Day 4 : mar. 23 aprile 2013

Il grande giorno: con un balzo di 2000mt di dislivelllo raggiungiamo l'Annapurna Base Camp col sereno.

Il giorno si apre con ottime prospettive. Il sole incomincia ad illuminare le vette che sovrastano il corridoio adducente al Santuario e noi alle 7,10 con gli scarponi ai piedi iniziamo una giornata storica per quello che rappresenta la nostra esperienza in montagna. Prima di partire ci consultiamo con la proprietaria del lodge, la quale ci rassicura in merito a rischio di slavine. Confortati carichiamo i pesanti zaini e lasciamo Bamboo a quota 2300 mt. Si sale dapprima in un bosco con il sentiero che serpeggia e tutto che trabocca umidità. In un’ora e un quarto raggiungiamo Dobhan, in un’ulteriore ora siamo Himalaya Hotel per proseguire con lo stesso tempo verso Deorali. Poco prima del villaggio attraversiamo il ponte di neve su un ruscello che scende dalle pendici del Hiun Chuli: il giorno successivo, al nostro ritorno, lo vedremo crollato e dovremo aggirarlo più a monte. Dopo Deorali il sentiero compie una deviazione sul lato orientale del torrente per evitare il tratto a rischio di slavine utilizzando due ponti molto precari (in certi casi è comunque pericoloso transitare anche sull’altro versante) e verso quota 3200 mt. iniziamo ad incontrare neve sul terreno. I passaggi di ieri ed il sole odierno la stanno comunque sciogliendo. Rientriamo sull’altro versante e il sentiero si fa più ripido. Man mano che si sale di quota siamo costretti a camminare nella neve, ma se i piedi sono al freddo (cosa che camminando non si percepisce) l’animo inizia a sognare alla vista delle prime vette imbiancate, gentile concessione di un cielo finalmente azzurro. Affrontiamo la salita al Machhapuchhre Base Camp (MBC) costituita da una ripida scalinata. Siamo ormai a 3700 mt. e la fatica si fa sentire. Tra sali e scendi abbiamo ormai 1600 mt. in positivo alle nostre spalle. Questa era la nostra meta odierna ma il tempo al momento clemente quanto incerto nel futuro porta ad un’idea ambiziosa. Ci rifocilliamo con della frutta secca mentre osserviamo per la prima volta l’Annapurna South (7219 mt.). Le nebbie di tanto in tanto chiudono l’orizzonte, salvo  poi riaprirlo poco dopo con scenari inediti. Non avendo idea di come evolverà la situazione prendiamo la decisione di tentare gli ultimi 430 mt. che portano all’Annapurna Base Camp (ABC). Dormire all’MBC sarebbe stato sicuramente meglio per acclimatarci e riposarci, ma la vita è fatta di sensazioni e talvolta è bene farci guidare da quei pochi istinti che la quotidianità occidentale ancora ci lascia. Raduniamo così le forze residue e ci incamminiamo nel percorso che le guide indicano in 1,5/2 h. Noi ne impiegheremo 2,10 h., fermandoci ogni qualvolta i polmoni ci dicono che non riescono ad incamerare ossigeno a sufficienza per procedere. Non disdegniamo nemmeno fotografare e filmare lo splendido scenario che ci avvolge, reso particolarmente suggestivo dalle nebbie che compaiono formando nubi leggere di varie forme, per poi scomparire lasciando la scena alle montagne coperte di neve appena scesa. E’ una tratta semplice, un sentiero in costante salita dove lo spostamento è maggiore del dislivello. Anche se è innevato si avanza bene in mezzo alla neve che si sta sciogliendo. Fa caldo e l’evaporazione crea molta umidità, cosa che dev’essere abbastanza rara a queste quote. Mentre procediamo alcune slavine di neve pesante colano come del latte in un catino poco distante sulla nostra sinistra, fermandosi a 150 mt. dal sentiero, senza tuttavia metterci in pericolo. Di tanto in tanto la nebbia ci avvolge e la visibilità diventa di pochi metri, rendendo la respirazione ancora più difficile. Pensiamo a chi (seppure con tempistiche diverse dalle nostre) compie ascensioni ben più in alto e tecnicamente più difficili: non possono essere altro che pazzi o eroi, talvolta le due cose insieme. Ma in questo momento va a loro la nostra incondizionata ammirazione.  La fatica fatta, la quota e il peso dello zaino rendono invece quest’ultimo tratto una sorta di calvario con lieto fine. Ad un certo punto vediamo in lontananza il Campo Base, costituito da una serie di edifici disposti sommariamente a quadrato. Sopra di loro campeggia l’Annapurna South. L’altimetro segna che mancano solo più 150 mt ma la distanza da coprire è ancora significativa. Ormai non può più scappare e in mezz’ora siamo al cartello che ci dà il benvenuto alla nostra destinazione. Non abbiamo parole, tanto per la fatica che per l’emozione. Dopo 2000 mt di dislivello siamo all’Annapurna Base Camp (4130 mt), la nostra meta finale che solo ieri sembrava un miraggio irraggiungibile. La fortuna di trovare la prima giornata di bel tempo accompagnata dalla nostra determinazione ci ha consentito di raggiungere l’obiettivo. Dopo mesi di studio e preparazione, un lungo viaggio e gli spostamenti in loco siamo lì, immobili a guardarci intorno quasi increduli, mentre lacrime di commozione solcano i nostri visi. Ascoltiamo silenziosi un silenzio che non smette di parlarci. Il Santuario dell’Annapurna ci circonda con le sue vette che vanno dai 6500 agli 8091 mt. di quota. In basso s’intravede una depressione fra lo Hiunchuli e il Machhapuchhre a rappresentare il corridoio dal quale siamo saliti. Proprio quest’ultima vetta campeggia ora nella sua classica figura a “coda di pesce”, vista impeditaci nei giorni scorsi. E’ una enorme pala di roccia e ghiaccio che si avvita su se stessa ad assumere la forma dalla quale prende il nome. Pur fermandosi a 6997 mt è una delle vette più importanti della regione. Oltre ad essere una montagna sacra in quel sincretismo religioso che da queste parti unisce l’hinduismo al buddhismo di orientamento tibetano, a sua volta sedimentatosi sulla precedente religione bön, il Machhapuchhre è tutt’ora inviolato proprio per la sua sacralità. La sua scalata venne tentato senza successo una sessantina di anni fa, da allora non furono più concessi permessi per l’ascensione. A questo punto solo l’Annapurna I (l’ottomila della zona) è ancora celato dalle nebbie sempre più rade, che sono destinate a scomparire con il calare della sera. Nel frattempo andiamo ad accasarci in uno dei lodge presenti, spartano e con stanze fredde non tanto per lo stile dell’arredamento (!) quanto per la temperatura. Andiamo a riprendere fiato nel refettorio del rifugio, dove il gestore è tanto simpatico e disponibile quanto è bello l’ambiente esterno; ci sediamo intorno al tavolo, sotto il quale arde una stufa a kerosene (che vediamo sovente portato su in taniche da almeno 20 lt nelle gerle dei portatori): questo sistema scalda gli arti inferiori e consente di asciugare gli indumenti bagnati. Con il cuore che palpita per la quota e per l’emozione di trovarci in quel luogo facciamo la conoscenza di un simpatico quebecois. Ha 69 anni ed è salito molto bene fin qui insieme ad un portatore. E’ un personaggio che ha girato il mondo e sembra trovarsi a proprio agio ovunque. In questi angoli di mondo si riescono a conoscere persone interessanti con le quali poter scambiare le proprie esperienze e il discorso fila senza interruzioni fino all’ora di cena. Di tanto in tanto si esce fuori per vedere e vivere la magia che ci circonda. Sembra incredibile ma gli chef nepalesi sono in grado di cucinare piatti appetitosi anche a queste quote, per l'occasione prendiamo rösti con formaggio fatti in casa e riso fritto con le verdure. Tutto è basato su criteri di semplicità ma la cucina con pentole wok e il saper dare gusto con le spezie rende il tutto molto gradevole, considerando che gli ingredienti a disposizione non sono molti e che tutto arriva nelle gerle sulle spalle dei portatori che vediamo costantemente fare la spola tra i villaggi. Sbirciando fra le madie vediamo ovunque dei contenitori con molte uova; partendo dal presupposto che la prolificità delle galline locali non possa giustificare una tale produzione, ne deduciamo che vengano portate su nelle gerle con massima attenzione dei portatori. Terminata la cena non resta che cercare qualche improbabile foto notturna, mentre la mente cavalca lungo le creste imbiancate che la luna piena rischiara a sufficienza da essere ben distinte ed ammirate dall’occhio umano. Sono momenti di un’intensità mai vissuta che cancellano tutte le fatiche patite finora, attimi che non si potranno dimenticare. Il silenzio dell’Himalaya ci parla e ci dà il suo benvenuto: ora ci è finalmente chiaro perché questo luogo venga definito Santuario e perché tutta la zona venga considerata sacra. Il nome Annapurna significa Dea dell’Abbondanza: non potrebbe essere diversamente. Come detto all’amico canadese, le motivazioni e la gioia di essere qui probabilmente ci danno più soddisfazione di quanto possano aver provato alcuni professionisti della montagna nel salire le stesse vette. Dal momento che la vita notturna all’ABC non presenta altri intrattenimenti, prima delle 20,30 prendiamo posto nei nostri sacchi a pelo per una nottata che non si presenta facile. La digestione si fa infatti complessa, il materasso non attutisce granché la durezza dell’asse sottostante e la quota complica il sonno. In un continuo dormiveglia riusciamo comunque a far trascorrere la notte e a mettere insieme qualche ora di sonno frammentato. La cosa più difficile è respirare: restando coricati si assimila meno ossigeno, il freddo richiederebbe di rintanare la testa nel sacco a pelo ma questo limita ulteriormente il respiro, costringendoci ad alternate immersioni per riscaldare il viso con emersioni per respirare adeguatamente.

Pernottamento: Annapurna Base Camp