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Sono ormai trascorse due settimane dalla conclusione del viaggio, quando mi appresto a scrivere il racconto delle nostre avventure e posso dire che la nostalgia di quanto abbiamo lasciato ci ha colto fin dal rientro. Ci mancano la dolcezza ed il disinteressato sentimento di quelle popolazioni: non ci saremmo mai aspettati di trovare tanta ricchezza in mezzo alla povertà. Mi torna alla mente la scena del simpatico funzionario alla partenza dall’aeroporto di Kathmandu, quando mi chiede come va mentre appone etichette e timbri sul mio passaporto: il suo sguardo è stupito quando mi sente rispondere “non tanto bene, in quanto devo lasciare questo meraviglioso Paese”. Con semplicità mi risponde “ci puoi tornare!”. Ritiro il passaporto, gli rispondo e mi rispondo “ci puoi contare, Namasté!”.

Tanto le immagini che i filmati memorizzati sulle schede SD resteranno un ricordo secondario (seppure importante) rispetto a quanto abbiamo avuto modo di cogliere frequentando le culture nepalese e tibetana; due popolazioni fondamentalmente diverse, unite e al contempo separate dall’Himalaya, povere nell’avere ma ricche nell’essere. Il clima più caldo del Nepal incide sul carattere della sua popolazione con una maggior allegria, in un comportamento che potremmo definire più “latino”. I tibetani come tutte le popolazioni che abitano in terre alte e ostili sembrano a prima vista più freddi e distaccati, in realtà ci vuole poco ad accorgersi che si tratta di un atteggiamento fondamentalmente di riservatezza e che la realtà dimostra una disponibilità che va ben oltre la forma: oltre 50 anni di sottomissione al gigante cinese e le conseguenti restrizioni alla pratica religiosa non possono che aver contribuito a raffreddare i loro animi. Alla fine diventa pressoché impossibile dire se “stia più simpatico” chi vive a nord o a sud della più alta catena montuosa del mondo.

Così come la natura umana presenta sovente delle incongruenze, capita anche che la natura orografica si trovi a presentare inattese soluzioni di continuità. E’ così che la catena himalayana concede proprio a metà del suo estendersi da ovest verso est un varco che ha storicamente consentito il passaggio di popolazioni, culture, religioni, merci e talvolta anche eserciti: il canyon che scende da Nyalam a Kodari e oltre fino alle verdi colline del Nepal centrale, per la verità è una fenditura stretta e ripida dove la strada è stata incisa creando una striscia orizzontale in un contesto dove regna la verticalità.