Day 5 : mar. 6 ottobre 2015

 

Il countryside del Vermont, Lake Champlain e di nuovo foliage nel Vermont

 

Il fresco notturno lascia spazio alla bruma mattutina che si solleverà svelando un leggera copertura nuvolosa. La giornata di oggi s’innesta fra le White Mountains di ieri le Green Mountains di domani, venendo dedicata ad attività naturalistico-culturali. Iniziamo dalla visita alla Goodrich Sugarhouse, un piccolo stabilimento di produzione dello sciroppo d’acero. Ci viene mostrato come si estrae e lavora questo alimento che rappresenta un simbolo della regione e di cui noi andiamo ghiotti.

Può essere utile spendere alcune parole in merito, trattandosi di attività del tutto sconosciuta nel nostro continente: la possibilità di estrarre linfa dall’acero venne scoperta dagli indiani e risale alla notte dei tempi. Gli europei si accorsero ben presto di questa risorsa naturale ed iniziarono a sfruttarla, dapprima praticando fori nell’albero dove inserivano una cannula attraverso la quale usciva il liquido che veniva raccolto in secchiello appeso al tronco. L’industrializzazione ha sostituito i secchielli con tubi in gomma che confluiscono ad un centro di captazione per raccogliere il prezioso liquido. Questo sistema velocizza l’operazione di raccolta evitando di dover andare nei boschi in una stagione fredda e sovente ancora innevata, che comunque richiede di avere sempre due mezzi a disposizione: cingolati o slitte. Infatti la linfa si estrae da inizio marzo a metà aprile, quando il delta di temperatura è elevato ed il tepore d’inizio primavera sui +8/10°C contrasta con le notti in cui gela ancora, facendo salire in tal modo la linfa nel tronco. Questa viene raccolta e, possibilmente, lavorata nella stessa giornata tramite ebollizione ed evaporazione; processo che dura mediamente cinque giorni. La resa nel passaggio da linfa a sciroppo è di uno a 40 litri. Lo sciroppo raccolto ad inizio stagione sarà più dolce e chiaro, mentre quello di aprile risulta essere più scuro e con un maggior livello di acidità. Assaggiando una dopo l’altra 4 varietà di sciroppo, si sentono marcatamente le differenze di approccio al palato e nel gusto. Pur esistendo 7 varietà di acero solitamente solo 4 vengono utilizzate per l’estrazione, in particolare si sfrutta il “sugar maple”. Le piante possono fornire linfa fino a 50/60 anni e vengono liberate da altra vegetazione in modo che possano crescere rigogliose. L’estrazione non danneggia gli alberi, anzi funge da stimolo paragonabile a quello dell’essere umano che dona il sangue. Il tutto viene regolato da legislazione apposita. I nostri interlocutori si stupiscono (e ce lo domandiamo anche noi) di come in Europa questa potenzialità non venga sfruttata, in quanto gli aceri sono leggermente differenti ma andrebbero bene per l’estrazione. E’ vero però che, non esistendo una regolamentazione dedicata si andrebbe incontro ad uno scempio di alberi, poi probabilmente occorrerebbe creare delle piantagioni specifiche in quanto in Europa l’acero si confonde con altri alberi nei boschi misti e le estensioni risultano conseguentemente ben più limitate di quelle nordamericane. Resta comunque il fatto che da noi non esiste la tradizione, nemmeno a livello di produzione amatoriale.

Questa interessante digressione ci porta ad avere un minimo di ritardo sulla tabella di marcia, anche oggi assai intensa: mentre procediamo nei pressi di Cabot, lungo una discesa incrociamo una vettura della polizia che fa una repentina inversione a U ponendosi in coda alla nostra. Anche se è ormai troppo tardi, rilascio il piede dall’acceleratore e procedo con scrupoloso rispetto dei limiti. Non appena la strada permette di accostare l’auto della polizia inizia a lampeggiare quasi fossimo in discoteca, non ci vuole molto intuito per capire che è ora di fermarsi in quanto la frittata è fatta. Dopo un paio di minuti scende una giovane agente di gradevole quanto cortese aspetto e mi chiede se ho idea del perché mi ha inseguito e fermato: non fatico a risponderle che verosimilmente avevo superato i limiti di velocità. Ad una sua spiegazione sul fatto che la velocità massima consentita nel Vermont è di 50 mph mentre io andavo ai 63, ritira i miei documenti e torna in macchina. In quegli interminabili momenti mi vedo davanti a qualche giudice, costretto a spiegare la mia infrazione, oltre ad immaginare l’ammontare della multa ed eventuali altre pene accessorie, il che manderebbe a rotoli il nostro fitto programma di visite. Quando scende, invece, la poliziotta mi rilascia invece un documento intestato “written warning” in cui viene descritta l’infrazione; me la sono cavata con un avvertimento ma sono stato segnalato alla centrale ed alla prossima eventuale infrazione verrò punito. Ringrazio per aver avuto solo un’ammonizione (la poliziotta accenna al fatto che dove ci siamo incrociati ero in discesa, pertanto più facile superare il consentito) e va da sé che per il prosieguo in questo Stato la mia attenzione a non violare i limiti di velocità da questo momento verrà rinforzata. Su strade strette per gli standard americani arriviamo allo Smugglers Notch, un colle posto in cima ad una valle incassata e ricoperta da fitta vegetazione. Scendendo verso sud ci si ferma per vedere alcune belle cascate (Bingham Falls e Moss Glen Falls) fino ad arrivare a Stowe, forse paragonabile in proporzione alla Cortina del New England. Fermo restando che fra Dolomiti ed Appalachi corre parecchia differenza, Stowe rappresenta il luogo per eccellenza di un turismo invernale benestante: in estate i prati della località si trasformano in scintillanti campi da golf per la vista e la visita di Newyorkesi, Bostoniani, ecc in cerca di refrigerio. Anche qui pullulano i resort ma ci sembra in modo più ordinato rispetto a quanto visto altrove, con un impatto ambientale decisamente più accettabile di quanto si veda solitamente in queste località. Proseguendo, a Waterbury visitiamo la locale Cider Mill dove c’è modo di vedere la pressatura delle mele e la loro trasformazione in sidro, quindi si va alla Ben&Jerry Ice Cream Factory, per partecipare ad una visita guidata del più famoso stabilimento produttore di gelati: una vera icona nel panorama delle gelaterie americane. Nonostante da alcuni anni sia stata acquistata dal gruppo Unilever ed abbia pertanto perso la sua dimensione familiare, la Ben&Jerry sottolinea l’attenzione nella scelta degli ingredienti, tanto dal punto di vista qualitativo che di compatibilità sociale. Oltre a vedere il processo di produzione, ci viene spiegato come gli acquisti vengano effettuati tenendo in considerazione le tematiche ambientali: accordi con gli allevatori locali per il latte, contratti con spiccato carattere “progressista” per l’approvvigionamento delle materie prime in Paesi in via di sviluppo. Poco distante dallo stabilimento si trova un cimitero con tanto di pietre tombali: su ognuna di esse ci sono i gusti di gelato che non vengono più prodotti… Chissà se il piacere del vintage ne ha mai provocato la resurrezione di alcuni. In fondo Halloween si trova a proprio agio nella regione.

Il meteo non ha mai rischiato di degenerare verso la pioggia, ma per gran parte della giornata siamo stati accompagnati da un velo di nuvole che si sono diradate lasciando spazio al sereno solo quando abbiamo raggiunto Burlington, sul lago Champlain (quello che viene chiamato il sesto fra i Grandi Laghi). Si tratta di una città universitaria dotata conseguentemente di un’atmosfera giovanile al tempo stesso in contrasto con la vita di parte degli abitanti; si vede parecchia gente vagare senza meta, segno evidente di malesseri sociali.

E’ curioso notare come in questa regione molti nomi di località abbiano chiara origine francese. Basti come esempio il nome della capitale del Vermont (e forse il nome dello Stato medesimo) che si chiama Montpelier, piuttosto che il lago Champlain: tutti appellativi originati dal tempo in cui questa zona faceva parte del Nordamerica francese, verso la metà del ‘700, di cui la memoria ci porta a ricordare gli scontri narrati nello splendido film L’Ultimo del Mohicani. Mentre il vicino Québec ha conservato un proprio orgoglio e autonomia francofona, da questa parte del confine le  popolazioni di origine francese si sono (o sono state) amalgamate nel melting pot statunitense e a ricordo delle loro radici restano solo i nomi sulle cartine geografiche, probabilmente nemmeno più i cognomi delle persone che avranno preferito/dovuto inglesizzarli.

Si rientra a Waterbury, ma solo per imboccare la panoramica US100 in direzione sud e tornare ad ammirare le distese di boschi in successione, mai uguali e sempre stupefacenti. Non soddisfatti, risaliamo la US125 in andata e ritorno per vedere il concerto serale di colori e non ci pentiamo di aver percorso altri 80 km. Ci accasiamo in uno splendido Inn di Rochester, simile ad una signorile dimora inglese, mentre l’adiacente Tavern è in stile decisamente americano e funge anche da punto d’incontro per il villaggio, oltre a sfornare ottimi piatti.

 

Pernottamento: ROCHESTER - Huntington House Inn