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Ancora una volta il destino è stato benevolo, offrendo in sorte il viaggio che mi appresto a narrare, tentando di trovare gli aggettivi giusti per rendere quanto i miei occhi hanno avuto la fortuna di vedere. Immagini e parole non riescono a raggiungere la perfezione dei paesaggi incontrati, l’armonia dei loro colori e la forza unita all’immensità di quanto mi sono trovato di fronte. Ciò nonostante farò il possibile per trasmettere alla tastiera le stesse emozioni cui sono stato reso partecipe e testimone. Cercherò di raccontare queste memorie innanzitutto per me stesso. Per quando un domani, l’età o la malattia, certo non la volontà, mi impediranno di cercare la Natura nei luoghi dove essa offre il meglio di sé stessa. Quando anche non potessi più ricordare, mi bastino gli occhi per leggere e la mente per collegare gli istanti di magia che la Natura benigna ha voluto donarmi, e possano farmi rivivere i bei giorni vissuti in Patagonia.

 


     Day 1: lun. 20 dicembre 2010

L'arrivo a Buenos Aires

Anche quest’anno il maltempo ha deciso di ostacolare il viaggio dei turisti natalizi. Il nord Europa è attanagliato da neve e gelo, cosa che ha richiesto la chiusura di diversi scali con ripercussioni un po’ ovunque. Da Torino raggiungiamo Madrid con mezz’ora di ritardo, ma non ci sono problemi ed arriviamo in tempo per la coincidenza su Buenos Aires, con circa un’ora di ritardo, che manterrà fino alla fine. L’unico brivido lo viviamo al momento dell’arrivo all’aeroporto di Buenos Aires, quando l’Airbus 340-600 dell’Iberia al momento di atterrare è costretto ad una repentina risalita. Mancavano poche decine di centimetri al contatto col suolo e vedevamo l’aereo continuare a correre “nell’aria” in attesa di un contatto col suolo che non avveniva mai. Dopo alcuni eterni secondi, le luci dell’aeroporto che ormai erano alla nostra altezza tornano ad allontanarsi e l’aereo riprende nuovamente quota per un ulteriore giro sulla città. Il comandante ci informa che c’era traffico sulla pista e l’atterraggio era pertanto impossibile. Non sappiamo se la spiegazione sia tranquillizzante per il pericolo scampato o allarmante per il rischio corso. E’ comunque difficile rendersi conto di quanto sia realmente accaduto. Certo è che se un velivolo da 350 tonn. è costretto ad un nuovo decollo qualcosa di significativo dev’essere successo. Il secondo atterraggio avviene stavolta nel totale rispetto delle regole e scendiamo dall’aereo quando in Italia sono ormai le 2 del mattino, stanchi sì, ma per nulla assonnati!!

Le guide che abbiamo letto in preparazione al viaggio ci avvertivano di prestare particolare attenzione a Buenos Aires, città rischiosa in termini di borseggi ed inganni in ordine sparso. In effetti, come in ogni capitale latina, fuori dall’aeroporto di Ezeiza incontriamo ogni genere di umanità. Ma forse il peggio lo si incontra prima di uscire dall’edificio: pochi funzionari al controllo dei passaporti con una farraginosità burocratica tipica dei Paesi latini allungano i tempi per espletare le formalità dell’immigrazione, cambi sfavorevoli e tariffe di trasporto elevate per chi non conosce le abitudini,mettono immediatamente in guardia di quanto si debba restare con le antenne diritte. Tutto sembra essere messo lì proprio accalappiare gli stanchi viaggiatori appena sbarcati.

Sono ormai le 23 quando andiamo a prendere un taxi, di quelli ufficiali (giallo neri), prenotandolo in un box che ci offre la sicurezza di essere recapitati a destino ma pagando qualche pesos in più. In futuro prenderemo ogni genere di taxi, senza prenotazione, purché abbiano le insegne dell’ufficialità. Il taxista ha origini bergamasche e ci offre una prima panoramica dell’Argentina: economicamente, a parte il Brasile, secondo lui ci troviamo nel Paese più ricco del Sudamerica (forse si dimentica del Cile), nella cosiddetta Svizzera del Sudamerica. Il tutto dopo averci spiegato la difficile situazione che stanno attraversando. Parlano di crisi ma occorre riparametrarla agli standards sudamericani, non certo a quegli europei. Sembra comunque che il lavoro non manchi, il problema è che si deve lavorare molto per guadagnare poco. L’inflazione all’8% mensile fa il resto. Purtroppo l’inflazione non riesce ad incidere sul cambio, rendendo pertanto i prodotti argentini più cari e meno appetibili le esportazioni verso Paesi terzi. Lo vedremo anche in seguito, i prezzi sono di solito mediamente simili ai nostri (fatta eccezione per ristoranti, taxi e poche altre cose), che diventano assai elevati di fronte allo scarso potere d’acquisto della cittadinanza argentina. Ciò rende impossibile l’acquisto di immobili, mentre molti spagnoli benestanti hanno investito recentemente da queste parti in seguito alla crisi che ha colpito il Paese iberico. Rispetto ad altre città del Sudamerica il taxista ci dice che Buenos Aires è molto sicura.

 Verso la mezzanotte siamo finalmente in camera. La fase critica della stanchezza è orami superata ma qualche ora di riposo può solo aiutare ad essere più svegli domattina, quando affronteremo il tour della città. L’hotel è situato nel quartiere della Recoleta ed ha il pregio di essere in buona posizione rispetto alle nostre prossime destinazioni. Fa caldo ma non è molto umido, pertanto sopportabile.


Pernottamento:  
BUENOS AIRES – Park Elegance Unique Hotel




Day 2 : mar. 21 dicembre 20109

 

Visita della capitale e serata di tango.


Partiti due giorni prima di noi ed in partenza per una giornata dedicata alla fiesta gaucha in una estancia, incontriamo il resto del gruppo a colazione, ed iniziamo la nostra avventura per la capitale argentina. Le dodici ore di volo del volo intercontinentale ci hanno dato tutto il tempo di preparare un dettagliato piano d’assalto per la visita della città. Come in tutte le metropoli del nuovo mondo, l’offerta di attrattive turistiche è decisamente più limitata che altrove, ma per un giorno e mezzo ce n’è abbastanza per non annoiarsi; alla fine Baires ci risulterà migliore di quanto ci attendessimo alla vigilia. Non annoiarsi significa svegliarsi alle 7 ed essere in strada poco dopo le 8,30 e balzare sul primo taxi di passaggio facendosi portare a la Boca. In Argentina i taxi non vengono chiamati tramite una centrale, basta fermare il primo libero che sta passando. Anche questo tassista è simpatico e ci fornisce alcuni particolari utili a tessere il mosaico che ci dovrà dare un’idea del quadro sociale.

Il sole è già alto e ci sono 28,5°, per dirci che oggi è il giorno più lungo dell’anno e che non soffriremo il freddo. Anche se quello de la Boca resta un quartiere estremamente popolare al limite del malfamato, una passeggiata mattutina, quando i balordi dormono ancora una volta finite le scorrerie notturne, ci consente di vedere questo quartiere portuale nato da immigrati italiani. Il Caminito, la via incorniciata da case verniciate con fantasiose tinte pastello (proveniente dai residui delle vernici delle navi) incomincia a risplendere della luce mattutina, mentre i primi venditori iniziano ad allestire i loro banchetti. Tutto è ancora incredibilmente silenzioso e non è difficile immaginare gli immigrati che cent’anni fa sbarcavano lungo queste rive con una storia di miseria in patria, alla ricerca di una fortuna che arriverà invero solo per pochi. Il quartiere è stato fondato da un gruppo di immigranti genovesi ed è quello dove maggiormente si sente la fantasia latina, percependo a distanza di tempo la voglia di vivere che c’era cercando ostinatamente gli aspetti allegri della vita, a discapito delle asperità di tutti giorni. Pur essendo un quartiere povero aveva una certa autonomia ed orgoglio, tant’è che ad un certo punto chiesero di fondare la Republica de la Boca per non essere sotto il regime spagnolo come era già Buenos Aires ed essere così parte dell’Italia. E’ proprio in questo quartiere che è nato il tango, ballo strettamente popolare, inizialmente inviso alla borghesia ed ai praticanti cattolici per il suo andamento lascivo e di stretti contatti fisici fra i ballerini.

Vediamo anche La Bombonera, il mitico stadio dove gioca il Boca Juniors (ex squadra di Maradona e fra le più forti del campionato argentino). Si trova nel bel mezzo del quartiere ed è dipinto con i colori sociali della squadra: gialloblu.

Molti bambini ci passano davanti accompagnati dalle mamme, intenti ad andare all’allenamento; chissà che fra qualcuno di loro non si celi un campione del futuro.

Riprendiamo un taxi alla volta di San Telmo quartiere non tanto distante, dove un tempo viveva la borghesia cittadina. Scendiamo in Pl. Dorrego, niente di particolare se non fosse per l’atmosfera tranquilla con le tante panchine, i tavolini esterni dei bar e gli alberi che offrono un buon ristoro nell’estate urbana. Visita alla Chiesa Di San Pedro Gonzales e al mercato coperto in Pl. Carlos Calvo.

Vediamo anche un paio di scritte sui muri inneggianti Cristina Fernandez, la presidentessa del Consiglio nonché vedova di Nestor Kirchner. Questo colpisce particolarmente in quanto siamo in un Paese dove l’astio nei confronti dei governanti è sempre stato molto alto, ma tutti riconoscono il buona lavoro fatto negli ultimi 8 anni dalla coppia presidenziale che si è alternata al governo. Il prossimo anno ci saranno le elezioni, ma tutti pensano che la Fernandez possa farcela e riesca a continuare le riforme iniziate dal marito all’indomani del sostanziale fallimento dello Stato argentino nel 2001. Il taxista di origini bergamasche che ieri sera ci ha portato dall’aeroporto all’hotel si dice stupito anche lui di come un Paese con enormi potenzialità si trovi con un così elevato indice di povertà. Per semplificare ci dice che basta andare con un camion a poche decine di km dalla città per trovare un’enormità di vitelli al pascolo, ucciderli e portarli in città per sfamare la gente. La terrà è così fertile che basta buttare un seme per far crescere un albero. In più c’è il problema di immigrati clandestini (boliviani, peruviani ed in misura minore paraguayani) che sono senza lavoro e rinforzano in tal modo le file della criminalità. Lo scarso sviluppo va sicuramente attribuito alo scarso valore dei politici che si sono susseguiti negli ultimi decenni, ma a questo punto dovremmo iniziare un delicato argomento se sia nato prima l’uovo o prima la gallina.

Attraversiamo il quartiere Manzana de la Luces, dove si trovano alcune chiese interessanti. Iniziamo da quella di Sant’Ignacio, pur essendo abbastanza spoglia al suo interno vi si trova il mausoleo del generale Belgrano. La chiesa di San Francisco è ad unica navata ed è arricchita da diversi quadri, statue, ecc. Passiamo di fronte alla facoltà d’ingegneria (in stile classico) ed al monumento al lavoro, rappresentato da due lavoratori che tirano un enorme masso a dimostrare che l’unità dei lavoratori può portare a grandi risultati. Un’occhiata alla farmacia Estrella in stille ottocentesco e proseguiamo sulla Av. Defensa per raggiungere la Plaza de Mayo: il centro pulsante della città, sulla quale si affacciano la casa Rosada (palazzo presidenziale), il Cabildo (antica sede dei viceré spagnoli), la Cattedrale (dove si trova la tomba di San Martin), il Banco de la Nacion. Su un lato della piazza si trova un picchetto permanente dei veterani di guerra (quella delle Malvinas), i quali dopo le sofferenze patite durante il conflitto si trovano da vent’anni a fronteggiare l’indifferenza dello Stato che non riconosce loro alcuna pensione. Il colore della Casa Rosada vuole rappresentare un compromesso fra il rosso dei federalisti ed il bianco degli unitari che rivaleggiarono nel corso del XIX secolo.

Raggiungiamo a piedi il nuovo quartiere di Puerto Madero un tempo degradato quartiere portuale, ora uno dei più belli, con uffici e residenze signorili. Ingenti capitali sono stati attratti per ristrutturare la zona, dove si è saputo fondere con buon gusto i vecchi docks in mattoni (trasformati in locali commerciali) con i moderni palazzi in vetro. Lungo il canale d’attracco restano alcune gru dell’Ansaldo, come testimonianza di un passato ormai remoto, dei tempi in cui passeggeri e merci sbarcavano in abbondanza nel porto di Buenos Aires. I primi in fuga dalla miseria delle zone più povere d’Europa, le seconde per costruire il nuovo Stato sudamericano. Non è nemmeno necessario chiudere gli occhi per immaginare le scene che deve aver vissuto questo barrio.

Da rimarcare l’elastico ponte mobile de la mujer a forma di arpa (dedicato appunto alle donne) e la Fregata Sarmiento, che ha solcato i mari per oltre trent’anni effettuando una quarantina di circumnavigazioni del globo. Visitiamo anche l’interno, dove tra l’altro si trova il cane Lampazo, imbalsamato, che per anni è stato la mascotte di bordo. Il ponte era previsto essere inaugurato proprio verso la fine del 2001, invece è entrato in funzione senza una vera e propria celebrazione poiché in quei giorni c’è stata la crisi finanziaria ed erano ben più gravi i temi a cui dare seguito.

Basti pensare che nel giro di un mese si sono susseguiti ben 5 presidenti della Repubblica.

Passando vicino alla Posta Centrale in ristrutturazione andiamo a prendere il bus turistico a due piani nella Plaza de Mayo. Ritorniamo alla Boca dopo essere passati da Sant’Elmo, ottenendo qualche ulteriore spiegazione. Ci fermiamo in un locale/tangheria per turisti, ma scappiamo subito di fronte alle tentazioni commerciali che ci vengono proposte ed andiamo in una pasticceria nelle vicinanze per assaggiare un dulce de leche e rivedere il Caminito da un’angolazione temporale diversa. Proseguendo col bus turistico attraversiamo il quartiere de la Villa, che ci sembra essere più una bidon..villa per ritornare a Puerto Madero dal lato esterno, quello di Av. Calabria. Vediamo così tutta la skyline che si delinea tra Puerto Madero e la City. Scendiamo in Av. Cordoba per entrare nella Galleria Pacifico, un centro commerciale. Ci disinteressiamo dei prodotti in vendita per ammirare la splendida cupola vetrata. C’è una calca incredibile nonostante sia solo metà pomeriggio. Usciamo nella via pedonale, calle Florida, quando ci viene la malsana idea di cambiare dei soldi. Qui incocciamo nella disorganizzazione più sistematica che un italiano già avvezzo al tema possa incontrare. Un’impiegata “istruisce la causa” chiedendoti quanti soldi vuoi cambiare, nonché le generalità ed il passaporto. E l’operazione si conclude in pochi istanti. Nel caso ci fossero altri avventori, tre suoi colleghi sono pronti a servire i clienti. Si passa quindi al funzionario che deve rendere operativa la pratica, ovvero prendere la valuta e consegnare gli agognati pesos. E qui la faccenda si complica: c’è una fila di una decina di persone in attesa ed un solo impiegato allo sportello, il quale senza fretta effettua l’operazione, lasciando almeno un paio di minuti fra l’una e l’altra. Il tutto sotto l’attenta osservazione di uno zelante agente in divisa che fa passare i clienti al loro turno. Nemmeno si dovessero cambiare dei lingotti d’oro!

Resta comunque da considerare sul lato positivo della bilancia l’estrema cordialità e disponibilità della gente incontrata. Se ne ricava l’impressione che a livello individuale gli argentini siano collaborativi e disponibili, mentre quando si tratta di servizi pubblici si cade nell’inefficienza. Due casi esplicativi sono rappresentati dalla signora che alla Recoleta (bel quartiere che ospita diverse ambasciate) ci ferma per strada consigliandoci di fare attenzione alla macchina fotografica che avevamo saldamente in mano. Per contro ovunque si vedono manifestazioni di protesta contro il governo, le pensioni o qualsiasi cosa abbia una valenza pubblica. Forse è proprio da ricercare in questa animosità sociale lo scarso successo economico dell’Argentina negli ultimi decenni.

Dicono che alcune stazioni della metropolitana siano particolarmente interessanti. Ci caliamo pertanto in quella di Perù, sull’Av. de Mayo. E’ interessante, ma lo sono ancora di più i vagoni con interni in legno, panchine d’antan e lampade soffuse come avessimo fatto un balzo indietro di oltre cinquant’anni. Scendiamo al Congreso, il parlamento federale con una cupola ad emulare la Casa Bianca e con bella fontana antistante. Ripercorriamo l’ampia Av. de Mayo, un bel viale in cui trovano dimora hotel di lusso. Ornata da alberi, è stata pianificata secondo il ricco stile francese, ed in sostanza collega il Parlamento alla Casa Rosada. Su questa via si trova il Caffè Tortoni, il più nobile e ricercato di tutta Buenos Aires. Non entriamo nemmeno dal momento che non riteniamo opportuno fare la coda per essere chiamati non appena altri avventori stanno uscendo. Noblesse oblige, ma ci sentiamo anche obbligati a continuare il nostro giro. C’è anche il palazzo dell’Unione Industriale, imbrattato di vernice rossa lanciata durante una manifestazione. Ad un certo punto incrociamo l’Av. 9 de Julio, quella che dicono essere la via più larga del mondo. Consta di ben 22 corsie ed per attraversarla occorre essere pronti al momento in cui scatta il verde, prendere il respiro compatibilmente con lo smog che incombe sulla città e camminare spediti. Il taxista di stamane ci raccontava che transitare in auto per questa via nel pomeriggio è sovente impossibile a causa delle costanti manifestazioni, ma oggi sembra essere tutto tranquillo. Almeno sotto Natale gli animi sembrano essere più calmi. Al centro della via si trova un obelisco per commemorare il 400° anniversario di fondazione della città. Proseguendo incontriamo il Teatro Colon, imponente per costruzione e tra i più importanti al mondo per la lirica.

A questo punto il programma prevede ancora un visita al Retiro, soprattutto nella zona del parco dove si trova la piazza dedicata al generale San Martin con un suo monumento equestre al centro. Anche qui una manifestazione fa sentire i suoi tamburi fin da quando è ancora distante. Vi si trovano anche un paio di bei palazzi e la Torre de los Ingleses, alla cui piazza è stato cambiato il nome dopo la guerra delle Falkland. Poco distante si trova anche il monumento ai 695 caduti in questa guerra, con la fiamma eterna alla memoria di chi ha dato la vita per una causa che doveva servire unicamente da diversivo ad una crisi economica e di sistema durante la dittatura degli anni ’70.

Riattraversiamo l’Av. 9 de Julio per giungere alla bella parrocchia di Nuestra Señora del Pilar, ad unica navata con il coro interamente rivestito da una copertura dorata. Giungiamo infine sull’Av. Pueyrredon, nel quartiere della Recoleta, dove si trova il nostro hotel.

Ci prepariamo per andare alla serata di tango in un locale teatro intitolato ad uno dei suoi maggiori interpreti, Carlos Gardel. Alle 19,15 un minibus ci passa a prendere in hotel per confluire in una fiumana di turisti che si apprestano a cenare per poi vedere lo spettacolo. Tanto la prima che il secondo sono di grande livello. In particolare alcune rappresentazioni lasciano letteralmente col fiato sospeso. Vedere le acrobazie dei ballerini e la sinuosa agilità dei loro movimenti convince anche gli animi più freddi nei confronti del ballo. Rientriamo che non è ancora troppo tardi, così ci concediamo ancora un caffè in un bar vicino all’hotel. Non c’è il rischio che ci rovini il sonno

Pernottamento:  BUENOS AIRES - Park Elegance Unique Hotel

 

 


 



Day 3 : mer. 22 dicembre 20109

 

Ancora una mezza giornata a Baires e finalmente Patagonia!


Ci resta ancora qualche ora per vedere quello che ci manca della capitale, almeno di quanto rientra nei nostri piani/interessi. Con un taxi ci facciamo recapitare in Piazza Italia dove svetta il monumento equestre di Garibaldi, proseguiamo con una passeggiata nei parchi del quartiere Palermo, dove vediamo gli immancabili dog sitter (Foto) portare a spasso numerose schiere di cani, vicino alla piazza dove si trova il monumento a los españoles.

Passiamo davanti al Giardino Giapponese, che risulta essere chiuso fino alle 10 e ci portiamo ancora alla Recoleta dove visitiamo il cimitero del quartiere, che con Pere Lachaise e Staglieno è fra i cimiteri monumentali più importanti del mondo. Dapprima una rapida visita nell’attesa che arrivino le 11, ora in cui inizierà una visita guidata in italiano. Nell’attesa ci spostiamo di qualche isolato per un’occhiata alla chiesa di Las Esclavas e all’alberata piazza Vicente Lopez.

Durante la visita del cimitero ci rendiamo conto di come si stia visitando un vero e proprio museo umano di Buenos Aires. Siamo solo in due e Susy, la nostra guida docente di storia, di origine toscana, ci spiega tutto nel dettaglio soffermandosi sulle allegorie presenti nell’arte funeraria delle cappelle, sono presenti coloro i quali hanno fatto la storia della città. In primis si trova Evita Peron, in una tomba di famiglia senza alcun investimento ufficiale. Questo anche perché in Argentina vi sono dei personaggi che viaggiano più da morti che da vivi. Si tratta di gente in vista che viene rapita e nascosta oppure viene nascosta proprio per non essere rapita. Dopo la morte di Evita nel 1955 (per un tumore all’utero) ed il colpo di Stato che fece cadere il governo di suo marito, questi la fece tumulare a Milano all’insaputa di tutti, perfino degli stessi addetti al trasferimento della salma. Dopo la caduta del governo golpista, il nuovo esecutivo non volle il rientro ufficialmente per il timore di un rapimento. A questo punto i Peronisti rapirono la salma di un generale golpista (Aramburu) e la usarono come arma di ricatto. Evita fece ancora il giro di alcune tombe fino a quando ritornò di “proprietà” della sua famiglia d’origine, i D’Huarte, e venne seppellita definitivamente nella propria tomba ad una profondità di otto metri con tutti i controlli del caso. Nello stesso cimitero vi si trova anche l’ex presidente della repubblica Raul Alfonsin nonché le personalità più in vista nell’ultimo secolo e mezzo. Tant’è che morire alla Recoleta costa più che vivere in ogni altro quartiere di Buenos Aires, segno evidente che i vip sanno distinguersi anche quando vanno nell’aldilà. La storia del cimitero. Con queste spiegazioni di estremo interesse, che nulla hanno di macabro e che anzi ci aiutano ulteriormente a conoscere la relativamente giovane storia di questo Paese, possiamo finalmente prendere un taxi che ci porta all’hotel per ritirare le valigie e quindi all’Aeroparque (il secondo aeroporto della città, dedicato soprattutto ai voli nazionali, poco distante dal centro e situato lungo il Rio de la Plata) per prendere il volo delle 15,40 con destino El Calafate. L’aereo dell’Aerolineas Argentinas dopo il decollo sale sopra le acque melmose del Rio de la Plata, rese scure dai detriti che porta con sé fino al momento in cui finisce la sua corsa nell’oceano Atlantico.

Lasciamo così Buenos Aires. Non eravamo venuti qui per questo, pur essendo una città che merita la visita. Ma quello che ci attende si trova a 3 ore e mezza di volo più a sud, laddove il cono del Sudamerica si restringe a formare una stretta striscia di terra innervata dall’ultima propaggine delle Ande. E’ la Patagonia del sud: terra dura e difficile, tanto che sul versante argentino la provincia si chiama Fin del Mundo, su quello cileno Ultima Esperanza.

 

Il volo non desta preoccupazioni particolari in quanto il mitico vento patagonico non soffia oltre il dovuto. L’arrivo sopra EL CALAFATE (8.000 ab.) ci offre fin dai primi istanti una vista mozzafiato sul lago Argentino coi suoi colori turchese pastello e quello ocra delle pianure steppose che lo circondano, fino ad infrangersi contro la cordigliera.

Poco dopo le 19 incontriamo Luis Riera, il titolare dell’autonoleggio Nunatak ad attenderci, con lui percorriamo i 20 km che ci separano dal suo ufficio in città per espletare le formalità burocratiche relative al noleggio. Lo Hyundai H1 ha solo quattro anni ma da queste parti anche i veicoli invecchiano in fretta. Dev’essere però assai resistente dal momento che se ne vedono molti in giro. Probabilmente ha una buona capacità di sopportazione delle strade sterrate. A seguire andiamo a prendere conoscenza dei bungalow prenotati a suo tempo, Cabañas Nevis, e finalmente a cena al ristorante Michelangelo, che d’italiano sembra avere solo il nome. Ad ogni buon conto pasteggiamo con una gustosa bistecca e con questa ci congediamo da una nuova, lunga, giornata. Soddisfatti del trattamento decidiamo di prenotare già per la sera del 31 dicembre, data nella quale sarà difficile trovare una sistemazione al ristorante.


     Pernottamento: EL CALAFATE - Cabañas Nevis

 


 




 

Day 4 : gio. 23 dicembre 20109

 

Escursione al Cerro Calafate e trasferimento a Rio Gallegos, primo assaggio di deserto.


La giornata si presenta subito bella ed il vento soffia come è consuetudine da queste parti. Non riuscendo più a dormire, ne approfitto per fare quattro passi che mi consentano un primo contatto con la Patagonia. Il sole sta appena illuminando il paese, anche se è ormai chiaro da diverse ore. Del resto questi sono i giorni più lunghi dell’anno e ci troviamo intorno ai 50° di latitudine sud. Si fa colazione presso il distributore che si trova dall’altro lato della strada e andiamo subito a cercare la prima escursione verso il Cerro Calafate. Sono 1 ½ h. di camminata, senza sentieri superando una serie di contrafforti simili a quelli che si vedono nei film western. Grosse lepri ci sfuggono fra i cespugli. Man mano che si sale il vento prende coraggio e quando arriviamo sul punto più alto, che in realtà appare come un altopiano, riusciamo a malapena a reggerci in piedi. Il paesaggio è comunque splendido. Sotto un sole raggiante si stagliano in lontananza i ghiacciai che ornano le vette andine, più in vicinanza il Lago Argentino sul quale galleggiano alcuni icebergs, sotto di noi El Calafate ed a est la sterminata steppa patagonica, quella che percorreremo nel pomeriggio. Circa un milione di anni fa lo spessore del ghiaccio da queste parti raggiunse i 600 mt., tant’è che sono stati trovati dei massi erratici lasciati dalla glaciazione proprio sul Cerro, la cui vetta è un enorme piano, forse smussato proprio dall’azione costante del ghiaccio. In prossimità della cordigliera il suo spessore raggiunse i 1000 mt.

Rientriamo per partire alla volta di RIO GALLEGOS (100.000 ab., capoluogo della provincia di Santa Cruz). Dopo un’oretta di viaggio ci fermiamo a Esperanza, un luogo dimenticato dagli uomini, forse da Dio, ma di sicuro dai politici. Almeno questo s’intuisce leggendo i fogli di lagnanze e rivendicazioni affissi all’interno del bar da quello che potremmo chiamare il comitato di quartiere. Ci vivranno se va bene una dozzina di persone ed il luogo risulta fin dal primo momento elettoralmente ininfluente. Da qui lo scarso interesse da parte della classe politica. Lungo la strada facciamo i primi incontri con i guanachi (simpatici animali della stessa famiglia dei lama) ed i nandù (grossi uccelli struzziformi, parenti con lo struzzo africano ma non con l’emù australiano).

Rio Gallegos è la capitale della provincia di Santa Cruz, ovvero l’ultima provincia sulla terraferma patagonica prima dello stretto di Magellano. Il vento spazza le vie che s’incontrano ad angolo retto (a senso unico) senza raffreddare più di tanto. E’ qui che nacque il compianto Nestor Kirchner e lo si vede fin dall’inizio. E’ scomparso da appena un paio di mesi e già gli è stata intitolata la via principale. Sembra che si sia comunque meritato il riconoscimento che gli è stato attribuito.

Prendiamo visione dell’hotel che ci ospita e in un’atmosfera natalizia ci avventuriamo in un giro per la città. Purtroppo il mercato dell’artigianato ed il museo dedicato ai pionieri sono chiusi, ma riusciamo comunque a fare un giro al porticciolo dove hanno sede alcune splendide dimore, soprattutto riusciamo a far arrivare l’ora in cui si può avere cena. Per la verità l’ora della cena inizia intorno alle 21, ma girando un po’ si riesce a trovare qualche ristorante che nutre gli affamati anche un’ora prima. Questa volta tocca al primo pezzo di cordero (agnello) della nostra esperienza sudamericana e diventiamo subito amici. Una birra Quilnes scura fa da degno contraltare. 


    Pernottamento: RIO GALLEGOS – Hotel Sehuen                                                                                                     349 km.




Day 5 : ven. 24 dicembre 20109

 

Vigilia di Natale con trasferimento alla città più a sud del mondo


Riposiamo fino a poco prima delle 6,30, ora in cui gentilmente ci viene anticipata la colazione. Oggi abbiamo infatti un programma assai impegnativo: ci toccano quasi seicento km, quattro frontiere (due in entrata ed altrettante in uscita) ed un traghetto. Ma andiamo per ordine.

La partenza avviene secondo i tempi prestabiliti ed in 67 km siamo in vista della frontiera. Poco prima facciamo una digressione verso la Laguna Azul (vicino al Monte Aymond), un vulcano spento all’interno del quale si trova un lago verde smeraldo. Peccato che il sole sia assente e non contribuisca ad illuminare la vista, già bella di per sé. Poco prima del lago facciamo un incontro particolare: un gruppo di girovaghi partiti da Rio de Janeiro un paio di mesi prima e destinati ad arrivare a Quito un paio di mesi dopo sta compiendo il giro del Sudamerica. Sono guidati da un figlio dei fiori made in Italy, viaggiano su un camion attrezzato per il trasporto persone, dormono in tenda e cucinano con attrezzatura da campeggio. Pur non essendo molto estimatore di certe filosofie, non posso che restare ammirato nel vedere il senso di libertà che traspare dalle loro espressioni.

Arriviamo al passo della Integracion Austral. Le formalità di passaggio delle frontiere non sono più cavillose come qualche anno fa, ma i timbri da apporre non mancano e il tempo scorre. Innanzitutto i funzionari devono timbrare i passaporti (senza curarsi di guardare la corrispondenza fra documenti e persone), poi si passa alla documentazione legata al veicolo presso un altro sportello. Infine, e questo solo quando si entra in Cile, si deve compilare un modulo dove si dichiara di non portare con sé frutti, ortaggi o altre derrate che possano contaminare la flora locale. Al termine segue un’ispezione sommaria del veicolo. Il personale è normalmente simpatico e in quanto italiani ci accoglie sempre con sorrisi e battute, sforzandosi di parlare un po’ la nostra lingua. Cerchiamo di contraccambiare le battute e di filare via quanto prima.

Percorriamo una trentina di km fino all’incrocio con la strada che conduce allo Stretto di Magellano ed da qui puntiamo per altrettanti km in direzione sud fino a Punta Delgada. Fortunatamente le acque dello stretto sono tranquille, mentre un robusto traghetto si sta avvicinando per caricarci. I mezzi in coda sono pochi tanto da convincerci che passeremo al primo turno. La giornata volge al bello e con essa il morale: una frontiera felicemente alle spalle e traghetto in arrivo. Anche se Ushuaia resta ancora ben lontana. La costa della Terra del Fuoco in quel punto dista solo 4.650 mt. ed il traghetto impiegherà solo 20 minuti per coprirla. Lungo la traversata veniamo accompagnati da alcuni delfini (o animali appartenenti alla famiglia) intenti a nuotare sotto il pelo dell’acqua quasi avessero il compito di scortarci fino all’approdo. Proseguiamo per una ventina di km (siamo sempre in territorio cileno) su una strada ottimamente asfaltata, rallentati solo dalla necessità di fotografare guanachi, fenicotteri rosa ed un lago prosciugato ricoperto di minerali salini. Come tutte le belle cose anche l’asfalto è destinato a finire ed iniziamo 110 interminabili km di ripio (sterrato) dove la velocità di crociera si abbassa sui 50/60 km/h e l’attenzione di evitare danni deve invece aumentare. Nella zona si trovano giacimenti di gas e di petrolio, con le tipiche pompe per l’aspirazione dell’idrocarburo. L’epilogo della polvere coincide con SAN SEBASTIAN un gruppo di case che gravita intorno alla frontiera cilena. Dall’altra parte del confine ce ne sono altre che paiono anch’esse buttate lì da vento, si chiamano anche loro San Sebastian e gravitano intorno alla dogana argentina. Dopo due passaggi frontalieri iniziamo a farci un’idea dei loro funzionamenti e apprezziamo la maggior efficienza cilena accompagnata all’organica disorganizzazione degli argentini. In verità, seppure con un po’ di pazienza, si riesce ad espletare le pratiche in tempi decenti e l’esperienza non è delle peggiori se la si raffronta a come doveva essere solo fino a qualche anno fa, stando almeno a quanto scrivono le guide. E’ comunque curioso come i funzionari, troppo intenti ad apporre timbri, normalmente non controllino nemmeno la somiglianza delle foto sui passaporti con i personaggi che effettivamente vi transitano. Sotto il vento sferzante, un simpatico benzinaio argentino ci riempie i serbatoi e, quando gli chiedo di entrare nel gabbiotto per pagare evitando che i pesos prendano il volo, mi guarda con l’espressione di chi sta per fare qualcosa di superfluo. Gli commento che il vento è molto forte, ma la sua replica è disarmante: in questo luogo è la norma, a volte arriva persino a rompere i vetri. Si meraviglia invece quando scopre che in Italia definiamo come patagonico il vento che spira ad altra velocità. Evidentemente non pensava quello della sua regione fosse tanto noto dall’altra parte del mondo. Incontriamo diverse specie di uccelli, tra i quali i bandurria (famiglia degli ibis) e i cauquen comun.

Si prosegue in un paesaggio desertico fino a lambire Rio Grande e giù ancora verso l’estremo sud. Il paesaggio si trasforma da steppa in arido con boscaglia e sembra già d’essere in un paradiso. In effetti i laghi e le vette imbiancate che li circondano aiutano a rafforzarne la convinzione. Una diga di castori, creando piccoli salti d’acqua fra laghi artificiali, attira la nostra attenzione. Uno stop alla famosa pasticceria di Tolhuin, aperta 24h. che rappresenta un po’ il ristoro di ogni viandante che passa per la zona. Da questo punto in avanti ogni km meriterebbe una fermata fotografica: con fatica ci limitiamo ad immortalare il lago Fagnano, che si trova nella depressione di un ghiacciaio a 104 km da Ushuaia, ed il Paso Garibaldi, che valica l’ultima propaggine andina e concede una vista dall’alto sul Lago Escondido, di un blu pastello.

Sono ormai le 20 quando giungiamo a USHUAIA, a 54°45’ di latitudine sud. Diego, il simpatico proprietario dell’apart hotel Cabo San Diego ci sta aspettando e la sorpresa di un ambiente così bello rappresenta già di per se un gradito regalo di Natale. Le camere sono arredate con gusto ed addobbate per le festività e questo sarà la miglior sistemazione incontrata nel nostro viaggio, pur in mezzo ad altre estremamente valide. Ma ancora una volta non c’è tempo da perdere: su nostra richiesta Diego aveva preso contatti con un paio di ristoranti dove avremmo potuto fare la cena di Natale e prenota i posti per evitarci di dover fare il cenone con un panino. Non che ci tenessimo particolarmente al cenone, ma avremmo sinceramente evitato la frugalità di un fast food. Stasera è la Noche Buena (come la chiamano qui) ed il nostro appetito intende onorarla come si deve (centolla, frutti di mare flambeados al rum, salmone, bife de chorizo, ecc.). A mezzanotte festeggiamo il Natale nonché il compleanno di Gianni. E’ ormai l’una quando riteniamo giusto il momento di porre fine all’estenuante giornata con un meritato riposo.


    Pernottamento: USHUAIA – Hotel Cabo San Diego                                                                        598 km.

 



Day 6 : sab. 25 dicembre 20109

 

Natale australe, ma con neve al Cerro Martial e visita al P.N. Tierra del Fuego


Ushuaia è la città più australe del mondo ed è esattamente come la immaginavamo. Sorge di fronte al Canale di Beagle ed alle isole Navarino e Hoste (già in territorio cileno), una gradinata che scende verso il mare con strade talvolta molto ripide e quelle parallele al porto che scorrono in piano. Il tutto la rende molto gradevole, salvo nella periferia dove non avremmo immaginato la presenza di edilizia popolare, forse anche dovuto al fatto che ospita una grande base navale ed è punto di interscambio fra i due oceani per i containers. In effetti stupisce la presenza di tanti containers in un luogo lontano da tutto, tenendo conto che possono arrivare e partire solo via mare e l’hinterland è fatto solo di belle quanto isolate montagne. E’ anche punto di partenza per le navigazioni in Antartide, il cui costo supera i 3.000 USD per un tour di 9 giorni. Diego ci dice che in città non nevica molto (10/15 cm. per volta) e le temperature invernali non scendono oltre i -10/12°. Resta tutto da immaginare come sia possibile guidare in una città costruita come una gradinata e le cui strade scendono direttamente verso il mare. Il canale Beagle d’inverno non gela, pertanto la navigazione non corre rischi. In mare aperto la situazione diventa invece molto più fredda e più a sud è lo stesso oceano a formare una fitta coltre di ghiaccio.

Colazione in camera poiché disponiamo anche di un angolo cucina con tutto il necessario per incominciare la giornata col piede giusto. Alle 8 il meteo non offre grandi illusioni, ma per la regola che in un solo giorno si possono vivere le quattro stagioni partiamo comunque fiduciosi. In realtà oggi di stagioni ne vivremo solo due: inverno con neve al Cerro Martial e autunno con pioggia nella visita al parco. Ci resta un credito con le rimanenti due stagioni che incasseremo ampiamente nei prossimi giorni.

Cerro Martial, 7 km dalla città ed escursione al ghiacciaio Martial. Saliamo con le auto fino alla partenza della seggiovia, dove visto il tempo e la data, non c’è nessuno. Risaliamo la pista da sci mentre la pioggia si trasforma in neve. Va ricordato che, almeno nominalmente, siamo in estate e che la pista non è imbiancata. Dev’essere comunque suggestivo sciare su una discesa che sembra calarsi nel mare. Un bel sentiero ci conduce in un bosco che termina all’inizio della morena. La risaliamo attraversando alcuni nevai per raggiungere il punto dove ha inizio il ghiacciaio ben ricoperto di neve. La vista sulla città e sul porto sarebbero magnifiche, se solo si potessero vedere. Nel frattempo la neve scende copiosamente e ci offre così un’atmosfera di casa, al motto che Natale non è Natale senza la neve. Questa sui pendii è ancora abbondante se si tiene conto che è appena trascorso il solstizio estivo. Discesa verso il centro abitato, dove per la festività i musei sono chiusi. Così, dopo una cioccolata calda nella centrale via San Martin, sotto la pioggia andiamo a visitare il Parco Nazionale della Terra del Fuoco. Si trova ad una ventina di km dalla città in un ambiente vergine ed incontaminato, ricoperto dalla tipica vegetazione “fueghina” di faggi e torbiere. Il cielo ad un certo punto s’impietosisce e smette di piovere, lasciando intravvedere qualche squarcio di cielo. A Bahia Lapataia, il luogo oltre il quale terminano tutte le strade, si trova l’inizio (o la fine) della Routa 3, che parte da Buenos Aires ed impiega più di tremila km lungo l’Atlantico per raggiungere questo luogo, che proseguendo di qualche km raggiunge il Cile a ovest o alcune isole che separano dal mare antartico a sud. Vediamo alcuni resti di granchi, la famosa centolla che ha dato gusto a diverse cene.

Nella passeggiata verso Senda de la Baliza vediamo l’opera dei castori, i quali hanno modificato la geografia del luogo, costruendo innumerevoli dighe e deviando il corso dei ruscelli. Questo ha provocato la creazione di piccoli laghi artificiali con la conseguente morte di una buona parte del bosco che è venuto a trovarsi dentro. I castori non vennero importati non si sa bene per quale ragione e sono stati causa di parecchi danni ambientali.

Per il giorno di Natale è d’uso fare il pic nic all’aperto come da noi avviene in occasione di Pasquetta, pertanto il parco pullula di merenderos intenti a grigliare le gustose carni di bife. Il profumo che traspira dalle fronde provoca effetti esilaranti, quasi stupefacenti. Una volpe grigia, anch’essa amante della parrilla, si aggira a poca distanza dai tavoli in cerca di resti e possibilmente di qualche distrazione.

Intrepidi, affrontiamo ancora una camminata sostanzialmente in piano sul sentiero Hito XXIV che conduce al confine cileno. Costeggia il lago Roca in un bel bosco di lenga. Destano particolare interesse delle specie di funghi parassiti che si attaccano alla corteccia degli alberi e cadono per terra mantenendo una superficie spugnosa. Scopriremo poi che si chiamano il Pane degli Indios. Si vede anche molto vischio, o almeno un suo parente stretto, che qui si chiama farolillo chino. Ha un colore più giallastro e le foglie sono molto fini, liberando una sorta di lanuggine. All’inizio del sentiero si trovano anche diversi arbusti di calafate con i frutti appesi.

Rientriamo a Ushuaia per una meritata cena a base di trota ripiena e tournedos di lomo (un cubo di carne al cui interno è stato sapientemente inserito del formaggio). Suggella il tutto un dulce de leche alla vaniglia. Ad innaffiare il pasto ci pensa una birra locale dal nome inequivocabile: Beagle.

Una passeggiata verso il porto consente di vedere il momento del tramonto. Pur non essendo del tutto limpido, le nuvole che si specchiano sul mare oleastro creano immagini degne di grandi pittori. Il porto e le montagne di sfondo completano il quadro. Pur essendo già le 21,30 il sole traspare di tanto in tanto, lasciando filtrare i suoi raggi sull’acqua per creare alcuni effetti speciali. Attenderà almeno un’altra ora prima di inabissarsi dietro le alture del parco.


    Pernottamento: USHUAIA – Hotel Cabo San Diego                                                                                          74 km.




Day 7 : dom. 26 dicembre 20109

 

Nel Canale di Beagle a "caccia" di balene e pinguini. Trasferimento a Rio Grande.


La giornata sembra promettere molto meglio di quanto ci abbia concesso ieri. E questo è un bene dal momento che il programma prevede l’imbarco dal porto di Ushuaia e navigazione su canale Beagle.

Scegliamo il programma più lungo che porta fino alla pinguinera e ne verremo ampiamente ripagati. Il tutto inizia con la vista che si ha allontanandoci: Ushuaia appare come un diamante incastonato fra il mare e le montagne imbiancate (alte fino a 1500 mt) che le stanno dietro. Si prosegue passando presso l’isola de los Lobos (cormorani, otarie e leoni di mare) e quella de los Pajaros con il celebre faro “Les Eclareurs” che compare un po’ in tutte le cartoline e sta a simboleggiare il confine fra il territorio argentino e quello cileno. I cormorani sono simili ai pinguini con la differenza che sanno volare. Durante la navigazione, come se fosse stata messa lì dall’ente turistico locale, un bell’esemplare di balena franca australe si mette a danzare di fronte a noi. Lo spettacolo dura almeno un quarto d’ora, quando il battello decide di ripartire. Il fuori programma è particolarmente gradito (Diego in seguito ci confermerà che è raro imbattersi nelle balene in questo periodo) e le evoluzioni ci impressionano almeno quanto i danzatori del tango visti a Buenos Aires. Si tratta di cose comunque diverse, ma la Natura riesce sempre a trasmettere emozioni speciali. Sebbene in passato avessimo già avuto modo di vedere questi cetacei, un incontro così ravvicinato e continuato ci ha lasciati letteralmente a bocca aperta. Sembrava di assistere ad uno spettacolo teatrale dove la balena si trasformava in un’enorme ballerina, dimostrando tutto il suo vigore sbattendo l’enorme coda con forza sull’acqua e compiendo salti con agilità nonostante il peso. Si giunge infine allisla Martillo dove una grande colonia di pinguini di Magellano è lì ad attenderci. Ci “scusiamo” per il ritardo causato dall’incontro con la balena e siamo tutti per loro, attenti al goffo incedere pari all’abilità nel nuotare. Ma anche alla curiosa gestualità che li caratterizza e li rende fra gli animali più simpatici incontrati finora. La spiaggia è quasi interamente ricoperta da questa particolare specie che si chiama Pinguino di Magellano.

Ancora qualche minuto di navigazione e siamo allEstancia Haberton, dove scende un gruppo destinato a tornare via autobus, mentre noi prendiamo il via per il rientro marittimo. Questa volta non facciamo più incontri e puntiamo dritti verso il porto di partenza, passando in mezzo alle meravigliose alture dell’isola di Navarino a sud e quelle argentine a nord. E’ curioso vedere, seppur da distante, Puerto Williams, un paese situato a metà dell’isola e raggiungibile solo via aerea da Punta Arenas o via mare. Il tour dura in tutto 5 ore ed alle 14,30 siamo alla base. Il personale di bordo è stato molto disponibile: ci hanno perfino omaggiato di una dichiarazione di buen navigante che certifica il passaggio del 55° parallelo a sud. Cosa per un europeo non trascendentale visto che tale latitudine corrisponde alla Danimarca, ma unica nell’emisfero australe.

Andiamo a saldare il conto con Diego, al quale dobbiamo un ringraziamento per l’ospitalità nel suo splendido apart hotel. Concludiamo con un giro di shopping in città, dove lo struscio di turisti si è fatto assai intenso. Del resto molti vengono fin qui proprio per vantarsi di essere nella città più a sud del mondo, trascurando quanto di bello ci sia nei dintorni.

Passeggiando per il centro cittadino incontriamo Fernando, dove siamo stati ieri sera a cena. Sta fumando una sigaretta con il suo cuoco e ci dice che non avevano più niente da offrire agli avventori ed oggi hanno tenuto chiuso. Si rassicura sulla nostra soddisfazione in merito alla cena di ieri e ci scambiamo ancora una volta gli auguri. Questa cordialità è distintiva degli argentini. Anche fra di loro esiste un modo amichevole di trattare, quasi che tutti fossero amici da vecchia data. Sanno esprimere molto bene il piacere d’incontrare una persona.

Poco prima delle 17 partiamo alla volta di RIO GRANDE, accompagnati da un cielo variabile tra il sereno ed il coperto. Quando ci sono, le nuvole basse rappresentano una tavolozza degna dei migliori pittori e come la volta di un grande palcoscenico di tanto intanto fanno filtrare fasci di luce solare. Rientriamo per l’unica via possibile, dal passo Garibaldi, con il lago Escondido messo in ombra dalle nuvole. A seguire torniamo ad incontrare la pianura e la vegetazione si trasforma, passando dai boschi talvolta scheletriti dai licheni parassiti, alla steppa che ben conosciamo. Il vento torna a soffiare come non può fare diversamente da queste parti.

Proseguendo sulla ruta 3 incontriamo l’Estancia Viamonte, 40 km a S di Rio Grande, nota per essere il primo insediamento europeo nella Terra del Fuoco.

Una decina di km prima di raggiungere Rio Grande la polizia ferma tutti i mezzi per comunicare di prestare attenzione al “massiccio” rientro domenicale. In effetti abbiamo incontrato parecchia gente che ha approfittato dei giorni festivi per un barbecue fuori porta ed ora stanno facendo rientro. Quello che loro chiamano traffico corrisponde grossomodo a quello che noi incontriamo la domenica mattina verso le 6. E’ curioso che ci sia un posto di blocco appositamente per fornire queste informazioni.

Mentre usciamo dall’hotel il cielo s’imbroncia ed il vento spira forte. Secondo l’abitudine nostrana ci premuriamo di prendere gli ombrelli, ma alcuni locali ci fermano e dicono che quell’oggetto in Patagonia è perfettamente inutile quando piove, il vento lo distruggerebbe subito e senza rimedio. Si cena al ristorante Villa: dopo il comprensibile stupore nel vedere un gruppo che avrà rappresentato la metà degli avventori ospitati nel mese, il gestore tuttofare si prodiga nel servirci alcuni piatti interessanti ed alla fine ce ne andremo soddisfatti della scelta operata. A farla da padrone è ovviamente la trucha (disponibile anche nella variante alla Navarra) ma anche il bife de chorizo suscita meritati applausi. Peccato che gli amanti della carne al sangue vengano dapprima guardati come cannibali e poi la bistecca viene fornita come se fosse ben cotta. Il che, se da un lato conserva il gusto, dall’altro ne aumenta le difficoltà di masticazione. Dopo alcuni giorni riusciremo a far passare il nostro concetto di “jugoso”, ovvero un rapido salto per parte ed un terzo nel piatto di portata. Passeggiata digestiva in un centro perfettamente decorato per Natale. Colpisce, e non solo a Rio Grande, come le vetrine siano generalmente ben allestite, talvolta con ostentata opulenza ma sempre con gusto. Mentre il fabbricato che le ospita sia talvolta fatiscente.

       Pernottamento:  RIO GRANDE – Hotel Federico Ibarra                                                                        220 km.



 


Day 8 : lun. 27 dicembre 2010 -


Si lascia la Tierra del Fuego per il Cile, attraversando lo Stretto di Magellano


RIO GRANDE, è una città quasi militarizzata, retaggio della guerra delle Falkland, di cui rappresentava la base operativa. Enormi caserme, murales e monumenti denotano il suo passato ed in parte il suo presente. La città attualmente è più ricordata per essere la capitale argentina della trota.

Partiamo alle 8 e falcidiati dal vento vediamo il monumento dedicato alla guerra delle Malvinas. Un pieno di gasolio e ci si avvia. All’uscita dalla città ci imbattiamo in un esperienza che nessuno aveva mai provato finora. Va detto che in Argentina si incontrano parecchi posti di blocco, dove gli agenti chiedono gentilmente i documenti e si limitano a registrarli. Questa volta però, dopo il rituale della registrazione, ci viene consegnata una borsa contenente omaggi della polizia e nel dettaglio consistono in: un deodorante per auto, un litro di succo d’arancia, una penna, un calendario quasi scaduto e un preservativo. Ringraziamo e proseguiamo divertiti verso il confine di San Sebastian, facendo immediati quanto inevitabili paralleli con le nostre forze dell’ordine. Le operazioni in frontiera scorrono senza particolari problemi ed ecco di nuovo il tratto di sterrato che avevamo percorso alcuni giorni fa. L’esperienza non è diversa e ci fornisce un ottimo esempio di qualcosa assai vicino al concetto di eternità. La fortuna vuole di nuovo che il traghetto per Punta Delgada sia pronto ad attenderci. La navigazione è tranquilla per quanto lo Stretto di Magellano sia un po’ più agitato di qualche giorno fa. Questa volta al bivio di Monte Aymond svoltiamo verso ovest e ci dirigiamo in direzione di Punta Arenas. Breve sosta all’ Estancia San Gregorio, attraversata dalla Ruta 255 che porta a Rio Gallegos, per scattare un paio di foto a due navi in disarmo sulla riva. Le carcasse arrugginite arenate sulla spiaggia sono un ricordo dei tempi in cui una linea ferroviaria a scartamento ridotto trasportava le merci a Punta Arenas. Per la verità c’è un piccolo bar nascosto in un container, che stentiamo a trovare. Il gestore appare stupito nel vedere gente e ci informa subito di non avere derrate alimentari, salvo qualche barretta e del caffè. Qualcosa ci dice che oggi ci alleneremo nel salto del pranzo. Questa estancia un tempo molto estesa (36.000 ha) oggi ha più l’aspetto di una città fantasma, è tenuta in piedi da poche persone e la stazione di tosatura è ancora in attività.

Vento e solitudine ci convincono a lasciare questa landa desolata e le umili anime che la abitano. Timone ancora puntato a ovest in un paesaggio costellato di pecore al pascolo e qualche presenza di guanachi e volpi. Nella provincia di Santa Cruz vi si trovano quasi 4 milioni di pecore, circa la metà di quanti ve ne fossero verso la metà del secolo scorso. Visto il terreno arido, una pecora necessita di circa 4 ettari per poter pascolare. Il paesaggio rimane in sintonia con quello argentino, ossia steppa arida. Al bivio che conduce a Puerto Natales verso nord e a Punta Arenas verso sud svoltiamo a sinistra verso quest’ultima. In mezz’ora siamo in città e ci presentiamo subito all’hotel prenotato per iniziare da lì il giro cittadino.

PUNTA ARENAS. Andiamo subito nella piazza centrale, Plaza Muñoz Gamero con alcuni cipressi vecchi oltre 150 anni. Al centro si trova il monumento a Magellano, con una sirena e due indios (pare che toccare i piedi di uno dei due porti fortuna). Realizziamo subito trattarsi di una città che beneficia di una buona ricchezza economica. Stanno a dimostrarlo le numerose sedi di banche europee e non. Evidentemente questo è il fulcro delle attività estrattive di oli e gas minerali. Visitiamo il cimitero, uno dei luoghi più visti, dove spicca la tomba di Menendez, il magnate della lana e nel contempo mecenate della città. A suo ricordo va anche il museo che si trova sulla piazza centrale. E’ curioso osservare come le lapidi ricordino le origini di un po’ tutta Europa, con prevalenza di tedeschi, scozzesi e slavi, immigrati verso la fine del XIX secolo.

La tomba dell’indiecito è invece dedicata all’”indio ignoto”. La statua in bronzo rappresenta un ragazzo dal volto molto dolce. La Croce Rossa della provincia di Magallanes ha fatto costruire il monumento nel punto in cui furono seppelliti gli ultimi indios ona. Centinaia di persone vengono qui per accarezzare l’alluce sinistro della statua e depositare una moneta nel tronco. Si dice che porti fortuna. Sta evidentemente a significare un po’ la tomba delle popolazioni indigene, sopraffatte dalla violenza e dalle malattie portate dai colonizzatori. E’ tutta ricoperta di ex voto, corone e fiori. Ci sono diverse persone intente a pregarlo per invocarne i favori.

Rientriamo sulla O’Higgins per visitare il porto recentemente ristrutturato dove edifici che starebbero bene a Manhattan si trovano a fianco di altri fatiscenti. Ceniamo al ristorante La Luna, allestito in modo divertente. Buona la zuppa di centolla con parmigiano gratinato, pane mollado e panna, il tutto cotto al forno. Sebbene non rappresenti la quint’essenza del mangiare leggero e dietetico, resta uno dei migliori piatti incontrati finora. La birra è quella prodotta a Punta Arenas, decantata come la più meridionale del mondo. Ancora due passi al porto con il vento freddo e cielo appena chiazzato da qualche nuvola in una giornata trascorsa con parecchio vento ma sostanzialmente serena. Rientro con vista notturna sui principali monumenti illuminati ed ancora un paio di foto verso la città e la baia che volge verso Porvenir, dal poggio naturale del Mirador Cerro de la Cruz, proprio vicino al nostro hotel, quando sono ormai le 23 e la luce del giorno è stata quasi del tutto sostituita dalle tenebre.

L’hostal Oro Fueguino è in ottima posizione, a pochi isolati dal centro, tranquillo e appena sotto la collina panoramica Cerro de La Cruz. Pedro è molto disponibile e attento alle nostre esigenze. Una cura che si coglie fin dall’inizio nel vedere gli arredi e le decorazioni interne. Il fatto che siamo nelle Feste rende un tono di ulteriore magia al luogo. Anche il per locale colazione è estremamente curato. 


    Pernottamento: PUNTA ARENAS – Hostal Oro Fueguino                                                                  421 km




Day 9 : mar. 28 dicembre 20109

 

Puerto Natales, la Cueva del Milodon ed i preparativi per "l'assalto" al Paine.


Avendo già visitato Punta Arenas partiamo direttamente alla volta di Puerto Natales per scoprire le bellezze del Paine. In realtà il programma prevedeva una visita alla Pinguinera di Seno Otway. Veniamo traditi dalle indicazioni che davano il sito 70 km a nord di Punta Arenas, mentre erano da intendere 30 in direzione nord fino alla deviazione, più altri 38 km di sterrato verso ovest che conducevano a destinazione. Il fatto di averli già visti vicino ad Ushuaia ed il lungo tratto di ripio ci induce a non ritornare sul nostri passi e cercare invece l’esplorazione nei dintorni di Puerto Natales. Prima di raggiungere il bel paesino adagiato su un braccio di mare che s’insinua fra numerose isole, incontriamo un folto stormo di fenicotteri rosa e la pelle di un armadillo, a seguire un gruppo di lama al pascolo all’interno di un recinto. E’ curioso notare come siano di colori diversi l’uno dall’altro. Troviamo facilmente Casa Cecilia, un ostello di classe dove lo svizzero Werner maritato con la cilena Cecilia offre un buon supporto turistico corredato da un valido servizio. Pur essendo lontano dall’essere una reggia, il rapporto qualità-prezzo risulta essere buono. Forse ci attendevamo qualcosa in più viste le recensioni delle guide che consideravano fortunato chi riusciva ad accaparrarsi una stanza e consigliavano di prenotare con molto anticipo. Pur non essendo tutto questo, rimane un alloggiamento caldamente consigliabile.

E’ ora di pranzo e facciamo l’esperienza di una pizza made in Chile. Forse non partirei appositamente dall’Italia per tornare a mangiarla, ma l’esito è comunque positivo.

Si va al Monumento Nacional Cueva Milodon (Milodonte), 25 km a nord del paese. E’ il luogo in cui vennero trovati i resti quasi intatti di un animale preistorico simile all’antenato di un orso, vissuto qui oltre 10.000 anni fa. La caverna dev’essere stata molto ospitale per animali e persone che in passato si sono trovati da queste parti e non disponevano di altra abitazione. Ci sarebbe potuta vivere anche una piccola tribù. L’occasione è propizia per una camminata oltre la grotta e raggiungere un mirador situato in posizione dominante da dove si ha una splendida vista sui fiordi. Non ancora soddisfatti del già bel panorama, saliamo ancora per ripidi pendii una decina di minuti e raggiungiamo la cima di un tavolato dal quale si gode una vista migliore. In lontananza si vedono vette imbiancate che lasciano pregustare il parco del Paine. Ma per questo dobbiamo pazientare fino a domani. Andiamo ancora a vedere dall’alto l’insenatura dell’estancia Puerto Prat. Sul terreno arido spiccano le fioriture di Notro, un arbusto i cui fiori rosso vivo e le foglie verdi smaltate contrastano con la vegetazione da steppa.

Finalmente qualche momento di relativa tranquillità a Puerto Natales, sebbene occorra preparare il giro dei prossimi giorni nel parco. Prenotiamo così i biglietti per il traghetto di domani e studiamo come giocarci i due giorni dedicati al Paine. Al centro turistico ci forniscono alcuni validi consigli, ma soprattutto ci dicono che le previsioni meteo sono belle. Basta questo per suscitare l’entusiasmo e mettere da parte ogni fatica residua. Per la stanchezza cercheremo di trovare il tempo più avanti, adesso dobbiamo sfruttare l’opportunità che ci viene concessa.

La cena è in tipico stile country all'Asador Patagonico (una vera istituzione in materia) dove le nostre ganasce affondano in un asado (Foto)prenotato durante il sapiente giro di ricognizione effettuato poco dopo pranzo.

   Fortuna che abbiamo prenotato il piatto in anticipo e che siamo arrivati presto, perché sparisce in un attimo. 

Assaggiandolo si   capisce il perché. Anche in questo caso la carne non brilla per la tenerezza, ma il gusto è fuori da ogni discussione.

    Pernottamento: PUERTO NATALES – Casa Cecilia                                                                              327 km.




Day 10 : mer. 29 dicembre 20109


Gita entusiasmante sotto i Cuernos del Paine nella Valle del Frances


Parco Torres Del Paine (Cile)

In tanti anni di vagabondaggio per le Alpi e non solo, mai era capitato d’iniziare una gita con 40 minuti di traghetto per raggiungere l’inizio del sentiero. Così avviene invece nel primo dei due giorni dedicato al parco del Paine. Ma andiamo per ordine: fermo restando che alle 9,30 il traghetto parte e non ci aspetta, cerchiamo di anticipare il più possibile la colazione e alle 6,45 siamo pronti a partire. Lungo la strada s’incontrano distese di lupini e ginestre (vegetazione che caratterizzerà tutta l’area), mentre numerose volpi attraversano la strada al mattino presto. Dobbiamo inoltre registrarci ed acquistare il biglietto valido per tre giorni nel parco. Saremmo perfettamente in orario se non fosse che durante il percorso che conduce all’ingresso sud del parco (Guarderia Serrano, dove compriamo il pass per l’ingresso) ci compaiono degli scorci che impongono uno stop di ammirazione e quindi anche fotografico. Pur non rimanendo incantati di fronte a tanta bellezza il tempo scorre, ma arriviamo a Pudeto per imbarcarci su un battello stipato all’inverosimile di escursionisti di ogni genere e provenienza. Navighiamo sul lago Pehoé, dai colori turchesi così intensi da sembrare solidi, al cospetto dei Cuernos del Paine e dei suoi vicini. Poco dopo la partenza c’è il Salto Grande, una cascata che funge da collegamento tra due laghi e rappresenta una delle attrazioni. Restiamo sul ponte del catamarano, sferzati da un forte vento che non scalfisce la nostra resistenza dinanzi ad un quadro d’ineguagliabile fattura. Cosa che un artista avrebbe si sarebbe solo potuto limitare a copiarlo pedestremente. Il cielo fa da contraltare ai colori del lago o viceversa. In mezzo, montagne massicce elevano le loro punte al culmine di ripide pareti. Il colore dell’acqua è anche denominato “latte glaciale”. Ciò si deve alle particelle di sabbia finissima in sospensione che lasciano filtrare tutti i colori ad eccezione del blu, che viene pertanto riflesso. Un po’ la stessa cosa che avviene con il colore del ghiaccio, più è compresso e più marcata è la tonalità del blu.

Il doppio colore delle rocce deriva alla base dal magma raffreddato, dando vita al granito. La parte scura sovrastante è invece dovuta alle sedimentazioni di polveri vulcaniche che hanno raggiunto lo spessore di qualche centinaio di metri. L'erosione dei ghiacciai ha poi fatto il resto, creando pareti superiori ai 1000 metri.

Una volta sbarcati inizia un altro conto alla rovescia. Oggi intendiamo arrivare ad un belvedere situato nella Valle del Frances (nonché parte del percorso W) e dobbiamo essere di ritorno per il traghetto delle 18,30. Arrivare oltre significherebbe passare la notte in loco e rovinare i piani del giorno dopo. Orologio alla mano contiamo i tempi intermedi, sapendo che al ritorno non riusciremo a recuperarne, dal momento che è tutto un saliscendi. Partendo dal rifugio Los Cuernos in un’ora e 40 raggiungiamo il Campamento Italiano, dentro un bosco di ñire, imboccando così la valle del Frances ed inoltrandoci al suo interno fino al Campamento Britannico (in altrettanto tempo) situato più in alto ma senza fare molto dislivello. L’ultimo tratto presenta finalmente una buona salita per raggiungere un belvedere situato al centro della valle, dal quale si ha una splendida vista. Per la verità saliamo ancora un po’ oltre in direzione dei Cuernos in un’altra ora. Di fronte si trova il gruppo del Cerro Paine Grande con gli imponenti ghiacciai. Rientro rapido quanto lungo e talvolta reso monotono dalla stanchezza che inizia ad affiorare, non certo dal paesaggio. Siamo di ritorno mezz’ora prima della partenza del catamarano, ovvero al tempo che ci eravamo prefissati, tanto per non correre rischi. In tutto abbiamo percorso almeno 900 mt. di dislivello in una giornata dove abbiamo goduto di un sole costante e di immagini indimenticabili. Così come all’andata, il rientro richiede un paio d’ore d’auto su strada sterrata e l’arrivo a Puerto Natales avviene non prima delle 21,30. Celebriamo la splendida quanto lunga giornata con una centolla con maionese e salmone a la plancha al ristorante La Barbuja.

Pernottamento: PUERTO NATALES – Casa Cecilia                                                                        220 km.





Day 11 : gio. 30 dicembre 20109


Seconda giornata nel Paine. Oggi si va alla base delle Torres del Paine


Se ieri abbiamo dedicato la giornata ai Cuernos, oggi tocca alle Torri del Paine, il vero simbolo del parco. Questa volta entriamo dal settore orientale passando in mezzo a numerosi guanachi che si godono il fresco mattutino. Abbiamo scoperto che il guanaco, così come il nandù, è commestibile e da questo momento staremo attenti ai menu che ci vengono proposti. La giornata è ancora bella, pur non avendo più lo splendore unico di quella di ieri. Entriamo nel Parco da est, presso la Guarderia Laguna Amarga. Il primo brivido lo proviamo ad attraversare un ponte che sembra il bonsai di quello di Brooklyn. Sotto scorre un torrente impetuoso, la larghezza consente il passaggio misurato di una vettura (dopo attenta verifica dei dati della stessa sul libretto) ed il peso è limitato a 1500 kg in tutto, previa raccomandazione di far scendere i passeggeri. Condizionati da tutte queste prescrizioni torniamo brevemente indietro all’ingresso dove stazionano i guardaparco, ai quali chiediamo lumi. Ci dicono di attraversare tranquillamente che non dovrebbe succedere nulla. Cosa che facciamo con una certa prudenza, anche perché passare più veloci coinciderebbe col rigare le fiancate. Lasciamo il mezzo presso l’ Hotel Las Torres ed iniziamo un percorso di quasi 3 ore, corrispondenti a 1.000 mt. di dislivello. Mentre siamo nel bosco in basso una lieve pioggia si fa appena sentire in mezzo al caldo umido ma gli alberi impediscono all’acqua di filtrare. Scendiamo al Campamento Cileno (c’è anche un rifugio) per arrivare a quello del Torres, che adduce ad un ultimo tratto di ripida salita per uscire sotto gli incombenti campanili delle Torres. Nel frattempo la pioggia lascia spazio ad un caldo sole che illumina tutto ad eccezione del culmine delle Torri. Le cime restano avvolte da un alone di nuvole che vanno e vengono e che di tanto in tanto lasciano trasparire le vette. Nel pomeriggio il sole s’impadronirà di tutto il parco, fatta eccezione delle nostre punte ormai quasi interamente libere da nuvole ma con lo sfondo che rimane grigio, cosa peraltro niente rara. Si riesce comunque ad apprezzarne pienamente la maestosità, che ne giustifica ampiamente la fama.

Rientrando passiamo dalla Laguna Azul, con le torri rigorosamente di sfondo. Il nome la dice lunga su quanto ci troviamo di fronte. Sulla strada che porta alla laguna incontriamo la Cascata Paine, della quale non sapevamo molto ma che invece da sola sarebbe comunque valsa la deviazione. Le ombre iniziano ad allungarsi e non ci stanchiamo di guardare i tanti guanachi che in gruppo si godono quest’ultimo spicchio di pomeriggio. Sono tante piccole scenette di un teatrino: il piccolo che succhia il latte dalla madre, i giovani del branco che scacciano l’anziano mentre cerca di rientrare, ecc. Questa sera riusciamo a rientrare prima e ci possiamo concedere una cena tranquilla: andiamo al ristorante Don Jorge e tocca alla parrillada, un misto di carne alla griglia contenente carne di vitello, agnello, pollo, sanguinacci e salsiccia piccante. Il necessario per toglierci quel “minimo” di appetito. I dolci spaziano dalla moussse di calafate al flan casero. Nel ristorante, mentre stiamo per terminare le libagioni, si apprestano a preparare il cenone dell’indomani. A tal fine impiccano alcuni agnelli per l’asado, i quali vengono messi al palo per essere cucinati il giorno successivo. Dicono che vanno lasciati frollare così per diventare più buoni. Noi sappiamo solo che passando il mattino dopo il loro aspetto non è dei più appetitosi, ma non abbiamo alcun dubbio che lo diventerà non appena verrà acceso il fuoco in mezzo. Per Capodanno hanno in previsione di preparare 6 agnelli. I primi tre inizieranno a girare intorno al fuoco verso le 14 mentre i successivi andranno su 3 ore dopo, che è il tempo necessario per cuocere l’asado al palo. Un sonno ristoratore quanto legittimo ci consolerà delle fatiche.


     Pernottamento: PUERTO NATALES – Casa Cecilia                                                                                275 km.





Day 12 : ven. 31 dicembre 20109


Rientro dal Paine e finale d'anno col botto! Il Perito Moreno sotto un sole splendente



Sulla carta il programma prevedeva una giornata relativamente tranquilla di trasferimento a El Calafate. In realtà è stato molto di più, diventando una giornata che difficilmente sarà possibile scordare.

A Puerto Natales ce la prendiamo comoda, dedicando le prime ore a qualche compera, tanto che partiamo alle 10,30 in direzione nord. Passiamo nuovamente vicino a Puerto Bories, un ex macello per la lavorazione della carne e andiamo a varcare il confine di Cerro Castillo sul lato cileno e Cancha Carrera su quello argentino. Si tratta di un posto frontaliero poco trafficato e le operazioni durano relativamente poco. Si ha persino la sensazione che i funzionari cerchino di tirarla per le lunghe tanto per ingannare il tempo ed avere qualcuno con cui parlare. Se poi sono italiani iniziano a sfoderare qualche parola nella nostra lingua e iniziare discorsi su qualsiasi argomento possa accomunarci, in primis il calcio. Sbirciando sul registro argentino dove vengono riportati tutti i passaggi (il computer è ancora un marchingegno da scoprire) veniamo a conoscenza che il giorno 27 dicembre sono transitati solo quattro veicoli. Questo succede mentre siamo in alta stagione e il salotto che si trova dietro il bancone con televisione e divano ci fornisce la risposta allo stress che deve avere chi lavora da queste parti, ma anche della loro frustrazione condita di solitudine. Il concetto di formalità della divisa che conosciamo in Europa è ben altra cosa a queste latitudini e i tempi non lontani in cui i regimi autoritari che governavano questi Stati imponevano la marzialità ai militari sembrano in realtà distanti anni luce. Inizia un lungo tratto di sterrato in mezzo ad un deserto intervallato a malapena da laghi azzurri, dove come un miraggio stazionano gruppi di fenicotteri rosa. Ci fermiamo per uno snack a Esperanza, nello stesso bar dove una settimana fa abbiamo sostato in occasione del trasferimento a Rio Gallegos. Qui vediamo che il tempo è ormai stabile sul bello ed iniziamo a prendere coscienza della possibilità di chiudere l’anno col “botto”. Premendo sull’acceleratore arriviamo a El Calafate, dove facciamo una breve sosta al nostro punto tappa presso Cabañas Nevis per prenotare i biglietti del giro dei ghiacciai in battello per l’indomani e via subito verso il Perito Moreno, situato a 85 km da El Calafate. Manca poco alle 16 e 4 ore dopo abbiamo l’appuntamento per cena. Essendo l’ultimo giorno dell’anno il ristorante Michelangelo ha fatto un’eccezione per noi, concedendoci la possibilità di saziarci prima, evitando in questo modo il canonico cenone di Capodanno.

Esprimere le emozioni che si provano alla vista del Perito Moreno (FotoA - FotoB - FotoC - FotoD)è impossibile. La vista col sole, oltre a rappresentare un esempio di spettacolare rarità, consente di ammirare le varie tonalità di blu del ghiaccio e distinguerne più nitidamente le guglie che lo formano. Si tratta del ghiacciaio più conosciuto della Patagonia e sicuramente di uno dei più famosi e particolari del mondo. Dopo una discesa di oltre 30 km dal grande bacino glaciale dello Hielo Patagonico Sud, il fronte del Perito Moreno si getta nel Lago Argentino e l’attraversa per 5 km fino a presentarsi come una imponente parete verticale che raggiunge i 60 -70 mt sulla superficie del Lago Argentino: uno degli ultimi, avanza di quasi 2 mt. al giorno facendo crollare continuamente ed in modo spettacolare enormi strutture glaciali alte come case di decine di piani. In realtà il ghiacciaio appoggia una parte del fronte sulla terraferma della penisola di Magallanes. Un torrente che passa sotto la massa glaciale unisce in questo modo il Brazo Rico al resto del lago Argentino. In questo momento la classica diga che si forma, ostruendo il deflusso dell’acqua dal Brazo è parzialmente aperta, grazie al tunnel scavato dall’acqua. La giornata calda accelera il processo di distacco con boati sordi e rapidi, che l’occhio riesce a cogliere bene, cosa più difficile con una macchina fotografica, sebbene la distanza dal fronte sia assai ridotta.

Rientriamo con gli occhi sazi delle vedute e ci apprestiamo a saziare anche lo stomaco. Al ristorante ci attendono e noi gli facciamo onore. Il lomo continua ad essere il piatto più selezionato, innaffiato questa volta con il Malbec. Uno dei vigneti locali che a differenza degli altri (Merlot, Sauvignon, Cabernet, ecc.) provengono dall’Europa. Usciamo quando sta per arrivare la mezzanotte, che ci vede sulla strada principale (Av. de Libertadores) a salutare l’arrivo del nuovo anno. Come da tutte le parti ci sono spettacoli pirotecnici improvvisati che meritano un’occhiata, ma per oggi nulla può essere avvicinato allo spettacolo di cui siamo stati testimoni.

Perito Moreno e caratteristiche metereologiche


    Pernottamento: EL CALAFATE - Cabañas Nevis                                                                           528 km.




Day 13 : sab. 1 gennaio 20119

 

I ghiacciai Upsala e Spegazzini visti dal lago Argentino


I biglietti acquistati in tutta fretta ieri ci permettono di effettuare oggi il giro in catamarano per vedere da vicino i ghiacciai Spegazzini e Upsala.

Diversamente dal Paine, per entrare nel Parco Naturale Los Glaciares bisogna pagare l’ingresso ogni volta che vi si accede. Facciamo un’escursione di tutto il giorno navigando sul Lago Argentino (che si trova a soli 170 mt sul livello del mare) fra icebergs, ghiacciai e foreste. Si parte da Punta Bandera (50 km / 45 min. ca. da El Calafate) con un grosso battello della compagnia Fernandez Campbell. Il percorso si inoltra lungo il lago, superando lo stretto chiamato Puerta del Diablo, ponendoci di fronte agli iceberg staccatisi dal ghiacciaio Upsala. Questo ghiacciaio è il più lungo (60 km) della zona, è indietreggiato di un km in 1000 anni mentre attualmente la stessa distanza a ritroso viene percorsa in un solo anno. Nonostante ciò copre ancora una superficie pari a 4 volte quella della capitale Buenos Aires. Le masse di ghiaccio che si staccano non riescono a prendere il largo sul lago Argentino, in quanto incocciano contro il fondale che si restringe ad una profondità di soli 100 mt., contro i 400 nel punto dove il ghiacciaio ha il suo fronte. Questo intasamento impedisce la navigazione verso l’Upsala ed altri due ghiacciai adiacenti, l’Onelli e l’Agassiz. Del resto la parte emersa di un iceberg è solo il 15%, mentre tutto il resto è sommerso. Quando trova un fondale più basso finisce per incagliarsi. La navigazione procede verso lo Spegazzini, alto 130 mt., con un fronte particolarmente imponente. Il fatto di non poter entrare nel bacino dell’Upsala genera l’occasione di vedere il Perito Moreno da altra angolazione, ovvero dal basso sul lato destro. Il tour si chiude alle 17. Prima di rientrare definitivamente andiamo ancora a vedere il ghiacciaio dalle passerelle dove siamo stati ieri. Oggi la giornata concede ancora qualche sprazzo di sole, ma in lontananza le nuvole bianche si confondono con la base del ghiacciaio. Il fronte invece è in buona luce e riflette tutte le tonalità del blu.

Rientrati a El Calafate, resta ancora il tempo per due passi nella via principale (quella dello shopping) ed una cena, manco a dirlo, a base di carne al ristorante La Lechuza (maiale in salsa di birra scura con cipolle caramellate e salmone – dolce: bavarese di calafate con gelato al cioccolato).


Pernottamento: EL CALAFATE - Cabañas Nevis                                                                              172 km.




Day 14 : dom. 2 gennaio 20119



Da El Calafate fino alla base di Sua Maestà: il Cerro Torre senza una nuvola.


Anche oggi, una giornata che sembrava essere di tranquillo trasferimento si trasforma in una travolgente cavalcata verso le infinite bellezze di questa regione. Il cielo è terso e fa persino caldo quando facciamo colazione nel solito bar presso il benzinaio di El Calafate. I croissant, che qui chiamano medialuna, sono ormai diventati un appuntamento fisso. Un pieno di gasolio e via verso El Chalten.

La macchina fotografica ha già impresso sulla scheda oltre 2000 foto ma dico che me ne basta solo più una: quella con lui, il Cerro Torre. Un destino benigno in realtà me ne riserverà ben più di una. La strada è tutta asfaltata e presenta un percorso più vario delle solite steppe percorse finora. Non che non sia arido, ma segue il corso del Rio La Leona con ampi saliscendi che rendono il viaggio più interessante.

 

E’ curioso notare come queste aride lande desolate possano essere solcate da fiumi così brillanti. Eppure i Laghi Argentino e Viedma che ricevono lo scioglimento degli enormi ghiacciai, danno sfogo alle loro acque nei fiumi che attraversano il deserto per sfociare infine nell’Atlantico. Si assiste in questo modo allo spettacolo di grandi strisce blu che squarciano il colore ocra della steppa. Uno spettacolo che risulta particolarmente scenografico quando si arriva con l’aereo.

 

Man mano che procediamo iniziano a stagliarsi in lontananza le vette del Parco ed una di esse in particolare eccita le nostre menti. Mancano ancora 150 km ma la sua forma a guardarla con attenzione è inequivocabile: si tratta del Cerro Torre privo di nuvole. Anche se a grande distanza, siamo davanti a lui. Anzi è lui che oggi ha deciso di farsi vedere. Il suolo ora è prevalentemente pianeggiante e le scarse ondulazioni in nessun momento riescono a nascondere l’icona che ci compare innanzi. Inizia a questo punto una corsa contro il tempo nel timore che qualche nuvola ce ne impedisca la vista una volta che gli siamo sotto. Dobbiamo fermarci un paio di volte per alcuni scatti in lontananza, dacché anche il paesaggio che ci circonda si fa via via più interessante. Quasi col conto alla rovescia arriviamo finalmente a El Chalten e qui cerchiamo l’alloggiamento di stasera almeno per lasciare i bagagli. L’hotel Las Piedras è sul solo piano terreno in stile americano. E qui avviene un altro fatto tanto curioso quanto inaspettato: al gestore che si rivolge a noi in inglese diciamo di parlare tranquillamente in spagnolo. Poco, sentendoci parlare italiano, chiede di parlare tranquillamente in italiano perché lo è anche lui, ma alla fine scopriamo che è piemontese e finalmente possiamo parlare la nostra lingua madre a 14.000 km di distanza. Non solo, Elvio ci dice che un suo nonno è di Nole Canavese, mentre da parte materna ha origini a Moncalieri e a Pralormo. A questo punto smettiamo di approfondire l’argomento per non scoprire vincoli di parentela. Gentilmente ci fa lasciare i bagagli sul prato e ci consiglia di correre verso la Montagna perché una giornata come questa è una vera e propria rarità. Sono le 12 e non ce lo facciamo dire due volte. Percorriamo coi mezzi motorizzati qualche centinaio di metri, fino all’inizio del sentiero. Da qui si prosegue a piedi con molto spostamento e diversi saliscendi, dapprima con il Cerro Torre e il Fitz Roy davanti. Poi solo con il primo a farci da stella polare. E’ inutile dire che le foto vengono scattate da tutte le posizioni, quasi fosse un bersaglio, anche se in realtà lo è. Nessuna donna avrebbe potuto accendere maggiormente il nostro interesse in quel momento. E’ proprio il caso di dire che una volta tanto si preferisce una ruvida parete verticale a morbide curve lisce. Ma questo è amore! Dopo la lunga camminata sotto un sole cocente e la crema con protezione 50 che riesce a malapena a filtrarne i raggi, giungiamo al Suo cospetto quando sono passate le 15, corrispondenti a 600 mt. di dislivello.

Questa non vuole essere idolatria di un blocco di pietra, seppur alto 2000 mt., ma la doverosa riconoscenza ad una delle supreme bellezze (FotoA - FotoB - FogoC)che la Natura abbia saputo creare, per di più in una giornata di splendido sole. Raggiungiamo Laguna Torre che insieme all’omonimo ghiacciaio ci separa dalle pareti sud ed est della nostra Montagna. Sul lago galleggiano alcuni iceberg di piccole dimensioni mentre un uccello appartenente alla famiglia delle aquila, detto Carancho (simile ad un gracchio) volteggia sopra di noi. La smania di arrivare il più vicino possibile al Cerro mi fa provare l’aggiramento del lago sulla sinistra, ma c’è un impetuoso torrente che si diparte dal medesimo e non mi sembra il caso di usare il cavo messo lì per attraversare, non fosse che manca l’attrezzatura per organizzare un sistema a carrucola. Vedo alcuni ragazzi che rientrano con questo sistema: sembrano Indiana Jones. Proviamo sul lato destro, dove un sentiero tiene la cresta della morena ed arriviamo fino al punto in cui il ghiacciaio compie un salto nel lago con un fronte di una ventina di metri. Oltre non si può andare, ma siamo già enormemente soddisfatti. E con altrettanta soddisfazione scendiamo verso la nostra dimora per gustare il guanaco con la polenta (qual migliore suggello!) e la lepre in carpione che Elvio nel frattempo ha preparato.

Ascoltiamo i suoi racconti: ci dice che non tutti gli anni qualcuno riesce a salirlo e che le spedizioni attendono a volte dei mesi prima di trovare il momento di bello tendenzialmente stabile. Non presenta vie normali, sono tutte di un’asperità che pochi possono sostenere. Parla ancora un piemontese accettabile anche se confonde sovente i termini con il francese, del resto non gli capita sovente di usarlo. Per questo ci chiede di rivolgersi a lui solo in piemontese, cosa che non disdegniamo. Trovarsi a parlare piemontese in un luogo così remoto è già di per sé un’emozione che va ad aggiungersi a quella di vedere il Cerro Torrre, ma anche l’alloggiamento e l’ospitalità sono da dieci e lode.

I suoi nonni sono venuti in Argentina intorno al 1925 e si sono stabiliti a Cordoba, dove di solito andavano i piemontesi, abituati a lavorare la terra, mentre i meridionali andavano a Mar del Plata dove c’era possibilità di lavorare con la pesca. E’ a El Chalten da 17 anni e si può dire che sia stato uno dei pionieri, dal momento che il paese è stato fondato appena nel 1985. All’epoca vi abitavano appena 42 persone di cui 10 appartenenti ad una sola famiglia. E’ stato creato al fine di mettere un avamposto in una zona dove il Cile iniziava ad accampare delle rivendicazioni territoriali. Attualmente il paese non ha copertura GSM e l’elettricità viene fornita tramite generatori elettrici a gasolio. Elvio ci dice che con i torrenti ed il vento che c’è qui, sarebbe molto semplice rendersi autonomi energeticamente, ma per alcuni è più remunerativo usare il sistema di generatori. Parecchie vie sono sterrate ed è tutto un alternarsi fra costruzioni recenti, talvolta anche belle e catapecchie disabitate, ormai decadute. E’ comunque evidente che sia in corso un ingente sfruttamento edilizio e questo è dimostrato dai molti hotel in costruzione. Nonostante la bella giornata la vita fra vento estivo e freddo invernale dev’essere tutt’altro che semplice, ma basta guardare verso l’alto in direzione nord per far passare ogni remora.

 

Oggi siamo stati fortunati! Nel trovare il Cerro Torre libero da venti e tormente nel giorno in cui gli rendi doveroso omaggio non c’è abilità, si tratta solo di avere una grande fortuna. L’abilità semmai è nell’osarne l’ascensione, cercare di arrampicarne i duemila metri di granito verticale.


    Pernottamento: EL CHALTEN - Hotel LAS PIEDRAS                                                            223 km.




Day 15 : lun. 3 gennaio 20119


Ancora splendide montagne in escursione da El Chalten: la base del Fitz Roy


Se le attenzioni di ieri erano tutte per il Cerro Torre oggi dobbiamo andare a vedere l’altro grande monolito che campeggia nel versante nord del Parco de los Glaciares, il Fitz Roy, per vederlo bene occorre spendere 4 ore di camminata ed andare alla Laguna de Los Tres, cosa che facciamo con vero piacere. La giornata presenta qualche velatura ma è sostanzialmente bella. Lui, l’amico Fitz, invece ha la testa nelle nuvole e la scopre a malapena per qualche istante. Tutte le altre guglie che si ergono intorno sono invece ben visibili e si riesce ad apprezzare bene anche la sua enorme parete con le due creste che creano una parabola culminante verso il cielo. A differenza del Cerro Torre, questa montagna possiede invece una via normale che risulta un po’ meno difficile delle altre. Un altro spettacolo viene offerto dalla vista sul lago Sucia, che si trova al fondo di un anfiteatro di rocce e raccoglie acqua e ghiaccio provenienti da un ghiacciaio pensile sopra di lui. Mentre scendiamo facciamo una digressione di un’ora (andata/ritorno) per vedere il ghiacciaio Piedras Blancas, anch’esso a tuffo nel lago sottostante. Per “l’ultima cena” finiamo con una bella bistecca al Bistro ed un caffè al Patagonicus, gestito dalla simpatica figlia di Cesarino Fava. Suo padre è stato il promotore della prima ascensione al Cerro Torre e lei ha scelto El Chalten come sua dimora. Il ristorante è un vero e proprio museo delle avventure e scalate organizzate in questa zona. Del resto Fava è probabilmente più famoso del villaggio, senza El Chalten non esisterebbe affatto o si sarebbe sviluppato ben dopo.


    Pernottamento:EL CHALTEN - Hotel LAS PIEDRAS                                                                                                          





Day 16 : mar. 4 gennaio 20119

 

Inizia al rientro: prima a El Calafate, poi a Buenos Aires


Al nostro arrivo in paese ci siamo premurati di prenotare due posti sul pullman che stamane porta a El Calafate. Con puntualità teutonica il bus arriva e riparte in orario e vi troviamo sopra un mondo simpatico, di gente che gira per la Patagonia in pullman sfruttando l’ottimo servizio che essi offrono. Parte alle 7 e tre ore dopo siamo a destinazione. A metà strada si ferma all’estancia La Leona, un locale tipo western dove si racconta che Butch Cassidy e Sundance Kid abbiano dimorato qui per qualche tempo durante la loro fuga. Ritagli di giornale e taglie stanno a testimoniarlo. Anche Bruce Chatwin passò di qui, mentre Perito Moreno venne assalito da un puma, che nello spagnolo argentinizzato si chiama appunto La Leona. Da qui il nome dato al fiume ed alla zona.

A El Calafate andiamo a prenotare un minibus che alle 16 ci porterà all’aeroporto (anche qui tutto molto ben organizzato), a seguire andiamo a salutare quelli dell’autonoleggio Nunatak ed infine un giro a Laguna Nimez, riserva di uccelli dove spiccano ancora una volta i folti gruppi di fenicotteri rosa. Casomai avessimo timore di perdere l’idea della carne argentina, ci rifugiamo in un ristorante, dove per pranzo chiudiamo in bellezza con un’ultima bistecca. Un giro per l’Av. de Libertador per l’ultimo shopping (per la verità non ci sono molte tentazioni che carpiscono il nostro interesse) e con questo chiudiamo la meravigliosa parentesi patagonica.

 

Una cavalcata che il tempo ci ha reso nel contempo più stressante e più esaltante. Di fronte al favore del meteo che tanto temevamo è stato automatico e doveroso cercare di approfittarne per vedere quanto più era possibile, come sempre, nella convinzione che non dovrebbe esserci una prossima volta per visitare questi luoghi. Ed ancora una volta la Natura, per tramite della fortuna, ha voluto premiare i suoi fedeli quanto umili ammiratori con paesaggi che nemmeno osavamo pensare. Un altro merito del successo va attribuito alla cortesia ed ospitalità della gente che abbiamo incontrato, la cui collaborazione è stata di grande aiuto per il successo del viaggio.

In ultimo, quasi come fosse una ciliegina sulla torta, riammiriamo ancora una volta Ushuaia. Questa volta però arrivando dall’alto, dal momento che il volo per Buenos Aires fa scalo nella città più a sud del mondo e sulla vista di questo spettacolo cala il sipario del nostro giro.

 

Limiti di velocità stradali fino a 110 km/h. la segnaletica orizzontale è scarsa, pertanto occorre prestare attenzione agli incroci per capire chi ha la precedenza. Gli autisti argentini non sono così male come ci viene detto. Perlomeno non ci sembra che lo siano ai nostri occhi di italiani.


Volo da El Calafate a Buenos Aires (via Ushuaia arr. 19,45 h. - part. 20,25 h.): 18,30 - 23,45 h. - volo AR 1872


Pernottamento: BUENOS AIRES - Park Elegance Unique Hotel                              223 km




Day 17 : mer. 5 gennaio 20119

 

Inaspettatamente restiamo fermi oltremodo all'aeroporto di Ushuaia, pertanto l'arrivo all'Aeroparque di Buenos Aires avviene quando è la mezzanotte è scaduta da un bel pò. Andiamo in hotel per qualche ora e quando il sole non ci pensa ancora ad illuminare la Capital Federal, ci rechiamo all'altro aeroporto, quello di Ezeiza, dove alle 6,50 parte il volo per Madrid. Lì avremo tutto il tempo per riposarci: tanto di questa notte breve che delle vacanze intense.


 

Totale km effettuati 3.407 (di cui circa 500 su sterrato).