Day 7 : ven. 26 aprile 2013

Dalla pace di Ghandruk al caos di Kathmandu: due volti del un Nepal, un Paese amico.

Verso le 5.30 sono i portatori i primi a muoversi, aprendo gli occhi si vede che si è già giorno fatto e non resta che alzarsi. Poco dopo dal gompa si diffonde nell’aria la musica di om mani padme hum, il mantra che suona come un inno alla serenità. Sporgendoci dal balcone si vedono le bandiere di preghiera ondeggiare al vento, in lontananza le alte vette. Non vorremmo essere in nessun altro posto del mondo e non abbiamo mai assaporato un risveglio più dolce. Il trattamento sembra quello di un grand’hotel: colazione in giardino con alba sull’Annapurna South, Hiun Chuli e un po’ più defilato, sul Machhapucchre. Non siamo più di fronte alle elettrizzanti vedute all’interno del Santuario ma è simpatico vedere con un solo colpo d’occhio la vita mattutina di Ghandruk combinata alla maestosità delle vette che sembrano controllarla. Il tempo per il riposo termina alle 7,45, quando ci mettiamo in marcia per l’ultima tappa, quella che ci riporta alla strada che conduce a Pokhara. Lo spostamento sembra non finire mai durante le 4 ore di cammino nel caldo umido: i villaggi che attraversiamo (Syauli Bajar e Birethanti) sono invece un’ultima occasione per vedere la vita scorrere in modo semplice ma in sincronia con l’espressione di popolazioni laboriose e fiere. Ormai le gambe sembrano procedere da sole sul sentiero lungo il Modi Khola, sempre spumeggiante ma qui meno impetuoso rispetto alla parte alta della valle. Incontriamo fitti cespugli di … a rallegrare un paesaggio che di per sé che volge alle colline. Con sorpresa incontriamo un pullman e delle auto ferme su un piazzale. Una strada sterrata costruita recentemente e non ancora prevista dalle cartine sta portando la “civiltà” sempre più in alto. Va per contro riconosciuto che queste non possono considerarsi comodità per le popolazioni locali, ma una basilare soddisfazione dei loro bisogni essenziali. La vita da queste parti è già assai difficile e la natura sufficientemente ostile. Raggiungiamo infine Naya Pul, ormai un villaggio con tutti i servizi, che si trova lungo la strada asfaltata. E’ un punto di partenza/arrivo per gli escursionisti nonché la base da cui le merci partono alla volta dei villaggi posti più in alto. Qui veniamo controllati nei rispettivi punti del TIMS e ACAP, dove vengono apposti gli ultimi timbri sui nostri permessi in una sorta di check out. Sfatti, dopo 5 giorni e mezzo raggiungiamo la strada asfaltata dove ci sono numerosi taxi ad attenderci. Ne contrattiamo uno per 1500 Rs ed affrontiamo i 70 km che portano all’aeroporto di Pokhara. Ormai lo zaino è diventato un peso in ogni senso, la pelle brucia per il sole preso negli ultimi giorni e cogliamo come un sollievo il momento in cui ci “accomodiamo” all’interno della piccola Suzuki Maruti di fabbricazione indiana. Solo la soddisfazione di aver concluso bene nei modi e nei tempi che ci eravamo prefissi il trekking dell’Annapurna ci offre sollievo e ci fa sentire in perfetta forma in vista della nuova avventura che ci attende. Il viaggio lungo le tortuose strade che si inerpicano sulle colline ad ovest di Pokhara merita di essere catalogato come avventura a sé stante. L’attraversamento dei villaggi, così come il superamento di camion e pullman richiede una dose di ottimismo e forte credenza nell’aldilà, che in questi momenti si ha l’impressione di essere veramente prossimo. La strada è una sottile striscia d’asfalto delimitato da ampie banchine sterrate, pietrose e con buche profonde, che servono a schivare i mezzi in senso inverso.  A forza di sorpassi riusciti con manovre azzardate arriviamo finalmente a destinazione e tiriamo sospiro di sollievo, ormai prendere il volo della Buddha Air diventa un gioco per le nostre coronarie. Ma proprio qui vivremo un’esperienza che probabilmente non ha simili nel resto del mondo: in quella che potremmo chiamare la sala dei check in completamente deserta, mentre stiamo ordinando gli zaini per tenere con noi quanto di valore e imbarcare un bagaglio il più compatto possibile nella speranza di rivedere tutto all’arrivo, veniamo contattati da due funzionari aeroportuali. Ci chiedono se andiamo a Kathmandu e se vogliamo prendere l’aereo precedente, già che c’è posto. Stupiti, annuiamo e poco dopo siamo alle partenze con un occhio ai nostri zaini foderati dai coprizaini arancione (tanto utili nei primi due giorni) mentre vengono portati a spalle verso la stiva dell’aereo. Controlli in stile familiare, poca informatica e molta comunicazione verbale sono le caratteristiche salienti dell’aeroporto di Pokhara. Decolliamo pertanto alle 13.40 anziché alle 15.00. Quando l’ATR si stacca dalla pista ci coglie una stretta al cuore, stiamo lasciando uno dei luoghi più accoglienti e suggestivi che abbiamo avuto l’opportunità di visitare sino ad ora. Ci accorgiamo fin da questo momento che il seme della nostalgia sta germogliando in noi, proprio come avevamo appreso dalle esperienze di chi in precedenza ha iniziato a frequentare questi luoghi.

L’ora e mezza di vantaggio ci consente di portarci avanti con la visita della capitale, che in parte era già in programma per oggi. I bagagli arrivano trainati da un trattore nuovo di pacca (forse l’unica cosa nuova in tutto lo scalo) e vengono consegnati praticamente in modo nominativo; ci rechiamo in hotel per depositarli e dopo una doccia siamo pronti per ripartire. In tutto questo trambusto ci siamo dimenticati il pranzo, originariamente previsto all’interno di un breve giro a Pokhara. Sopperiamo con due barrette trovate da qualche parte in valigia e come d’incanto le forze riemergono.

Ci avviamo verso Durbar Square (Foto2, Foto3), forse l’unica serie di monumenti veramente interessanti a Kathmandu. Evidentemente l’ente che lo amministra se n’è avveduto per tempo e chiede 750 Rs per l’ingresso nella piazza: una vera enormità se si pensa al costo della vita nepalese. Con questo appuriamo che i maoisti hanno già ben compreso l’arte del business e quella di spremere i turisti. Nonostante la sporcizia il sito è interessante e bisognerebbe essere appassionati di storia locale per capire veramente l’arte e la storia in esso contenute. Ci accontentiamo della storia appresa dalle guide e di quanto leggiamo sul momento in merito a palazzi e templi che ci troviamo di fronte: intorno al centro il traffico è un vero incubo, la piazza mostra un’immagine assai degradata, ben lontana dalla nobile tranquillità delle zone rurali appena lasciate. Alle 19 abbiamo appuntamento con Prachanda della Trekker’s Society per la consegna dei documenti necessari alla nostra trasferta tibetana; ma cercando di rientrare a Thamel non riusciamo ad imboccare la via (o forse sarebbe più giusto definirlo il vicolo) giusta e dobbiamo uscire di qualche centinaio di metri dal caos di persone per cercare un taxi il quale, in mezzo ad un altro caos (stavolta di traffico motorizzato) ci porterà all’hotel grazie ai nostri suggerimenti una volta che ci avviciniamo alla zona giusta. Del resto a Thamel non esiste il nome delle vie e meno che mai la numerazione. Tutto si basa sulla conoscenza e quando non si sa, si chiede ad altri colleghi e provengono in senso inverso a passo d’uomo o a viandanti. Il finestrino è permanentemente abbassato e la bassa velocità di crociera consente lo scambio di ogni informazione. Per cena andiamo al Yak restaurant, nella stessa via dell’hotel. E’ già tardi per gli orari nepalesi e perderci un’altra volta andrebbe ad infierire sulla nostra autostima in materia d’orientamento. Prendiamo una yak steak sizzler, che abbiamo scoperto identificare un sistema di cottura con una padella in ghisa utilizzata poi come piatto di portata. Il gusto è eccezionale e viene accompagnato dalla birra Everest. Questa, seppur piacevole e con una gradazione di 5°, risulterà meno buona della Nepal Ice (7°) assaggiata a Ghandruk. Nel frattempo i negozi stanno chiudendo (di solito entro le 20,30) ed i ristoranti poco dopo quell’ora cercano di accelerare l’uscita dei clienti. Ci procuriamo un massaggio ayurvedico per distendere i muscoli dopo una settimana di fatiche. Alle 23, orario che i nepalesi considerano ormai notte fonda, andiamo anche noi a dormire.

E’ inutile dire che non esiste paragone con il contesto montano di Ghandruk in cui abbiamo dormito soltanto 24 ore fa. La tranquillità e il traffico sono due realtà opposte e stridenti.

 

Pernottamento: Kathmandu - Kathmandu Eco Hotel

La storia prosegue in Tibet con il volo a Lhasa e il quindi via terra fino al Campo Base dell'Everest, per tornare quindi in Nepal. Per vedere le avventure tibetane passa all'apposita sezione. Gli ultimi due giorni di quelle nepalesi seguono l'ordine cronologico e si trovano anch'esse nella sezione del Tibet.