Day 3 : lun. 22 aprile 2013

Ancora pioggia nella giungla fino a Bamboo (via Chomrong). E neve in alto

Ieri sera, dopo aver appurato che non esistono problemi per avere la colazione di buon’ora, impostiamo una sveglia alle 5,45 in modo da poter mettere strada (o meglio sentiero) alle nostre spalle fin dalle prime ore del mattino. Purtroppo nella notte sentiamo la pioggia persistere e quando ci svegliamo dopo un sonno ristoratore constatiamo che la situazione non è cambiata. Scendo e parlo con il gestore del lodge col qualee concordiamo di rivederci fra un’ora e mezza. Non ci sono problemi a riaddormentarci, semmai il problema è che quando suona nuovamente la sveglia la situazione meteo non è cambiata. Ci apprestiamo pertanto ad una nuova giornata in cui non potremo fare a meno dell’ausilio dell’ombrello ed i pensieri incominciano a volgere verso il pessimismo. Ti viene in mente che il viaggio studiato in ogni dettaglio rischia di naufragare (è proprio il caso di dirlo) a causa della pioggia, pensi che la nella zona dove la valle si restringe per poi aprirsi verso il Santuario potranno scaricare slavine come segnalato nella guida. E comunque, anche riuscendo ad arrivare all’ABC con brutto tempo, l’idea di dover solo immaginare dove si trovino l’Annapurna e le vette circostanti non ci sorride affatto. La colazione sarà una temporanea iniezione di fiducia costituita da pancake con marmellata. Saldiamo i conti, apriamo l’ombrello e alle 8,20 ci mettiamo in cammino per la nostra destinazione. Lungo il percorso in discesa i pensieri convergono tutti sul cosa fare nei prossimi giorni dal momento che ci riesce difficile immaginare un repentino cambiamento. Non abbiamo previsioni precise, ma quello che abbiamo lascia poco spazio all’ottimismo. Un’alternativa potrebbe essere quella di raggiungere Chhomrong per poi scendere verso il fondovalle che porta a Ghorepani e da lì dirigerci a Poon Hill, altro bel posto da dove si ha una vista superba sulla catena. Eviteremmo il rischio di slavine ma a pensare di raggiungere un punto panoramico con questo tempo sembra prenderci in giro da soli. Forse è proprio in questi momenti che matura in noi l’idea d’insistere e continuare verso l’obiettivo che ci siamo prefissi lasciando il destino arbitro del nostro futuro a breve. Con una discesa incostante raggiungiamo New Bridge, in una zona dove il sentiero si abbassa per raggiungere il fiume Modi Khola, che scende possente ma non impetuoso dopo giorni di pioggia, segno evidente che più in alto nevica. Il corso d’acqua nasce nel Santuario dell’Annapurna, s’infila nell’unica fenditura rappresentata dalla vallata che ci apprestiamo a percorrere in salita e più a valle s’innesterà nel Kali Gandaki, il quale raccoglie le acque a ovest dell’Annapurna e del Dhaulagiri (altro ottomila della zona). Il sentiero attraversa dei terrazzamenti che stanno per essere arati. Talvolta non vengono coltivati, ma adibiti a prato per far pascolare bufali e cavalli. Durante il giro non incontreremo yak, al più qualche vitello che la tradizione religiosa hinduista impedisce di uccidere. In misura minore brucano capre e pecore intorno alle case. In alcuni di questi terrazzamenti i contadini spingono un aratro trascinato da due buoi: anche a distanza s’intuisce la fatica del lavoro che qui ancora non conosce la meccanizzazione. Si sta preparando la semina dell’orzo, l’unico cereale che cresce da queste parti. E’ curioso notare come chi lavora la terra lo faccia anche con la pioggia, probabilmente per sfruttarne la maggior morbidezza, così come gruppi di donne sono intente a diserbare. Nel frattempo siamo scesi 1315 mt: la bassa quota ci fa sentire ancora di più l’umidità. Nonostante la pioggia ci mettiamo in pantaloncini corti, mentre respirare diventa difficile pur non trovandoci in alto. Il ponte (New Bridge appunto) che ci consentirà di raggiungere il versante destro orografico è in stile tibetano e mentre lo attraverso guardando dove metto i piedi sulle tavole di legno scivoloso, con la mano mi procuro una leggera escoriazione piantandomi un filo di ferro che fa da giunzione fra i due cordoni metallici che reggono il ponte. Abbiamo raggiunto il punto più basso e non ci resta che risalire sotto la pioggia, nell’umidità e con una sanguisuga che scopro essersi annidata nella calza e sta succhiando il mio sangue. Sembra che tutto converga contro di noi, ma affrontiamo la salita verso Chhomrong lungo una scalinata in pietra che pare non finire mai sotto il peso degli zaini pesanti 12 e 10,5 kg. Nel cielo volteggiano rapaci dal lugubre aspetto. Chhomrong è l’ultimo grande villaggio prima dell’ingresso nel lungo “corridoio” che porta al Santuario dell’Annapurna: in questo paesino si trova il bivio del tracciato che potremmo seguire se attuassimo il piano B alternativo al nostro programma originale. Da qui in avanti ci sono solo più villaggi sostanzialmente stagionali, abitati perlopiù durante la stagione turistica per fornire supporto logistico agli escursionisti. Hanno comunque una parvenza organizzata dal momento che la gente ci trascorre parecchi mesi in primavera e autunno. Vi si trovano campi coltivati, orti e polli che scorrazzano fra i sentieri. I portatori fanno la spola fra villaggio e villaggio per far arrivare le vettovaglie e quanto necessario alla sopravvivenza di chi vi abita e vi transita. Sono veri e propri camion dei sentieri, con gerle (intrecciate a mano con fibre di bambu) stipate all’inverosimile e pesanti anche 30/35 kg. Una fascia unisce la testa degli uomini (talvolta si vedono anche donne) alla parte superiore del contenitore per mantenere l’equilibrio a scapito della cervicale. Non immaginiamo cosa sia delle articolazioni di ginocchia e colonna vertebrale sotto il costante sobbalzo del sali scendi per le interminabili scalinate. E’ un mestiere come un altro da queste parti, chi non fa il corriere tra i villaggi lo fa per i turisti che li ingaggiano per portare gli zaini e concedere loro un soggiorno più distensivo. L’agenzia di Kathmandu ci aveva caldamente consigliato un portatore alla modica cifra di 100$ per tutta la settimana, vitto e alloggio incluso. Anche se non è obbligatorio, il loro impiego viene anche preteso nei primi punti di controllo ACAP e TIMS. Fra di noi avevamo concordato nel dire che la guida ci seguiva a causa problema familiare a Pokhara e ci avrebbe raggiunto appena possibile. Non è per masochismo o per una forma di risparmio che abbiamo voluto rinunciare a questa opportunità.  Avevamo piuttosto l’intenzione di usare il cervello per cercare la nostra via ed effettuare il percorso nei tempi che maggiormente ritenevamo idonei. Trovare i sentieri giusti è cosa peraltro assai facile e portare noi il peso degli zaini in totale autonomia ha significato condividere anche solo per alcuni giorni la vita dei locali. Il giro non presenta particolari difficoltà e poter essere indipendenti ci è sembrata una buona scelta, tenendo in considerazione anche i tempi stretti in cui ci saremmo dovuti muovere. Alla fine del trekking saremo contenti per la decisione presa e forse anche per il gesto d’umanità nei confronti del malcapitato che avrebbe dovuto affrontare un trekking in poco più di 5 giorni quando le guide lo indicano fattibile in 10. Resta il fatto che siamo riusciti a concludere il tutto nelle modalità previste senza correre: solo che le ore di camminata giornaliere sono state maggiori a scapito del riposo in branda.

Un break a base di rice pudding dopo la ripida salita che inizia al moderno ponte sul Chhomrong Khola e si riparte alla volta di Sinuwa, per raggiungere la quale mancano ancora 45 minuti. Acquistiamo per la prima volta l’acqua bollita che consente di limitare l’uso della plastica e costa molto meno delle bottiglie (i prezzi variano dai 50 Rs di Ghandruk ai 100 Rs di Sinuwa, 130 di Himalaya Hotel e MBC, fino ai 150 dell’ABC in funzione del tempo necessario a raggiungere la bollitura). Tutti i prezzi sono comunque stabiliti dall’autorità del parco e aumentano con la quota solo quando esistono delle ragioni concrete. Non abbiamo trovato alcun genere di speculazione, né nella redazione dei listini, né nella loro applicazione. Dopo Chhomrong la ricarica delle batterie costa 100 Rs e lo stesso vale per il riscaldamento con la stufa sotto il tavolo (quando necessaria). Da questo punto in avanti non si  possono portare carne o uova in virtù delle locali credenze religiose. Nelle aree intorno ai templi ci sono invece dei cartelli che invitano a non sputare o defecare. Lungo un sentiero circondato da alberi di rododendri fioriti ed un ripido saliscendi scalinato, mantenendo praticamente la stessa quota, raggiungiamo Bamboo quando sono ormai le 16,30 ed il cielo ha almeno smesso di buttare giù acqua. In due giorni di cammino avremo chiuso l’ombrello per non più di un’ora. Se vogliamo vedere un aspetto positivo anche oggi possiamo dire che era una pioggia senza stravento, cosa che ha consentito all’ombrello di ripararci. Certo che alla sera gli indumenti negli zaini sono ormai umidi pur non avendo preso acqua direttamente, e noi non ci sentiamo da meno. Troviamo un lodge (il Buddha Guesthouse)  gestito da una simpatica signora dalle forme per così dire opulente e pernottiamo spendendo 300 Rs. Il sentimento è quello di essere arrivati ad un passo (rispetto a tutto il viaggio) dalla meta tanto ambita e di trovarci al punto oltre il quale non si può proseguire. Non possiamo permetterci di correre dei rischi: se in alto continua a nevicare la possibilità di restare bloccati oltre il punto critico per le slavine rappresenta un incubo, il 27 abbiamo il volo per Lhasa e prima di quello dobbiamo tornare a valle, rientrare a Pokhara e prendere un volo per Kathmandu. L’idea che potremmo essere ormai giunti al capolinea si fa consistente e non poter ammirare l’Annapurna viene percepito quasi con angoscia, tante fatiche e impegno per vedere solo delle nuvole oltre il nostro sguardo. L’esperienza è stata comunque positiva, anche senza il sole abbiamo visto delle valli lussureggianti ed un modello di vita a noi sconosciuto con la sua operosità agreste, pur mancando lo sfondo delle vette più alte. Alla fine concludiamo che anche dovessimo fermarci qui o, al meglio, arrivare al Campo Base con le nuvole che inibiscono la vista dell’Annapurna il saldo sarebbe già positivo. Ma ecco che le divinità del Santuario ci vengono in aiuto. Dopo aver fatto il punto sul da farsi mentre cerchiamo di far asciugare i panni in una camera fredda e umida, usciamo e vediamo il blu cobalto spuntare timido fra le nuvole, una vista sconosciuta fino al momento. Nel lodge incontriamo un ragazzo polacco che fa il giro con uno spirito completamente diverso dal nostro: sale come gli pare senza aver previamente organizzato le tappe e con il molto tempo a disposizione si concede più alla contemplazione che all’escursionismo “in stile alpino”. C’è inoltre un gruppo di americani, coi quali ci confrontiamo in merito alle prossime giornate ed alla condizione meteo. Di tanto in tanto esco fuori e s’intravede sempre di più l’azzurro divenire padrone del cielo. La cena ci offre roesti con uova e momo di carne, ma la mente è rivolta alla giornata di domani: come sarà il meteo, fin dove arrivare, quali sono i pericoli legati alle slavine. Ne parliamo fra di noi e con gli altri commensali condividendo gli stessi dubbi. Si va a dormire in un camera fresca, ma questo è del tutto secondario.

Pernottamento: BAMBOO - Buddha Guesthouse