Day 6. - 28 agosto 2009

 

Storia ben conservata a Ainsa, Benasque con l'occhio sul Pico de Aneto e orgoglio occiatano in Val d'Aran.

 

Il mattino si apre nuovamente con una bella giornata. Partiamo verso le 7,45 ancora senza colazione in direzione sud-ovest per Fanlo. Giungiamo in prossimità di Laspuña in 1h10’ su una strada tortuosa e poco bella. Proseguiamo verso la parte alta della vallata, a BIELSA. Qui la strada migliora notevolmente perché sconfina in Francia per raggiungere Arreau, più in giù a Tarbes. Ci riforniamo di viveri per il pranzo in quel di Bielsa ed andiamo al Parador de la Pineta (da cui il nome dell’omonimo circo) partendo dal grande parcheggio per andare alla cascata de Cinca (Foto2) in una cinquantina di minuti. Pranzo di ritorno al parcheggio. In occasione del caffè in bar veniamo sconsigliati di tagliare subito verso est in direzione di BENASQUE, in quanto la strada è solo adatta a 4WD. Torniamo in direzione sud verso AINSA (Foto2), che visitiamo e ne restiamo positivamente impressionati. Una cittadina che potrebbe essere paragonata a qualche borgo appenninico, con un centro restauratissimo e dei dettagli architettonici incantevoli. I negozi sono soprattutto dediti ad un pubblico di turisti, ma risultano molto ben integrati nell’antico delle strette vie urbane.

Vediamo i Congosto del Vermillo, un canyon stretto e alto. Giungiamo infine a Benasque, in un contesto più simile a quello delle vallate alpine. Questa zona, del gruppo Aneto-Maladeta, non più caratterizzata dai circhi visti nell’Ordesa, ma i massicci si distendono sul lati. E’ una zona molto frequentata, oltre per le cure termali, per l’ascensione del Pico de Aneto, che coi suoi 3404 mt. è la vetta più alta dei Pirenei, interamente in territorio spagnolo. In realtà Benasque ne è la base, ma i sentieri partono più in su. Per ragioni panoramiche saliamo per una mezz’ora rapidi su un sentiero a forte pendenza sul lato destro orografico (300 mt. dislivello) sfruttando per quanto possibile la visibilità, che in alto viene limitata dalle nuvole pomeridiane. Di fronte a noi si trova anche l’ampio vallone che conduce oltre confine all’Hospice de France, vicino a Bagneres le Luchon. Proseguiamo ancora una volta su una strada panoramica in direzione sud-est di congiungimento fra due valli. Sono zone collinari, verdi, ma non paragonabili a quanto si vede più in alto. In auto risaliamo fino al punto più elevato della valle successiva, dove un tunnel lungo 5 km ci inghiotte e sbuchiamo dall’altro lato in VALL DE ARAN. Stupisce perché orograficamente siamo in Francia, in quanto qui nasce il fiume Garonna che andrà sfociare a Bordeaux, ma politicamente siamo in Spagna. Culturalmente né l’uno né l’altro: siamo in Occitania. Quella di Aran è infatti l’unica valle spagnola ad appartenere a questa entità culturale. Raggiungiamo Vielha, che a nostro modo di vedere ha concesso troppo alle lusinghe del turismo e le vie sono piene di villeggianti a passeggio. L’opulenza portata dagli sport invernali le ha tolto la personalità di bel paese di montagna. Ci rechiamo nel locale Ufficio Informazioni per avere la mappa delle possibilità di pernottamento e ci avviamo verso lidi più tranquilli, non prima di aver acquistato salumi locali da gente che conosce le nostre valli per averle visitate nell’ambito di scambi culturali fra occitani. In qualche modo ci sentiamo a casa e ben accolti. Un luogo tranquillo lo incontriamo già nel paese successivo. Si chiama Escounhau. Una simpatica pensionata ci accoglie in una Casa Rural e ci consiglia un ristorante d’hoc sapientemente antichizzato e ornato con oggettistica artigianale. Il cielo è coperto da nubi basse. Facciamo due chiacchiere con la padrona e scopriamo come alcune parole siano molto simili al nostro patois. Assaggiamo la Olla de Aragona (un minestrone che contiene anche fette di sanguinaccio, salumi cotti e pezzi di tonno), la Longaniza (composta da un salsicciotto ed un sanguinaccio, che qui si chiama proprio “builn”, quasi come da noi) e coniglio à la plancha. Al rientro facciamo una lunga chiacchierata con la signora che ci ospita, la quale ci conferma l’enorme quantità di neve scesa nell’inverno scorso, mentre l’estate è stata asciutta. Scopriamo che anche qui la montagna non rende quando non è legata al turismo, ma c’è stata meno emigrazione, forse perché mancavano gli sbocchi di grandi città nelle vicinanze. Resta il fatto che le case si svuotano solo per ragioni naturali, anche se ad acquistarle sono ormai solo i forestieri dal momento che i locali non possono permettersi gli alti costi degli immobili, saliti notevolmente a causa dell’attrazione turistica. Ci esprime il suo rammarico nel vedere che case un tempo abitate e vivaci adesso mostrano le imposte chiuse per buona parte dell’anno e riaprono solo nei quindici giorni sotto Natale o d’estate. A differenza della Francia, dove la lingua occitana non viene più usata ed anzi i giovani quasi se ne vergognano, in Val d’Aran ne fanno una ragione di orgoglio e distinzione, tale da studiare l’aranes come prima lingua nelle scuole elementari (ci sono ben 4 esami in proposito). La seconda è il catalano, la terza è lo spagnolo, poi si può scegliere una lingua “straniera” fra il francese e l’inglese. Questo viene visto positivamente in quanto offre ai ragazzini la possibilità d’imparare e parlare contemporaneamente diverse lingue, aumentandone la loro elasticità mentale. Durante la dittatura franchista, alle minoranza non solo veniva impedito l’insegnamento a scuola delle lingue locali (catalano, basco, ecc.) ma addirittura era vietato parlarle in famiglia. Vista la perifericità di questa valle i locali sono sempre riusciti a comunicare con lingua locale senza grossi impedimenti, fermo restando che a scuola l’unica lingua ammessa era lo spagnolo. Da qui l’orgoglio ininterrotto per l’occitano che ha saputo resistere anche alla pressione e alla censura del regime autoritario. Curioso rilevare come sia in catalano che in Aranes “la valle” sia maschile.