Day 8 : ven. 9 ottobre 2015

 

Cape Cod, dimore della borghesia metropolitana immerse nel verdeazzurro della natura marina 

 

Siamo nel Rhode Island, lo Stato più piccolo d’America ma anche uno dei più attivi con il suo cuore pulsante a Newport.

Sebbene la meta di oggi sia Cape Cod che si trova ad est, dobbiamo puntare verso nord fino a Providence (la capitale) per qualche decina di km ed aggirare la baia. Cape Cod è un’isola collegata alla terraferma da due plastici ponti e assume la forma di un braccio rialzato (come Braccio di Ferro per intenderci). Con altre località della costa meridionale del New England rappresenta une delle mete classiche preferite dal jet set, ma dev’essere un posto molto gradevole  anche per viverci buona parte dell’anno. L’ambiente ha un ché di tropicale, con villette e resort disposti lungo le vie dei villaggi, un traffico assai lento, in un alternarsi con zone dove la foresta rappresenta l’unico elemento. In mezzo scorrono due strade principali bordate sui lati da cortine di alberi, a far da protezione. Arriviamo a Falmouth per spingerci fino al capo estremo di Woods Hole, bello il porticciolo ed il faro. Ci soffermiamo per un attimo in silenzio di fronte alla lapide posta alla memoria di Neilie Anne Heffernan, una ragazza che non abbiamo conosciuto ma alla quale ci sentiamo legati come se fossimo stati amici da sempre. Una ragazza persa nel crollo e nella polvere dell’11 settembre. In questo contesto e contrasto fra una natura benigna e un umano maligno, leggiamo una frase ispirata al suo matrimonio. Di lei, colpevole solo di essersi trovata al momento sbagliato nel luogo sbagliato, resta solo una stele dove aveva fatto il servizio fotografico delle nozze. Proseguiamo in qualche modo per poi visitare Hyannis sulla cui Ocean Rd si trova il John F. Kennedy Memorial e il Korean Veterans Memorial. Entrambi interessanti per quanto non imperdibili. Riprendiamo la Main Rd ricca di negozi. La US28 resta trafficata nonostante non sia estate, possiamo immaginare cosa succeda nei mesi caldi. E’ comunque piacevole percorrerla in quanto mai monotona. Le casette sono diverse fra di loro e sempre degne di un’occhiata, soprattutto da parte di chi non guida. E’ curioso rilevare che su molte case le persiane sono fissate contro la parete ed hanno un’unica funzione decorativa. Appare chiaro come l’economia locale graviti sul tempo libero (hotel, ristoranti, centri di manutenzione e riparazione dei natanti, ecc.). Una caratteristica comune un po’ a tutto il New England è rappresentata dalle case circondate, e pertanto oscurate, da alberi ad alto fusto. Viene spontaneo chiedersi come sia possibile una simile scelta, che sembra essere più un’esigenza per ripararsi da possibili tempeste: resta il fatto che il sole entra poco ed occorre accendere la luce ben prima che faccia buio. Pranzo letteralmente sull’oceano in prossimità del porto di Chatham, dove solerti pescatori stanno scaricando barche colme di pesci; intorno le foche danzano nell’acqua in attesa di qualche brandello per uno spuntino. Chiediamo ad alcuni avventori come si chiama il genere di pescato: ci viene detto trattarsi di Dog Fish, pescecani tradotto letteralmente, o mini squali. Guardando poi su internet sembra trattarsi proprio di questa razza, evidentemente commestibile. I pesci vengono spostati dal fondo del peschereccio su un montacarichi e da qui rovesciati dentro enormi cartoni intervallati da palate di ghiaccio. Non volendo cercare esperienze diverse, ci rechiamo nell’adiacente pescheria/ristobar e ci facciamo preparare le ultime lobster rolls del nostro viaggio. Un astice tagliato a pezzetti viene inserito nel panino caldo, che consumiamo su un tavolo nei pressi. A questo punto la 28 si congiunge alla US6 in quanto l’isola si restringe e porta a Provincetown, nell’ultimo lembo del braccio. Prima però rendiamo visita al punto dal quale Guglielmo Marconi stabilì il contatto con l’Europa; sul luogo era stato eretto un monumento che l’oceano si è portato via. Infatti, la spiaggia che sembra arrivare al mare ad un certo punto precipita per qualche metro, da lì inizia un breve bagnasciuga, poco oltre c’è l’Atlantico, oltre ancora l’Europa che Marconi unì al Nuovo Continente per la prima volta proprio da questo punto. Era il 1903 quando il nostro compatriota stabilì quella che oggi chiameremmo una connessione wireless. Provincetown, oltre a essere luogo prediletto per la convivenza fra coppie dello stesso sesso e personaggi alternativi in genere, è anche una caratteristica cittadina fissata sul punto estremo della penisola. Anche solo percorrendo la Commercial Str. in macchina si intuisce subito la stravaganza del luogo, il suo anticonformismo sobrio, perfino simpatico. Essere qui non significa trovarsi alla fine del mondo, è solo un eremo battuto dal turismo e dai venti. Così come nel Maine, non mancano i negozi di antichità, tanto da chiederci come facciano a sopravvivere anche nelle stagioni più tranquille e fredde. Ma tant’è, ed oggi (un venerdì d’inizio ottobre) non troviamo nemmeno un parcheggio. Quelli privati costano fino a 20$ per un’ora e purtroppo a noi sono rimasti i 20$ ma non l’ora di tempo. Poco oltre, immersi fra le dune e lunghi fili d’erba ondeggianti, il mare incontra l’oceano in un mistero di luce chiara da far strizzare gli occhi. Adesso dobbiamo proprio rientrare, perché ci siamo anche spinti oltre, fin sulla costa settentrionale per respirare la forte brezza atlantica mentre il cielo si copre. Ripercorriamo l’isola sull’unica l’unica strada nel suo primo tratto, deviando sulla 6A per Brewster (niente di ché) e per Sandwich, non tanto per rendere omaggio al nome quanto per vedere il laghetto e lo storico mulino risalente alla metà del ‘600. A questo punto è ora di fare in fretta, dobbiamo arrivare nei dintorni di Boston è c’è ancora da vedere Plymouth, famosa per essere stato il punto di sbarco dei Padri Pellegrini nel 1620 e pertanto figura come primo insediamento stabile di Europei in terra americana. Molta evidenza viene data ad un’insignificante pietra situata sul luogo dove si dice che sbarcarono, mentre una copia della Mayflower è attraccata al vicino porticciolo. Giusto il tempo per vedere i residui storici dai quali è nata l’avventura americana ed inizia a piovere a dirotto. Facciamo un giro in centro dove l’attenzione è più a ripararci dalla pioggia che a guardarci attorno e, quando rientriamo alla macchina siamo ormai fradici. Il nubifragio prosegue anche sulle highway che ci portano in hotel: dobbiamo stare concentrati, dacché circolare di notte, con la pioggia e in mezzo ad una popolazione di rampanti corridori risulta essere un’esperienza poco rilassante. L’arrivo nel comodo hotel di Franklin ci ristora dalle fatiche, suite di un lusso perfino inusitato rispetto alle nostre morigerate abitudini. Ma il venerdì sera gli hotel situati zone con clientela business cedono facilmente al compromesso coi turisti, booking fa il resto. Le inclinazioni non sono altrettanto morigerate invece sul tema gastronomico: al Joe’s American Bar & Grill gustiamo la zuppa di pesce su cui spicca una coda di astice, roba da lasciarci deliziati e rimpiangere che questa sarà l’ultima cena del viaggio, innaffiata da un paio di ottime birre locali. Il tutto ci viene servito da un simpatico cameriere col quale ci intratteniamo a chiacchierare. Apprendiamo come a Boston il clima sia mitigato dall’Atlantico, nonostante gli ultimi due inverni siano stati assai freddi e nevosi (hanno contato fino a 9 piedi = 2,75 mt), mentre la vita costa molto rispetto agli introiti. Che l’America non fosse Paese per poveri l’avevamo intuito fin dall’inzio.

 

Pernottamento: FRANKLIN - Hawthorn Hotel