chi popola i pendii a sud ed a nord dell’Himalaya.
Il programma prevede nel suo nucleo la kora del Kailash che, considerate le difficoltà geografiche e politiche, rappresenta un obiettivo di tutto rispetto in termini di avvicinamento e compimento. Le sorprese iniziano prima ancora di partire: dopo aver organizzato il tutto per tempo ed aver assicurato i biglietti aerei su Kathmandu presso la Etihad, abbiamo riempito gli spazi temporali prevedendo lo stop di un giorno nella capitale nepalese, volo su Lhasa, spostamento di ca. 1500 km in auto sino alla base della Montagna Sacra e rientro in Nepal via terra approfittando di una delle poche fenditure offerte dalla catena himalayana. Ma un mese prima di partire veniamo informati che il TTB (Tibet Travel Bureau) ha annullato i permessi ed il transito per il momento non verrà consentito agli stranieri: non ci resterà quindi che rientrare in aereo via Lhasa ripercorrendo a ritroso l’estenuante percorso di andata.




Day 1 : sab. 23 aprile 2016 

Kathmandu a un anno dal terremoto

L’arrivo a Kathmandu sotto un sole che non esiteremmo a considerare estivo per le nostre latitudini ci porta subito alla dimensione tropicale del Nepal: dall’alto non rileviamo grossi danni alle case a causa del terremoto, vi sono degli edifici danneggiati ma non risulta vi siano quartieri rasi al suolo. Rivediamo R.K., l’amico conosciuto nell’occasione del precedente viaggio e ci avviamo in hotel. Ci racconta che i danni più ingenti si sono soprattutto riversati nelle regioni del Ghurka e dell’Helambu: la valle di Kathmandu è stata toccata soprattutto nelle sue strutture più antiche e fatiscenti. E’ ormai ora di cena quando siamo pronti ad uscire nel vivace quartiere di Thamel, così approfittiamo per una piacevole serata a base di cucina locale. Una passeggiata servirà a conciliare uno degli ultimi sonni tranquilli di tutto il viaggio.

Pernottamento: KATHMANDU - Hotel Marshyangdi

 


 

Day 2 : dom. 24 aprile 2016 

Kathmandu: a spasso per luoghi noti e altri da scoprire

Ci eravamo tenuti una giornata di polmone per essere sicuri che tutte le pratiche col Tibet potessero essere espletate regolarmente, così ne approfittiamo per andare a vedere luoghi più o meno noti della capitale nepalese. A piedi ci avviamo verso Durbar Square, soffermandoci a vedere lo stupa di Kathesimbhu. A Thamel e dintorni i segni del terremoto sono appena visibili in qualche mucchio di mattoni che sostituisce quella che un tempo era una casa, mentre Durbar Square è un cantiere, i templi sono in parte distrutti a causa della loro intrinseca fragilità architettonica. Le prime scosse hanno fatto crollare le travi spioventi ed il tetto sui basamenti concentrici a pianta quadrata. I lavori procedono senza sosta al fine di ristrutturare edifici privati e pubblici, sarebbero sicuramente più avanti se l’India non avesse imposto un embargo che di fatto ha bloccato ogni attività economica per i primi mesi dell’anno. Il Nepal nei mesi scorsi ha promulgato una costituzione un po’ troppo indipendente ed il potente vicino meridionale si è subito risentito. L’alternativa di una possibile alleanza con quello settentrionale fa però venire i brividi al solo pensiero. Domani cade l’anniversario del terremoto (che qui dicono essere oggi in quanto noi ci riferiamo al 25 aprile ma scordiamo che quest’anno è bisestile) ed i giornali sottolineano come i lavori procedano a rilento e la corruzione dilaghi: capita anche questo in un Paese di brava gente! Secondo il calendario nepalese (che è ancora diverso da quello lunare) ci troviamo nel 2072. E’ un calendario “lunare” basato sulla tradizione induista ed anticipa quello gregoriano di 56,7 anni. Procediamo verso sud per esplorare una zona della città a noi sconosciuta: vi incontriamo un paio di belle vie (Kohti e Chikanmugal) ed uno spaccato di vita quotidiana dinamico quanto gradevole da vedere, fra gente che cucina davanti a casa, barbieri e dentisti di strada. Altri negozietti si snodano in lunghezza, scuri, quasi a sembrare degli antri. Il tutto con contiguità merceologica: si vedono infatti file di falegnami, sarti, ecc. per non parlare della zona dei gioiellieri intorno a Durbar Square, in un’esaltazione della libera concorrenza. Finiamo la camminata sulle maleodoranti rive del fiume Bagmati con annesso centro di smistamento dell’immondizia. Non si capisce bene se si tratti anche di trattamento dei residui, visti i porcili in cui grassi maiali sono intenti a divorare rifiuti organici. Decisamente il Nepal ha ancora parecchia strada da fare dal punto di vista ambientale. Si rientra in centro per il pranzo che ci costringe quasi a ritornare a Thamel causa assenza di locali, assaggiamo la birra Gurkha (5° ma di carattere più leggero rispetto alla nota Everest) e si riparte in taxi alla volta di Swayambhunath, il tempio delle scimmie, ovvero lo stupa che sorge isolato su una collina ad ovest della città. Lungo la scalinata occidentale si snoda un’umanità fatta di fedeli, venditori, questuanti e qualche turista. In effetti vediamo ancora pochi visi pallidi in città, cosa che ci lascia sospetti a riguardo del buon esito della stagione. Al ritorno dal Tibet vedremo invece come gli occidentali siano sbarcati numerosi restituendo ossigeno all’economia: e questo non può che renderci ottimisti sul fatto che il Nepal ce la possa fare anche stavolta. Altro giro in taxi ed altro stupa, questa volta si tratta di Bodhnath. Purtroppo la parte sommitale ha subito dei danni e per sicurezza è stata eliminata fino all’altezza della cupola, dove è sorto un piccolo cantiere che in poco tempo ripristinerà il monumento al suo antico splendore. Il plinto a rappresentare la terra e la cupola la ciotola a simboleggiare l'acqua sono rimasti; sono sparite la harmika che sta per fuoco, la guglia per l'aria con i 13 livelli per raggiungere il nirvana, nonché l'ombrello a indicare lo spazio. Forse non sono (né lo sarò mai e probabilmente nemmeno intendo esserlo) aderente alle istanze buddhiste che prevedono il distacco dalle cose terrene, pertanto provo un sentimento di sofferenza alla vista di tale crollo che, solo un anno fa in queste ore, ancora si ergeva sopra la cupola a simboleggiare l’aria ed i vari livelli per raggiungere l’illuminazione. Percepito sotto un'altra angolazione, quanto abbiamo sotto gli occhi può apparire come la rappresentazione del mandala, che vuole significare costruzione, distruzione e ricostruzione nelle cose come nella vita; quale simbologia potrebbe essere più calzante. Bodhnath non può rimanere indifferente a chi ha sensibilità nei confronti del buddhismo e dei tibetani, che qui sono uniti in un’unica dimensione: vedere la gente compiere il kora intorno allo stupa, i negozietti dai quali si effondono musiche e profumi, i templi dai quali si percepiscono i canti dei monaci o dei fedeli, sono tutte sensazioni che trasportano ad una dimensione diversa e sembra di trovarci ad anni luce dal caos della capitale nepalese. I monaci ed i tibetani in genere che si trovano qui sono evidentemente fuggiti dalla loro patria e se vi facessero rientro verrebbero immediatamente imprigionati, il che rende ulteriormente nostalgico questo luogo di diaspora. Entriamo nel tempio dove un monaco, venuto a conoscenza della nostra meta tibetana dei prossimi giorni, dopo una breve cerimonia individuale ci appende al collo un filo rosso benedetto. Un rito che non possiamo che apprezzare e sperare sia un buon viatico per i giorni a venire. Mentre rientriamo, per la strada ci imbattiamo in un funerale, i cui i partecipanti sono vestiti di bianco, colore del lutto. Molti di essi sono perfino in canottiera mentre i parenti stretti indossano una tunica arancione. Lungo la via del ritorno a Thamel lo spericolato taxista ci condensa una pratica sintesi di caotico traffico urbano relazionato alla concreta possibilità di ascendere fin da subito alle celesti sfere. Scampiamo all’eventualità di porre fine alle sofferenze terrene fin da questa sera e ci ricongiungiamo con Prachanda ed R.K. in una piacevole serata di libagioni, nel ristorante alloccato in un palazzo che in passato apparteneva alla famiglia reale. L’abbattimento della monarchia lo ha reso libero e disponibile per le attività gastronomiche. La specialità è il dahl bhat con coreografiche danze folkloristiche nepalesi. 

Pernottamento: KATHMANDU - Hotel Marshyangdi

 



 Day 3 : lun. 25 aprile 2016 

Ancora una volta dirottati dal vento a Chengdu

Pur essendo nel XXI secolo andare in Tibet rappresenta ancora un sfida sotto diversi punti di vista. Mentre un tempo il Paese risultava chiuso per una forma di politica messa in atto dai Dalai Lama che non gradivano intrusioni all’interno del loro regime teocratico-feudale, adesso è il dragone cinese a non avere piacere di trovarsi troppi turisti che vanno a curiosare fra le pieghe (e le piaghe) di una modernizzazione senza libertà. A questo si aggiungono ora come in passato le difficoltà tecniche di raggiungere un territorio aspro e circondato dalle montagne più alte del mondo. Attualmente l’unico modo di accedere è via aereo o tramite il treno da Xining: il passo di Kerung è aperto solo ai turisti cinesi e ai nepalesi frontalieri che lavorano in Tibet e rientrano la sera, mentre Kodari è formalmente chiuso perché la zona sopra Zhangmu non è in sicurezza. Solo nel nostro piccolo questo crea non pochi problemi di ordine operativo poiché R.K. ed il cuoco dovranno volare con noi, mentre il materiale da cucina ed il cibo cercheranno di valicare Kerung a bordo di un camioncino e verranno raggiunti poi dal cuoco, compatibilmente con le pratiche di sdoganamento e la burocrazia imposta dai cinesi. I pellegrini indiani che quest’anno intendono effettuare il kora del Kailash dovranno volare su Lhasa e farsi 3000 km andata e ritorno via terra oppure volare in qualche maniera su Simikot (Nepal occidentale) e da qui spostarsi in elicottero in territorio cinese. Costi e disagi molto più elevati, ai quali da giugno si aggiungeranno ulteriori 250$ che il governo cinese pretenderà dai turisti sotto forma di permessi. Un insieme di sistemi evidentemente creati ad arte per impedire ingombranti visitatori in terra tibetana. Gli stessi indiani si domandano perché pagare così tanto per andare in Tibet quando con la stessa cifra riescono ad avere vacanze da sogno in Europa, America o in qualche paradiso caraibico. Certo non si ottempera alle esigenze di un pellegrinaggio religioso ma gli altri benefici sono tangibili. 

Anche se il volo per Lhasa parte alle 12,10 conviene essere in aeroporto con congruo anticipo, visti i frequenti imprevisti che si riscontrano da queste parti. Dopo una passeggiata per Thamel che si sta risvegliando per una nuova giornata di affari, partiamo alle 9 in direzione dell’inconfondibile edificio in mattoni di Tribhuvan. Con noi ci sono anche R.K. e Ai Singh (il cuoco) che non hanno avuto l’autorizzazione per transitare via Kerung; il volo è in orario e la giornata appare bella, non abbiamo apparentemente ragioni per dubitare, almeno fino a quando tentiamo l’atterraggio su Lhasa: il pilota dell’Airbus 319 dell’Air China cerca di abbassarsi ma trova robuste nuvole ad ostacolare il percorso, mentre all’interno del velivolo sembra di vedere tanti spettatori di un film horror con le unghie conficcate nei braccioli. Quando i sobbalzi cessano cerchiamo di capire cosa stia succedendo fuori alla vista di un cielo che tende nuovamente a tingersi d’azzurro e non possiamo far altro che renderci conto della cruda realtà, confermata poco dopo dallo speaker: non si riesce ad atterrare ed andiamo direttamente a Chengdu. Esattamente come tre anni fa o, come ci diranno, sabato scorso. Giubilo dei turisti cinesi destinati nella capitale del Sichuan e imprecazioni nostre contro il destino, non certo contro il pilota che ha fatto tutto il possibile. Ed eccoci ancora una volta nello scalo cinese senza volerlo. Ormai sappiamo come sdoganarci e non è più una sorpresa che veniamo prelevati da zelanti funzionari per essere avviati in un anonimo hotel del centro, in mezzo a scheletri di venti piani dove risiede un proletariato costretto a fare a meno della speranza. Piove, ma questo è un elemento che porta allegria e rimuove lo smog. A differenza della volta scorsa non abbiamo tanta fortuna nel pasto serale, dal momento che il ristorante dell’hotel è chiuso e viene consegnata ad ognuno di noi una ciotola multicompartment, prelevata da qualche take away, tale da costringerci ad uno sforzo psicologico non indifferente per mandare giù qualcosa. I due ragazzi americani coi quali condividiamo l’avventura del “dirottamento” sono cursori professionisti su e giù per l’Everest, guide di spedizioni commerciali alle quali viene affidato il destino di facoltosi “alpinisti in pantofole” che collezionano 8000 in cambio di dollari. Gente come noi intenzionata a compiere il giro del Kailash non suscita certo ammirazione e aiuta appena il fatto di essere compatrioti di Simone Moro e Reinhold Messner, forse nemmeno del tutto nei confronti di quest’ultimo. Confortati dall’informazione che prenderemo il primo volo delle 6.15 di domattina, non resta che andare a dormire ed attendere che la giornata a venire ci porti finalmente a Lhasa, anche perché la visita a Chengdu era stata già una di troppo la volta scorsa ed avremmo fatto volentieri a meno del bis.

Pernottamento: CHENGDU - Hotel Sage Hai Gang

 


 

Day 4 : mar. 26 aprile 2016 

Lhasa: un sogno mai facile - visita del Potala

La sveglia suona alle 3.30 (almeno stavolta non abbiamo più la cameriera che ci sbatte i pugni contro la porta) e, senza colazione, un’ora dopo parte il pullman che ci consegna in aeroporto attraversando le vie urbane che iniziano già a riempirsi di traffico. Volo tranquillo ed arrivo nel moderno aeroporto di Lhasa in orario poco dopo le 9. Ad attenderci c’è la guida, l’autista del minibus Transit e un camioncino sul quale carichiamo i bagagli. Solito benvenuto con apposizione al collo delle tradizionali sciarpe bianche (hatah), foto di gruppo e partenza alla volta dell’hotel. Non c’è tempo da perdere, anzi c’è tempo da recuperare. Nei tre quarti d’ora di strada che ci separano dalla città rileviamo come l’attività edilizia proceda senza sosta nel creare quartieri di parallelepipedi destinati ad ospitare cinesi espiantati sull’altopiano o tibetani estirpati all’agricoltura. Da questo punto di vista Lhasa è diventata come ogni altri città cinese, moderna e senz’anima. Attributo ancora più pesante se riferito al centro nevralgico di una confessione religiosa. Mentre la guida registra il nostro arrivo presso le autorità approfittiamo per un primo giro. L’hotel si trova nel quartiere musulmano e di questo ci eravamo accorti subito vedendo le numerose macellerie al momento dell’arrivo. I buddhisti, infatti, non uccidono gli animali nemmeno per mangiarli e “delegano” questo ingrato compito ad appartenenti di altre religioni che non si fanno gli stessi scrupoli. Succede così che insieme ad un nugolo di altri negozi, nella zona islamica si trovino banchi con spessi pezzi di carne in esposizione, soprattutto yak. Altri negozi offrono funghi secchi, spezie e varie erbe aromatiche, per finire coi cosiddetti vermicelli: si tratta di veri e propri vermi che in una certa stagione si piantano nella terra e seccando finiscono per sembrare delle radici. Pare che si trovino solo sopra i 5000 mt e che le loro qualità terapeutiche siano veramente uniche. A riprova ci stanno anche i prezzi proibitivi, ma sembra che risolvano tutti i problemi. Anche se il titolare dell’hotel che ci ospita è un nepalese le cui origini derivano dal kashmir, la popolazione del quartiere è prevalentemente di etnia hui, etnia di professione islamica presente in Cina da più di un millennio, ben integrato e dedito soprattutto ai commerci, arte storicamente di loro eccellenza. Nel quartiere si vedono molti uomini col tradizionale cappello bianco e donne col velo. Due belle moschee si trovano nelle vicinanze, mentre nei rari momenti di silenzio serale e mattutino si alza la voce del muezzin che invita alla preghiera. Ecco l’Islam che tutti vorremmo vedere ed ammirare.

Entriamo nel circuito del Barkhor dopo aver sottoposto i contenitori all’occhio disattento di un metal detector presidiato da mezza dozzina di poliziotti. Una fiumana scorre in senso orario e si vede ogni tipo di umanità, dai distinti signori che procedono chiacchierando fra loro, alle vecchiette che fanno roteare i mulini di preghiera o quelli che si prostrano sdraiandosi per terra.
Occorre muoverci rapidamente per andare a vedere il Potala in quanto siamo prenotati e l’orario di visita non va oltre il primo pomeriggio. La giornata è gradevole con 23° ed una brezza primaverile. Superati i soliti controlli per entrare nella piazza antistante, il Potala si presenta con la sua imponenza alto sulla collina, è una visione quasi metafisica, da sembrare irreale. Il nome deriva dal sanscrito, mentre in tibetano sta a significare “al bordo della montagna” ed è curioso rilevare come dall’alto risulti a somiglianza di un elefante coricato. Lo spessore delle mura va da un minimo di un metro fino a tre e la struttura è costruita unicamente in legno e pietre, in quanto l’uso dei metalli (che vengono estratti dalla terra) comporterebbe un offesa per il suolo che si considera sacro. Gli imponenti tendoni di pelo di yak sventolano in alto allontanando così possibili spiriti maligni, un alone di mistero avvolge lo stabile e pensando alla sua storia il tutto è reso ancora più affascinante. Se salire due rampe di scale per raggiungere la camera dell’hotel rappresentava già un’impresa, inerpicarsi lungo le stradine che risalgono lungo il Palazzo diventa una vera e propria impresa alpinistica per i pallidi europei appena sbarcati a quota 3700mt. Verso il basso si vede la spianata della piazza antistante con il monumento che ricorda la liberazione del Tibet, costruito proprio dove si trovava un quartiere della vecchia Lhasa. Tutt’intorno scorre una folla devota ed estasiata, si avvicina sempre più per entrare nelle sacre sale dove non è rimasto altro che un museo: delle oltre 1000 stanze di cui consta il Palazzo, alcune sono ben arredate e visitabili, le altre sono state svuotate e non hanno più alcuna funzione. Quelle che vedremo si trovano nella parte dipinta di giallo oro (ex residenza del Dalai Lama), mentre scopriamo che le zone tinteggiate di rosso erano dedite ad attività religiose e quelle bianche alla politica. Il bianco dei muri deriva dal latte offerto dai fedeli, mentre il colore rosso che si vede sotto i cornicioni è composto da steli di “pema grass”, un’erba che si raccoglie al di sopra dei 5000mt e serve per far traspirare i locali interni. Si visitano gli stupa dei vari Dalai Lama, spicca quello del XIII ma soprattutto quello del V, letteralmente sepolto sotto una montagna d’oro e diademi. All’interno non è mai esistita alcuna forma di riscaldamento, pertanto gli abitanti dovevano coprirsi con pesanti mantelli. Seguendo il percorso si ricava l’impressione evidente di commistione teocratico politica, che se dal punto di vista storico rappresenta un’esperienza curiosa quanto interessante, una visione più attuale non può che rilevare svariati punti di contrasto, definitivamente fuori luogo nel contesto della realtà moderna a qualsiasi latitudine la si voglia considerare. 
Si va in banca per cambiare in valuta locale (solo la Bank of China è autorizzata a farlo) cercando di districarci fra un mare di fogli, richieste di passaporti, visti, firme, controlli e verifiche a non finire. A seguire abbandoniamo l’idea di acquistare una sim card: occorre avere un passaporto cinese e comunque ogni cinese può possedere al massimo una sim. Non ci sembra una ragione sufficiente per cambiare nazionalità e prendere il passaporto del Dragone. Pranzo alle 15.30 al Lhasa Kitchen nei pressi di Barkhor Square: nonostante i piatti appetitosi siamo stanchi e la sola idea di ingerire alimenti richiede uno sforzo che da solo toglie l’appetito. Riusciamo comunque ad aggiungere le calorie sufficienti per proseguire. Quando usciamo è ormai tardi per il Norbulingka e conveniamo sia meglio rimanere ancora un giorno a quota 3700mt per vedere qualcosa in più di questa splendida capitale. La sveglia nel cuore della notte, la quota ed il pranzo tardivo che segue ad uno sballottamento generale ci hanno reso particolarmente deboli. Sacrificheremo un giorno sul lago Manasarovar e una gita di acclimatamento, sapendo che la cosa potrebbe costare cara in ottica di allenamento per il Kailash, ma partire in male condizioni può essere perfino peggio. Purtroppo la necessità di compattare due giorni in uno su Gyantse/Shigatse causa la non concessione dei permessi di rientro via terra in Nepal e la forzata triangolazione via Chengdu di ieri, costringono il viaggio a tempi più ristretti. In più, il fatto che ognuno di noi abbia i suoi piccoli malanni da adattamento non semplifica le cose. In fondo la prima legge del buddhismo dice che la vita è una sofferenza, e noi siamo venuti a cercarla proprio in loco, ma una buona dose di ottimismo occidentale ci spinge a combattere contro i nostri limiti per trovare la realizzazione dei nostri desideri ancora in ambito terreno. Oggi pomeriggio ce la prendiamo comoda e ritorniamo a fare il giro della città vecchia con il kora del Barkhor: è sempre un’emozione aggregarci (unici nella nostra specie) alla corrente umana che procede in senso orario facendo roteare i mulini di preghiera, salmodiando mantra a mezza voce, trascinandosi di pochi passi per volta con le prostrazioni. Non si può che rimanere sbalorditi di fronte a questa umanità sinceramente credente che riverisce il proprio Dio nelle più svariate forme e colorazioni. In una felice definizione, Fosco Maraini sostiene che il Potala sta al Vaticano come il Jokhang (che si trova in mezzo al kora del Barkhor) sta ad Assisi. E’ infatti qui che si vede la vera fede francescana del buddhismo tibetano, mentre il loro Vaticano è ormai chiuso ed evacuato da decenni... I pellegrini ci osservano come corpi avulsi, alcune signore ci sfiorano i biondi peli delle braccia credendoci animali arrivati da chissà dove. Sorprende ci siano ancora zone del mondo in cui gli indigeni ti osservano con tanta curiosità. Alcuni di essi arrivano da zone talmente periferiche che potrebbero benissimo non aver mai incontrato stranieri. Questo ci conferma come Lhasa resti una meta difficile da raggiungere tanto per ragioni politiche quanto ambientali. Alla fine avremo incrociato una ventina di persone della nostra razza. Nelle viuzze limitrofe pullula invece la vita commerciale, fatta di negozi che vendono oggettistica sacra per i pellegrini insieme ad altri che espongono formaggi essiccati, burro di yak in forme o liquido, oltre ad ogni altra cineseria che poco si integra fra le antiche mura, e che viene esposta accompagnata da musica tekno proposta da casse di stereo poste all’esterno delle vetrine. Stupiscono le statue di divinità esposte con le facce coperte: scopriremo che vengono tenute in questo modo fino a quando non vengono benedette in un tempio.
Rientrando verso l’hotel scopriamo che è stato allestito un mercatino dove vale la pena vedere quanto esposto. In un ordine quasi maniacale sono in vendita verdure, funghi e ogni genere alimentare, anche pronto per essere cucinato sul posto. Rimaniamo impressionati di come la verdura possa essere consumata immediatamente, perfettamente pulita e mondata da foglie non commestibili: un esempio per i nostri mercati. Cena al Sun Tribe restaurant, dove non troviamo un linguaggio comune per capirci, fortuna che le foto sul menu ci aiutano a prefigurare quanto potrebbe arrivarci. Il cibo è abbondante e va ad aggiungersi al pranzo tardivo, rischiando di provocare ingorghi a livello di stomaco con le complicanze derivanti dall’alta quota. Uscendo scopriamo il viale cinesemente illuminato, ma non siamo a Las Vegas.

Pernottamento: LHASA - Hotel Flora

 



Day 5 : mer. 27 aprile 2016 

Jokhang, Norbulingka e Sera: misticità, laicità e cultura del buddhismo

La notte scorre complessa, ma peggiorerà ancora da qui in avanti. Il ritrovo è alle 9 per visitare il Jokhang, già affollato di pellegrini lungo il kora. Ci infiliamo verso l’ingresso superando una miriade di persone intenta a prostrarsi. L’odore melenso del burro di yak che si diffonde dalle cappelle non è esattamente un toccasana per i nostri stomaci. Saltiamo la coda evitando di visitare tutte le celle nelle quali si trovano divinità e spiriti protettori, mentre i fedeli si aggirano con thermos pieni di burro di yak sciolto per versarlo nei contenitori dove bruciano gli stoppini. Dal terrazzo fiorito si ha una splendida vista tanto sul cortile interno che sull’esterno con sfondo il Potala. La foschia creata dai bracieri che ardono rami di ginepro limita la vista dei dintorni e ottura le narici già in difficoltà a respirare. Difficoltà che diventa anche peggiore quando all’interno del tempio si forma una calca di fedeli in ingresso ed uscita, a formare un vero ingorgo umano fra le anguste mura del Jolhang. La visita del Norbulingka offre una buona occasione per sgranchirsi le gambe e restituire al fisico qualche energia. Il Palazzo d’Estate dal quale prese inizio l’esilio dell’attuale Dalai Lama si presenta di fronte a noi nella sua splendida veste primaverile. All’interno dei templi si vedono spesso delle coppette colme d’acqua alla base delle divinità, in segno d’offerta. Apprendiamo come vengano riempiti d’acqua e non di latte in quanto quest’ultimo andrebbe poi buttato via, cosa che la gente non farebbe volentieri. La contrarietà di base del gesto, creando un rimorso, farebbe scemare la genuinità e la spontaneità dell’offerta. Pertanto è meglio riempirle con un liquido che non costa e può essere rimpiazzato regolarmente senza rimpianti: una sensibilità filosofica e pratica tutt’altro che trascurabile. Le deturpazioni ed i giardini lasciati andare sono una reminiscenza del passato, ora attenti giardinieri stanno posizionando vasi a decorare i viali e gli ingressi. Sono soltanto operazioni di facciata in quanto l’anima del Palazzo, il motivo per cui è stato creato, è stata portata via e non ne resta che un museo. Anche da noi le vecchie residenze reali fungono da meta per le gite fuori porta domenicali, solo che qui l’ondata rivoluzionaria ha travolto anche il popolo oltre ai regnanti. Gli interni sono comunque belli, a gradevole conferma di quanto abbiamo letto riusciamo a vedere i registratori ed altri oggetti tecnologici dell’epoca di cui tanto andava interessato l’allora adolescente Dalai Lama. Spicca il bagno che si sarebbe potuto vedere in una casa italiana degli anni ’50. Tutto questo si trova nella parte fatta costruire dall’ultimo XIV Dalai Lama fra il ’54 e il ’56. Le spiegazioni non prettamente storiche che ci fornisce la guida sono improntate ad un protocollo tendente a salvargli la carriera, deve recitare il suo ritornello/mantra e noi lo interpretiamo alla nostra maniera. I viali alberati esterni allungano ombre sui canali circostanti le case di preghiera e meditazione, in un’ambientazione decisamente più adatta ad una corte regale che alla guida di una religione la quale ha come fondamento il distacco dalle cose terrene. Ma non c’è da stupirsi che sia stato così, non esiste latitudine dove chi ha il potere (civile o religioso esso sia) non inizi a beneficiare dei piaceri terreni nell’attesa di apprestarsi a godere di quelli celesti. Rapido pranzo in un locale frequentato da pellegrini, dove ancora una volta suscitiamo la simpatica curiosità dei tibetani. Ci guardano come se non avessero mai visto un essere simile, ma senza sospetto o ritrosia. Il titolare del locale è interessato a sapere di noi e ci pone alcune domande personali tramite il translator cinese. Va ricordato che tanto Google che Facebook (ma anche il sito dell’Ansa) sono oscurati. Nonostante la massa di gente che incontriamo, sembra non essere questo il periodo di punta dei pellegrinaggi; trattandosi perlopiù di gente proveniente da aree rurali, i pellegrinaggi sono maggiormente frequenti nel periodo invernale, anche se le temperature sono più fredde (-5/6°C). In estate si arriva sui 25/26°. Si riparte per il monastero di Sera, che non era in programma ma è stato prontamente aggiunto dal momento che ci siamo fermati un giorno in più a Lhasa. Così come quello di Drepung, appartiene alla setta dei berretti gialli gelugpa, si trova alla base di una montagna nei dintorni di Lhasa e ospita una forte comunità di monaci (in passato fino a 5.000). I berretti neri contraddistinguono i monaci della setta sakya, quelli rossi i kargiupa, mentre i rossoneri sono appannaggio dei kadampa.

Al di là degli ormai soliti luoghi di culto, che suscitano sempre interesse ma non si differenziano molto tra di loro se non osservati con gli occhi della fede, quello che colpisce di Sera è il dibattito che avviene ogni pomeriggio nel cortile detto proprio “dei dibattiti”. Per trovarlo basta seguire il forte vociare dei monaci che discutono animatamente fra di loro su argomenti complessi, talmente dotti che persino la nostra guida ritiene di non poter capire pur parlando perfettamente il tibetano. Verrebbe da domandarsi se siano gli uni ad un livello tanto elevato o piuttosto l’altro ad un livello infimo di cultura generale. Sta di fatto che ne esce un siparietto folkloristico, ingentilito dagli alberi del cortile e reso cromaticamente perfetto dalle tuniche porpora che si muovono in continuo all’interno del perimetro sulla superficie acciottolata. Uno o due monaci espongono animatamente le loro teorie, mentre un altro risponde pacatamente da seduto, per ricevere normalmente l’approvazione del primo con un sonoro schiocco del palmo di una mano sul dorso dell’altra. Sembra incredibile come i religiosi abbiano ogni giorno tanti argomenti da discutere con tale enfasi per due ore di fila, ma sappiamo come l’oratoria sia arte innata di chi fa quel mestiere. Visitiamo ancora un paio di templi incuneandoci fra le stradine ed i vicoli del monastero. Sembra che il tempo si sia fermato in questo luogo di preghiera e di cultura.
Si sono fatte ormai le 17 e rientriamo in hotel per un giro nella città vecchia e la cena in un ristorante fra le antiche viuzze restaurate. Anche qui sorge spontanea la diatriba sui restauri e sul prezzo da pagare: fino a qualche anno fa le vie erano fatiscenti, senza lastricato ed in mezzo vi scorrevano le fogne a cielo aperto, mentre le case erano in pessime condizioni. Ora sembra quasi di passeggiare in una città moderna e delle migliorate condizioni igieniche si giovano innanzitutto gli abitanti. In cambio chi ha finanziato gli investimenti ha preso possesso della libertà della gente: scanner e metal detector ovunque, polizia onnipresente e tutte le vie sono presidiate da videocamere che registrano ogni movimento. Una condizione di guerra latente per una popolazione che non ha mai creato problemi di ordine pubblico. Ma evidentemente tutto questo va rubricato alla voce di prevenzione contro un potenziale terrorismo buddhista. Il Leviatano cinese avanza senza considerare le opinioni dei nativi, ragionando e decidendo per loro nel bene come nel male, amministrando autoritariamente, privando della libertà e portando modernità e sviluppo nel contempo. Talvolta con sfondi positivi altre volte negativi, come un susseguirsi di yin nello yang e viceversa.
Una delle attrazioni di Lhasa è sicuramente rappresentata dalla vista del Potala di notte. Il Palazzo viene illuminato come fosse il castello di una favola, i tendoni oscillano al vento suggerendo un’animazione fantasiosa. Sembra di vivere un momento irreale e ci si sente infinitamente piccoli di fronte al mastodonte assiso sulla collina. E non è nemmeno necessario colorarlo di significati storici e religiosi, basta la sua presenza. Con gli occhi ancora pieni di meraviglia saliamo su un risciò che ci riporta in hotel e chiudiamo una giornata intensa.

Pernottamento: LHASA - Hotel Flora

  

 


 

Day 6 : gio. 28 aprile 2016 

I primi passi montani, Pelkor Chöde a Gyantse e natura agreste fino a Shigatse

Partenza alle 8 alla volta di Gyantse. Lungo la strada torniamo a vedere le belle coltivazioni di orzo. E il periodo in cui l’agricoltura sta richiedendo i massimi sforzi: tutti sono nei campi, i più con mezzi animali, altri con piccoli trattori. Lungo la strada, si vedono le scalette dipinte sui massi a ricordare i defunti e dovrebbero aiutarli a salire in cielo. Un retaggio derivante dalla precedente religione Bön. Lasciata la stretta fascia pianeggiante a margine dello Yarlung Tsampo, dopo qualche km ha inizio la zona arida che s’inerpica su fino al Kambala Pass a 4794mt., con vista diretta sul lago Yamdrok Tso, col suo colore azzurro vivo e il fregio di essere uno dei quattro laghi sacri del Tibet. A seguire si valica il Karo-la, altro passo situato a 5039mt., ricoperto da bandiere di preghiera e con lo sfondo del ghiacciaio che scende dal Nochin Kasang (7138mt). Giunti a valle si costeggia il Manlha Water Control Project, una enorme diga che rifornisce 20 Mw di energia e consente l’irrigazione di 43.000 ha di terreno. Fra Lhasa e Gyantse ci sono solo insediamenti tibetani, lo Stato paga 50% delle ristrutturazioni e in cambio la gente deve esporre la bandiera cinese in segno di gratitudine ed assicurare una certa fedeltà all’autorità centrale. Una forma per richiedere qualche partecipazione alla cittadinanza. Alle 11.30 ci si ferma per la pausa pranzo a Nargantse. Giunti a Gyantse visitiamo il Pelkor Chöde nel primo pomeriggio, mentre il Kumbum (il più grande Stupa del Tibet) non è accessibile in quanto in corso di ristrutturazione. Esiste un dettagliato programma di 6 anni, ne rimangono ancora due ma si vede bene che buona parte dei lavori è stata compiuta. Purtroppo nulla potrà più riportare ai colori ed alla vita che vide Tucci quando rese visita al complesso nel 1937, ma ci si accontenta che almeno qualcosa venga fatto a titolo di conservazione di questa splendida cultura himalayana. Alcuni pellegrini passeggiano fra i monumenti, ma non c’è molto traffico umano. Da Gyantse a Shigatse sono 90 km con il limite dei 50. Si prosegue nel vano tentativo di poter arrivare alla locale stazione di polizia entro le 18 per poterci registrare. Andrà fatto l’indomani mattina e ci penserà la nostra guida mentre noi visiteremo il Tashilhunpo. Lungo la strada ci fermiamo per vedere un interessante mulino di pietra azionato idraulicamente, mentre macina l’orzo abbrustolito per produrre la tsampa. Giunti nella seconda città del Tibet rimane il tempo per una passeggiata fra le vie del mercato ed avere una prima impressione della vita quotidiana. In generale, rileviamo come la città sia ormai completamente assimilata a qualsiasi altro agglomerato cinese, con ben poco artigianato e quasi tutto proveniente dalle fabbriche cinesi piuttosto che da laboratori locali. Situazione ben diversa rispetto quanto accade in Nepal, dove fiorisce una fantasiosa manifattura del posto a supporto delle esigenze di acquisto dei turisti in cerca di prodotti tipici. Cena in un locale dove siamo costretti ad una lunga attesa per ricevere le portate, ma si fanno immediatamente perdonare appagando il gusto.

Pernottamento: SHIGATSE - Hotel Gyan Gyen

  


 

Day 7 : ven. 29 aprile 2016 

 Il monastero del Panchen Lama, quindi inizia il percorso selvaggio

Visita al monastero di Tashilhunpo, ufficialmente residenza del Panchen Lama (la seconda carica religiosa del buddhismo tibetano gelugpa). In realtà l’alto prelato è un cinese che ben poco ha da spartire con la cultura tibetana, vive ormai stabilmente a Pechino e viene in visita a Shigatse una volta all’anno per ricordare la figura che rappresenta. Anche se questa carica ha perso di significato agli occhi dei credenti, il monastero rimane prospero grazie alle restaurazioni ed alle sovvenzioni governative. E’ qui che tre anni fa avevamo imparato come ormai i monaci siano assimilabili a dipendenti statali, con le conseguenti limitate possibilità di rimostranza nei confronti del datore di lavoro. In effetti il monastero è tenuto in ordine e la visita è sempre piacevole, in particolare quella del tempio che ospita il Maytreya (Jampa), il Buddha del futuro seduto, alto 26 mt. I danni causati dalla rivoluzione culturale sono stati per quanto possibile riparati, stante l’impossibilità di riportare in vita persone e manufatti artistici andati definitivamente persi. L’aria che si respira è di quelle rilassate, fra i monaci e che passano da un tempio all’altro coi loro abiti porpora, smartphone moderni e valigette in pelle ed i turisti cinesi intenti a fotografarsi l’un l’altro. Noi occidentali contiamo su poche unità.

Quando ormai non manca molto a mezzogiorno usciamo e puntiamo decisamente il timone verso ovest, avviandoci alla volta di Saga. Dopo Shigatse è un susseguirsi arido, greggi di pecore brucano non si sa bene cosa. Rigoli d’acqua disegnano le uniche linee umide, facilitati dalla scarsa evaporazione. Rari alberi dalle radici profonde forniscono un esile apporto di verde. Campi arati si susseguono in un monotono colore ocra. Gli agricoltori spingono un aratro trainato dal cavallo sotto un sole non cocente ma secco. Le serre per la coltivazione di ortaggi presentano un muro alto ca. 2,5 mt sul lato settentrionale, sul quale vengono tirati i nylon a copertura. Lungo le strade le formelle di sterco sono messe a seccare appiccicate ai muri, per poi essere ordinatamente stoccate sopra gli stessi, allineate in file leggermente inclinate. Diventeranno l’unica forma di combustibile utile tanto per cucinare che per scaldare. Legna non ce n’è. L'unica coltivazione possibile è l'orzo. Gli alberi vengono irrigati quotidianamente tramite canali e camion, nel tentativo di spezzare la monotonia desertica ed in funzione frangivento. Un contadino rientra a casa con l’aratro sulle spalle, preceduto di pochi passi da una coppia di yak, suoi inseparabili compagni di lavoro. Un lungo percorso nel nulla, dove la polvere le pietre ed il colore ocra la fanno da unico padrone. Dal finestrino si vedono scorrere misere greggi, alternati a gruppi di antilopi, cavalli, yak, perfino asini, che pascolano brucando il nulla. Ma la Natura vuole che essi vivano e fa sì che quel poco nutrimento basti fino alle rare piogge estive, che dovrebbero restituire un minimo di verde a queste valli. Anche a queste latitudini lamentano siccità fuori regola durante l’inverno, in una situazione dove il meno va ulteriormente in diminuzione del poco. Il freddo non è stato molto tenace ma di acqua non se n’è vista: i torrenti sono completamente asciutti, fatta eccezione per quelli che traggono la fonte dall’alto dei ghiacciai. Linee bianche scorrono in mezzo al nulla desertico, scavalcando pietre e disegnando giochi d’acqua perfino spumeggianti in mezzo a tanta deprimente aridità. Convergeranno tutti nello Yarlung Tsampo che è partito dalle pendici orientali del Kailash, non è riuscito a trovare una fenditura attraverso l’Himalaya ed è stato costretto a contornarlo lungo l’intero margine settentrionale per poi gettarsi con tutta la forza verso sud non appena la catena glielo consentirà, in un fragore tropicale, e rilassarsi infine lungo la pianura bengalica prima di terminare la sua vita nel sacro Gange. Noi lo vediamo a sud di Lhasa ed in diverse altre occasioni, ampio e cristallino, lungo rive di pietre biancastre a disegnare immagini quasi tropicali se non fossimo a 4000 mt. Probabilmente l’acqua non filtra attraverso il terreno e ciò consente ai fiumi di non disperdere il prezioso liquido lungo il percorso. Non si spiegherebbe altrimenti il tratto di esili torrenti che proseguono per decine di chilometri sempre con la stessa portata. Dicevamo del paesaggio, non dobbiamo dimenticare gli insediamenti umani. Se stupiscono gli animali che brucano la sabbia, viene da chiedersi quale recondito ed ancestrale orgoglio trattenga i tibetani in questi luoghi. Gli uomini hanno la pelle nera, sembrerebbero quasi africani se non fosse per i capelli lisci. Le rughe scavate dal sole e dal clima asciutto sono delle vere e proprie scanalature che fendono il viso, rendendo vecchio anche chi non lo è. Avevano delle case fatte con blocchi d’argilla e ricoperte da terriccio, dal quale usciva un camino: ora non è rimasto nemmeno quello. Il terremoto dello scorso anno si è portato via le misere abitazioni ed ora vediamo solo più ruderi o ammassi di pietre. Il governo ha offerto delle tende militariper ripararsi dalle brezze taglienti dell’inverno. Loro le hanno montate vicino alle ex case nell’attesa che tutto venga ripristinato. Stupisce ad un anno dal sisma come queste semplici forme d’abitazione non siano ancora state ricostruite. Vediamo alcuni muratori all’opera ma la più parte di esse è ancora giù. La guida ci dice che da queste parti i danni sono stati perlopiù materiali, i morti si sono contati soprattutto lungo il confine nepalese. Ma resta difficile credere che, vedendo le macerie, se qualcuno vi fosse rimasto sotto si sarebbe potuto salvare. Nonostante le sventure gli abitanti del posto non fuggono, non cercano maggiore fortuna altrove. Restano avvinghiati ai pochi fili d’erba che il vento spazza in continuo per portare avanti la loro misera vita, lavorando e remissivamente attendendo un futuro migliore. Magari tramite un’incarnazione più propizia nella vita successiva. Un quadro nella stanza dell'hotel di Shigatse delinea un'immagine emblematica di questo popolo: una donna, chinata con le mani ed una corona di preghiera alla fronte sembra piangere, in realtà voglio vederla mentre invoca l'Entità Suprema affinché le conferisca coraggio ed energie per le molte asperità a cui è costretta. E' l'immagine della debolezza che si trasforma in forza.

Pranziamo in un locale dove si assaggia una buona varietà di cucina tibetana condita dalla fede assoluta negli ideali ispiratori. A imperitura testimonianza campeggiano dall’alto le immagini dell’essenza comunista, dai padri ispiratori europei fino ai più recenti epigoni cinesi, passando per i macellai che se ne sono ispirati nel secolo scorso ed hanno fatto tristemente epoca. Si iniziano a vedere case e monasteri tipici della zona e della setta di Sakya, dove la parte superiore delle pareti esterne disegna una lunga striscia nera orizzontale. Lungo il percorso ci s’imbatte frequentemente in quelle che potrebbero essere definite le fornaci locali: argilla che viene mischiata a paglia (dove disponibile al cemento) per costruire mattoni grigi.

Dopo Lhatse lasciamo la Friendship Highway che si dirige verso il confine nepalese e ci addentriamo in un’ampia vallata che porta all’estremo ovest. Il conteggio delle distanze chilometriche a questo punto non fa più riferimento a Shanghai per iniziare invece da Kashgar nello Xinjiang. La tentazione di chiudere il cerchio aperto quattro anni fa è intrigante ma non fattibile. La condizione delle strade non è male, considerando che fino ad una decina di anni fa si sarebbero ancora dovuti effettuare dei guadi pericolosi ed attendere ore in attesa che frane e smottamenti venissero sistemati. Occorre solo prestare attenzione ai rari attraversamenti di greggi. L’intoppo è ancora una volta creato dai solerti burocrati, i quali hanno costruito una serie di barriere dove vengono controllati km e orario. Viene rilasciato un foglio da presentare al punto successivo non prima di una certa ora. Ci si trova così nella condizione di essere davanti a 100 km di strada scorrevole e priva di traffico ma da percorrere in due ore, non di meno. Gli autisti vanno più veloci ma poi devono fermarsi: a volte c’è qualcosa da vedere, altre volte ci si deve fermare nel mezzo del nulla ed attendere il tempo che passi. Abbiamo rilevato un intensificarsi di questi sistemi e siamo propensi a credere che sia un ulteriore mezzo per disincentivare la presenza di curiosi in zona. L’apice lo raggiungiamo poco prima di Saga quando sono ormai le 20.30. Ci fermiamo un paio di km prima del posto di blocco situato all’inizio del paese ed attendiamo ben un’ora prima di poter avanzare e mostrare i documenti che attestano l’“osservanza” della velocità. A nulla serve il prodigarsi dell’autista che ferma in continuo i mezzi provenienti dalla direzione opposta per capire se gli zelanti ufficiali abbiano per caso deciso di chiudere anzitempo bottega e siano andati a casa. Arriviamo così alle 21.45 in quel di Saga, ma nell’attesa abbiamo almeno assistito ad un bel tramonto. Ci troviamo a 4600 mt e non facciamo difficoltà a capirlo nel momento in cui ci apprestiamo a salire le scale. A quest’ora sarebbe difficile trovare un ristorante, ma da oggi disponiamo del servizio di catering preparato dall’agenzia nepalese e gestito magistralmente dal cuoco Ai Singh, nepalese anche lui, che abbina abilità e simpatia, riuscendo con pochi mezzi in una stanza di fronte all’hotel a sfornare piatti che assecondano la nostra dieta e riescono a far sentire lo stomaco più vicino a casa. Una cena a 5 stelle consumata nelle catacombe, per essere sintetici. Minestra di pomodoro, riso con i momo e patatine fritte ed apple pie cucinata al profumo di cannella nella pentola che prepara la torta direttamente sul gas. Purtroppo l’altitudine influisce sulla nostra salute e ci sentiamo molto stanchi, anche se riuscire a dormire resterà un sogno. Il cuore batte velocemente per cercare di veicolare quanto più ossigeno possibile, le mucose essiccate dall’aria sottile si appiccicano all’interno delle cavità nasali impedendo la respirazione. La parte gastro intestinale cerca con difficoltà di abituarsi ad una cucina molto diversa. Il tutto rende un senso di spossatezza che non è proprio il miglior viatico per i giorni a venire. Ma procediamo lentamente e cerchiamo di non desistere: i malanni non sono tanto gravi ed abbiamo ancora qualche giorno di tempo. La camera è fredda e la termocoperta che si trova sotto il lenzuolo rappresenta un autentico toccasana, anche se dormire sarà ancora altra cosa. Il silenzio notturno è squarciato dal latrato dei cani, vere e proprie ronde di animali selvatici che percorrono la notte. Non hanno una funzione e probabilmente vengono tenuti grazie al concetto buddhista che in loro potrebbe trovarsi reincarnato qualche avo.

Pernottamento: SAGA - Hotel Saga

 



Day 8: sab. 30 aprile 2016 

Trasferimento a Saga, un deserto a 4600 mt. e vite sofferte (le nostre e di chi ci abita)

Ancora una giornata di spostamento, anche se l’arrivo a Darchen non prevede un grosso dislivello di quota e questo rappresenta di per sé un elemento positivo. Partenza alle 8: deserto di sabbia, sparuti villaggi, cani randagi che si aggirano insignificanti, mandrie di yak che brucano il nulla, strada dritta fra montagne basse anche se viaggiamo a 4600mt. Checkpoint a Zhongba, dobbiamo fare 110 km in 1,55h. Viaggiamo da 2,30h e siamo già al quarto estenuante posto di controllo. Ogni volta devono scendere in due e portare i documenti. Finora non ci sono ancora stati chiesti i passaporti ma è solo questione di tempo. Il paesaggio non cambia, si succedono monotoni terreni stepposi intervallati da rare mandrie e qualche abitazione lungo la strada. Sostiamo per una mezz’oretta presso le dune che ci offrono una variante prettamente desertica. Non sono molto estese ma è un modo come un altro per ammazzare il tempo fra i vari checkpoint. La foschia mattutina non lascia intravedere molto distante, ma ci troviamo alle sorgenti dello Yarlung Tsampo, il famoso Brahmaputra. A seguire facciamo tappa in un villaggio che si divide fra i due lati della strada, per far scorrere del tempo ai fini del controllo di velocità. Gente occupata negli affari domestici, cani ciondolanti da un lato all’altro e diversi tavoli da biliardo sotto il sole. Pare che questo sport sia stato introdotto dai cinesi al fine di dare un impiego al tempo libero dei tibetani. Con questo dovrebbero potersi distendere dopo la giornata lavorativa e pensare ad altro. Pranzo in una teahouse; il nome potrebbe anche suonare fuorviante se abbinato al logotipo che abbiamo in mente noi europei. Il tea viene servito con aggiunta di sale da un thermos mentre la house altro non è che una tenda di nomadi. Una volta chiariti gli aspetti filologici, possiamo dire che sono esperienze positive, ma soprattutto lezioni di vita che vanno mandate in memoria per quando torneremo a casa. Pur non avendo modo di dialogare coi locali, è sempre bello poter stare con loro e vedere come vivono, carpire dettagli sul loro sistema di vita, certo non invidiabile ai nostri occhi. Potrebbe anche essere un sentimento reciproco, ma non abbiamo modo di chiederlo. Consumiamo il pic nic che il nostro cuoco ha sapientemente preparato innaffiandolo con tè salato. Non si mangia molto, ma questo è dovuto essenzialmente alla quota ed ai nostri fisici indeboliti. Sono tutte esperienze secondarie che plasmano un viaggio, lo rendono vero ed aiutano a crescere, migliorandosi se si è capaci di coglierne il senso. Nel frattempo fuori inizia a nevischiare fine e fitto al tempo stesso. E’ una neve asciutta che si deposita immediatamente sul terreno ed subito dopo evapora senza lasciare segno di umidità. Riprendiamo il cammino verso Horchu, ovvero il primo punto da cui inizia a vedersi il Kailash. E’ proprio come nelle foto, svettante con la sua pala bianca che frange la linea dell’orizzonte. Il velo che potremmo definire da sposa gli conferisce ulteriore sacralità. Siamo di fronte alla Montagna, colei per la quale abbiamo affrontato questo viaggio impervio, silenti al suo cospetto mentre intorno a noi ondeggiano le bandiere di preghiera. Alcuni pellegrini si prostrano, noi restiamo immobili, quasi estasiati. Un paio di foto e si riparte per le sponde del lago Manasarovar: la luce non è delle migliori, il cielo opalescente impedisce una visione cristallina delle acque ma siamo sempre di fronte al lago Sacro e di fronte a lui ci fermiamo rispettosi. Il monastero di Chugompa che fa capolino poche centinaia di metri all’interno ci invita a provare le nostre capacità escursionistiche in quota, così risaliamo la strada che porta all’eremo e scopriamo di poter ascendere gli 80 mt. senza il fiatone. Nei prossimi giorni sarà più impegnativo ma partiamo bene. Il monastero non offre grandi cose da vedere se non la vista da posizione privilegiata sul lago e sul villaggio che sta subito sotto. In lontananza il Monte osserva gli stranieri che in punta di piedi si sono recati al suo cospetto e da domani desiderano cingerlo compiendo il suo kora. A lui chiediamo il permesso di avvicinarci e di concederci le forze per fare il giro ed a lui e a ciò che rappresenta portiamo rispetto. Difficile provare altrettanto sentimento per le autorità governative che con insistenza vogliono vedere ogni momento passaporti, visti, documenti e carte di ogni genere. La distanza da Darchen non è più molta, qui porremo il nostro piccolo campo base per la tre giorni del Kailash. La struttura che ci ospita è recente, ariosa ed addossata alla montagna quasi fosse un monastero. Le piccole stanze sono allestite con cura, c’è un thermos d’acqua calda sul cassettone alla testata fra i due letti. Semplice ma ordinato, in un luogo dove il lusso non ha dimora ma l’essenziale non manca. Il refettorio è riscaldato a sterco di yak, il cui potere calorifico spiana le asperità della giornata. Le stanze hanno anche la stufa ma non viene accesa. C’è un fuori programma poco gradito nel momento in cui viene messa in dubbio la possibilità di usare gli yak per il trasporto viveri e sacchi nei prossimi giorni: siamo ad inizio stagione e potrebbero non darci il permesso, in ogni caso il passo è innevato e probabilmente gli animali non riusciranno a compiere il giro completo. Come sempre in questi casi si adduce e si rimanda il tutto ad autorizzazioni governative. Rispondiamo che non ci può minimamente interessare se verranno apposti o meno i timbri sugli yak, gli accordi sono che ci sarà un supporto logistico umano o bovino e quello andrà rispettato. La guida tibetana ha tirato fuori il problema solo ora, quando il programma era ormai definito da mesi e dovrà risolverlo a costo di sobbarcarsi di persona il fardello. Tutto si risolve in breve tempo, il permesso compare e domani compariranno anche gli yak. Se non ci sarà modo di far scavalcare loro il Drölm-la a causa della neve, provvederemo ad aggiustarci in qualche modo, non vogliamo vittime sacrificali. Il cuoco è appena arrivato col suo camion e già si prodiga a farci avere del tè, poi inizia a cucinare. Anche stavolta ha trovato sistemazione in un locale attiguo ed a vederlo seduto sembra un batterista mentre dimena i mestoli fra una pentola e l’altra, senza lasciar bruciare nulla. Sul camion che è passato da Kerung (con ovvie complicanze di sdoganamento) si sono portati su di tutto: dal gas ai fornelli, alle pentole, fino ad ogni genere di ingredienti. Compresi quelli compatibili coi fragili stomaci occidentali, onde permettere un più confortevole approccio al Kailash. Cosa chiedere di più a questa gente che riesce perfino ad anticipare le tue esigenze? Il termine professionalità stonerebbe, mal riuscendo ad interpretare il reale valore di questi ragazzi. C’è da vergognarsi a non finire i piatti che ci vengono offerti ma divorare tutto sarebbe deleterio per il giorno dopo e per la notte stessa. Cerchiamo di non esagerare, da stasera niente birra, un voto valido per due giorni. Il tè caldo è più che sufficiente per scaldare mentre le lenticchie forniscono il giusto apporto energetico. La notte non è diversa dalle precedenti: il cuore corre all’impazzata per conto suo, la mente si contorce in pensieri sconnessi fra di loro. La paura, anzi il terrore di non farcela incomincia a concretizzarsi come il Grande Nero, la divinità terrifica incombente sui nostri limiti. E questo non concilia ulteriormente il sonno. Mezza pastiglia serve ad assopire la mente, il respiro torna affannoso quasi da soffocare.

Pernottamento: DARCHEN - Guesthouse



 

Day 9: dom. 1 maggio 2016 

L'avventura ha inizio: sofferenza prima ancora di partire

Non occorre la sveglia per dare inizio alla giornata e da oggi non si scherza più. Non saranno più i trasferimenti in minibus a delineare le giornate e nemmeno le brevi passeggiate di allenamento. Arriva il momento in cui sei di fronte a te stesso ed ai tuoi limiti, e non ci sono più scuse. Nei mesi precedenti avevo catechizzato gli amici ad allenarsi per arrivare preparati all’appuntamento (e così avevo fatto io) adducendo che compiere il kora in buone condizioni ci avrebbe permesso di goderne appieno la sua bellezza. Ora scopro che l’allenamento cercato con maniaca attenzione mi servirà innanzitutto per raggiungere l’obiettivo, il resto è pura accademia. Senza questa base di forza non avrei nemmeno raggiunto Dhirapuk. Colazione tranquilla e separiamo i bagagli: quello che non serve per il trekking rimane sul minibus e resterà a Darchen, il sacco a pelo e quanto non necessario per la giornata finisce sul camion e verrà caricato sugli yak che incontreremo dalle parti di Sersong. Arrivano da un accampamento di nomadi situato poco lontano. Uno zainetto leggero viene sistemato sulle spalle e si parte, non prima di aver fatto controllare i nostri permessi ad un disgraziato che dimora in una tenda all’ingresso del sentiero. In realtà esisteva la possibilità di fare i primi 7km con mezzi motorizzati ma è nostra ferma intenzione partire da Darchen alle 9 con le nostre gambe. Il primo tratto in piano è contornato da pietre incise, fino ad arrivare ad una modesta elevazione che ci apre la vista sul Kailash. In generale il sentiero non richiede particolari sforzi, tutto il percorso del primo giorno è un saliscendi senza grandi difficoltà. Secondo i nostri parametri si tratterebbe a malapena di una passeggiata escursionistica. Ma partiamo da 4670 mt e con un fisico già provato dalle difficoltà di acclimatamento. Alla fine della giornata saranno 500 mt di dislivello in tutto, pur arrivando a quota 4950mt. di Diraphuk. La debolezza inizia a farsi sentire all’altezza di Tarboche ed ogni passo coincide con una fitta di mal di testa. Fortuna che R.K. rimane con me e mi racconta i luoghi qui intorno, a partire dal cimitero a cielo aperto dove i cadaveri vengono smembrati e dati in pasto agli uccelli. Già, perché questa terra ingrata non offre nemmeno un degno riposo ai suoi abitanti uno volta passati ad altra vita. Il gelo che la riveste per buona parte dell’anno impedisce le sepolture (i buddhisti ritengono inoltre che l’inumazione sia una forma di inquinamento) o la cremazione (non esiste legna per bruciare come fanno ad esempio in Nepal). Così occorre sezionare i corpi e fornire i brandelli ai rapaci, incluso le ossa che vengono polverizzate e mischiate con la tsampa (misto di farina d’orzo e tè). Poco dopo avvistiamo i nostri yak mentre arrivano ed ci superano con un passo da suscitare la nostra invidia. A seguire, una spianata apre una nuova splendida visuale, arricchita dal chörten Kangnyi. Una teahouse dove consumare qualche vivanda con tè salato restituisce le prime energie, ma occorre ripartire presto prima che il motore si raffreddi. Non manca molto al raggiungimento del campo. Nel frattempo gli occhi s’illuminano alla vista della parete ovest del Kailash e, successivamente, di quella maestosa sud che compare in ogni foto. Il sole la fa brillare come se fosse un enorme diamante incastonato nella roccia arida. Un sacro diadema nel quale ben quattro religioni pongono la loro devozione (in primis buddhismo e hinduismo) e per il quale molte persone sono disposte a sacrificarsi. Il luogo sta come alla Mecca per i musulmani con l’unica differenza che qui pietra è bianca scintillante anziché nera. Ma il significato è lo stesso: andare lì significa ottemperare ai dettami della propria religione. Ma per noi cosa significa? In effetti, quest’anno la nostra religione richiederebbe la frequentazione di ben più accessibili chiese in cerca di porte sante. Per noi deve significare il raggiungimento di un luogo al quale attribuiamo un valore mistico, fosse stato solo per fare un’escursione avremmo potuto trovare posti più comodi. Nel rispetto delle altre religioni non si può non pensare ad un ente Supremo che tutto move e svolga un compito di direzione e supervisione del Mondo, mi rifiuto di pensare che esistano competenze territoriali anche in questa materia. Voglio credere che venga chiamato solo in modo diverso. Ed allora, se passa questo concetto, il Kailash fa anche per noi. E sopra di noi incombe come due mani giunte. Queste cattedrali della Natura possono far pensare anche ai non credenti che forse qualcosa di non proprio razionale possa esistere e che la scienza possa fornire una spiegazione su molto, non su tutto. Esprimo questi miei concetti pur restando fondamentalmente laico e scettico di fronte ad altre manifestazioni della devozione. Un silenzio totale ci avvolge, anche il torrente tace, mentre imbavagliato sotto uno strato di ghiaccio scorre senza farsi sentire. Venendo alle questioni più terrene, anche stasera ammiriamo il nostro cuoco che ha caricato armi, bagagli e stoviglie su uno yak e sta preparando i suoi intingoli. Ceniamo nella guesthouse locale, dove non occorre essere molto sensibili alle istanze dell’igiene. Ma fare gli schizzinosi da queste parti sarebbe un’offesa al buon senso. Il Kailash offre il meglio di sé proprio sulla nostra verticale, perfetto e maestoso. Sull’altro lato, oltre il torrente, c’è un monastero la cui ristrutturazione volge verso il termine. La stanzetta da quattro è un container non coibentato, fuori non fa freddo e dormire sarebbe anche possibile, solo a riuscirci. Il cielo nel tardo pomeriggio si è velato ma non sembra volgere al brutto, siamo a poche ora dalla chiave di volta: si o no. Domani proseguiremo senza gli yak, poco sopra c’è ancora neve e negli ultimi due giorni si è depositato un ulteriore sottile strato. I loro zoccoli rischierebbero di scivolare, pertanto il sacco a pelo ed un paio d’altri suppellettili non ci seguiranno. Purtroppo saremo anche senza cucina e dovremo farci bastare quanto ci verrà offerto a Zutul-puk. Per intanto terminiamo questa giornata difficile ma soddisfacente: chiudo pensando che se mai mi capiterà di diventare anziano, ripercorrendo a ritroso questi momenti mi renderò conto che un istante di vecchiaia l’ho già vissuto proprio in questo giorno.

Pernottamento: DIRAPHUK - Wongda Lodge




Day 10: lun. 2 maggio 2016 

Il grande giorno: e non manchiamo l'appuntamento!

La forza di volontà è una droga che assopisce ogni dolore e ogni indulgenza, nel contempo non assevera le inedie mentali. Pochi istanti di sonno in mezzo ad una nottata ancora convulsa, fortuna che la sveglia alle 5 ne ha abbreviato la sofferenza. Buona parte della notte la trascorriamo osservando la volta stellata da coricati, attraverso il vetro della finestra. Si fa una colazione concisa nel refettorio, scalzando dai divani i padroni di casa che dormivano e un paio d’ospiti. Quando sono le 6 con le frontali iniziamo a camminare sotto una splendida stellata. Non ci sono luci a distanza di chilometri, in questo momento l’osservazione degli astri sarebbe una vera manna per gli appassionati di astronomia. Oltre al fatto di non conoscere le costellazioni è comunque conveniente guardare con attenzione il sentiero al fine di non dover vedere altre stelle. La via parte subito in salita, il freddo è intenso ed alcune infide folate ci fanno percepire temperature oltre i -15°, ma siamo ben coperti ed il corpo inizia a prendere calore dalla camminata. La guida tibetana pensa bene di precedere tutti ed andare per conto suo, mentre R.K. rimane a supporto della coda del gruppo. Non c’è tempo di pensare al momento che stiamo vivendo, c’è solo da andare, procedere, lentamente. E il motore va, va molto meglio di ieri. E stiamo andando avanti tutti, a breve distanza l’uno dall’altro. La partenza di buon’ora si è resa necessaria per evitare i gelidi venti mattutini che sferzano il colle quando fa giorno, e il chiarore tarda ad arrivare. Ad un certo punto la fronte del Kailash s’illumina d’arancione. Il sole va a dare il buongiorno a Shiva e Parvati che dimorano sulla vetta. Poco per volta la linea orizzontale dell’alba scende lungo la montagna imbiancata e poco per volta pervade l’ambiente circostante. Incominciamo a vedere cosa ci attornia mentre saliamo con forze che non sapevamo di avere. Alcuni tratti sono ben ripidi se rapportati alla quota, ma li superiamo brillantemente. Tutti! La neve incomincia ad essere continua ed il sentiero calpestato nei giorni precedenti da altri viandanti diventa scivoloso. In nessun modo gli yak avrebbero potuto superare il passo. Noi incediamo lentamente ma in modo costante fino a quando è ormai tutto bianco intorno a noi. O meglio, dovrebbe esserlo, perché il terreno si tinge di una varietà multicolore sempre più fitta: sono le bandiere di preghiera che strisciano per terra fino a rivestire tutto. E’ il segno inequivocabile che ormai ci siamo, siamo al divallamento che segna il tetto del nostro percorso. Ed è il momento in cui realizziamo di avercela fatta. Siamo sul Drölma-la, a 5660mt. il punto più alto del kora, dal quale possiamo solo più scendere, con una ferma convinzione: quella di avercela fatta! Di essere riusciti senza particolare acclimatamento e nonostante alcune condizioni avverse a compiere il giro. Forse ce ne renderemo conto solo dopo, adesso siamo colti dall’estasi di ammirare il Kailash che sembra sorriderci, lassù in mezzo al cielo divenuto nel frattempo cobalto. Ognuno dentro di sé esprime dediche o attribuisce significati al momento, semplici pensieri s’innalzano sollevati dalle bandierine di preghiera e volano in alto. Solo il freddo ci riporta coi piedi per terra e ci convince a muoverci da questo momento perenne. Sono le 8.30, un ottimo tempo se vogliamo interessarci anche alle cronometrie. Superiamo lo Shivatsal, dove i pellegrini lasciano solitamente un indumento o qualcosa che gli appartenga, per simboleggiare il passaggio dalla vita precedente ad una nuova. Più prosaicamente, il luogo sembra un deposito d’immondizia e decidiamo di non contribuire ulteriormente. Il sentiero inizia una lenta discesa su neve gelata e salutiamo la parete nord del Kailash. Raggiunto il colle vero e proprio iniziamo a scendere più rapidamente cercando di arrivare quanto prima nelle zone al sole. Troviamo il nostro punto di ristoro dopo aver superato un tratto ghiacciato che non riesco a spiegarmi cosa possa essere. Non è un lembo di ghiacciaio ma non sembra nemmeno un fiume bloccato dal ghiaccio. Con cautela lo si attraversa e possiamo finalmente scambiarci abbracci e foto. La fatica ha dato il suo risultato ed i sacrifici non sono stati vani. Pensare di venire in Tibet con quello che è comportato in termini di disagi ed asperità per poi non compiere il giro sarebbe stata un’amara sconfitta. Ora è andata, e pazienza se qualche difficoltà fisica ha reso il tutto più complicato, sarà un buon karma per l’avvenire. La tensione si stempera ed il freddo molla la presa, non resta che scendere alla teahouse per un meritato tè salato ingentilito da qualche biscotto. Forti del successo pensiamo che ormai possiamo puntare direttamente su Darchen per ricongiungerci con i nostri sacchi a pelo che staranno rientrando dall’altra parte a dorso di yak. Da Dira-puk alla teahouse sono 7 km, dovremo ancora aggiungerne altri 22, perlopiù in piano su una quota variabile dai 4600 ai 4700mt. Iniziamo così il noioso tratto nel vallone del Lham-chu Khir, dove rari villaggi spezzano la monotonia di un paesaggio tornato brullo e desertico, in cui solo le vette sono rimaste imbiancate. Tutto il resto torna ad essere polvere. Sembra non finire mai, di tanto in tanto ci fermiamo per mangiare qualcosa, incontriamo fedeli intenti a prostrarsi ogni tre passi, affondando corpo e viso nella polvere. Alcuni presentano addirittura la fronte o la mascherina che ripara la bocca come incipriate. Sul terreno lasciano una scia della loro devozione che il vento si premurerà di far salire in cielo. A Zutul-puk, dove era previsto il secondo pernottamento del trekking, ci fermiamo solo per un tè e poi di nuovo in marcia per concludere i 52 km. In realtà avremmo potuto prendere il mezzo pubblico per gli ultimi 4 km, ma ci sembrava di rovinare un’opera d’arte, la cornice di uno splendido quadro che ci apprestavamo a confezionare. Così stringiamo ancora una volta i denti e con un calcio alla fatica ed alla noia arriviamo finalmente a Darchen. Qui incassiamo le congratulazioni del team di supporto: è raro che degli occidentali completino il kora arrivando a piedi nello stesso punto da cui sono partiti ed è anche raro che il percorso venga compiuto in soli due giorni. Ma noi, con la modestia e l’umiltà di camminatori delle nostre Alpi, ci godiamo il momento di gloria per l’obiettivo raggiunto. Scopriamo che i pellegrini indiani che compiono il kora senza l’abitudine a frequentare le montagne hanno una percentuale di successo non superiore al 20%. Un breve riposo ed un pediluvio nelle comode stanze della guesthouse prima di cena, dove l’allegria ha preso il posto della tensione e stemperato l’incertezza dei giorni precedenti. E torna fra di noi la Lhasa beer, leggera ma gradevole per l’occasione. Come in una magia prima di andare a dormire vediamo dalla finestra che inizia a nevicare intensamente. Se continuasse a questo ritmo metterebbe addirittura a repentaglio il prosieguo di domani, ma è cosa effimera. Dopo pochi minuti smette di scendere ed al mattino dopo sarà già evaporata.

 Pernottamento: DARCHEN - Guesthouse




Day 11: mar. 3 maggio 2016 

Si torna a Saga: il monastero di Darhyeling con le tavole della legge... buddhista

Certe soddisfazioni non restituiscono energie al fisico e la sofferenza da quota non è un sentimento psicologico che si possa combattere con una dose di buon umore. La sveglia al mattino mi ritrova ancora una volta sveglio e pronto a partire. Oggi dovremo stare seduti gran parte del giorno, fino a Saga. Faremo appena qualche fermata intermedia per sgranchirci le gambe ed ottemperare alle ottuse norme di velocità locali. Per pranzo ci di ferma in una teahouse dove si può vedere uno spaccato della società locale. La gestione è tipicamente “familiare”: una mamma con tre bambini piccoli ci apre la tenda, entriamo disponendo sul tavolo le nostre libagioni mentre ci viene offerto il tè salato. Alla fine lasceremo quanto non consumato oltre ad una mancia per il coperto. Da queste parti si usa fare in questo modo. Alcune tende sono blu con scritte in cinese e sono state distribuite dopo il terremoto. Dentro sono coibentate contro il freddo, dispongono di pannelli solari che caricano una batteria, la quale serve ad alimentare alcune utenze tipo cellulare tv radio ecc. I nomadi vengono qui per la stagione e fungono da spartano autogrill. Erano particolarmente utili fino a pochi anni fa quando ci volevano due giorni solo da Saga a Darchen. Per non dire degli anni 90 quando a causa dell'assenza di strade l'avventura poteva richiedere anche un mese. Le poche vie di comunicazione erano strade sterrate che necessitavano guadi e altri rischiosi percorsi.

Segue un piacevole intermezzo al monastero di Dargyeling, situato su una collina dove potremmo dire si trovino le tavole della legge buddhista. In effetti è pieno di lose sulle quali sono riportati mantra indecifrabili ma armonici ai nostri occhi. Alcuni in altorilievo altri in bassorilievo. Di tanto in tanto spunta qualche teschio di yak col suo significato propiziatorio. Attiriamo lo sguardo curioso degli artigiani che stanno ristrutturando il monastero, mentre noi rimaniamo altrettanto ammirati dalla loro abilità manuale, ormai persa alle nostre latitudini. Verso le 18 superiamo l’ultimo colle che prevede il percorso odierno e raggiungiamo Saga. L’hotel, presenta stanze pressoché nuove e persino esagerate per la triste cittadina a 4600mt., mentre i bagni sono ancora da rifare e presentano ancora il “vecchio stile”. Unico problema è che manca l’acqua, cosa evidentemente secondaria per gli austeri tibetani, nient’affatto per i fini occidentali. Insceniamo una rivoluzione quasi culturale ed i gestori dell’albergo riescono a tranquillizzarci offrendo la doccia presso i bagni pubblici poco distanti. Il compromesso sta bene a tutte le parti e concludiamo la serata in un ristorante cinese, comunità ormai maggioritaria perfino nella piccola Saga. Dire che non c’è nulla da vedere delinea esattamente il paesaggio esistente, viverci più che una saga sarebbe un vero incubo. Nonostante la termocoperta, al mattino ci svegliamo che in camera ci sono appena 9°, fortuna che non abbiamo rilevato la temperatura prima di andare a dormire.

 Pernottamento: SAGA



 

Day 12: mer. 4 maggio 2016 

Da Saga a Shigatse: una linea di strada sull'altipiano e tanti checkpoint

Ancora una tappa di trasferimento anche se da questo punto in avanti il programma originale avrebbe previsto il rientro via terra da Nyalam o Kerung. Ma le autorità hanno negato i permessi e non resta che rientrare a Lhasa, sperando non ci siano complicazioni con gli aerei. Rientrare tramite una delle fenditure himalayane avrebbe permesso di vedere qualcosa di diverso dai seppur affascinanti paesaggi aridi e ci avrebbe consentito di risparmiare una giornata. Ma in Cina il governo è come il meteo, non lo si può discutere e fa il bello ed il cattivo tempo. Nel dubbio meglio discutere del tempo, almeno non si rischia di finire in carcere. Rimaniamo stabilmente ad una quota sui 4500mt, dopo Saga la strada si dipana rettilinea, ben asfaltata, interrotta solo da frequenti sobbalzi probabilmente voluti per ridurre forzosamente la velocità.
Ripercorriamo la strada dell’andata superando un paio di colli intorno ai 5000mt ed in serata siamo a Shigatse. Ci saremmo arrivati anche prima solo non fossimo stati costretti ad attendere in vista dei checkpoint che regolano la velocità. In tutto fra controllo passaporti e velocità abbiamo contato ben 7 fermate. Talvolta un essere in divisa con gli occhi a mandorla sale per contare quanti siamo. Un modo come un altro per passare il tempo e compiere a fondo il suo zelante dovere. Come se un tale dispiegamento di forze servisse per filtrare la miseria a cui si aggiungono sparuti gruppi di stranieri poco inclini al comfort. La guida ci dice che il rapporto poliziotti cinesi e tibetani è sul 50%, ma abbiamo la netta sensazione che i primi siano in maggioranza. Ceniamo nel ristorante dell’hotel, ben gestito da un nepalese consigliato da R.K. e ne usciamo soddisfatti.

Pernottamento: SHIGATSE - Hotel Gyan Gyen

  


 

Day 13: gio. 5 maggio 2016 

Ritorno a Lhasa: una valle inaspettatamente vivace lungo il Brahmaputra

Ultima tappa di spostamento ma almeno questa rappresenta una novità per tutti noi. Il tratto di Friendship Highway fra Shigatse e Lhasa non l’avevamo percorsa in precedenza in quanto siamo passati da Gyantse. E si rivela come una piacevole sorpresa in quanto la strada costeggia il fiume Yarlung Tsampo per tutto il percorso, mettendone in risalto gli splendidi colori cristallini all’interno di gole brulle e senza vegetazione. A fianco corre frequentemente la ferrovia che funge da prolungamento della Xining-Lhasa. Si parla di progetti che la faranno proseguire e portare la modernità anche oltre Shigatse e, come nel Far West, quando arriva la strada ferrata spariscono gli indiani! Man mano che la vallata si apre i campi d’orzo prendono il sopravvento e le fattorie iniziano a dominare il paesaggio reso sempre meno selvaggio. Infine entriamo nel caos di Lhasa e ci facciamo portare nella piazza antistante il Potala per alcune foto di gruppo e per compiere il kora dello stesso Potala. La bella giornata fa sembrare il palazzo come un diamante incastonato nella roccia, mentre alla base centinaia di ruote di preghiera dorate girano senza sosta. Rientriamo a piedi facendo un mezzo kora del Barkhor (continuiamo ad assumere meriti) e prima di cena un vento impetuoso scuote i tendoni appesi ai tetti delle pareti, cadono persino alcune gocce. Anche il titolare del ristorante New Mandala è nepalese ed offre un’ottima cucina che potremmo definire transfrontaliera.

Pernottamento: LHASA - Hotel Flora

 



Day 14: ven. 6 maggio 2016 

Volo andata ritorno e andata da Lhasa a KTM - Pashupatinath, il luogo della riflessione

Non resta che salutare Lhasa ed apprestarci a prendere il volo verso Kathmandu. Il cielo è sereno stabile e quando abbiamo percorso i 66 km che ci separano dall’aeroporto realizziamo che non ci saranno problemi legati al decollo. Cosa che avviene con puntualità e il pilota dell’Airbus 319 Air China ci assicura dalla sua cabina che in un’ora saremo a destinazione. Tutto vero, solo che una volta sopra la capitale nepalese non riusciremo ad atterrare a causa di condizioni avverse al suolo. E’ così che l’aereo fa marcia indietro, sorvola nuovamente la catena montuosa più alta del mondo e atterra un’altra volta a Lhasa. Lo sconforto è palese, sembra una dannazione che ogni volta ci colpisce senza eccezioni. A peggiorare il tutto questa volta c’è anche il rischio di perdere il volo di rientro se la situazione non si risolve a breve. Abbiamo un giorno di polmone ma qui le cose possono prendere qualunque piega. Restiamo all’interno del velivolo parcheggiato nell’aeroporto di Lhasa ed attendiamo fiduciosi notizie che tardano ad arrivare. Il fatto che non ci abbiano fatti scendere va interpretato come un messaggio positivo e dopo una mezz’ora abbondante arriva la comunicazione che si farà il pieno di carburante per ritentare la traversata. Trascorrono minuti interminabili: l’idea di sbarcare, tornare a Lhasa e riprovare domattina farebbe saltare piani, pazienza e forse anche il viaggio di ritorno. Finalmente decolliamo per raggiungere la capitale nepalese sotto il sole ed atterrare in tutta tranquillità. Anche stavolta è andata! Spediamo i borsoni in hotel e ci facciamo recapitare a Pashupatinath, il tempio hinduista famoso per essere un dei luoghi prediletti per le cremazioni. Le pire si vedono fumare da distante ed il profumo di legna bruciata si fonde all’odore acre della carne. Sulla riva opposta del rigolo di liquame sacro che porta il nome di Bagmati si stende una collina mista di alberi e stupa. Purtroppo questi hanno subìto la triste sorte toccata ad altri monumenti colpiti dalla furia del terremoto. Già fragili di natura e per l’età, il sisma ha provocato in essi crepe e distruzioni in vari punti. I restauri stanno iniziando ma c’è da sperare che arrivino prima di ulteriori crolli. La primavera è nel suo vivo e oggi fa caldo a Kathmandu, tanto le nostre ossa che le trachee ne traggono giovamento, mentre splendidi alberi di Sirish proiettano una luce violetta verso l’alto. Un taxi e si ritorna a Thamel dove con R.K. andiamo in un locale che diffonde dahl baht e danze locali senza soluzione di continuità. Accenniamo finalmente un sano riposo ad una quota dove il cuore può tornare a pulsare con ritmi regolari. Ormai le fatiche stanno volgendo al termine, si tratta solo di far scorrere le ultime ore visitando alcuni tasselli della capitale che ancora ci mancano.

Pernottamento: KATHMANDU - Hotel Marshyangdi

 



Day 15: sab. 7 maggio 2016 

Bhaktapur, dove il terremoto non ha distrutto la storia - il rientro, ovvero il sogno diventato realtà

Fra questi tasselli uno è sicuramente la cittadina di Bhaktapur. A soli 8 km dalla capitale, rappresentava con Kathmandu e Patan un vertice di quel triangolo di città Stato che 400 anni fa vissero un periodo di particolare fioritura architettonica, grazie ad una positiva concorrenza fra loro. Non ci risultava però che dovesse essere così interessante, pur tra le rovine causate dal recente terremoto. In particolare la piazza principale è un autentico gioiello dove spiccano templi e palazzi degni di ogni riguardo. Ma tutto il borgo centrale ci fa ritornare ad uno scenario di medioevo/presente dove agiscono artigiani, monaci e popolani. Tre ore scorrono velocissime ed bisogna rientrare alla base dove dobbiamo ancora pagare il nostro tributo allo shopping. Cosa che non costa nemmeno molta fatica, viste le varie e gradevoli alternative esposte nei negozi di Thamel. Anche da questo si vede la fantasia e la laboriosità di un popolo, fiero delle proprie tradizioni e del proprio artigianato. Alle 17 scocca l’ora del raduno in hotel e della partenza verso l’aeroporto. Felicità e malinconia, nostalgia che inizia ad affiorare prim’ancora che il presente si trasformi in passato. Sono luoghi dove è facile sentirsi a casa, è gente con la quale è facile sentirsi amici. Ma questa volta l’aereo della Etihad non ha intenzione di restare a terra o di fare ritorno come è successo ieri a Lhasa. La storia finisce qui e finisce bene, ancora una volta ci sentiamo grati e legati agli amici che lasciamo in questa terra e lo siamo anche per le lezioni che ci hanno saputo insegnare. Nella speranza di averle sapute cogliere, memorizzare e mettere in pratica.

Il plinto a rappresentare la terra e la cupola a ricordare la ciotola a simboleggiare l’acqua sono rimasti; sono sparite la harmika che sta per fuoco, la guglia per l’aria con i 13 livelli per raggiungere il nirvana, nonché l’ombrello a indicare lo spazio.