Visualizzazione ingrandita della mappa

 

 

 

 

Sono ormai trascorse due settimane dalla conclusione del viaggio, quando mi appresto a scrivere il racconto delle nostre avventure e posso dire che la nostalgia di quanto abbiamo lasciato ci ha colto fin dal rientro. Ci mancano la dolcezza ed il disinteressato sentimento di quelle popolazioni: non ci saremmo mai aspettati di trovare tanta ricchezza in mezzo alla povertà. Mi torna alla mente la scena del simpatico funzionario alla partenza dall’aeroporto di Kathmandu, quando mi chiede come va mentre appone etichette e timbri sul mio passaporto: il suo sguardo è stupito quando mi sente rispondere “non tanto bene, in quanto devo lasciare questo meraviglioso Paese”. Con semplicità mi risponde “ci puoi tornare!”. Ritiro il passaporto, gli rispondo e mi rispondo “ci puoi contare, Namasté!”.

Tanto le immagini che i filmati memorizzati sulle schede SD resteranno un ricordo secondario (seppure importante) rispetto a quanto abbiamo avuto modo di cogliere frequentando le culture nepalese e tibetana; due popolazioni fondamentalmente diverse, unite e al contempo separate dall’Himalaya, povere nell’avere ma ricche nell’essere. Il clima più caldo del Nepal incide sul carattere della sua popolazione con una maggior allegria, in un comportamento che potremmo definire più “latino”. I tibetani come tutte le popolazioni che abitano in terre alte e ostili sembrano a prima vista più freddi e distaccati, in realtà ci vuole poco ad accorgersi che si tratta di un atteggiamento fondamentalmente di riservatezza e che la realtà dimostra una disponibilità che va ben oltre la forma: oltre 50 anni di sottomissione al gigante cinese e le conseguenti restrizioni alla pratica religiosa non possono che aver contribuito a raffreddare i loro animi. Alla fine diventa pressoché impossibile dire se “stia più simpatico” chi vive a nord o a sud della più alta catena montuosa del mondo.

Così come la natura umana presenta sovente delle incongruenze, capita anche che la natura orografica si trovi a presentare inattese soluzioni di continuità. E’ così che la catena himalayana concede proprio a metà del suo estendersi da ovest verso est un varco che ha storicamente consentito il passaggio di popolazioni, culture, religioni, merci e talvolta anche eserciti: il canyon che scende da Nyalam a Kodari e oltre fino alle verdi colline del Nepal centrale, per la verità è una fenditura stretta e ripida dove la strada è stata incisa creando una striscia orizzontale in un contesto dove regna la verticalità.



Day 1 : sab. 20 aprile 2013 

Primo contatto con Kathmandu

Da Malpensa si arriva a Kathmandu passando via Doha con la Qatar Airlines. Dicono che si dovrebbe cercare un posto sul lato sinistro dell’aereo per vedere le montagne dell’Himalaya, ma anche se non ci fossero state le nuvole probabilmente saremmo riusciti a vedere ben poco. Resta il fatto che a Kathmandu ha appena smesso di piovere. Il volo è in orario ed arriviamo che sono circa le 16.30 ora locale (stranamente il fuso orario è di 3,45 h. più avanti del nostro quando vige l’ora legale). Con 25$ ed una procedura semplice ed efficace otteniamo il visto multientrata che ci servirà per rientrare dal Tibet tra due settimane. Durante la coda incontriamo un simpatico americano col quale scambiamo alcune parole: egli viene frequentemente in Nepal per lavoro e ci informa di come la situazione con il nuovo governo maoista non sia peggiorata, forse sarà migliorata in qualcosa anche se probabilmente spazi per peggiorare non ne esistevano. All'uscita troviamo gli incaricati dell'agenzia ad accoglierci e veniamo  subito in contatto con la cortesia dei nepalesi, una caratteristica che tratteggerà tutto il nostro soggiorno in questo Paese: ci viene messa al collo una splendida ghirlanda di fiori freschi e profumati. Il cielo è fondamentalmente grigio anche se ogni tanto il sole fa capolino emanando una luce opalescente, quasi giallastra che si va a mischiare con lo smog della capitale. Quella dell'inquinamento sarà una costante della nostro soggiorno urbano. Il primo impatto con Kathmandu sa di caos e simpatia: in città si guida ufficialmente sul lato sinistro della strada, ma questa è essenzialmente un’opinione, in quanto ogni tratto libero viene immediatamente occupato da qualsiasi mezzo motorizzato, indipendentemente dal senso di marcia; le strade del centro sovente non sono nemmeno asfaltate e sono un’unica nuvola di polvere lungo le quali i negozianti espongono le loro merci (sovente alimentari), infine presentano ogni genere di pericoli (tombini aperti, sporcizia, marciapiedi disastrati). Fortunatamente il tutto andrà migliorando col passare dei giorni quando incontreremo altri paesaggi e scopriremo il vero spirito di questo Paese, che va ben oltre l’opprimente cappa di smog. Poco dopo il nostro arrivo all’Eco Hotel Kathmandu (previamente prenotato da noi) ci incontriamo con  Prachanda, il nostro interlocutore presso la Trekker’s Society, agenzia alla quale abbiamo affidato il viaggio in Tibet su nostra indicazione del percorso, nonché alcuni servizi in Nepal. Di loro potremo soltanto parlare bene. Sono dei ragazzi molto ben organizzati, hanno gestito il giro in modo impeccabile e sono riusciti ad ottenere tutti i permessi nei tempi previsti. Assolutamente consigliabili! Partendo l’indomani per il trekking abbiamo incaricato loro di ottenere i permessi del TIMS e dell'ACAP. Il primo viene concesso gratuitamente e serve per effettuare trekking in Nepal, il secondo invece consente di accedere al Parco dell’Annapurna e costa circa 20$ a persona. Nel frattempo consegniamo loro i passaporti originali in modo da ottenere, presso l’ambasciata cinese a Kathmandu il permesso per entrare in Tibet, che non è il visto cinese classico (che non serve quando si arriva dal Nepal) ma un’autorizzazione che può avere in 4 giorni e costa 85$. Per girare all’interno del Nepal saranno sufficienti le fotocopie dei passaporti, anche per prendere il volo interno per Pokhara. Saldiamo il conto e ci congediamo da questi simpatici quanto efficienti amici. Acquistiamo una SIM Card per poter comunicare e cambiamo degli € in valuta nepalese: tutto avviene in modo semplice e rapido, senza burocrazia o formalità particolari. Acquistiamo inoltre dei bastoncini da trekking che serviranno nei prossimi giorni. Si cena in modo leggero allo Yeti Café, dove abbiamo il primo contatto con il curioso modo di servire il Dahl Baht (il piatto popolare tipico nepalese costituito da riso e lenticchie), ponendo sul fondo di un vassoio metallico una verdura simile a spinaci, una serie di scodelline in inox contenenti svariate salse speziate, ossicini di montone con poca carne attaccata ed al centro una mucchietto di riso al vapore. Le spezie richiamano i gusti tipici della tradizione indiana, che in alcuni casi si rivelano anche piccanti. Passeggiata nelle affollate vie di Thamel, dove in mezzo alla gente sfrecciano risciò, motorette e i taxi: in questo caratteristico quartiere i negozianti cercano di vendere i prodotti più svariati ma senza la fastidiosa insistenza che è invece tipica di altri Paesi asiatici, particolarmente in Cina. Rientriamo in Hotel per un meritato riposo dal momento che domattina la partenza è prevista alle 7,40 dall’aeroporto di Kathmandu

Permottamento: KATHMANDU - Kathmandu Eco Hotel

 



Day 2 : dom. 21 aprile 2013 

Trekking al Santuario dell'Annapurna: in volo a Pokhara, in taxi a Phedi, a piedi a Landruk (pioggia)

La sveglia suona alle 5,30h.: a seguire una rapida quanto abbondante colazione e alle sei partiamo con gli scarponi ai piedi e gli zaini in spalla alla volta del Tribhuvan Airport (questa volta lato voli nazionali) e quindi del Trekking al Santuario dell’Annapurna. Con la Buddha Air si vola a Pokhara con un ATR400 da una cinquantina di passeggeri, fra i quali troviamo anche un paio di monaci tibetani. Del resto è la compagnia aerea dedicata a loro… Il volo dura 25 minuti per coprire circa 200 km fra tortuose colline, alla partenza è nuvoloso ma all’arrivo piove. Ritiriamo gli zaini presso uno sportello che presenta la caratteristica di una semplicità casereccia. Per 1000 Rs ingaggiamo un taxi che ci porterà alla partenza del trekking situata a Phedi, un gruppo di edifici dedicati soprattutto a rifocillare gli escursionisti nonché posto di fermata dei taxi che fanno la spola verso Pokhara. Questa città non appare da subito molto ordinata, ma i notevoli lavori di edificazione edile ci portano a pensare ad un notevole sviluppo economico in corso. La pioggia continua a scendere, quando sono le 9,20h. non ci resta che aprire l’ombrello ed iniziare con la nostra avventura con la ripida scalinata che s’inoltra nella fitta boscaglia. In un’oretta raggiungiamo Dhampus, circondata da campi terrazzati ancora coltivabili a riso (oltre a orzo e mais) e dove abbiamo un primo incontro con i villaggi nepalesi ed i covoni a palafitta. Tra le case ci sono piccoli orti coltivati a pomodori (riparati dal sole o dall’acqua tramite tettoie), cavoli e zucchine. L’ambiente ci ricorda l’entroterra del nordovest vietnamita, nella zona di Sapa. La vita sembra scorrere tranquilla, così come l’acqua sui nostri ombrelli. Ci imbattiamo una scuola nel momento in cui i bambini stanno per uscire. Ci rendiamo conto di come in tutto il mondo gli scolari abbiano caro il momento in cui lasciano l’edificio scolastico; dalle frasi dipinte sulle pareti della scuola apprendiamo tuttavia un paio di lezioni anche  noi: ci rimane impressa la scritta in inglese che recita “i genitori sono i primi insegnanti, gli insegnanti sono i secondi genitori”. In Italia non ci è mai capitato di leggerla, meno che mai in lingua inglese. a qui. Oltrepassiamo il nel punto di controllo TIMS dove mostriamo il relativo permesso, mentre a Pothana c’è quello dell’ACAP, proprio mentre la pioggia aumenta d’intensità. Che il tratto sia battuto da escursionisti stanno a dimostrarlo i frequenti lodges, teahouses o negozietti di generi alimentari. Iniziamo la discesa verso Tolka e intorno alle 14 ci fermiamo per una sosta alla teahouse Archana costituita da due costruzioni isolate divise dal sentiero: un semplice quanto gustoso pancake alle mele sarà il nostro pranzo. Il menu sfrutta il più possibile quanto prodotto in loco (cereali, verdura, lenticchie, patate, ecc.) e varia dalle pizze locali, dahl bhat, omelettes, pane, spaghetti, pancakes, minestre/porridges e torte di vario genere. I prezzi di un piatto vanno dai 150/180 Rs ai 350 Rs per un dahl baht completo. Discorso a parte merita l’unica carne disponibile, quella di pollo, per la quale si arriva a spendere anche 500/700 Rs; le altre carni sono assenti trattandosi di un Paese hinduista. La vegetazione non è molto fitta ma è classica della giungla subtropicale, con le caratteristiche di una zona assai piovosa. Si riparte per continuare su scalinate in saliscendi e due ponti sospesi, per arrivare dopo le 16 al villaggio che ci eravamo prefissi come meta odierna per il pernottamento: Landruk. I sentieri richiedono un’attenzione costante a causa dell’affioramento di radici arboree e pietre: le scalinate sembrano più sicure, ma rendono le articolazioni rapidamente indolenzite a causa dei movimenti ripetitivi, l’umidità fa il resto. La pioggia è stata una costante per tutto il giorno, fatta eccezione per gli ultimi minuti dell’escursione, che nel suo complesso è stata di 7 ore. Ci sistemiamo al Super View Hotel, che sarebbe tale se non ci fosse un grigio miscuglio di nebbie e nuvole a celare la vista della valle. Spendiamo 200 Rs per una camera doppia che comprende perfino il bagno: è semplice ma confortevole e in questo momento non chiederemmo di più. La spesa è irrisoria (ca. 2€), particolarmente se si pensa che una birra costa 350 Rs, ma questa dev’essere portata su a spalle. Un piatto a cena costa invece dai 150 ai 250Rs. E’ curioso osservare come dalle prime ore del pomeriggio i gestori dei lodges, si aggirino intorno ai loro edifici e approccino con molta sensibilità gli escursionisti. Iniziano a chiedere loro come va, da dove arrivano ed infine chiedono se stanno cercando una sistemazione, il tutto senza insistenza. Non siamo nemmeno bagnati, grazie agli ombrelli e ai coprizaini che hanno tenuto bene, nonché alla pioggia che almeno non è scesa di stravento. Apprendiamo che da Himalaya Hotel in avanti ci può essere rischio di slavine e comunque c’è neve per terra, informazioni che certo non sono di buon auspicio, così come non lo sono le previsioni provenienti dallo smartphone di un’anziana signora inglese la quale sta completando il giro da Ghorepani ed è una settimana che prende acqua. L’unico aspetto positivo per lei è che sta per terminare questo umido calvario. Come se fosse un presepe, verso sera si apre l’altro versante della valle con Ghandruk e le sue numerose borgate illuminate. Lungo il tragitto abbiamo incontrato molte donne che compiono un trekking da sole o in insieme ad un’amica, sempre accompagnate da una guida/portatore. Le persone incontrate lungo il percorso provengono dall’Europa, con prevalenza dei francesi, poiché considerano l’Annapurna un po’ come la “loro montagna” dal momento che fu conquistato per la prima volta dalla spedizione transalpina di Werner Herzog nel 1950. Vi sono poi parecchi americani e  asiatici da Giappone e Corea. Questi s’incontrano più frequentemente in nutriti gruppi con numerosi portatori.

Pernottamento: LANDRUK - Super View hotel



Day 3 : lun. 22 aprile 2013

Ancora pioggia nella giungla fino a Bamboo (via Chomrong). E neve in alto

Ieri sera, dopo aver appurato che non esistono problemi per avere la colazione di buon’ora, impostiamo una sveglia alle 5,45 in modo da poter mettere strada (o meglio sentiero) alle nostre spalle fin dalle prime ore del mattino. Purtroppo nella notte sentiamo la pioggia persistere e quando ci svegliamo dopo un sonno ristoratore constatiamo che la situazione non è cambiata. Scendo e parlo con il gestore del lodge col qualee concordiamo di rivederci fra un’ora e mezza. Non ci sono problemi a riaddormentarci, semmai il problema è che quando suona nuovamente la sveglia la situazione meteo non è cambiata. Ci apprestiamo pertanto ad una nuova giornata in cui non potremo fare a meno dell’ausilio dell’ombrello ed i pensieri incominciano a volgere verso il pessimismo. Ti viene in mente che il viaggio studiato in ogni dettaglio rischia di naufragare (è proprio il caso di dirlo) a causa della pioggia, pensi che la nella zona dove la valle si restringe per poi aprirsi verso il Santuario potranno scaricare slavine come segnalato nella guida. E comunque, anche riuscendo ad arrivare all’ABC con brutto tempo, l’idea di dover solo immaginare dove si trovino l’Annapurna e le vette circostanti non ci sorride affatto. La colazione sarà una temporanea iniezione di fiducia costituita da pancake con marmellata. Saldiamo i conti, apriamo l’ombrello e alle 8,20 ci mettiamo in cammino per la nostra destinazione. Lungo il percorso in discesa i pensieri convergono tutti sul cosa fare nei prossimi giorni dal momento che ci riesce difficile immaginare un repentino cambiamento. Non abbiamo previsioni precise, ma quello che abbiamo lascia poco spazio all’ottimismo. Un’alternativa potrebbe essere quella di raggiungere Chhomrong per poi scendere verso il fondovalle che porta a Ghorepani e da lì dirigerci a Poon Hill, altro bel posto da dove si ha una vista superba sulla catena. Eviteremmo il rischio di slavine ma a pensare di raggiungere un punto panoramico con questo tempo sembra prenderci in giro da soli. Forse è proprio in questi momenti che matura in noi l’idea d’insistere e continuare verso l’obiettivo che ci siamo prefissi lasciando il destino arbitro del nostro futuro a breve. Con una discesa incostante raggiungiamo New Bridge, in una zona dove il sentiero si abbassa per raggiungere il fiume Modi Khola, che scende possente ma non impetuoso dopo giorni di pioggia, segno evidente che più in alto nevica. Il corso d’acqua nasce nel Santuario dell’Annapurna, s’infila nell’unica fenditura rappresentata dalla vallata che ci apprestiamo a percorrere in salita e più a valle s’innesterà nel Kali Gandaki, il quale raccoglie le acque a ovest dell’Annapurna e del Dhaulagiri (altro ottomila della zona). Il sentiero attraversa dei terrazzamenti che stanno per essere arati. Talvolta non vengono coltivati, ma adibiti a prato per far pascolare bufali e cavalli. Durante il giro non incontreremo yak, al più qualche vitello che la tradizione religiosa hinduista impedisce di uccidere. In misura minore brucano capre e pecore intorno alle case. In alcuni di questi terrazzamenti i contadini spingono un aratro trascinato da due buoi: anche a distanza s’intuisce la fatica del lavoro che qui ancora non conosce la meccanizzazione. Si sta preparando la semina dell’orzo, l’unico cereale che cresce da queste parti. E’ curioso notare come chi lavora la terra lo faccia anche con la pioggia, probabilmente per sfruttarne la maggior morbidezza, così come gruppi di donne sono intente a diserbare. Nel frattempo siamo scesi 1315 mt: la bassa quota ci fa sentire ancora di più l’umidità. Nonostante la pioggia ci mettiamo in pantaloncini corti, mentre respirare diventa difficile pur non trovandoci in alto. Il ponte (New Bridge appunto) che ci consentirà di raggiungere il versante destro orografico è in stile tibetano e mentre lo attraverso guardando dove metto i piedi sulle tavole di legno scivoloso, con la mano mi procuro una leggera escoriazione piantandomi un filo di ferro che fa da giunzione fra i due cordoni metallici che reggono il ponte. Abbiamo raggiunto il punto più basso e non ci resta che risalire sotto la pioggia, nell’umidità e con una sanguisuga che scopro essersi annidata nella calza e sta succhiando il mio sangue. Sembra che tutto converga contro di noi, ma affrontiamo la salita verso Chhomrong lungo una scalinata in pietra che pare non finire mai sotto il peso degli zaini pesanti 12 e 10,5 kg. Nel cielo volteggiano rapaci dal lugubre aspetto. Chhomrong è l’ultimo grande villaggio prima dell’ingresso nel lungo “corridoio” che porta al Santuario dell’Annapurna: in questo paesino si trova il bivio del tracciato che potremmo seguire se attuassimo il piano B alternativo al nostro programma originale. Da qui in avanti ci sono solo più villaggi sostanzialmente stagionali, abitati perlopiù durante la stagione turistica per fornire supporto logistico agli escursionisti. Hanno comunque una parvenza organizzata dal momento che la gente ci trascorre parecchi mesi in primavera e autunno. Vi si trovano campi coltivati, orti e polli che scorrazzano fra i sentieri. I portatori fanno la spola fra villaggio e villaggio per far arrivare le vettovaglie e quanto necessario alla sopravvivenza di chi vi abita e vi transita. Sono veri e propri camion dei sentieri, con gerle (intrecciate a mano con fibre di bambu) stipate all’inverosimile e pesanti anche 30/35 kg. Una fascia unisce la testa degli uomini (talvolta si vedono anche donne) alla parte superiore del contenitore per mantenere l’equilibrio a scapito della cervicale. Non immaginiamo cosa sia delle articolazioni di ginocchia e colonna vertebrale sotto il costante sobbalzo del sali scendi per le interminabili scalinate. E’ un mestiere come un altro da queste parti, chi non fa il corriere tra i villaggi lo fa per i turisti che li ingaggiano per portare gli zaini e concedere loro un soggiorno più distensivo. L’agenzia di Kathmandu ci aveva caldamente consigliato un portatore alla modica cifra di 100$ per tutta la settimana, vitto e alloggio incluso. Anche se non è obbligatorio, il loro impiego viene anche preteso nei primi punti di controllo ACAP e TIMS. Fra di noi avevamo concordato nel dire che la guida ci seguiva a causa problema familiare a Pokhara e ci avrebbe raggiunto appena possibile. Non è per masochismo o per una forma di risparmio che abbiamo voluto rinunciare a questa opportunità.  Avevamo piuttosto l’intenzione di usare il cervello per cercare la nostra via ed effettuare il percorso nei tempi che maggiormente ritenevamo idonei. Trovare i sentieri giusti è cosa peraltro assai facile e portare noi il peso degli zaini in totale autonomia ha significato condividere anche solo per alcuni giorni la vita dei locali. Il giro non presenta particolari difficoltà e poter essere indipendenti ci è sembrata una buona scelta, tenendo in considerazione anche i tempi stretti in cui ci saremmo dovuti muovere. Alla fine del trekking saremo contenti per la decisione presa e forse anche per il gesto d’umanità nei confronti del malcapitato che avrebbe dovuto affrontare un trekking in poco più di 5 giorni quando le guide lo indicano fattibile in 10. Resta il fatto che siamo riusciti a concludere il tutto nelle modalità previste senza correre: solo che le ore di camminata giornaliere sono state maggiori a scapito del riposo in branda.

Un break a base di rice pudding dopo la ripida salita che inizia al moderno ponte sul Chhomrong Khola e si riparte alla volta di Sinuwa, per raggiungere la quale mancano ancora 45 minuti. Acquistiamo per la prima volta l’acqua bollita che consente di limitare l’uso della plastica e costa molto meno delle bottiglie (i prezzi variano dai 50 Rs di Ghandruk ai 100 Rs di Sinuwa, 130 di Himalaya Hotel e MBC, fino ai 150 dell’ABC in funzione del tempo necessario a raggiungere la bollitura). Tutti i prezzi sono comunque stabiliti dall’autorità del parco e aumentano con la quota solo quando esistono delle ragioni concrete. Non abbiamo trovato alcun genere di speculazione, né nella redazione dei listini, né nella loro applicazione. Dopo Chhomrong la ricarica delle batterie costa 100 Rs e lo stesso vale per il riscaldamento con la stufa sotto il tavolo (quando necessaria). Da questo punto in avanti non si  possono portare carne o uova in virtù delle locali credenze religiose. Nelle aree intorno ai templi ci sono invece dei cartelli che invitano a non sputare o defecare. Lungo un sentiero circondato da alberi di rododendri fioriti ed un ripido saliscendi scalinato, mantenendo praticamente la stessa quota, raggiungiamo Bamboo quando sono ormai le 16,30 ed il cielo ha almeno smesso di buttare giù acqua. In due giorni di cammino avremo chiuso l’ombrello per non più di un’ora. Se vogliamo vedere un aspetto positivo anche oggi possiamo dire che era una pioggia senza stravento, cosa che ha consentito all’ombrello di ripararci. Certo che alla sera gli indumenti negli zaini sono ormai umidi pur non avendo preso acqua direttamente, e noi non ci sentiamo da meno. Troviamo un lodge (il Buddha Guesthouse)  gestito da una simpatica signora dalle forme per così dire opulente e pernottiamo spendendo 300 Rs. Il sentimento è quello di essere arrivati ad un passo (rispetto a tutto il viaggio) dalla meta tanto ambita e di trovarci al punto oltre il quale non si può proseguire. Non possiamo permetterci di correre dei rischi: se in alto continua a nevicare la possibilità di restare bloccati oltre il punto critico per le slavine rappresenta un incubo, il 27 abbiamo il volo per Lhasa e prima di quello dobbiamo tornare a valle, rientrare a Pokhara e prendere un volo per Kathmandu. L’idea che potremmo essere ormai giunti al capolinea si fa consistente e non poter ammirare l’Annapurna viene percepito quasi con angoscia, tante fatiche e impegno per vedere solo delle nuvole oltre il nostro sguardo. L’esperienza è stata comunque positiva, anche senza il sole abbiamo visto delle valli lussureggianti ed un modello di vita a noi sconosciuto con la sua operosità agreste, pur mancando lo sfondo delle vette più alte. Alla fine concludiamo che anche dovessimo fermarci qui o, al meglio, arrivare al Campo Base con le nuvole che inibiscono la vista dell’Annapurna il saldo sarebbe già positivo. Ma ecco che le divinità del Santuario ci vengono in aiuto. Dopo aver fatto il punto sul da farsi mentre cerchiamo di far asciugare i panni in una camera fredda e umida, usciamo e vediamo il blu cobalto spuntare timido fra le nuvole, una vista sconosciuta fino al momento. Nel lodge incontriamo un ragazzo polacco che fa il giro con uno spirito completamente diverso dal nostro: sale come gli pare senza aver previamente organizzato le tappe e con il molto tempo a disposizione si concede più alla contemplazione che all’escursionismo “in stile alpino”. C’è inoltre un gruppo di americani, coi quali ci confrontiamo in merito alle prossime giornate ed alla condizione meteo. Di tanto in tanto esco fuori e s’intravede sempre di più l’azzurro divenire padrone del cielo. La cena ci offre roesti con uova e momo di carne, ma la mente è rivolta alla giornata di domani: come sarà il meteo, fin dove arrivare, quali sono i pericoli legati alle slavine. Ne parliamo fra di noi e con gli altri commensali condividendo gli stessi dubbi. Si va a dormire in un camera fresca, ma questo è del tutto secondario.

Pernottamento: BAMBOO - Buddha Guesthouse



Day 4 : mar. 23 aprile 2013

Il grande giorno: con un balzo di 2000mt di dislivelllo raggiungiamo l'Annapurna Base Camp col sereno.

Il giorno si apre con ottime prospettive. Il sole incomincia ad illuminare le vette che sovrastano il corridoio adducente al Santuario e noi alle 7,10 con gli scarponi ai piedi iniziamo una giornata storica per quello che rappresenta la nostra esperienza in montagna. Prima di partire ci consultiamo con la proprietaria del lodge, la quale ci rassicura in merito a rischio di slavine. Confortati carichiamo i pesanti zaini e lasciamo Bamboo a quota 2300 mt. Si sale dapprima in un bosco con il sentiero che serpeggia e tutto che trabocca umidità. In un’ora e un quarto raggiungiamo Dobhan, in un’ulteriore ora siamo Himalaya Hotel per proseguire con lo stesso tempo verso Deorali. Poco prima del villaggio attraversiamo il ponte di neve su un ruscello che scende dalle pendici del Hiun Chuli: il giorno successivo, al nostro ritorno, lo vedremo crollato e dovremo aggirarlo più a monte. Dopo Deorali il sentiero compie una deviazione sul lato orientale del torrente per evitare il tratto a rischio di slavine utilizzando due ponti molto precari (in certi casi è comunque pericoloso transitare anche sull’altro versante) e verso quota 3200 mt. iniziamo ad incontrare neve sul terreno. I passaggi di ieri ed il sole odierno la stanno comunque sciogliendo. Rientriamo sull’altro versante e il sentiero si fa più ripido. Man mano che si sale di quota siamo costretti a camminare nella neve, ma se i piedi sono al freddo (cosa che camminando non si percepisce) l’animo inizia a sognare alla vista delle prime vette imbiancate, gentile concessione di un cielo finalmente azzurro. Affrontiamo la salita al Machhapuchhre Base Camp (MBC) costituita da una ripida scalinata. Siamo ormai a 3700 mt. e la fatica si fa sentire. Tra sali e scendi abbiamo ormai 1600 mt. in positivo alle nostre spalle. Questa era la nostra meta odierna ma il tempo al momento clemente quanto incerto nel futuro porta ad un’idea ambiziosa. Ci rifocilliamo con della frutta secca mentre osserviamo per la prima volta l’Annapurna South (7219 mt.). Le nebbie di tanto in tanto chiudono l’orizzonte, salvo  poi riaprirlo poco dopo con scenari inediti. Non avendo idea di come evolverà la situazione prendiamo la decisione di tentare gli ultimi 430 mt. che portano all’Annapurna Base Camp (ABC). Dormire all’MBC sarebbe stato sicuramente meglio per acclimatarci e riposarci, ma la vita è fatta di sensazioni e talvolta è bene farci guidare da quei pochi istinti che la quotidianità occidentale ancora ci lascia. Raduniamo così le forze residue e ci incamminiamo nel percorso che le guide indicano in 1,5/2 h. Noi ne impiegheremo 2,10 h., fermandoci ogni qualvolta i polmoni ci dicono che non riescono ad incamerare ossigeno a sufficienza per procedere. Non disdegniamo nemmeno fotografare e filmare lo splendido scenario che ci avvolge, reso particolarmente suggestivo dalle nebbie che compaiono formando nubi leggere di varie forme, per poi scomparire lasciando la scena alle montagne coperte di neve appena scesa. E’ una tratta semplice, un sentiero in costante salita dove lo spostamento è maggiore del dislivello. Anche se è innevato si avanza bene in mezzo alla neve che si sta sciogliendo. Fa caldo e l’evaporazione crea molta umidità, cosa che dev’essere abbastanza rara a queste quote. Mentre procediamo alcune slavine di neve pesante colano come del latte in un catino poco distante sulla nostra sinistra, fermandosi a 150 mt. dal sentiero, senza tuttavia metterci in pericolo. Di tanto in tanto la nebbia ci avvolge e la visibilità diventa di pochi metri, rendendo la respirazione ancora più difficile. Pensiamo a chi (seppure con tempistiche diverse dalle nostre) compie ascensioni ben più in alto e tecnicamente più difficili: non possono essere altro che pazzi o eroi, talvolta le due cose insieme. Ma in questo momento va a loro la nostra incondizionata ammirazione.  La fatica fatta, la quota e il peso dello zaino rendono invece quest’ultimo tratto una sorta di calvario con lieto fine. Ad un certo punto vediamo in lontananza il Campo Base, costituito da una serie di edifici disposti sommariamente a quadrato. Sopra di loro campeggia l’Annapurna South. L’altimetro segna che mancano solo più 150 mt ma la distanza da coprire è ancora significativa. Ormai non può più scappare e in mezz’ora siamo al cartello che ci dà il benvenuto alla nostra destinazione. Non abbiamo parole, tanto per la fatica che per l’emozione. Dopo 2000 mt di dislivello siamo all’Annapurna Base Camp (4130 mt), la nostra meta finale che solo ieri sembrava un miraggio irraggiungibile. La fortuna di trovare la prima giornata di bel tempo accompagnata dalla nostra determinazione ci ha consentito di raggiungere l’obiettivo. Dopo mesi di studio e preparazione, un lungo viaggio e gli spostamenti in loco siamo lì, immobili a guardarci intorno quasi increduli, mentre lacrime di commozione solcano i nostri visi. Ascoltiamo silenziosi un silenzio che non smette di parlarci. Il Santuario dell’Annapurna ci circonda con le sue vette che vanno dai 6500 agli 8091 mt. di quota. In basso s’intravede una depressione fra lo Hiunchuli e il Machhapuchhre a rappresentare il corridoio dal quale siamo saliti. Proprio quest’ultima vetta campeggia ora nella sua classica figura a “coda di pesce”, vista impeditaci nei giorni scorsi. E’ una enorme pala di roccia e ghiaccio che si avvita su se stessa ad assumere la forma dalla quale prende il nome. Pur fermandosi a 6997 mt è una delle vette più importanti della regione. Oltre ad essere una montagna sacra in quel sincretismo religioso che da queste parti unisce l’hinduismo al buddhismo di orientamento tibetano, a sua volta sedimentatosi sulla precedente religione bön, il Machhapuchhre è tutt’ora inviolato proprio per la sua sacralità. La sua scalata venne tentato senza successo una sessantina di anni fa, da allora non furono più concessi permessi per l’ascensione. A questo punto solo l’Annapurna I (l’ottomila della zona) è ancora celato dalle nebbie sempre più rade, che sono destinate a scomparire con il calare della sera. Nel frattempo andiamo ad accasarci in uno dei lodge presenti, spartano e con stanze fredde non tanto per lo stile dell’arredamento (!) quanto per la temperatura. Andiamo a riprendere fiato nel refettorio del rifugio, dove il gestore è tanto simpatico e disponibile quanto è bello l’ambiente esterno; ci sediamo intorno al tavolo, sotto il quale arde una stufa a kerosene (che vediamo sovente portato su in taniche da almeno 20 lt nelle gerle dei portatori): questo sistema scalda gli arti inferiori e consente di asciugare gli indumenti bagnati. Con il cuore che palpita per la quota e per l’emozione di trovarci in quel luogo facciamo la conoscenza di un simpatico quebecois. Ha 69 anni ed è salito molto bene fin qui insieme ad un portatore. E’ un personaggio che ha girato il mondo e sembra trovarsi a proprio agio ovunque. In questi angoli di mondo si riescono a conoscere persone interessanti con le quali poter scambiare le proprie esperienze e il discorso fila senza interruzioni fino all’ora di cena. Di tanto in tanto si esce fuori per vedere e vivere la magia che ci circonda. Sembra incredibile ma gli chef nepalesi sono in grado di cucinare piatti appetitosi anche a queste quote, per l'occasione prendiamo rösti con formaggio fatti in casa e riso fritto con le verdure. Tutto è basato su criteri di semplicità ma la cucina con pentole wok e il saper dare gusto con le spezie rende il tutto molto gradevole, considerando che gli ingredienti a disposizione non sono molti e che tutto arriva nelle gerle sulle spalle dei portatori che vediamo costantemente fare la spola tra i villaggi. Sbirciando fra le madie vediamo ovunque dei contenitori con molte uova; partendo dal presupposto che la prolificità delle galline locali non possa giustificare una tale produzione, ne deduciamo che vengano portate su nelle gerle con massima attenzione dei portatori. Terminata la cena non resta che cercare qualche improbabile foto notturna, mentre la mente cavalca lungo le creste imbiancate che la luna piena rischiara a sufficienza da essere ben distinte ed ammirate dall’occhio umano. Sono momenti di un’intensità mai vissuta che cancellano tutte le fatiche patite finora, attimi che non si potranno dimenticare. Il silenzio dell’Himalaya ci parla e ci dà il suo benvenuto: ora ci è finalmente chiaro perché questo luogo venga definito Santuario e perché tutta la zona venga considerata sacra. Il nome Annapurna significa Dea dell’Abbondanza: non potrebbe essere diversamente. Come detto all’amico canadese, le motivazioni e la gioia di essere qui probabilmente ci danno più soddisfazione di quanto possano aver provato alcuni professionisti della montagna nel salire le stesse vette. Dal momento che la vita notturna all’ABC non presenta altri intrattenimenti, prima delle 20,30 prendiamo posto nei nostri sacchi a pelo per una nottata che non si presenta facile. La digestione si fa infatti complessa, il materasso non attutisce granché la durezza dell’asse sottostante e la quota complica il sonno. In un continuo dormiveglia riusciamo comunque a far trascorrere la notte e a mettere insieme qualche ora di sonno frammentato. La cosa più difficile è respirare: restando coricati si assimila meno ossigeno, il freddo richiederebbe di rintanare la testa nel sacco a pelo ma questo limita ulteriormente il respiro, costringendoci ad alternate immersioni per riscaldare il viso con emersioni per respirare adeguatamente.

Pernottamento: Annapurna Base Camp



Day 5 : mer. 24 aprile 20139

Alba sull'Annapurna: il titolo di un sogno ad occhi aperti! E poi inizia la discesa

Alle 5,15 h., ora del risveglio, la temperatura in camera sarà di 11°. Non rimpiangiamo di mettere fine alla nottata e vediamo che fuori è già chiaro, un quarto d’ora dopo il sole inizierà a indorare le vette poste sul lato occidentale del Santuario. La giornata è splendida, nella notte la temperatura dev’essere scesa ben sotto lo 0° dal momento che si cammina tranquillamente sulla neve indurita. Fa ancora freddo ma non lo percepiamo, indossiamo subito la giacca a vento (la fortuna di dormire vestiti) ed usciamo dove altre persone sono già con gli occhi rivolti verso l’alto. Oggi anche l’Annapurna I ci osserva mentre i primi raggi di sole lo raggiungono. Siamo di fronte all’ottomila più difficile e meno scalato in assoluto, vedendo la parete non esitiamo a comprenderne i motivi.  La neve di questi giorni rende il paesaggio ancora più suggestivo. Saliamo su una collinetta e diamo sfogo al lavoro di ripresa con mezzi foto e video. Man mano che il sole s’inarca nel cielo il mattino si colora di toni caldi, mentre noi teniamo sulle macchine fotografiche le mani insensibili al freddo. Il caldo che ci procura l’estasi del momento ci fa dimenticare dove siamo, ce ne accorgeremo solo più tardi quando i movimenti diventeranno difficili ed il dolore alle dita più intenso. Sulla collinetta adiacente il Campo Base è stato eretto uno stupa a ricordo di Anatoli Boukreev, l’alpinista russo travolto da una valanga proprio sull’Annapurna nel giorno di Natale del 1997. Vivere è bello ma quale posto migliore per far riposare in eterno la propria anima... Intorno al  monumento una ridda di bandiere buddhiste ondeggia accarezzata dal vento, elevando al cielo le preghiere che esse stesse contengono. Di Boukreev abbiamo sentito parlare molto, delle sue imprese, della tragedia che l’ha coinvolto sull’Everest nel 1996 scatenando polemiche e fiumi d’inchiostro. Adesso restiamo silenti di fronte alla sua memoria, in estatica ammirazione per la sua persona e l’alpinismo che rappresenta. Scendiamo per una colazione leggera; quando sono ormai le 7,30h. ci congediamo dal gestore la cui ospitalità rappresenterà un ulteriore segno di sacralità e iniziamo la discesa. Scopriamo che abbiamo pagato 300 Rs per la camera e 200 Rs per il riscaldamento della stufa di ieri sera nel rifugio, più che legittimo. Man mano che il tempo trascorre e la quota scende s’inizia a sprofondare nella neve, ma questo non ci crea problemi. Sul versante dell'Annapurna III si stacca  una slavina di grandi dimensioni che riusciamo a riprendere, ma restiamo sbalorditi dalla sua forza, specialmente quando raggiunge il fondovalle e risale come un fungo atomico, venendo perfino illuminata dai primi raggi di sole che s'insinuano nel vallone. Ci voltiamo frequentemente a riprendere le vette che si allontanano ed arriviamo per un primo stop all'MBC. Intanto veniamo superati dai partecipanti ad una strana corsa campestre partita dall’ABC che vede come protagonisti un nutrito gruppo di francesi. Essendo stato l’Annapurna vinto per la prima volta da un team francese incontriamo molti transalpini lungo tutto il tragitto. Indossiamo i pantaloncini corti e si torna a scendere decisi per la valle che ci riporterà ai villaggi più in basso. Di tanto in tanto ritroviamo il canadese e ci sorpassiamo a vicenda quando ci si ferma a fare foto, (mentre ritroveremo gli americani visti a Bamboo durante una pausa a Dobhan). Il cielo resta sereno, la quota ci porta a respirare meglio e la felicità diventa un elemento palpabile, a Himalayn Hotel ci concediamo un black tea. Dopo Deorali incontriamo un gruppo di entelli (scimmie selvatiche che abitano la foresta) e i rododendri fioriti che il sole rende ancora più brillanti. Qualche goccia pomeridiana ci costringe ad aprire momentaneamente l'ombrello ma è cosa di poco conto. Ad un certo punto la stanchezza per la nottata difficile, lo zaino e la lunga camminata fino a Sinuwa iniziano a farsi sentire, soprattutto quando si tratta di risalire gli ultimi 830 scalini che portano al villaggio dove intendiamo pernottare (la camera di viene offerta a 100 Rs). Vi giungiamo poco prima delle 16. E’ un posto tranquillo, abitato in stagione da qualche famiglia offrendo cibo e ospitalità agli escursionisti di passaggio. Con stupore vediamo un frigo proprio vicino alla sala dove faremo cena e chiediamo lumi, ci viene risposto che è stato portato su in diverse tappe da gruppi di portatori. La signora che gestisce il lodge racconta di come i portatori non abbiamo problemi a caricarsi sulle spalle anche una quarantina di kg. Facciamo qualche parola con una giovane coppia di tedeschi intenti anche loro a scendere e buttiamo l’occhio sulla meta di domani, Ghandruk, che si trova due vallate più in là. Il riposo è veramente ristoratore dopo una cena ancora una volta all'altezza.

 

Pernottamento: SINUWA



Day 6 : gio. 25 aprile 2013

Fino a Ghandruk passando per Chhomrong - fra splendidi terrazzamenti e splendida gente

Siamo al giorno 5 del trekking. Ormai un fondo di stanchezza è diventato endemico in noi fin dal momento del risveglio: le spalle non la smettono di dolere, così come le gambe. La colazione con omelette ed apple roll viene particolarmente gradita. Partiamo di buon’ora (alle 7,30) dal momento che da adesso in avanti quando c’è il sole il caldo può rappresentare un ostacolo alla camminata. Dopo un quarto d’ora ritroviamo il punto di ristoro dove abbiamo fatto un leggero pranzo due giorni fa: allora pioveva ed il morale era di tutt’altro genere, la meta sembrava un sogno irrealizzabile. Ora ce l’abbiamo in tasca! Si scende al bello quanto moderno ponte sospeso che porta a Chhomrong (in qualche modo il capoluogo di questa zona) con altri 2000 gradini che stavolta dobbiamo affrontare in salita. Un gallo ci accoglie con il suo canto, qui la gente abita tutto l’anno ed è interessante vedere le coltivazioni e la quotidianità dei nepalesi che vivono in posti remoti e fuori da vie di comunicazione carrozzabili. L’unico tramite è offerto dai portatori, che incontriamo senza sosta. In lontananza l’Annapurna South troneggia insieme al Machhapuchhre più a est. In mezzo ai terrazzamenti coltivati a orzo prendiamo a destra su un nuovo sentiero (quello di sinistra arriva da Landruk e New Bridge) che con lunghi saliscendi ci porta all’interno della vallata del Kimrong Khola. Da qui una ripida discesa ci conduce ad attraversare il fiume dopo l’abitato di Kimrong. Dal momento che il nostro fisico non ci perdonerebbe un errore nella scelta della via, chiediamo informazioni ad un’anziana signora mentre si reca all’acqua per lavare i panni. Pur non avendo una lingua comune ci capiamo perfettamente e ci dice anche alcune cose che non comprendiamo, ma saranno sufficienti la sua espressione ed il suo sorriso per considerarla uno dei tanti amici incontrati in questo viaggio. Ancora una volta ci aspetta una salita lungo un ripido sentiero che si risale la giungla per 430 mt, lungo il percorso incontriamo un gruppo di scimmie che saltano da un albero all’altro usando rami e liane offerti dagli stessi. Quando scolliniamo a Komrong la fatica torna a farsi sentire. Ormai, prima ancora della stanchezza accumulata in giornata è il peso di quelle precedenti a  renderci più vulnerabili. Ma ora non ci facciamo più caso: anche se lunga, ci sarà solo più discesa di fronte a noi. Sul percorso incontriamo finalmente una carovana di muli intenta a trasportare dei materiali, i portatori da qui in giù vengono aiutati dai quadrupedi. In più occasioni abbiamo rilevato come la scarsità nel reperire quanto serve abbia aguzzato l’ingegno nello sfruttare le risorse offerte dalla natura: per esempio il cordame è costituito da filami di canna di bambù, dallo stesso albero proviene anche il materiale per costruire il tetto delle case. C’è una cultura del riciclo dettata più da ragioni di necessità che non di protezione ambientale: tutto quanto può essere riutilizzato lo si ritrova, mentre solo la plastica viene bruciata in punti identificati all’esterno dei villaggi. Ghandruk è costituito da una serie di borgate che distano poche ore da una stradina sterrata su cui si inerpicano i mezzi, da lì carovane di muli portano le merci in paese. Le tipologie abitative riflettono i materiali reperibili in zona, che sembrano essere particolarmente adatti alla costruzione: pietre squadrate per i muri e ardesia per i tetti. Il tutto conferisce un’idea di ordine geometrico grazie anche alle ampie lose utilizzate per lastricare le vie. L’unica stonatura estetica la ravvisiamo nei tetti in lamiera verniciati di blu su alcune case, che avranno pure una loro ragione ma per noi incomprensibile. E’ comunque un villaggio più ricco che beneficia della centralità rispetto a vari trekking e funge con Chhomrong da centro di tutta l’area meridionale dell’Annapurna. Troviamo ospitalità (mai termine fu più appropriato) presso il Milan Hotel: qui ci concediamo il lusso di una doccia e facciamo anche un po’ di turismo visitando i due musei locali ed il tempio buddhista (gompa). Ciascuno dei due musei compreso in una stanza e rappresenta in qualche modo la cultura locale esponendo oggetti quotidiani che ci portano a meglio comprendere la vita del paese. Sono abbastanza simili fra di loro e la visita ad entrambi vuole essere soprattutto un contributo alla loro sussistenza. Vedere la quotidianità di queste popolazioni è una cartolina di quanto accadeva nelle nostre vallate un secolo fa: lavori manuali, fatica, fede e, perché no, felicità mista a spensieratezza. E’ curioso rilevare come il paese offra un’impressione più buddhista che non hinduista, pur vedendo molta gente con il classico bollino rosso sulla fronte. Durante il nostro tour "urbano" si scatena un temporale che ci restituisce un po’ di quel senso di umidità perso da un paio di giorni. La quota sembra già poter accettare la coltivazione del riso, mentre nei terrazzamenti le patate costituiscono il prodotto dominante. Il mais è alto una ventina di cm e viene diserbato a mano da gruppi di donne scalze, mentre il grano sta per essere tagliato. Alle 18, accompagnata da due birre locali (Nepal Ice e Everest) ci rifocilliamo durante la cena con chicken steak (pollo fritto in padella con verdura e pomodori) e fried (cubetti di pollo fritto con patatine) al quale segue un apple pancake, per poi andare ad osservare l’immagine notturna delle vette sovrastanti. All’imbrunire il gestore accende perfino le lampadine decorative al secondo piano dell’edificio. La luna piena fa il resto, ma ancora una volta apprezziamo l’attenzione che chi ci ospita pone nei confronti dei clienti. Facciamo la conoscenza di due coppie australiane che in 2 settimane hanno compiuto il circuito dell’Annapurna e stanno rientrando anche loro a Naya Pul. Prendiamo alcune informazioni non senza un interesse per possibili ritorni in zona.

 Pernottamento: GHANDRUK - Milan Hotel

 



Day 7 : ven. 26 aprile 2013

Dalla pace di Ghandruk al caos di Kathmandu: due volti del un Nepal, un Paese amico.

Verso le 5.30 sono i portatori i primi a muoversi, aprendo gli occhi si vede che si è già giorno fatto e non resta che alzarsi. Poco dopo dal gompa si diffonde nell’aria la musica di om mani padme hum, il mantra che suona come un inno alla serenità. Sporgendoci dal balcone si vedono le bandiere di preghiera ondeggiare al vento, in lontananza le alte vette. Non vorremmo essere in nessun altro posto del mondo e non abbiamo mai assaporato un risveglio più dolce. Il trattamento sembra quello di un grand’hotel: colazione in giardino con alba sull’Annapurna South, Hiun Chuli e un po’ più defilato, sul Machhapucchre. Non siamo più di fronte alle elettrizzanti vedute all’interno del Santuario ma è simpatico vedere con un solo colpo d’occhio la vita mattutina di Ghandruk combinata alla maestosità delle vette che sembrano controllarla. Il tempo per il riposo termina alle 7,45, quando ci mettiamo in marcia per l’ultima tappa, quella che ci riporta alla strada che conduce a Pokhara. Lo spostamento sembra non finire mai durante le 4 ore di cammino nel caldo umido: i villaggi che attraversiamo (Syauli Bajar e Birethanti) sono invece un’ultima occasione per vedere la vita scorrere in modo semplice ma in sincronia con l’espressione di popolazioni laboriose e fiere. Ormai le gambe sembrano procedere da sole sul sentiero lungo il Modi Khola, sempre spumeggiante ma qui meno impetuoso rispetto alla parte alta della valle. Incontriamo fitti cespugli di … a rallegrare un paesaggio che di per sé che volge alle colline. Con sorpresa incontriamo un pullman e delle auto ferme su un piazzale. Una strada sterrata costruita recentemente e non ancora prevista dalle cartine sta portando la “civiltà” sempre più in alto. Va per contro riconosciuto che queste non possono considerarsi comodità per le popolazioni locali, ma una basilare soddisfazione dei loro bisogni essenziali. La vita da queste parti è già assai difficile e la natura sufficientemente ostile. Raggiungiamo infine Naya Pul, ormai un villaggio con tutti i servizi, che si trova lungo la strada asfaltata. E’ un punto di partenza/arrivo per gli escursionisti nonché la base da cui le merci partono alla volta dei villaggi posti più in alto. Qui veniamo controllati nei rispettivi punti del TIMS e ACAP, dove vengono apposti gli ultimi timbri sui nostri permessi in una sorta di check out. Sfatti, dopo 5 giorni e mezzo raggiungiamo la strada asfaltata dove ci sono numerosi taxi ad attenderci. Ne contrattiamo uno per 1500 Rs ed affrontiamo i 70 km che portano all’aeroporto di Pokhara. Ormai lo zaino è diventato un peso in ogni senso, la pelle brucia per il sole preso negli ultimi giorni e cogliamo come un sollievo il momento in cui ci “accomodiamo” all’interno della piccola Suzuki Maruti di fabbricazione indiana. Solo la soddisfazione di aver concluso bene nei modi e nei tempi che ci eravamo prefissi il trekking dell’Annapurna ci offre sollievo e ci fa sentire in perfetta forma in vista della nuova avventura che ci attende. Il viaggio lungo le tortuose strade che si inerpicano sulle colline ad ovest di Pokhara merita di essere catalogato come avventura a sé stante. L’attraversamento dei villaggi, così come il superamento di camion e pullman richiede una dose di ottimismo e forte credenza nell’aldilà, che in questi momenti si ha l’impressione di essere veramente prossimo. La strada è una sottile striscia d’asfalto delimitato da ampie banchine sterrate, pietrose e con buche profonde, che servono a schivare i mezzi in senso inverso.  A forza di sorpassi riusciti con manovre azzardate arriviamo finalmente a destinazione e tiriamo sospiro di sollievo, ormai prendere il volo della Buddha Air diventa un gioco per le nostre coronarie. Ma proprio qui vivremo un’esperienza che probabilmente non ha simili nel resto del mondo: in quella che potremmo chiamare la sala dei check in completamente deserta, mentre stiamo ordinando gli zaini per tenere con noi quanto di valore e imbarcare un bagaglio il più compatto possibile nella speranza di rivedere tutto all’arrivo, veniamo contattati da due funzionari aeroportuali. Ci chiedono se andiamo a Kathmandu e se vogliamo prendere l’aereo precedente, già che c’è posto. Stupiti, annuiamo e poco dopo siamo alle partenze con un occhio ai nostri zaini foderati dai coprizaini arancione (tanto utili nei primi due giorni) mentre vengono portati a spalle verso la stiva dell’aereo. Controlli in stile familiare, poca informatica e molta comunicazione verbale sono le caratteristiche salienti dell’aeroporto di Pokhara. Decolliamo pertanto alle 13.40 anziché alle 15.00. Quando l’ATR si stacca dalla pista ci coglie una stretta al cuore, stiamo lasciando uno dei luoghi più accoglienti e suggestivi che abbiamo avuto l’opportunità di visitare sino ad ora. Ci accorgiamo fin da questo momento che il seme della nostalgia sta germogliando in noi, proprio come avevamo appreso dalle esperienze di chi in precedenza ha iniziato a frequentare questi luoghi.

L’ora e mezza di vantaggio ci consente di portarci avanti con la visita della capitale, che in parte era già in programma per oggi. I bagagli arrivano trainati da un trattore nuovo di pacca (forse l’unica cosa nuova in tutto lo scalo) e vengono consegnati praticamente in modo nominativo; ci rechiamo in hotel per depositarli e dopo una doccia siamo pronti per ripartire. In tutto questo trambusto ci siamo dimenticati il pranzo, originariamente previsto all’interno di un breve giro a Pokhara. Sopperiamo con due barrette trovate da qualche parte in valigia e come d’incanto le forze riemergono.

Ci avviamo verso Durbar Square (Foto2, Foto3), forse l’unica serie di monumenti veramente interessanti a Kathmandu. Evidentemente l’ente che lo amministra se n’è avveduto per tempo e chiede 750 Rs per l’ingresso nella piazza: una vera enormità se si pensa al costo della vita nepalese. Con questo appuriamo che i maoisti hanno già ben compreso l’arte del business e quella di spremere i turisti. Nonostante la sporcizia il sito è interessante e bisognerebbe essere appassionati di storia locale per capire veramente l’arte e la storia in esso contenute. Ci accontentiamo della storia appresa dalle guide e di quanto leggiamo sul momento in merito a palazzi e templi che ci troviamo di fronte: intorno al centro il traffico è un vero incubo, la piazza mostra un’immagine assai degradata, ben lontana dalla nobile tranquillità delle zone rurali appena lasciate. Alle 19 abbiamo appuntamento con Prachanda della Trekker’s Society per la consegna dei documenti necessari alla nostra trasferta tibetana; ma cercando di rientrare a Thamel non riusciamo ad imboccare la via (o forse sarebbe più giusto definirlo il vicolo) giusta e dobbiamo uscire di qualche centinaio di metri dal caos di persone per cercare un taxi il quale, in mezzo ad un altro caos (stavolta di traffico motorizzato) ci porterà all’hotel grazie ai nostri suggerimenti una volta che ci avviciniamo alla zona giusta. Del resto a Thamel non esiste il nome delle vie e meno che mai la numerazione. Tutto si basa sulla conoscenza e quando non si sa, si chiede ad altri colleghi e provengono in senso inverso a passo d’uomo o a viandanti. Il finestrino è permanentemente abbassato e la bassa velocità di crociera consente lo scambio di ogni informazione. Per cena andiamo al Yak restaurant, nella stessa via dell’hotel. E’ già tardi per gli orari nepalesi e perderci un’altra volta andrebbe ad infierire sulla nostra autostima in materia d’orientamento. Prendiamo una yak steak sizzler, che abbiamo scoperto identificare un sistema di cottura con una padella in ghisa utilizzata poi come piatto di portata. Il gusto è eccezionale e viene accompagnato dalla birra Everest. Questa, seppur piacevole e con una gradazione di 5°, risulterà meno buona della Nepal Ice (7°) assaggiata a Ghandruk. Nel frattempo i negozi stanno chiudendo (di solito entro le 20,30) ed i ristoranti poco dopo quell’ora cercano di accelerare l’uscita dei clienti. Ci procuriamo un massaggio ayurvedico per distendere i muscoli dopo una settimana di fatiche. Alle 23, orario che i nepalesi considerano ormai notte fonda, andiamo anche noi a dormire.

E’ inutile dire che non esiste paragone con il contesto montano di Ghandruk in cui abbiamo dormito soltanto 24 ore fa. La tranquillità e il traffico sono due realtà opposte e stridenti.

 

Pernottamento: Kathmandu - Kathmandu Eco Hotel

La storia prosegue in Tibet con il volo a Lhasa e il quindi via terra fino al Campo Base dell'Everest, per tornare quindi in Nepal. Per vedere le avventure tibetane passa all'apposita sezione. Gli ultimi due giorni di quelle nepalesi seguono l'ordine cronologico e si trovano anch'esse nella sezione del Tibet.