Day 2 : sab. 26 aprile 2014

Santiago de Compostela, la mistica meta del Cammino. Le coste galiziane, dove terra e oceano si scontrano creando onde maestose.

Una intensa nebbia mattutina accompagnata dalla solita pioggia fine quanto fitta ci dà il risveglio. Oggi il programma prevedrebbe la visita di alcune città poste nel nord del Portogallo, ma viste le previsioni meteo puntiamo direttamente verso la Galizia, e precisamente a Santiago de Compostela, dove invece è previsto perfino il sole. Arriviamo in tarda mattinata ed abbiamo il primo contatto veramente toccante del nostro viaggio: la Cattedrale (Foto2, Foto3) in sé è bella ed il complesso di edifici che la contorna non risulta essere da meno. Se poi si considerano gli aspetti religiosi e si vuole credere che al suo interno vi siano le spoglie dell’apostolo Giacomo (altre città contendono lo stesso privilegio) il tutto assume anche valore mistico. Quello che invece incide il nostro animo è la presenza dei pellegrini giunti qui al temine del loro Cammino: gruppetti arrivati a piedi o in bici si abbracciano scambiandosi foto nelle quali ostentano giustamente i timbri dei luoghi dove sono passati, in una sorta di conferma scritta di quanto hanno compiuto. Scambiamo due parole con una coppia di ragazzi spagnoli: l’hanno percorso interamente in tre tappe in anni diversi ed adesso si godono il meritato momento di gloria. Si può tranquillamente confondere escursionismo e spiritualità, in ogni caso ci sentiamo inferiori a loro, e lo siamo. Noi siamo arrivati comodamente in macchina mentre loro hanno affrontato le fatiche di un percorso magari non difficile ma di certo impegnativo, almeno in quanto al meteo (in zona i giorni con pioggia sono superiori a quelli senza) e a sforzo fisico. Accarezzare il sogno di compierlo interamente non ha senso se lavori, a meno di non farlo a tappe in anni successivi. Abbiamo infine la fortuna di entrare in chiesa proprio nel momento in cui la celebrazione sta per finire ed assistiamo al rito che vede un enorme turibolo (Foto2) pesante oltre 50 kg oscillare lungo la navata centrale per spandere incenso sui fedeli. A parte i 33 mt. di corda da cui pende, è di enorme impatto vedere questo oggetto pendolare fino a quasi toccare il soffitto. Rappresenta per il pellegrini il suggello e la fine del loro cammino, da qui inizia la festa ed il ricordo di quanto hanno appena compiuto. E’ ormai ora di pranzo, cerchiamo così un locale dove assaggiare il famoso polipo alla feira, altro nome di quello che nel resto della Spagna viene definito alla “gallega”, e ci dirigiamo verso nord per raggiungere La Coruña. La città è una piacevole sorpresa: chi si attendeva il solito nucleo grigio tutto industrie e pesca rimane invece favorevolmente colpito dall’ordine e dai grandi lavori che sono stati fatti recentemente. Lavori che non sono ancora del tutto ultimati, tant’è che molti spazi pubblici sono tutt’ora un cantiere. Il porto è un assaggio in grande di quanto andremo a vedere nei prossimi giorni, mentre il reticolato di viuzze della città vecchia ci trasporta indietro di qualche secolo. Quanto colpisce di più sono comunque le verande (Foto2) che si ergono come un muro di vetro davanti al porto, con decorazioni che rendono il waterfront una enorme vetrina a specchio sulle imbarcazioni. Fra queste ultime spiccano ancora molti natanti da pesca in mezzo a qualche opulento yacht. Poco più distante, sul capo settentrionale si delinea la forma della Torre di Ercole, monumentale quanto antica di 2000 anni, nell’epoca in cui il sole girava ancora intorno alla terra e proprio qui finiva il mondo.

Usciamo dalla città per affrontare le verdi campagne dell’entroterra ed incontriamo i primi horreos, depositi di granoturco in pietra, studiati per consentire ai cereali di essiccare in una zona dove la pioggia è di casa, impedendo nel contempo l’accesso ai roditori. Nelle forme tondeggianti delle pietre poste fra i pilastri di sostegno vediamo una similitudine coi rascard valdostani.  Ritorniamo verso la costa per visitare Malpica, un grosso villaggio stretto fra il porto ed una collina. Vediamo ancora i pescatori intenti a preparare le reti, in un rituale che va indietro di millenni, pronti per una nuova avventura nell’oceano, in quanto affrontare questo mare altro non può essere anche ai giorni nostri. Tappa a Corme per vedere il faro alloggiato al culmine della Punta do Rocundo: le nuvole in cielo mostrano il loro impeto come il mare, le cui onde lambiscono ferocemente le scogliere nebulizzandosi sui dintorni. Sembrano alleati per far sentire piccoli gli uomini e ci riescono perfettamente. Alcuni fasci di sole vanno ad illuminare le croci poste a ricordo di chi al largo di queste coste ha perso la vita. Del resto, se si chiama Costa da Morte un perché ci sarà e non ci vuole tanta fantasia per scoprirlo. Andare per mare qui richiede un coraggio che solo la disperazione di dover sfamare le proprie famiglie può portare. Per questa sera decidiamo che può bastare e prenotiamo in uno splendido hotel A De Lolo a Muxìa. Avevamo letto parecchio di questo orgoglioso quanto sfortunato villaggio. Sembra una dannazione, nel 2002 la Prestige, la famigerata petroliera riversò il suo prezioso quanto malefico carico lungo le coste rendendole impraticabili per molti anni ed uccidendo la ricca ecofauna in esso contenuta. A Natale dello scorso anno un colpo di fulmine neanche tanto raro in queste zone in cui i venti provenienti dal mare si scontrano con quelli in arrivo dall'interno, ha distrutto un santuario piazzato proprio una costa rocciosa e che la tradizione fa coincidere con il punto in cui Maria sbarcò per andare ad aiutare Santiago (San Giacomo). Come se non fosse sufficiente il flagello di causa umana viene ad aggiungersi anche quello della natura. Ancora una volta la gente sferzata dalla malora alza la testa e prosegue, anche se molti sono emigrati per sempre. Restaurare il monastero richiederà del tempo, averlo come prima sarà impossibile in quanto alcune opere d’arte sono andate perse per sempre. Il flusso di turisti e pellegrini sarà ridotto, su questo che era e rimane una delle ultime tappe sulla via di Santiago de Compostela. E’ incredibile la commistione fra fede e sofferenza, misticità e dannazione. Questo spiega tra l’altro perché la Galizia sia la regione in cui storicamente risultano esserci state più streghe: ghiotto pasto per l’Inquisizione e i più recenti epigoni.

Mancano ancora un paio d’ore a cena, sul promontorio sta per andare in onda uno spettacolo che solo la Natura può interpretare: lo si potrebbe intitolare il Tramonto sull’Oceano. A rendere il luogo ancora più suggestivo ci sono il faro e la Chiesa di Santa Maria de la Barca (Foto2). La tradizione vuole che la Madonna sbarcò su questa costa per andare in aiuto a San Giacomo, che predicava da queste parti. Proprio davanti alla chiesa si trova una pietra, larga ma sottile quanto basta per tenerla integra. Sembra che questa fosse stata la vela della barca. Diventa difficile se non impossibile cercare un compromesso fra fede, leggenda, storia e credulità. Non stiamo a porci molte domande, anche se è difficile restare muti di fronte alla chiesa, che il giorno di Natale dello scorso anno un fulmine incendiò portando via con sé il tetto e quanto vi era contenuto all’interno.  Un luogo di culto millenario, pilastro del Cammino di Santiago, ridotto ad uno scheletro in attesa dei restauri. Il simpatico ragazzo con cui parleremo dopo in hotel ci mostra un filmato che ha caricato su youtube (https://www.youtube.com/watch?v=kkkJ61-rCYU) ripreso nel giorno dell’Epifania di quest’anno, dove si vedono le onde di una mareggiata andare a lambire la chiesa, quasi come se il mare volesse accarezzare le storiche mura chiedendo perdono di quanto il fulmine ha inflitto pochi giorni prima. Se si vuole pensarla più prosaicamente, non si può non pensare alla forza delle onde che si sospingono di parecchi metri scavalcando ogni cosa. Saliamo fino alla sommità  del promontorio, mentre in un punto lontano ad occidente il sole s’inabissa nell’Atlantico (Foto2). L’orizzonte si tinge di una tavolozza che va dal giallo al rosso intenso, le onde incessanti assumono un riflesso vitreo iscurendo a poco a poco. Le costruzioni intorno a noi tendono al giallastro mentre la croce sulla punta allunga la sua ombra a ricordo e monito per le popolazioni sottostanti. Rientriamo scendendo lungo un sentiero roccioso, a malapena tracciato da alcuni segni. Giungiamo nel punto in cui si trova il cimitero, con chiesetta annessa. E’ in posizione più elevata, quasi per consentire a chi vi riposa uno sguardo eterno sull’oceano, che ha sovente rappresentato la vita ma anche la morte.  Il porto sta per essere inghiottito dall’ombra, i marinai sono rincasati. Facciamo lo stesso anche noi per gustare le specialità marinare (Foto2) offerte dal ristorante. Al termine chiacchieriamo con il ragazzo tuttofare, dal cameriere al receptionist a quant'altro si renda necessario. Parla un italiano discreto e ci racconta come la vita sia dura da quelle parti. Ma è la sua terra e non vuole lasciare la patria materna. Del resto che si chiami Costa da Morte la dice lunga su quelle che possono essere le difficoltà che incontrano i marinai nel prendere il largo alla ricerca del pesce, lungo le coste punteggiate da croci che ricordano naufragi e incidenti in mare. Nel centro dei villaggi dove si elevano alte stele a ricordo sembra di essere distanti ma siamo in un angolo neanche poi tanto remoto dell'Unione Europea dove la civiltà è arrivata ma soltanto fino a metà e sembra che ci si sia dimenticati di questo angolo di fronte all'Atlantico che ruggisce come un leone e manda le sue onde simili ad artigli. Ancora una passeggiata mentre rapide nuvole si sono addensate e, per quanto sottili, lasciano scendere una pioggia fitta che non tarda ad inumidire gli indumenti. Turismo non ce n’è, alcuni pescatori parlano allegramente nei bar/taverne lungo la strada principale; anche in questo lembo di costa nell’estremo nordovest della Spagna è sabato sera.

Pernotamento: MUXIA