Day 3 : 30 agosto 2010

Esperienza mattutina nella distilleria di whisky, costa nord-est e sbarco nelle Orcadi.

DUFFTOWN - SPEYSIDE - Partiamo subito bene con la visita alla Glenfiddich distillery, dove alle 9,45 parte il primo giro guidato ed alle 10,30 siamo costretti a mangiare qualche biscotto che avevamo in macchia e bere acqua in abbondanza per mitigare l’allegro comportamento che segue ai vari assaggi. Il tempo è coperto e la temperatura si aggira sugli 8 / 9°. Il tutto inizia con un filmato che ci mostra la storia della distilleria, sono alla quinta generazione e ci tengono molto a dimostrare la tradizione ed il legame col territorio. Vengono spiegate le ragioni perché la distilleria si trova proprio in quel luogo: in primis perché l’acqua è molto pura e per mantenerla tale hanno comprato ben 450 ettari di bacino imbrifero. Del resto il whisky che esce da quell’acqua viene vendono ben più caro. E’ una delle distillerie più famose in assoluto. Hanno 24 vasche di fermentazione in legno di quercia Douglas canadese alte cinque mt., contenenti 50.000 lt cadauna, dove avviene la macerazione del malto frantumato. Dissolvendosi, produce una soluzione zuccherina che viene poi estratta per la fermentazione, la quale inizia con l’aggiunta del lievito al mosto raffreddato. Il lievito trasforma lo zucchero in alcool producendo un liquido chiaro.  Dopo la fermentazione, che dura circa 3 giorni, il liquido passa dentro gli alambicchi. Qui viene preso solo il cuore  del prodotto, in quanto la parte alta è troppo leggera, mentre quella bassa risulta essere troppo pesante. Queste ultime due vengono poi mischiate per fare altro whisky. Si scarta solo un fondo acquoso. Esistono due fasi di distillazione: nella prima fase di evaporazione negli alambicchi più grandi  il liquido esce sui 30°, dopo la seconda distillazione esce sui 45°, tant’è che per renderlo leggermente meno alcolico aggiungono dell’acqua per farlo arrivare intorno ai 40°. La distillazione avviene per separazione: il liquido nuovamente condensato finisce in tre vasi che ne raccolgono rispettivamente la testa, il cuore e la coda. Il riscaldamento degli alambicchi avviene rigorosamente con fuoco di legna. Il whisky viene così messo dentro dei barili di rovere. Possono essere barili dove è già stato imbottigliato lo sherry, provenienti dalla Spagna, mentre altri arrivano invece dall’America, dopo aver contenuto del bourbon. C’è all’incirca un 1-2% di evaporazione annua del whisky una volta che si trova a stagionare dentro i barili. L’orzo è in massima parte di produzione scozzese e comunque interamente britannico. Per ragioni di spazio la trasformazione in malto non viene fatta in questo luogo. Per legge un whisky dev’essere invecchiato almeno tre anni, loro lo invecchiano per almeno 12, ma ne hanno anche di 15, 18, per arrivare oltre i 30 anni. Quando il liquore viene prodotto è trasparente. Il colore deriva dall’invecchiamento nei barili, preso dalla pigmentazione del legno. Una caratteristica del gusto deriva pertanto dai barili stessi, i quali possono essere riutilizzati fino ad un certo numero di volte pari all’incirca a 60 anni d’ invecchiamento. Questo si può comunque capire dalle tracce/segni lasciate nel legno stesso. In sostanza si può vedere dal legno se un barile può ancora essere utilizzato o ha invece raggiunto il suo limite massimo. Per rimodernare i barili, si fa passare una fiamma, che ha il compito di aprire i pori nel  legno, il quale può di nuovo trasferire gusto al liquore. Per berlo esistono bicchieri particolari, i quali, rigirati più volte, riescono a far risalire gli aromi in modo che si concentrino all’uscita del bicchiere e possano essere percepiti dal fiuto. Si possono così distinguere i vari aromi, anche se ognuno ha una propria sensibilità e le regole in materia di degustazione sembrano assai specifiche a seconda del naso. Per aiutare l’ossigenazione del liquore si usa aggiungere un po’ d’acqua. Il whisky va bevuto a temperatura ambiente, non troppo freddo, altrimenti si rischia di svilirne il gusto o imprigionare gli aromi nel ghiaccio. In alcuni reparti, soprattutto dove si ha l’evaporazione e l’invecchiamento è vietato provocare scintille (anche solo usando la macchina foto) in quanto la presenza di alcool nell’aria è parecchio elevata. Anche gli estintori hanno l’esterno in rame. Glenfiddich è l’unico che produce o rilavora le botti all’interno del proprio stabilimento, onde garantire la genuinità del prodotto. Attualmente la tendenza è di usare il single malt, l’alternative è il blended whisky, costituito da una miscela di malti diversi, fino a 50.
A pochi km di distanza vediamo il bottificio di Speyside Cooperage ed il visitor centre della Glent Grant, altra rinomata distilleria che si trova a Rothes.
Arriviamo ad ELGIN (Foto2 - Foto3)con un bel sole, che solo di rado si cela dietro veloci quanto candide nuvole. La cattedrale è una delle più belle di Scozia (veniva denominata la Lanterna del Nord) ed anche qui non si può non pensare alla magnificenza che doveva avere prima che la furia delle distruzioni interreligiose riducesse anche lei ad un mero scheletro. Passiamo da NAIRN ed arriviamo al campo di battaglia di CULLODEN, l’ultimo teatro di una guerra campale sul suolo britannico, nel 1746. Non c’è molto da vedere: sono solo distese di prati contornati da morbide colline, bisogna solo chiudere gli occhi ed immaginare cosa può essere successo e quale sia stata la dimensione della carneficina che gli scozzesi hanno dovuto subire. Questa battaglia segna la fine dell’indipendenza scozzese e la sua integrazione nel Regno Unito sotto l’egida di Londra.
Siamo ormai sulle sponde del LOCHNESS, ma forse perché timorosi o più probabilmente perché non abbiamo velleità di cacciare  il mostro, ci dirigiamo verso INVERNESS (Inver in gaelico sta per sbocco/foce) per superare l’ardito ponte sul Firth e puntare finalmente verso nord. Da un viewpoint osserviamo i rapidi movimenti della marea, mentre un nugolo di turisti è alla ricerca di foche, delfini ed altri animali marini che abitano questi fiordi. Ci aspettavamo di vedere una fredda (in tutti i sensi) città del nord, invece scendendo da Culloden realizziamo esserci parecchie ville sulla collina con vista sul fiordo e con l’aiuto del bel tempo, guadagniamo splendide vedute. Al largo di TAIN, intuiamo a distanza la presenza di alcune piattaforme off-shore, alla foce del Cromarty Forth.  Tanto nella zona di Elgin che proseguendo nell’Easter Ross il paesaggio è connotato da ondulazioni sulle quali pascola folto il bestiame. Non sono nemmeno pochi i campi di cerali, probabilmente orzo. I boschi sono scarsi e l’inurbazione risulta superiore a quanto ci attendessimo, in particolare le città di Elgin ed Inverness risultano assai trafficate. In ogni caso da questo punto in avanti perderemo la concezione del semaforo.
Dopo DORNOCH il paesaggio inizia a cambiare ed incominciamo vedere il vero nord scozzese che ci attendevamo. Meno traffico, strade strette con molte curve e vegetazione più selvatica con ampi pascoli macchiati di pecore. L’unica costante è la folta presenza di erica. La strada lambisce di tanto in tanto il mare, per poi allontanasi di qualche km. Si passa per vedere dall’esterno il DUNROBIN CASTLE, al cui ingresso un camino acceso diffonde un piacevole tepore.
Facciamo una deviazione per vedere LYBSTER, con un porto incassato e molto bello, dove due pescatori stanno mettendo a mollo aragoste e granchi per una forma di allevamento all’interno delle classiche ceste. Alcuni pannelli illustrano invece la storia del paese, nato sulla pesca e conservazione delle aringhe sotto sale. Fu fondata all’inizio dell’800 da un magnate, il quale volle ricollocare la gente sfollata dalle clearences. Grazie alle aringhe vi fu un vero boom (passano da queste parti in folti banchi nei mesi di marzo, giugno e settembre). Tutto ciò ha convogliato parecchia manovalanza per la salatura e la conservazione in barili, soprattutto da parte delle donne. Si calcola che una donna esperta potesse sistemare fino a 60/70 aringhe al minuto. La pesca avveniva in principio con barche a vela, quindi con quelle a motore. Forse in seguito a cambiamenti nella corrente del golfo, ma soprattutto a causa dell’intensificazione delle attività di pesca, il settore è andato in crisi ed i pochi rimasti hanno un’economia di sussistenza basata sulla pastorizia o sulla pesca/allevamento di aragoste e granchi. Seguendo la strada costiera raggiungiamo JOHN O’GROAT’S, che non può nemmeno essere considerato un paese. Si tratta in verità di alcune case gettate a spaglio dal vento in modo disordinato, con un terminal per le Orcadi, solo passeggeri. Vale invece la pena la camminata al DUNCASBY HEAD, dove si trovano un faro isolato e profonde fenditure che creano minuscoli fiordi, mentre dall’acqua spuntano due faraglioni conici alti una cinquantina di mt.
La nostra corsa quotidiana stasera finisce a GILL’S BAY verso le 19,00, mezz’ora prima dell’imbarco che ci porterà alle Orcadi, dopo essere passati in precedenza a prenotare. Riusciamo così ad imbarcarci sull’ultimo traghetto per le isole (ce ne sono tre al giorno) alle 19,30 con attraversamento del Pentland Firth. Destinazione: ST. MARGARET’S HOPE. Assistiamo ad un magnifico tramonto (Foto2)col sole che s’inabissa nelle fredde acque,  in questo punto d’incontro fra l’Atlantico ed il Mare del Nord. L’epilogo del viaggio ci lascia però letteralmente a bocca asciutta: la navigazione dura un’ora abbondante, nel frattempo abbiamo prenotato un B&B nella località d’attracco. Purtroppo si fanno rapidamente le 21 e l’unico pub-ristorante di St.Margaret accetta le ultime ordinazioni alle 20,45h. Noi siamo in ritardo di un quarto d’ora e non c’è più verso di ottenere un piatto con qualcosa dentro. Ci parlano di un non meglio precisato ristorante cinese che sembra trovarsi a 20 km di distanza. Non fosse che per una questione di principio, nel Paese dei salmoni si deve mangiare qualcosa di locale e le nostre provviste d’emergenza sono di certo meglio delle nuvole di drago servite chissà dove. Per fortuna ci avanza ancora un pezzo di cheddar con due arance e ceniamo con quello, accompagnato da biscotti al burro acquistati nel pomeriggio presso la Glen Grant. Il B&B è bello, tranquillo, ma cosa non lo è da queste parti! La serata scorre via veloce ed il sonno altrettanto. La casa non viene nemmeno chiusa a chiave, del resto di ladri che si prendano la briga di venire fino in queste lande desolate non ve ne sono. Ci ricorda la stessa stupefacente esperienza vissuta a Gander a Terranova nel Canada orientale, peccato non poterla sperimentare anche alle nostre latitudini.
D’altra parte i 420 km percorsi su strade che sembrano tenui strisce d’asfalto per oggi sono già più che sufficienti. Le abitudini sono di rincasare presto la sera e chiudersi nel salotto a leggere, guardare la TV o sferruzzare per le donne. E’ una cosa che notiamo fin dalle prime sere in quanto le finestre frequentemente ampliate da bow-windows sono in genere senza tende, pertanto farsi gli affari degli altri diventa la più elementare delle operazioni anche senza volerlo. E’ particolare come il popolo che ha inventato il concetto di privacy sia poi quello che maggiormente si espone alle intrusioni di occhi estranei. Anche volendo ignorarlo talvolta è proprio impossibile. Pur essendo ancora estate ed avendo trovato sostanzialmente sempre bel tempo, la sera in giro non c’è nessuno. Forse una delle ragioni è proprio perché di giovani quasi non ve ne sono più, mentre gli anziani preferiscono una comoda poltrona. Anche al mattino prima delle 9 è difficile vedere anima viva in giro. Tutto ciò nonostante la luce in questo momento non manchi ancora. Alle 6,30 h. è già tutto perfettamente illuminato mentre alle 20,30h. si può tranquillamente passeggiare senza l’ausilio dell’illuminazione pubblica. Non fosse per l’effetto della corrente del golfo, l’arcipelago sarebbe una massa di ghiaccio per buona parte dell’anno, invece vi si praticano allevamento ed agricoltura.