Day 1 : ven. 2 ottobre 2015


Lo sbarco nel Nuovo Mondo


I nativi d'America direbbero che sono trascorse molte lune, in effetti di lune e di eventi ne sono trascorsi parecchi dall'ultimo viaggio in un altro continente. L'autunno offre dei colori inimmaginabili ed il New England li interpreta in modo magistrale nell'estensione di centinaia di chilometri quadrati, dando vita a  veri e propri  tunnel di foglie variopinte sotto i quali scorrono le strade, piuttosto che realizzando un enorme arazzo virtuale composto con i caldi toni del rosso, del verde, del giallo.  E' infatti il foliage o Indian Summer ad essere l'attrattiva che porta ammiratori da tutto il mondo fino a questo angolo remoto di Nordamerica. L'occhio non prova fatica ad immergersi nel caleidoscopio di colori, trasmettendoli al cervello e lasciando poi che questo li elabori sotto forma di emozioni.

Le emozioni, sebbene di origine e tipologia assai diversa, iniziano già alla partenza:  una fitta nebbia nelle prime ore del giorno costringe infatti tutti i voli diretti ad Amsterdam a ritardare, con conseguente perdita della coincidenza successiva  e presenza di  frotte di passeggeri in attesa di ricollocazione. Dopo ore di coda, in qualche modo riusciamo ad imbarcarci sul volo successivo per Boston e ad arrivare a destinazione verso le 18,30. Giunti con 4 ore di ritardo, siamo stanchi per il viaggio, provati dal fuso orario e stremati dalla lunga coda per sapere qualcosa: in più ci troviamo in una metropoli americana e per giunta piove. Acquistiamo una Sim Card da  500 Mb per 25$ che inseriamo nel tablet e ci servirà da guida GPS per le strade del New England, contatto telefonico, internet ed email. Usciamo da Boston attraversando periferie che ci sembra di avere già visto in qualche film poliziesco interpretato da Michael Douglas. Dobbiamo trovare un hotel dove riprendere forze e lo identifichiamo a Salem, prima tappa del viaggio,  presso il Waterfront: costa caro poiché siamo in zona turistica ed è venerdì sera, ma visto il last minute ci viene proposto un notevole sconto a fronte della nostra espressione attonita dopo aver udito la cifra di 340$. Poco prima dell’orario di chiusura ci rechiamo in un ristorante del porticciolo per un primo gustoso assaggio delle vere prelibatezze marine (atlantic salmon e seafood pie). Addormentarsi, a questo punto, anticipa quasi l’idea stessa di lasciarsi cadere nel letto.

Pernottamento: SALEM - Salem Waterfront Hotel

 

  


  

 

Day 2 : sab. 3 ottobre 2015


 

Cittadine affacciate sull'Atlantico, astici e anticipo di Halloween


La notte è stata ristoratrice, ci svegliamo in forma e pronti per incominciare l'avventura: il vento tagliente e la temperatura sotto i 10°C ci accolgono all'uscita dall’hotel diretti a far colazione in un locale dedicato: waffles e french toast ben farciti di apple cinnamon e maple siroup, tanto per iniziare. Ad un certo punto arriva lo sceriffo a bordo di cotanto furgone, ma non è per noi, intendono solo far colazione. Scende qualche goccia in diagonale ma questo non impedisce di fare un giro per il paesino, nel quale verso la metà del Seicento si scatenò una vera e propria caccia alle streghe, con tanto di patibolo, sul quale salirono una trentina di sventurate. A rendere l'atmosfera ancor più misteriosa si aggiunge l’imminenza di Halloween, che qui rappresenta una vera icona celebrativa: anche se l'esposizione di scheletri che pendono dal soffitto, teschi usati come soprammobili e zucche situate ovunque capiti possono suonare come macabri, nella regione che ha visto nascere questa tradizione tutto ciò assume un’aria simpatica e viene allestito con oltre un mese d'anticipo. Notiamo anche come l'effige classica della befana a cavallo della scopa venga integrata nella kermesse, una gira vorticosamente sulle nostre teste appesa alla ventola-lampadario mentre facciamo colazione. Per i nostri costumi risulterebbe in anticipo di almeno due mesi rispetto ad Halloween. Sarebbe curioso leggere qualcosa sull'origine di una simbologia appartenente alla nostra stessa cultura ma nel contempo tanto distante, e ravvicinato solo minimamente in questi ultimi anni perlopiù da ragioni commerciali. Si sale a bordo della VW Jetta noleggiata ieri in aeroporto per puntare in direzione di  Portsmouth sulla US1. Lungo il percorso incontriamo un alternarsi di villaggi circondati da paludi insalubri, dove i primi sono stati realizzati su terreni bonificati a scapito delle seconde. Quando raggiungiamo la destinazione il vento è ancora fresco ma ha smesso di piovere ed in lontananza si vede già il cielo azzurro. L’abitato è costituito soprattutto da villette in legno con giardino prospicente, una costante della regione, dove spiccano ordine ed accuratezza. Visitiamo lo Strawberry Bank Museum (Foto2), un borgo ottocentesco cristallizzato come museo, dove una casa (quella della famiglia Goodwin) verso la metà del secolo scorso è stata addirittura traslata di un miglio facendola ruotare su tronchi. Le altre si trovavano già sul posto, ulteriormente ingentilito da giardini e fontane. All’interno delle abitazioni si possono ancora ammirare gli arredamenti delle famiglie borghesi che le abitavano, ricavando così uno spaccato di come doveva essere la vita signorile dell’epoca. Altre costruzioni ospitano invece laboratori artigianali pressoché intatti. All’interno di ogni casa un volontario è sempre disponibile a fornire informazioni, sfidando una temperatura non particolarmente calda. Una curiosità: nel parcheggio antistante il museo, mentre fotografo la targa di una vettura del New Hampshire sulla quale  campeggia il motto live free or die, vengo abbordato da un anziano signore incuriosito che mi chiede se sto scattando foto per fare delle multe: lo rassicuro dicendo che sono un innocuo turista. Due passi verso il porticciolo, che non ha nulla di particolare da dire. Ancora verso nord in direzione di Kennebunkport, un gradevole villaggio gravitante intorno al porto, dove l’Ocean Road costeggia la passeggiata fronte mare e ad un certo punto è stata creata una chiesa a cielo aperto, meglio di tante cattedrali! Facciamo il giro dell’Ocean View, contornato da villette appartenenti a benestanti cittadini ed usate unicamente come seconde case. A pranzo assaporiamo l'esperienza gradevole di un locale che fonde le caratteristiche di gastronomia e osteria in un ambiente familiare, tanto da chiamarsi Cape Porpoise Kitchen. Non ci lasciamo scappare la prima opportunità di assaggiare il lobster roll, astice tagliato a pezzetti e sistemato su panino caldo con opportuni contorni, l'ideale per un pranzo gustoso ma rapido nel contempo. Lungo tutta la costa, e sovente anche all’interno, i ristoranti ostentano icone di astici invitanti, evidente attrazione per i turisti e non solo. Non c’è dubbio che siamo nella zona giusta per le nostre ambizioni culinarie. Geograficamente parlando, una targa indica che siamo a 43° di latitudine nord; sembra impossibile trovarci, seppur di poco, più a sud di dove viviamo: la temperatura non è salita oltre i 13° e sappiamo che le medie da qui in avanti resteranno per alcuni, lunghi, mesi ben sottozero. Ci troviamo ora nel Maine, dopo aver lasciato il Massachusetts ed attraversato la costa del New Hampshire lunga una ventina di miglia. Percorrendo la Highway 95 raggiungiamo Portland, caratteristica cittadina con la bella Commercial Street che scorre adiacente ai vecchi docks rimodernati per attività turistiche più vicine ai nostri tempi. In verità, sul Waterfront resta ancora un porticciolo per l’attracco dei pescherecci, dove si possono vedere le gabbie destinate ad attrarre in trappola gli astici.  Chiediamo ad un tizio che sta armeggiando su una barca quando è previsto il rientro dei pescatori: ci spiega che di solito arrivano per cena, fra le 16 e le 19, ma oggi nessuno si è mosso in quanto il tempo non era in condizione. In verità la situazione è migliorata e da un paio d’ore ci troviamo sotto un fresco sole, ma la fauna marittima ha le sue regole e soprattutto non usa vedere le previsioni meteo. Le viuzze del centro sono state riadattate alle esigenze della modernità ma trasudano ancora storia. Ripartiamo sulla 295 verso Brunswick per tornare sulla 1 in direzione della Pemaquid Peninsula e vedere uno dei fari più famosi del New England: vi giungiamo intorno alle 17,30, in coincidenza col tramonto e le sue splendide sfumature. Il luogo è molto romantico, infatti una coppia di sposi sta facendo il servizio fotografico insieme agli amici con il faro ed il tramonto di sfondo. Il sole s’intinge nell’acqua lasciando dietro di sé un mare cobalto, le rocce laviche (Foto2) convergono lentamente verso le onde, mentre la vegetazione ci induce a pregustare i colori caldi che ci accompagneranno nei giorni a venire. Risaliamo il lato orientale della penisola sulla US32 per raggiungere Rockport e quindi Camden, altro paesino adagiato in riva al mare: qui inizia un tratto di costa con scogliere scoscese sulle quali s’infrangono ininterrottamente le onde. Sembra difficile trovare una sistemazione, stante che ci troviamo ad un crocevia fra le bellezze offerte dall'oceano e quelle dal foliage all'interno. Per di più è sabato sera. Anche oggi non possiamo permetterci di badare a spese e pernottiamo al River House Hotel di Camden, camera bella e spaziosa con due queen beds, gestito da un simpatico ed attempato signore che ci offre subito un buon consiglio per cena. A rischio di essere monotoni, torniamo ad ordinare l'astice, stavolta nella sua configurazione più classica, che implica un certosino lavoro di estrazione della sostanza dalle chele. Il tutto viene accompagnato da una birra locale. Restiamo stupiti di come alle 21 siamo rimasti gli unici avventori del locale, pur essendo di sabato. E’ evidente l’abitudine di cenare presto e ce ne accorgeremo anche nei giorni successivi, quando in diverse occasioni saremo gli ultimi clienti a lasciare il ristorante.

Nel corso del pomeriggio abbiamo sostato in un visitor center all’ingresso del Maine, per un’esperienza di quelle che rendono l’immagine di fulgida civiltà ad un Paese che dedica attenzione al turista sì come cliente, ma in un modo da farlo sentire accudito anche come persona in quanto tale. Oltre all’abbondante e valida documentazione offerta per agevolare il soggiorno, il personale dispensa informazioni di ogni genere atte anche a favorire il contatto con la cultura del luogo: in particolare oggi ci raccontano come l’estate sia stata particolarmente calda ed asciutta, cosa che ha limitato la cangianza di colori, tipica della stagione. In tal caso le foglie dovrebbero passare direttamente dal verde al marrone, la trasformazione è iniziata un paio di settimane fa in Canada e sta scendendo gradatamente per avere il suo picco a queste latitudini nella seconda metà della settimana prossima. In effetti, da quanto avremo occasione di ammirare nel corso della settimana a venire, gli alberi tendono ad assumere le colorazioni di cui vanno famosi. Non osiamo immaginare cosa avremmo potuto vedere se la stagione fosse stata più favorevole, probabilmente la luminescenza avrebbe reso possibile viaggiare a fari spenti nella notte! La folta presenza di aceri agevola il tutto, ma è curioso rilevare come alcuni rami maggiormente esposti al fresco notturno presentino ciuffi gialli e rossi, mentre il resto deve ancora iniziare la sua trasformazione: il tutto in una moltitudine di sfumature che nessun pittore avrebbe potuto immaginare altrettanto fantasiosa. Sulla  costa le temperature più calde mostrano ancora una preponderanza di verde.

Lungo la strada, per tutto il viaggio incontriamo molti animaletti privi di vita, investiti dalle auto mentre attraversavano. Si tratta di procioni: hanno all’incirca le dimensioni di un cane, pelo lungo e fulvo, con delle striature sul musetto a sembrare una maschera.

 

Pernottamento: CAMDEN - Camden Riverhouse Hotel

 

 




Day 3 : dom. 4 ottobre 2015

 

L'Acadia N.P.: Mount Desert Island, un paradiso nell'estremo nordest degli USA

 

Che ci troviamo nel “New England” lo si evince dal comportamento dei suoi abitanti: è pur vero che siamo in una zona ricca degli Stati Uniti ma è altrettanto vero che qui regna una signorilità mista precisione tali da portarci a credere che esista un mondo in cui benessere ed educazione possano coesistere. Tutto lascia trasparire una nobile concezione della vita, l'ordine regna sovrano mentre la gente appare distante dallo stereotipo di americano che la TV ci propone. L’atteggiamento di chi incontriamo non è affatto da cow-boy, nell’idea che generalmente abbiamo degli statunitensi. Apprendiamo dalle news che sull’altro versante degli USA un disadattato è entrato in una scuola uccidendo diverse persone: sembra di trovarci ad una distanza siderale, per quanto le esperienze avute in altre località degli States ci abbiano sempre portato a constatare una convivenza sostanzialmente civile. Qui però si vede  solo gente beneducata che cerca di prevenire le tue domande per poterti fornire delle risposte: un paradiso anche in questo. Il resto lo fa una natura generosa, tanto nella sua dimensione marina che in quella montana. Non lo fu altrettanto all'epoca dei primi coloni europei, i quali dovettero ringraziare gli abitanti indigeni se riuscirono a sopravvivere ai rigori dei primi inverni. Pur trovandoci a latitudini leggermente inferiori alle nostre del nord Italia, la stagione risulta particolarmente fredda a causa dei gelidi venti polari che, non trovando valide barriere ed in assenza della corrente del golfo, fanno precipitare le temperature ben sotto quelle europee. In compenso l'autunno offre colori caldi in abbondanza,  quasi che la Natura volesse congedarsi ed al tempo stesso scusarsi per il freddo imminente.

Anche nelle forme fisiche gli abitanti del New England si differenziano dal classico americano: si vede meno gente grassa, parecchi fanno jogging al mattino e il modo di nutrirsi sembra essere più attento di quanto non avvenga oltre i monti Appalachi. Le fries non mancano ma vengono sovente accompagnate con pesce o verdura. La dieta più sana rende queste persone anche mentalmente più agili ed in genere ricaviamo un’impressione estremamente positiva ed educata fra i nostri interlocutori, chiunque essi siano e a prescindere da possibili interessi commerciali. Anche in quanto ad orari, già detto delle abitudini “mattiniere” nel far cena, si vede meno gente che mangia a tutte le ore del giorno.

Colazione country in hotel con self-made waffle, farcito con marmellate artigianali e sciroppo d’acero. Sopra Camden si eleva la Bettie Mountain (l’accesso automobilistico costa 9$) e vi saliamo per giungere ad una vetta spianata dove parcheggiano anche i pullman. Osserveremo in occasione di altre “scalate” automobilistiche come gli Appalachi abbiano quote basse (la vetta più alta supera di poco i 1.900 mt) e forme rese morbide dall’erosione: del resto queste montagne risultano essere fa le più vecchie esistenti al mondo e gli agenti atmosferici lavorano incessantemente per smussarne ogni tipo di asperità. Dall’alto si gode una bella vista sulla baia di Camden (Foto2) ed i paesini poco più a sud. Sul punto culminante della montagna è stata eretta un torre in memoria dei caduti della prima guerra mondiale, ricordo che troveremo anche in altre occasioni come al ponte di Portsmouth, mentre non abbiamo visto lapidi o monumenti commemorativi dedicati alla seconda guerra mondiale. Non riusciamo a capire se ciò sia solo dovuto a pura coincidenza, al fatto che questa regione abbia dato molti caduti nella prima guerra o se vi siano anche altre ragioni.

In una giornata di sole tiepido riprendiamo la US1 in direzione dell'Acadia National Park. Nel rifornirci di benzina spendiamo 2,10$/gallone (circa mezzo €/litro!!). Scopriremo che il prezzo può raggiungere al massimo 2,30$/gallone sulle highways.

Il paesaggio è vario, con insenature attraversate da ponti talvolta arditi, fra paesini immersi nella loro tranquillità domenicale. Raggiungiamo Ellsworth, puntiamo in direzione sud per la Mount Desert Island, sede del parco, e raggiungiamo Bar Harbor: giro sull shore path, una sorta di sentiero che costeggia l’oceano, per chiudere il cerchio nella zona centrale del villaggio, bello, con parecchi turisti in età avanzata: ha uno stile classico da località di villeggiatura, ma necessita di alcuni restauri in attesa di volenteroso mecenate. Appare infatti come una destinazione un po’ fuori moda. Il fatto di trovarsi distante da aeroporti ed essere raggiungibile solo a prezzo di una lunga traversata dalle metropoli (New York, Boston, ecc.) l’ha probabilmente portata fuori dai grandi circuiti turistici di soggiorno. E dire che nel tempo in cui i tropici non si trovavano ad un paio d’ore di volo era meta di vacanzieri illustri.

L’Acadia National Park, così come tante altre zone protette, invita i visitatori a “non lasciare tracce”. Consiglio ampiamente condivisibile, con l’unico appunto che per rendere i siti d’interesse alla portata di tutti non si è esitato ad asfaltare vie pedonali e a creare parcheggi, costruire ripari e quant’altro agevoli il passo ad ogni genere di essere umano interessato a visitare quei luoghi. Tali infrastrutture finiscono per impattare sensibilmente sull’ambiente naturale. Il foliage è ancora nella sua fase ascendente con colori tendenti più al verde, grazie al fatto che la costa è solitamente più calda e nella vegetazione marittima prevalgono le conifere. Le case solitamente presentano una struttura in legno coperto da materiale isolante, sul quale viene ulteriormente applicato un rivestimento decorativo di listelli. Si varia dalla casetta ben tenuta dove anche la crescita dei fili d’erba viene attentamente monitorata ad alcuni stabili lasciati completamente in abbandono ed in attesa di crollo. Anche qui, televisivamente parlando, si passa agevolmente da un film della Signora in Giallo ad uno sulla Casa degli Spettri. Nella tipologia costruttiva delle case risalta il frequente rivestimento esterno con impiego di scandole in legno. Tuttavia, mentre in alcune vallate delle nostre montagne questo materiale viene usato come copertura del tetto, qui serve per le pareti. L’unico aspetto negativo è che, non essendo verniciate, le scandole finiscono per far assumere alla casa un triste colore grigio: del resto non si può pretendere una costante impregnatura: qui la stagione fredda gioca un ruolo rilevante sull’usura di quanto deve stare all’esterno. Ci rechiamo dapprima al visitor center per pagare i 25$ di accesso al parco e raccogliere alcune informazioni, quindi saliamo in auto al Mt. Cadillac (Foto2), con i suoi 470mt è il punto più alto della East Coast, dal quale si gode un’ottima vista sulla baia di Bar Harbor e dintorni. Percorriamo la litoranea detta anche Park Loop Road per visitare i quattro punti più significativi:

- Sand Beach, un mare invitante ma con temperatura da rendere meno attraente le attività balneari.

- Thunder Hole dovrebbe essere una stretta insenatura dove le onde riproducono il rumore di un colpo di tuono. Sarà per la sostanziale bonaccia ma non ci sembra nulla di ragguardevole. La scalinata che porta sul posto è una pugnalata che squarcia un bel tratto di natura.

- Otter Cliffs: scogliere di media entità

- Il Jordan Pond (Foto2) è invece un lago in cui verrebbe voglia di fare il bagno. Ci limitiamo a compierne il periplo per una camminata complessiva di 6km in poco meno di un’ora. Il paesaggio circostante è splendido, è stato creato un sentiero anche nella zona paludosa tramite spesse assi di legno, cosi da renderlo fruibile anche con le scarpe da ginnastica. Il sole che si abbassa rende il gioco di alberi specchiantisi nell’acqua ancora più suggestivo.

Partiamo che sono ormai le 16 in direzione nord verso Ellsworth e quindi in direzione di Bangor. Il paesaggio assume coloriture autunnali alternando distese di prati a zone più boschive o non coltivate. Le strade sono tenute in perfetto ordine, nonostante il rigore degli inverni e sono protette da una cintura ad alto fusto su ogni lato, ad evidente protezione contro le bufere invernali e non solo. Il sole brilla ma la temperatura non è mai salita oltre i 14°, per scendere notevolmente al momento del nostro arrivo a Bethel, zona ricca d’impianti da sci dove la stagione dura quasi 12 mesi: l’inverno con lo sci fino a primavera inoltrata (quando arrivano molti tedeschi), l’estate per la tranquillità ed il fresco montano e l’autunno per il foliage. Pernottiamo presso il Bethel Village Motel e andiamo a cena nell’unico posto rimasto aperto, un ristorante di buona cucina coreano giapponese. Il rientro a piedi ci fa riassaporare il concetto di freddo che la calda estate aveva posto nell’oblio.

 

Pernottamento: BETHEL - Bethel Village Motel

 

 


 

 

Day 4 : lun. 5 ottobre 2015

 

White Mountain N.F.: scalata in auto del Mt. Washington, Kancamagus Hwy e Bretton Woods

 

A quanto pare non ci si sveglia mai troppo presto. Levandoci verso le 6,30, andiamo a far colazione in un localino vintage gestito da due ragazze. L’ambiente è di quelli che impieghi mezz’ora solo a perlustrarlo, quasi fosse un piccolo museo; un affascinante misto fra caffè parigino e un locale dell’old America. Le due proprietarie sembrano indirizzate verso ideali pacifista/ambientali ma non è difficile fare quattro chiacchiere nel rispetto delle idee di ognuno. Rientriamo al motel ed attacchiamo bottone con Kevin, il simpatico marito di Ruth, la signora che gestisce la struttura e l’annessa boutique, senza soluzione di sosta. Il nostro amico ci offre una serie di consigli ed informazioni per il prosieguo del viaggio in modo molto coinvolgente: non che ne avessimo bisogno, ma il suo entusiasmo infonde in noi ancora più curiosità per i giorni a venire. Kevin si sofferma poi sulle diversità apprezzabili fra gli abitanti del Maine: quelli “doc” arrivano dalle isole britanniche e sono pertanto rigorosi, calvinisti per dirla con un eufemismo religioso. Chi proviene invece dall’area di Boston ha di solito origini italiane o irlandesi, pertanto è portato ad avere una visione meno severa della vita: maggior apertura mentale unita ad un atteggiamento più edonistico.

Quando siamo finalmente pronti per partire il velo gelato che avvolgeva la nostra automobile si è ormai sciolto sotto il primo sole che l’ha sapientemente illuminata. Tutt’intorno permane il gelo. Ci avviamo in direzione della White Mountain National Forest sulla US16 imboccando la Washington Valley per arrivare al punto di pedaggio posto alla base dell’ascesa automobilistica al Mt. Washington (Foto2), la vetta più elevata di tutta l’America orientale pur con i suoi 1916mt. Il dislivello da percorrere è comunque ragguardevole (oltre 1200 mt) su una strada in costante salita. Occorre stare attenti quando si scende con una vettura col cambio automatico, in quanto non potendo usare il freno motore con marce corte si è costretti a rallentare con conseguente riduzione dell’effetto frenante. Risolviamo il problema andando particolarmente lenti e facendo alcune soste. Ciononostante quando siamo al fondo l’odore di ferodo è molto marcato e ci accompagnerà ancora per buona parte della giornata. In punta ci sono ben 10° (con lieve inversione termica), molti, considerando che si tratta di una zona termicamente fredda nonché soggetta a variabilità meteo incredibile. Premesso che proprio qui è stato registrato il vento più sferzante  (una targa indica 231 mph, pari a 369 kmh), in uno degli edifici che si trovano sulla punta spianata, c’è il tabellone sul quale vengono indicati i decessi causati dalla sfortunata o avventata ascesa: in tutto sono oltre 150, due dei quali di quest’anno  (ipotermia e problemi cardiaci probabilmente dovuti al freddo o alla fatica). Pur essendo un’escursione banale proprio per questo viene sovente sottovalutata e improvvise nebbie piuttosto che i venti causano repentini cali di temperatura, creando incidenti molto più frequentemente che altrove. Tutto ciò viene rimarcato all’interno del visitor center con informazioni e foto di ogni genere. Quando il meteo lo consente ci sono, oltre alla strada, anche i trenini a vapore che arrivano da Bretton Woods, a far gustare l’ebbrezza della montagna famosa in cambio di graditi dollari. Anche chi sale in auto (costo 36 $) può fregiarsi del titolo di aver “scalato” la montagna con un mezzo meccanizzato. All’interno di una busta contenente il CD con informazioni e istruzioni da ascoltare lungo la salita viene infatti consegnato un adesivo da incollare sull’auto con su scritto questa vettura ha scalato il Mt.Washington, cosa che in noi procura una cocente umiliazione rispetto alle nostre velleità escursionistiche. Purtroppo per ragioni di tempo siamo dovuti scendere a compromessi e ci siamo meritatamente guadagnati il titolo di “climbers automobilistici”: roba da essere espulsi dal CAI! Fra le costruzioni presenti in vetta si trovano anche due ex rifugi: uno è rivestito interamente di pietre fatta eccezione per le finestre, al fine di evitare che il vento lo portasse via, l’altro ha tre catene parallele che lo ancorano al suolo per gli stessi motivi. La zona è ricca di pietre, l’unica vegetazione resistente è l’erba che si insinua. Qualche centinaio di metri sotto la vetta si trovano dei pini nani, più in basso si finisce col tradizionale concerto di colori. Ritorniamo sulla US16 in direzione sud, a Jackson acquistiamo del prosciutto che rappresenterà la base di un morigerato pranzo, visitiamo la White Mount Cider Co. di Glen, una piccola azienda dedita alla produzione del sidro, con annesso un locale misto fra gastronomia e birreria. Rinunciamo alla Conway scenic railroad per imboccare direttamente la Kancamagus Scenic Byway (Foto2), la strada US112 che unisce Conway a Lincoln, per molti tratti quasi a formare un tunnel di alberi che spiovono dai lati della strada verso il centro, in una teoria multicolore. I viewpoint sono numerosi ma non fermarsi ogni 100 mt per una foto o una ripresa sembra un delitto: su tutti apprezziamo particolarmente le Sabbaday Falls e Lily Pond. Lincoln è la classica cittadina montana che vive di turismo borghese, niente di particolare se non i per resort contornati da splendidi prati e da un grazioso negozio dove si vendono unicamente decorazioni natalizie, ma in che quantità! Il Franconia Notch (notch in americano è sinonimo di passo) è quasi impercettibile dato lo scarso dislivello per scendere a Bretton Woods, mentre il sole incomincia a farsi sempre più basso fino a lambire le montagne. L’orario che va dalle 17 alle 18 è una magia, in quanto abbina i caldi colori del tramonto a quelli della foresta. Bretton Woods, non fosse che è passato alla storia per la conferenza del 1944 nella quale i maggiori economisti e politici mondiali hanno definito la struttura dell’economia moderna e la creazione del Fondo Monetario Internazionale, sarebbe solo una fra le tante mete di vacanza per la ricca borghesia americana. Invece il Mt Washington Hotel, già visto stamattina dal monte omonimo, merita di essere fotografato: sembra un castello uscito dai cartoni animati ma la sua storia trascorsa ha molto di reale e ben poco di fantastico. Lasciamo il New Hampshire, nel quale siamo entrati poco dopo Bethel, per il Vermont. Poco dopo il “confine” c’è l’immancabile visitor center con l’immancabile simpatico e competente informatore, che ci rifornisce di documentazione necessaria per i prossimi giorni e ci trova un hotel in zona tranquilla ed a condizioni accettabili, a Lyndon (nord di St. Johnsbury).

Lungo le strade sono frequenti i cartelli che invitano all’attenzione per evitare gli alci, purtroppo o per fortuna non ne abbiamo incontrati. Anche altri animali, quali orsi neri, linci, ecc non sono stati avvistati durante il viaggio, pur essendo molto frequenti in zona. E’ altrettanto vero che le strade sono abbastanza trafficate e che la colonizzazione umana è ben maggiore di quanto non sia nell’outback canadese. Si parla anche di sporadiche presenze di puma. In ogni caso i locali rimarcano come, essendo ormai privi di nemici, i selvatici proliferano nelle foreste del New England.

Quello che invece non manca sono le zucche (pumpkins), vera icona del paesaggio domestico e fedeli accompagnatrici lungo tutto il viaggio. A parte le enormi distese in vendita, ne sostano un paio sugli scalini d’ingresso di ogni casa, solitamente accompagnate da decorazioni, fantasmi, streghe e scheletri placidamente appollaiati sui fili del bucato o accoccolati sulle poltrone di fronte alla porta d’ingresso.

Tornando al foliage rileviamo come nel Maine la colorazione tenda essenzialmente al giallo mentre nel Vermont, a ragione chiamato lo Stato fiammeggiante, a prevalere sono intense macchie rossastre: il tutto fa da sfondo assolutamente ideale alle chiesette bianco candide dislocate nei vari paesi, sulle quali svetta aguzzo il campanile.


Molti ristoranti offrono pizza pasta ecc, chiaro retaggio della forte immigrazione italiana, mentre nel contempo si notano molti nomi di città di estrazione irlandese (Bangor, Dublin, ecc.) in una concezione ben più europea di quanto non accada nel Mid West o sulla costa pacifica.

Pernottamento: ST. JOHNSBURY - Maplewood Lodge




 

 

Day 5 : mar. 6 ottobre 2015

 

Il countryside del Vermont, Lake Champlain e di nuovo foliage nel Vermont

 

Il fresco notturno lascia spazio alla bruma mattutina che si solleverà svelando un leggera copertura nuvolosa. La giornata di oggi s’innesta fra le White Mountains di ieri le Green Mountains di domani, venendo dedicata ad attività naturalistico-culturali. Iniziamo dalla visita alla Goodrich Sugarhouse, un piccolo stabilimento di produzione dello sciroppo d’acero. Ci viene mostrato come si estrae e lavora questo alimento che rappresenta un simbolo della regione e di cui noi andiamo ghiotti.

Può essere utile spendere alcune parole in merito, trattandosi di attività del tutto sconosciuta nel nostro continente: la possibilità di estrarre linfa dall’acero venne scoperta dagli indiani e risale alla notte dei tempi. Gli europei si accorsero ben presto di questa risorsa naturale ed iniziarono a sfruttarla, dapprima praticando fori nell’albero dove inserivano una cannula attraverso la quale usciva il liquido che veniva raccolto in secchiello appeso al tronco. L’industrializzazione ha sostituito i secchielli con tubi in gomma che confluiscono ad un centro di captazione per raccogliere il prezioso liquido. Questo sistema velocizza l’operazione di raccolta evitando di dover andare nei boschi in una stagione fredda e sovente ancora innevata, che comunque richiede di avere sempre due mezzi a disposizione: cingolati o slitte. Infatti la linfa si estrae da inizio marzo a metà aprile, quando il delta di temperatura è elevato ed il tepore d’inizio primavera sui +8/10°C contrasta con le notti in cui gela ancora, facendo salire in tal modo la linfa nel tronco. Questa viene raccolta e, possibilmente, lavorata nella stessa giornata tramite ebollizione ed evaporazione; processo che dura mediamente cinque giorni. La resa nel passaggio da linfa a sciroppo è di uno a 40 litri. Lo sciroppo raccolto ad inizio stagione sarà più dolce e chiaro, mentre quello di aprile risulta essere più scuro e con un maggior livello di acidità. Assaggiando una dopo l’altra 4 varietà di sciroppo, si sentono marcatamente le differenze di approccio al palato e nel gusto. Pur esistendo 7 varietà di acero solitamente solo 4 vengono utilizzate per l’estrazione, in particolare si sfrutta il “sugar maple”. Le piante possono fornire linfa fino a 50/60 anni e vengono liberate da altra vegetazione in modo che possano crescere rigogliose. L’estrazione non danneggia gli alberi, anzi funge da stimolo paragonabile a quello dell’essere umano che dona il sangue. Il tutto viene regolato da legislazione apposita. I nostri interlocutori si stupiscono (e ce lo domandiamo anche noi) di come in Europa questa potenzialità non venga sfruttata, in quanto gli aceri sono leggermente differenti ma andrebbero bene per l’estrazione. E’ vero però che, non esistendo una regolamentazione dedicata si andrebbe incontro ad uno scempio di alberi, poi probabilmente occorrerebbe creare delle piantagioni specifiche in quanto in Europa l’acero si confonde con altri alberi nei boschi misti e le estensioni risultano conseguentemente ben più limitate di quelle nordamericane. Resta comunque il fatto che da noi non esiste la tradizione, nemmeno a livello di produzione amatoriale.

Questa interessante digressione ci porta ad avere un minimo di ritardo sulla tabella di marcia, anche oggi assai intensa: mentre procediamo nei pressi di Cabot, lungo una discesa incrociamo una vettura della polizia che fa una repentina inversione a U ponendosi in coda alla nostra. Anche se è ormai troppo tardi, rilascio il piede dall’acceleratore e procedo con scrupoloso rispetto dei limiti. Non appena la strada permette di accostare l’auto della polizia inizia a lampeggiare quasi fossimo in discoteca, non ci vuole molto intuito per capire che è ora di fermarsi in quanto la frittata è fatta. Dopo un paio di minuti scende una giovane agente di gradevole quanto cortese aspetto e mi chiede se ho idea del perché mi ha inseguito e fermato: non fatico a risponderle che verosimilmente avevo superato i limiti di velocità. Ad una sua spiegazione sul fatto che la velocità massima consentita nel Vermont è di 50 mph mentre io andavo ai 63, ritira i miei documenti e torna in macchina. In quegli interminabili momenti mi vedo davanti a qualche giudice, costretto a spiegare la mia infrazione, oltre ad immaginare l’ammontare della multa ed eventuali altre pene accessorie, il che manderebbe a rotoli il nostro fitto programma di visite. Quando scende, invece, la poliziotta mi rilascia invece un documento intestato “written warning” in cui viene descritta l’infrazione; me la sono cavata con un avvertimento ma sono stato segnalato alla centrale ed alla prossima eventuale infrazione verrò punito. Ringrazio per aver avuto solo un’ammonizione (la poliziotta accenna al fatto che dove ci siamo incrociati ero in discesa, pertanto più facile superare il consentito) e va da sé che per il prosieguo in questo Stato la mia attenzione a non violare i limiti di velocità da questo momento verrà rinforzata. Su strade strette per gli standard americani arriviamo allo Smugglers Notch, un colle posto in cima ad una valle incassata e ricoperta da fitta vegetazione. Scendendo verso sud ci si ferma per vedere alcune belle cascate (Bingham Falls e Moss Glen Falls) fino ad arrivare a Stowe, forse paragonabile in proporzione alla Cortina del New England. Fermo restando che fra Dolomiti ed Appalachi corre parecchia differenza, Stowe rappresenta il luogo per eccellenza di un turismo invernale benestante: in estate i prati della località si trasformano in scintillanti campi da golf per la vista e la visita di Newyorkesi, Bostoniani, ecc in cerca di refrigerio. Anche qui pullulano i resort ma ci sembra in modo più ordinato rispetto a quanto visto altrove, con un impatto ambientale decisamente più accettabile di quanto si veda solitamente in queste località. Proseguendo, a Waterbury visitiamo la locale Cider Mill dove c’è modo di vedere la pressatura delle mele e la loro trasformazione in sidro, quindi si va alla Ben&Jerry Ice Cream Factory, per partecipare ad una visita guidata del più famoso stabilimento produttore di gelati: una vera icona nel panorama delle gelaterie americane. Nonostante da alcuni anni sia stata acquistata dal gruppo Unilever ed abbia pertanto perso la sua dimensione familiare, la Ben&Jerry sottolinea l’attenzione nella scelta degli ingredienti, tanto dal punto di vista qualitativo che di compatibilità sociale. Oltre a vedere il processo di produzione, ci viene spiegato come gli acquisti vengano effettuati tenendo in considerazione le tematiche ambientali: accordi con gli allevatori locali per il latte, contratti con spiccato carattere “progressista” per l’approvvigionamento delle materie prime in Paesi in via di sviluppo. Poco distante dallo stabilimento si trova un cimitero con tanto di pietre tombali: su ognuna di esse ci sono i gusti di gelato che non vengono più prodotti… Chissà se il piacere del vintage ne ha mai provocato la resurrezione di alcuni. In fondo Halloween si trova a proprio agio nella regione.

Il meteo non ha mai rischiato di degenerare verso la pioggia, ma per gran parte della giornata siamo stati accompagnati da un velo di nuvole che si sono diradate lasciando spazio al sereno solo quando abbiamo raggiunto Burlington, sul lago Champlain (quello che viene chiamato il sesto fra i Grandi Laghi). Si tratta di una città universitaria dotata conseguentemente di un’atmosfera giovanile al tempo stesso in contrasto con la vita di parte degli abitanti; si vede parecchia gente vagare senza meta, segno evidente di malesseri sociali.

E’ curioso notare come in questa regione molti nomi di località abbiano chiara origine francese. Basti come esempio il nome della capitale del Vermont (e forse il nome dello Stato medesimo) che si chiama Montpelier, piuttosto che il lago Champlain: tutti appellativi originati dal tempo in cui questa zona faceva parte del Nordamerica francese, verso la metà del ‘700, di cui la memoria ci porta a ricordare gli scontri narrati nello splendido film L’Ultimo del Mohicani. Mentre il vicino Québec ha conservato un proprio orgoglio e autonomia francofona, da questa parte del confine le  popolazioni di origine francese si sono (o sono state) amalgamate nel melting pot statunitense e a ricordo delle loro radici restano solo i nomi sulle cartine geografiche, probabilmente nemmeno più i cognomi delle persone che avranno preferito/dovuto inglesizzarli.

Si rientra a Waterbury, ma solo per imboccare la panoramica US100 in direzione sud e tornare ad ammirare le distese di boschi in successione, mai uguali e sempre stupefacenti. Non soddisfatti, risaliamo la US125 in andata e ritorno per vedere il concerto serale di colori e non ci pentiamo di aver percorso altri 80 km. Ci accasiamo in uno splendido Inn di Rochester, simile ad una signorile dimora inglese, mentre l’adiacente Tavern è in stile decisamente americano e funge anche da punto d’incontro per il villaggio, oltre a sfornare ottimi piatti.

 

Pernottamento: ROCHESTER - Huntington House Inn

 

 




Day 6 : mer. 7 ottobre 2015

 

Green Mountain N.F.: bei paesaggi ma anche sciroppo d'acero e birrerie 

 

Ancora una volta si parte in un apogeo di colori, che si scopre man mano che la tenue nebbia presente si dissolve, lasciando intravedere un panorama incantato. E ancora una volta il sole torna a splendere illuminando quanto ci contorna. Il tutto non prima di abbondante colazione a base di uova, pancetta e frutta preparata in modo assai coreografico. Corriamo sempre sulla VT100 South, attraversando località sciistiche, verso Bridgwaters Corner per la visita alla birreria Long Trail. E’ una fra le più famose della zona ed offre la possibilità di capire come viene prodotta ed imbottigliata la bevanda. Facciamo un minimo di rifornimento alimentare da consumare durante il pranzo e ci dirigiamo a Woodstock, altro villaggio gradevole, ornato da molti fiori e nei cui dintorni si trova un bel ponte coperto. Il Vermont è ricco di questi ponti, tanto da farne una vera icona. Alcuni sono decisamente belli, decorati e verniciati a tinte vivaci, rappresentando una caratteristica del paesaggio, altri lasciano abbastanza a desiderare per la loro semplicità. Di certo in passato servivano tutti ad impedire spesse quanto pericolose formazioni di ghiaccio.

La Quechee Gorge è una stretta gola solcata da un impronunciabile torrente con nome indiano ed attraversata dalla US4; percorriamo i sentieri a monte e a valle della strada per un tratto complessivo non inferiore ai 2 km., per scoprire che la vista migliore si ha dal ponte sul quale corre la trafficata statale.

Verso l’ora di pranzo capitiamo alla Sugarbush Cheese & Maple Syrup Farm, che richiede una deviazione di qualche miglio a nord di Woodstock. Oltre alla visita al luogo di produzione dello sciroppo, possiamo fare il picnic ad un tavolo posto nelle vicinanze della farm con Jack, formaggio locale avvolto nella cera come tutti gli altri, e birra acquistata alla Long Trail. Non si può chiedere di più, del resto il mare non è vicino e qui gli astici non sono di casa. Intorno all’azienda è stata allestita una passeggiata nel bosco di aceri (dove è stato lasciato il sistema di tubicini per la raccolta a titolo didattico) che percorriamo anche come “digestivo”. Alcuni cartelli ed una chiacchierata con il disponibile personale della Mill ci consentono d’integrare la nostra cultura in materia. Gli allevamenti sono a grande maggioranza di bovini, che vanno via via sostituendo gli ovini. Esistono inoltre apprezzabili formaggi di capra. A rischio di sembrare monotoni, rimarchiamo ancora una volta le splendide colorazioni della foresta mentre rientriamo sulla US100 per immergerci nella parte meridionale delle Green Mountain, con le innumerevoli fermate fotografiche. Anche se vengono definite montagne, per le nostre abitudini sarebbe più proprio definirle colline un po’ cresciute. A Londonderry (ma non siamo nell’Irlanda del Nord) deviamo sulla US30 per Manchester a vedere la parte orientale della National Forest. Anche qui troviamo paesini ordinati, nei quali il livello di vita dev’essere più che decoroso. Alle 16 chiude la strada che porta al monte Equinox per la salita in auto, arriviamo tardi e ce ne faremo una ragione; il sentiero non chiude ma la notte ci avrebbe colto prima della discesa. Ancora un paio di ponti coperti e, attraversando Bennington, raggiungiamo le Berkshire Hills a Williamstown (ormai nuovamente nel Massachusetts) e ci dirigiamo ulteriormente a sud fino a Pittsfield, ma la città ci risulta essere troppo grande. Noi, ormai abituati al fatto che il colore verde-giallo-rosso debba essere quello delle foglie piuttosto che dei semafori, rientriamo di qualche miglio per stabilire dimora in un piacevole motel, non prima però di aver cenato al Bob’s Country Kitchen, mancava solo Fonzie e poi si sarebbe potuta girare una puntata di Happy Days!

 

Pernottamento: PITTSFIELD - The Watervane Motel

 

 


 

 

Day 7 : gio. 8 ottobre 2015

 

Mohawk Trail: un antico sentiero indiano divenuto statale - La costa del Connecticut e Rhode Island

 

Risaliamo una decina di miglia per ritornare a Williamstown e da lì intraprendere il Mohawk Trail. Il trail in realtà è la US2, costruita dove un tempo correva il sentiero indiano per superare i rilievi verso ovest. Strada di 63 miglia che ci portano fino a Greenfield. Il paesaggio non è mozzafiato come sulle altre strade percorse in precedenza, considerando anche il fatto di essere in una zona meno montana, ma ci sono dei punti in cui la tappa è più che meritata. Iniziamo dal Natural Bridge State Park, con bella cascata che scende su un velluto marmoreo. Proseguendo spicca in particolare il ponte, questa volta scoperto, di Shelburne Falls. E’ un passaggio pedonale (Foto2) circondato da un vero giardino botanico, perfettamente fiorito, nonostante la stagione. Pur non rappresentando una meta turistica di rilievo, restiamo ammirati di come con poco si possa ottenere così tanto in termini di bellezza, fermo restando lo sfondo non comune. Il meteo favorevole che mette in risalto il cobalto del torrente sottostante gioca un ruolo importante per ottenere il quadro complessivo. Anche lungo il trail non mancano villaggi di origine francese come Charlemont o Savoy. Proprio a Charlemont rendiamo omaggio ad un monumento al passato, ovvero l’Hail to the Sunrise, statua rappresentante un Mohawk nella sua espressione di saluto al sole e nel contempo omaggio alla popolazione indiana falcidiata dalla colonizzazione. Turners Falls merita una breve sosta lungo il fiume Connecticut nel punto in cui si trova la diga e l’annessa scala che permette la risalita dei salmoni (che avviene verso il mese di maggio). A Greenfield salutiamo il countryside e prendiamo la Interstate 91 South, anch’essa comunque bordata dai vivaci colori autunnali. Dopo una corsa di 170 km giungiamo a New Haven, nel Connecticut. In realtà la cittadina non ha molto da mostrare al di fuori del rinomato campus di Yale. A ben vedere, anche questo non mostra poi edifici che da soli valgano questa visita, ci troviamo nella solita cittadina universitaria resa gradevole dall’aria giovanile. Molti i locali frequentati dagli studenti, che per potersi laureare qui devono sborsare fior di soldi; ma è il prezzo che si paga per avere l’eccellenza. In qualche modo non distante da quanto vedremo domani nell’ancor più nota Harvard. Non paghi della giornata voltiamo la prua verso est per dirigerci sulla Highway 95 verso Newport, con un tratto intermedio percorso sulla statale onde ammirare meglio il paesaggio. L’autostrada corre nell’entroterra in parallelo alla costa in una regione balneare che da sempre attrae la crema delle grandi città statunitensi. Pertanto nella zona vi è uno sfoggio di ville abnormi, rese ancor più  voluttuarie se si considera che venivano usate per poche settimane all’anno, ma nell’epoca d’oro del capitalismo USA rappresentavano uno status symbol. I pronipoti di Rockfeller e Vanderbilt oggi scelgono mete più esotiche per trascorrere il loro tempo libero, mentre i loro avi vissuti nell’800 disponevano di ben altri mezzi di trasporto ed avere una riviera a portata di mano significava un grosso vantaggio. In effetti Long Island si trova proprio di fronte a New Haven, mentre New York dista appena qualche decina di km. E’ così che arrivati a Newport al calar del sole ci precipitiamo lungo un sentiero denominato Cliff Walk, sul cui lato sinistro c’è la scogliera scoscesa verso il mare e su quello destro le mega ville oggi trasformati in musei o residenze di soggiorno. Mentre il tramonto regala splendide viste su angoli già di per sé incantevoli percorriamo l’intero tratto di 6 km e ritorniamo indietro ormai con il favore delle tenebre. Non resta che recuperare l’auto rimasta sola nel parcheggio di fronte alla spiaggia e spingerci di qualche miglio verso l’interno alla ricerca di cena e pernottamento. La prima sarà una vera delizia: alla reception dell’hotel ci viene consigliato un locale seminascosto dove mangiare dell’ottimo pesce. In realtà si tratta di pescheria con ristorante annesso. Si ordina all’ingresso guardando un menu accompagnato da foto esemplificative che scorrono  su uno schermo digitale TV, ci si va a sedere e dopo pochi minuti inizia la festa, prima per gli occhi e dopo per il palato!. Condividiamo un grosso astice e poi esagero con un fritto misto di dimensioni epocali (l’atlantic salmon sarà invece più leggero). Fermo sulla regola che il cibo va consumato, mi troverò a trascorre una notte ricca di emozioni oniriche. Esperienza comunque positiva anche se meglio non ripeterla tutte le settimane.

 

Pernottamento: NEWPORT/MIDDLETOWN - Travelodge

 

 


 

Day 8 : ven. 9 ottobre 2015

 

Cape Cod, dimore della borghesia metropolitana immerse nel verdeazzurro della natura marina 

 

Siamo nel Rhode Island, lo Stato più piccolo d’America ma anche uno dei più attivi con il suo cuore pulsante a Newport.

Sebbene la meta di oggi sia Cape Cod che si trova ad est, dobbiamo puntare verso nord fino a Providence (la capitale) per qualche decina di km ed aggirare la baia. Cape Cod è un’isola collegata alla terraferma da due plastici ponti e assume la forma di un braccio rialzato (come Braccio di Ferro per intenderci). Con altre località della costa meridionale del New England rappresenta une delle mete classiche preferite dal jet set, ma dev’essere un posto molto gradevole  anche per viverci buona parte dell’anno. L’ambiente ha un ché di tropicale, con villette e resort disposti lungo le vie dei villaggi, un traffico assai lento, in un alternarsi con zone dove la foresta rappresenta l’unico elemento. In mezzo scorrono due strade principali bordate sui lati da cortine di alberi, a far da protezione. Arriviamo a Falmouth per spingerci fino al capo estremo di Woods Hole, bello il porticciolo ed il faro. Ci soffermiamo per un attimo in silenzio di fronte alla lapide posta alla memoria di Neilie Anne Heffernan, una ragazza che non abbiamo conosciuto ma alla quale ci sentiamo legati come se fossimo stati amici da sempre. Una ragazza persa nel crollo e nella polvere dell’11 settembre. In questo contesto e contrasto fra una natura benigna e un umano maligno, leggiamo una frase ispirata al suo matrimonio. Di lei, colpevole solo di essersi trovata al momento sbagliato nel luogo sbagliato, resta solo una stele dove aveva fatto il servizio fotografico delle nozze. Proseguiamo in qualche modo per poi visitare Hyannis sulla cui Ocean Rd si trova il John F. Kennedy Memorial e il Korean Veterans Memorial. Entrambi interessanti per quanto non imperdibili. Riprendiamo la Main Rd ricca di negozi. La US28 resta trafficata nonostante non sia estate, possiamo immaginare cosa succeda nei mesi caldi. E’ comunque piacevole percorrerla in quanto mai monotona. Le casette sono diverse fra di loro e sempre degne di un’occhiata, soprattutto da parte di chi non guida. E’ curioso rilevare che su molte case le persiane sono fissate contro la parete ed hanno un’unica funzione decorativa. Appare chiaro come l’economia locale graviti sul tempo libero (hotel, ristoranti, centri di manutenzione e riparazione dei natanti, ecc.). Una caratteristica comune un po’ a tutto il New England è rappresentata dalle case circondate, e pertanto oscurate, da alberi ad alto fusto. Viene spontaneo chiedersi come sia possibile una simile scelta, che sembra essere più un’esigenza per ripararsi da possibili tempeste: resta il fatto che il sole entra poco ed occorre accendere la luce ben prima che faccia buio. Pranzo letteralmente sull’oceano in prossimità del porto di Chatham, dove solerti pescatori stanno scaricando barche colme di pesci; intorno le foche danzano nell’acqua in attesa di qualche brandello per uno spuntino. Chiediamo ad alcuni avventori come si chiama il genere di pescato: ci viene detto trattarsi di Dog Fish, pescecani tradotto letteralmente, o mini squali. Guardando poi su internet sembra trattarsi proprio di questa razza, evidentemente commestibile. I pesci vengono spostati dal fondo del peschereccio su un montacarichi e da qui rovesciati dentro enormi cartoni intervallati da palate di ghiaccio. Non volendo cercare esperienze diverse, ci rechiamo nell’adiacente pescheria/ristobar e ci facciamo preparare le ultime lobster rolls del nostro viaggio. Un astice tagliato a pezzetti viene inserito nel panino caldo, che consumiamo su un tavolo nei pressi. A questo punto la 28 si congiunge alla US6 in quanto l’isola si restringe e porta a Provincetown, nell’ultimo lembo del braccio. Prima però rendiamo visita al punto dal quale Guglielmo Marconi stabilì il contatto con l’Europa; sul luogo era stato eretto un monumento che l’oceano si è portato via. Infatti, la spiaggia che sembra arrivare al mare ad un certo punto precipita per qualche metro, da lì inizia un breve bagnasciuga, poco oltre c’è l’Atlantico, oltre ancora l’Europa che Marconi unì al Nuovo Continente per la prima volta proprio da questo punto. Era il 1903 quando il nostro compatriota stabilì quella che oggi chiameremmo una connessione wireless. Provincetown, oltre a essere luogo prediletto per la convivenza fra coppie dello stesso sesso e personaggi alternativi in genere, è anche una caratteristica cittadina fissata sul punto estremo della penisola. Anche solo percorrendo la Commercial Str. in macchina si intuisce subito la stravaganza del luogo, il suo anticonformismo sobrio, perfino simpatico. Essere qui non significa trovarsi alla fine del mondo, è solo un eremo battuto dal turismo e dai venti. Così come nel Maine, non mancano i negozi di antichità, tanto da chiederci come facciano a sopravvivere anche nelle stagioni più tranquille e fredde. Ma tant’è, ed oggi (un venerdì d’inizio ottobre) non troviamo nemmeno un parcheggio. Quelli privati costano fino a 20$ per un’ora e purtroppo a noi sono rimasti i 20$ ma non l’ora di tempo. Poco oltre, immersi fra le dune e lunghi fili d’erba ondeggianti, il mare incontra l’oceano in un mistero di luce chiara da far strizzare gli occhi. Adesso dobbiamo proprio rientrare, perché ci siamo anche spinti oltre, fin sulla costa settentrionale per respirare la forte brezza atlantica mentre il cielo si copre. Ripercorriamo l’isola sull’unica l’unica strada nel suo primo tratto, deviando sulla 6A per Brewster (niente di ché) e per Sandwich, non tanto per rendere omaggio al nome quanto per vedere il laghetto e lo storico mulino risalente alla metà del ‘600. A questo punto è ora di fare in fretta, dobbiamo arrivare nei dintorni di Boston è c’è ancora da vedere Plymouth, famosa per essere stato il punto di sbarco dei Padri Pellegrini nel 1620 e pertanto figura come primo insediamento stabile di Europei in terra americana. Molta evidenza viene data ad un’insignificante pietra situata sul luogo dove si dice che sbarcarono, mentre una copia della Mayflower è attraccata al vicino porticciolo. Giusto il tempo per vedere i residui storici dai quali è nata l’avventura americana ed inizia a piovere a dirotto. Facciamo un giro in centro dove l’attenzione è più a ripararci dalla pioggia che a guardarci attorno e, quando rientriamo alla macchina siamo ormai fradici. Il nubifragio prosegue anche sulle highway che ci portano in hotel: dobbiamo stare concentrati, dacché circolare di notte, con la pioggia e in mezzo ad una popolazione di rampanti corridori risulta essere un’esperienza poco rilassante. L’arrivo nel comodo hotel di Franklin ci ristora dalle fatiche, suite di un lusso perfino inusitato rispetto alle nostre morigerate abitudini. Ma il venerdì sera gli hotel situati zone con clientela business cedono facilmente al compromesso coi turisti, booking fa il resto. Le inclinazioni non sono altrettanto morigerate invece sul tema gastronomico: al Joe’s American Bar & Grill gustiamo la zuppa di pesce su cui spicca una coda di astice, roba da lasciarci deliziati e rimpiangere che questa sarà l’ultima cena del viaggio, innaffiata da un paio di ottime birre locali. Il tutto ci viene servito da un simpatico cameriere col quale ci intratteniamo a chiacchierare. Apprendiamo come a Boston il clima sia mitigato dall’Atlantico, nonostante gli ultimi due inverni siano stati assai freddi e nevosi (hanno contato fino a 9 piedi = 2,75 mt), mentre la vita costa molto rispetto agli introiti. Che l’America non fosse Paese per poveri l’avevamo intuito fin dall’inzio.

 

Pernottamento: FRANKLIN - Hawthorn Hotel

 

 


 

 

Day 9 : sab. 10 ottobre 2015

 

Boston: riuscito melting pot fra antico e moderno. Le origini di una nazione ed il suo sviluppo

 

La vasta periferia di Boston richiede ¾ d’ora sull’Highway per raggiungere la prima destinazione odierna: Cambridge, ovvero Harvard, dove il primo è il nome della cittadina che ospita la famosa università in una coincidenza per nulla casuale. Anche qui nulla di appariscente, la vita scorre tranquilla nei campus con giovani di ricca estrazione un pò ovunque che girano senza fretta. Del resto la retta di 30.000$/annui non è alla portata di tutti. Riprendiamo la macchina e siamo ormai a Boston, parcheggiamo presso un distributore dalle parti della Trinity Church che “offre” posti auto a soli 20$/giorno, mentre altri nella zona raggiungono anche i 40$. Da qui iniziamo la visita della metropoli andando a vedere l’interno della Trinity. La curiosità maggiore consiste nel vedere il neoromanico luogo di culto contornato da grattacieli rivestiti da facciate in vetro sulle quali si riflette la piccola chiesa, in un contrasto che non è solo fra antico e moderno ma che oppone anche il materiale allo spirituale e oltre ancora. Proseguiamo sulla Boylston Str. e, partendo dal Public Garden andiamo ad iniziare il Freedom Trail lungo 4 km, dal quale per la verità ci distacchiamo quasi subito per percorrere un altro circuito, il Black Heritage Trail (peraltro di relativo interesse) che ci porta in un ex quartiere nero negli anni in cui Boston rappresentava l’avanguardia americana contro la schiavitù. Ritornati sull’originario circuito del Freedom partiamo da Beacon Hill dove svetta la cupola dorata della State House, che sulle prime scambiamo per una moschea. La città sembra quasi conformata per il percorso segnato per terra da una linea rossa a guidare i turisti. A seguire vediamo:

- Old State House, anch’essa minacciosamente attorniata da grattaceli che la cingono in un’irreale ombra illuminata dal riflesso dei vetri;

- Luogo del massacro, perpetrato dai soldati inglesi nel 1770 ai danni della popolazione;

- Fanheuil Hall

- Attraversiamo il Rose Kennedy Greenway, larga striscia di verde creata nel luogo lasciato libero da un tratto di autostrada urbana interrato alcuni anni fa.

- Little Italy nel North End

- Dog Tag Garden Memorial a ricordo dei caduti delle guerre d’Afghanistan e Iraq, in prossimità della Old North Church; per ognuno di loro esiste una targhetta con inciso il nome (simile a appunto a quelle dei cani). Da qualunque angolatura si voglia vedere la cosa, resta il fatto che molte giovani vite sono state spezzate in modo cruento e, verrebbe da aggiungere, anche inutile.

- Copp’s Hill Burying Ground, storico cimitero cittadino

Attraversiamo la baia per raggiungere:

- Fregata USS Constitution, costruita nel 1797, la cui armatura in legno di quercia riusciva perfino a respingere le cannonate. Qui veniamo attentamente controllati e lo zainetto viene passato al metal detector: l’antica nave è di proprietà della Marina Militare e la prudenza è d’obbligo.

- Bunker Hill Monument, obelisco al cui interno si trova una scala a chiocciola che con 294 scalini consente di arrivare a vedere l’intera città. La coda all’interno della stretta scala non è certo il meglio per chi soffre di claustrofobia

Da sempre sosteniamo che se si vogliono vedere le città storiche conviene rimanere in Europa o andare in Asia, ma Boston è in grado di far cambiare idea. Non dobbiamo aspettarci reperti millenari, tuttavia il materiale da osservare non manca affatto.

Chiuso il Trail, usciamo per vedere il Waterfront in un pullulare umano tipico di ogni sabato pomeriggio cittadino. Anche a Boston i vecchi docks sono stati trasformati in edifici residenziali e palazzine di uffici di lusso, ben integrati senza stravaganze. Attraversando il Financial District raggiungiamo Chinatown. Caratteristica come il quartiere cinese di altre città, ma niente di comparabile ad esempio con San Francisco. E’ ormai tardi, la nostra corsa sta per finire e la stanchezza di chi ha fatto tutto il possibile per vedere e mandare in memoria quanto ci è apparso dinanzi inizia a farsi sentire: spendiamo gli ultimi momenti in un ristorante vietnamita che ci riporta indietro di qualche anno. Andiamo a recuperare l’auto, mentre costeggiamo un parco cittadino dove un gruppo di anatroccoli attraversa l’acqua dello stagno. Anche se in volo e non con ali proprie ci accingiamo anche noi ad attraversare lo stagno chiamato Oceano Atlantico. Ma prima ancora due passi per vedere Fenway Park: non un parco come lo intendiamo noi, bensì lo stadio in cui giocano i mitici Red Sox,. Robe da brividi trovarsi di fronte ad un simile monumento, solo capire qualcosa di baseball…

A questo punto è veramente finita, ci dirigiamo con buon margine all’aeroporto, dove prima di partire rendiamo omaggio al 9/11 Memorial. Non bisogna dimenticare che i due aerei esplosi dentro le torri gemelle partirono proprio dal Logan Airport di Boston ed è struggente pensare che siamo sugli stessi passi di quelle vite che 14 anni fa sono passate di qui e sarebbero rimaste tali ancora per poco. Nessun perdono è possibile né è dovuto, il ricordo per loro è invece doveroso. Peccato che il Memorial sia abbastanza nascosto e pochi sanno dove si trova. Quando siamo ormai a pochi metri e chiediamo indicazione ad un tassista in sosta davanti allo Sheraton questo non sa nemmeno di quale monumento stiamo parlando. Gli auguriamo di non prendere l’aereo sbagliato, un giorno.

 

 

 

COMMENTI:

La ricchezza fine e civile che si vede in molte case, ben distanti dallo sfarzo ostentato delle ville di Newport finisce comunque per creare un contrasto con altre tipologie abitative lasciate in decadenza. Si conferma da questo punto di vista lo stereotipo americano che vede opposte situazioni, dove la middle class di stampo europeo stenta a trovare spazio. Una prova di ciò sono i frequenti negozi dell’usato. Accanto a pezzi vintage ed ancora utilizzabili a fine decorativo dopo una ripulita e verniciatura, esiste un altro genere di mercanzia più adatta ad una clientela con pochi soldi in tasca. In sostanza, si tratta di rigattieri che espongono in cortile quanto raccattato in giro. Il lavoro in generale non manca: ovunque si trovano cartelli con su scritto help wanted, soprattutto in locali commerciali, ma probabilmente le paghe non sono sufficienti a generare quel minimo di ricchezza per creare uno strato sociale medio. Quello che invece non manca sono le bandiere americane, praticamente una di fronte ad ogni casa. Perfino nei verdi cimiteri in cui spicca il grigio delle pietre tombali, in molti casi si vedono bandierine a stelle e strisce. Non abbiamo modo di verificare se si trattasse di soldati periti in servizio oppure di persone con un buon senso patriottico. Resta il fatto che se ne vedono molte.

In generale, il carattere dell’uomo della strada americano è molto distante dallo stereotipo che ne abbiamo in Europa. Forse l’epica cinematografica del cow boy piuttosto che del gangster unite alla politica che vuole gli USA impersonare il ruolo di arrogante gendarme del mondo, tende a portaci ad avere una concezione distorta del cittadino comune. Già in occasione di altri viaggi era capitato d’incontrare un sistema di relazioni civili da impressionare favorevolmente, un marcato rispetto verso il prossimo evidenziato da attenzioni a non creare disturbo o molestia alcuna. Non solo, la gente si presenta molto disponibile ad aiutare chi ha bisogno anche solo di un’informazione, senza spinte passionali, ma con un concretezza finalizzata a risolvere il problema. In questo si vede anche la mano pubblica: come esempio basti l’attenzione dedicato ai portatori di handicap, con parcheggi, abbattimento di barriere architettoniche e quant’altro possa agevolarne il movimento; la prevenzione degli incidenti stradali poi, è quasi maniacale. L’impressione è che questo nasca da una rigorosa educazione ricevuta a scuola e in famiglia, tale da far apparire gli atteggiamenti quasi professionali. I paesini del New England sono ben distanti da certi quartieri metropolitani, ma nei nostri quartieri (metropolitani o non) il modo di relazionarsi rimane ben diverso.