Scozia: verso Nord

Scozia: verso Sud

“Trascorrono tutto il loro tempo in guerra e, in assenza di guerre, si combattono l’un l’altro”. Descrizione del popolo scozzese redatta intorno al 1500.

Talvolta il presente dei popoli non rispecchia esattamente quanto di loro narra la storia. E così capita di apprendere che quella degli scozzesi è costellata da guerre intestine fra clan o contro l'Inghilterra, ma in realtà trovarsi di fronte a gente civile all'interno di una società organizzata. Non ci si attendeva di trovare dei Braveheart in versione secondo millenio, ma il loro fair play misto ad un sano orgoglio nazionale ci ha favorevolmente impressionato.




Day 1 : 28 agosto 2010

L'arrivo in Scozia: le ingegnerie di Falkirk, il vallo di Antonino e il mito di Braveheart.

Arriviamo a Edimburgo con Easy Jet, con circa un’ora di ritardo.  Le procedure per il noleggio dell’auto vanno invece lisce ed otteniamo una VW Golf bz.
FALKIRK – ruota che consente di sollevare le imbarcazioni per congiungere i diversi livelli del canale che collega Il fiordo di Clyde a quello di Forth, ovvero quello di Edimburgo a quello di Glasgow. Funziona tramite un sistema di enormi ingranaggi, i quali necessitano la potenza di soli 8 tostapane per sollevare le imbarcazioni da 35 mt.
ANTONINE WALL – vallo di Antonino, fatto costruire intorno al 140 d.C. dall’imperatore che si spinse più a nord nella conquista di quella che veniva chiamata la Britannia. Dista meno di 1,5 km dalla ruota.
ABERFOYLE – dove non sostiamo
TROSSACHS – facciamo il giro, raggiungendo un freddo colle a ca. 243 mt. , l’Old Duke’s Pass
Il cielo è leggermente coperto, ma non sembra volgere al brutto, stanti ampi squarci di sereno.ù
Scendiamo su CALLANDER in mezzo a splendide bordure di eriche per vedere dall’esterno la bella chiesa. Passiamo davanti ad un castello che la guida non menziona, ma comunque rimarchevole. E’ un centro vacanze per facoltosi.
Raggiungiamo così STIRLING prima di cena per vedere subito il Wallace Monument (dedicato a William Wallace, il celebre Braveheart, eroe scozese morto nel 1305) e dove per 63£  troviamo uno splendido B&B. Andiamo in centro a piedi per la meritata cena. Il guardiano del castello, vedendoci in strada un po’ dubbiosi con la cartina in mano, ci indica come raggiungere il centro. Non che la cucina britannica offra una rinomanza di varianti, ma in nome di una multietnicità che questo Paese, soprattutto grazie alle ex colonie, conosce ormai da molti anni, non riusciamo a trovare un solo ristorante che cucini qualcosa di locale. Vasta offerta di indiani, seguiti dai cinesi. Ci fermiamo in un simil messicano, dove almeno riusciamo a gustare una bistecca e un salmone come si deve. Un’ultima passeggiata per vedere Holy Rude Church, la prigione e  le illuminazioni del castello che si trova in cima ad una collina, rientrando poi per un meritato riposo e lasciando che i giovani si divertano scorrazzando veloci in auto per il sabato sera. Notiamo la presenza in città di numerose botteghe di parrucchieri e locali pubblici di dubbio gusto con brutti ceffi all’esterno, tipiche taverne di buona memoria dickensiana.



 


Day 2 : 29 agosto 2010

Rovine di grandi cattedrali, la costa orientale, verso nord nelle Highlands.

Colazione poco dopo le 7 e partiamo con un cielo decisamente terso; decidiamo così di rivedere il centro di STIRLING con la luce del sole. Splendida la vista della pianura sottostante ed il castello battuto dal vento. Uno dei più interessanti castelli scozzesi, eretto nel XIV secolo ma ingrandito e modificato nel 1675.
CULROSS – passeggiata fino alla chiesa semidistrutta sulla colina, nel cui coro è stata inserita la parrocchiale. Visitiamo anche l’interno tra strade strette e ripide, con alti muri che le delimitano. Il paese, sono circa le 8,30, si sta appena risvegliando nel giorno festivo, mentre il sole illumina ma non scalda, stante la fresca brezza. Le case sono cromaticamente attraenti e ben adorne di fiori.
DUNFERMLINE – parcheggiamo in centro e possiamo stazionare per soli dieci minuti. Andiamo a vedere l’esterno della bella abbazia benedettina (Foto2) (non si può entrare in quanto ci sono le cerimonie domenicali in corso), dove sono sepolti ben 6 re scozzesi. Fu capitale del regno scozzese in più occasioni. Anche il centro cittadino meriterebbe una sosta ben più lunga.
KINROSS – situata sul Lake Leven, al cui centro c’è  un isola dove si trovano le rovine di un castello. L’isola ci sembra assai lontana e non riteniamo di doverci imbarcare per vedere poche pietre, la cui storia non conosciamo nemmeno. Anche esteticamente ha poco da dire.
FALKLAND – chiesa parrocchiale, quando è appena terminata la celebrazione domenicale ed il pastore s’intrattiene coi parrocchiani, in un’immagine d’antan. Il tutto è reso ulteriormente suggestivo dalla presenza di un anziano signore che torna a casa in kilt. E’ curioso rilevare come le chiese dedichino spazi separati al fondo per la convivialità, con tanto di tazze e occorrente per il tè. Cosa che le chiese cattoliche normalmente integrano nei saloni parrocchiali. Fuori il vento è forte ma non fastidioso. Facciamo un giro in questo paese dove tutto è ben tenuto e gli abitanti dedicano molta cura nei dettagli delle case.  Poche auto circolano per gli stretti viottoli e lungo il Falkland Palace.
EAST NEUK – Earlsferry – St- Monans x vedere la chiesa circondata da un verde quanto antico cimitero, prospiciente alle coste del mare del Nord nella zona in cui il Firth of Forth vi si getta dentro – Crail: pranziamo di fronte al pittoresco porticciolo dove un pescatore rivernicia pazientemente la barca e le trappole per aragoste attendono sotto il sole la prossima immersione.
C’è un sentiero che collega i vari paesini dell’East Neuk. Sembra di essere alle 5 Terre.
Ci stupisce come, nonostante la bella giornata, la stagione ancora calda ed il giorno festivo, vi sia poca gente in giro. Seguendo la costa raggiungiamo
ST. ANDREWS – E’ la città a cui si deve l’invenzione del gioco del golf, ma dedichiamo l’attenzione a quello che rimane della splendida cattedrale e al castello nelle vicinanze. La prima è particolarmente curiosa, immaginandola nella sua integrità  costruttiva doveva essere qualcosa di impressionante. Rimangono i muri laterali, colonne e rosoni, oltre alla torre centrale (ha una pianta a croce dove il transetto si trova quasi a metà e sul quale spicca la torre), ma non vi è più traccia delle coperture. Le pietre vennero trafugate dopo la distruzione per costruire le case della città. Ampio cimitero circostante. Si ritiene che sotto la cattedrale sia sepolto Sant’Andrea, il patrono della Scozia, la cui croce simboleggia la bandiera nazionale. La tradizione vuole che le reliquie vennero portate qui da un monaco greco, mentre la costruzione della cattedrale ebbe inizio nel 1160. Anche le vie del paese sono degne di visita.
DUNDEE -  si supera il lungo ponte sul Tay, lungo il quale corre un vecchio ponte ferroviario ormai distrutto dagli agenti atmosferici.  Vediamo solo la Nave Unicorn (la più antica nave da guerra britannica) ed il trealberi Discovery. E’ la città un tempo per eccellenza legata alla produzione della juta, nonché dove è stata inventata la marmellata di agrumi!
GLAMIS CASTLE – lo vediamo solo da distante, immerso nel verde, si trova in un paesino incantevole e ben curato. Nelle sue vicinanze si trova il paese natale dello scrittore che inventò Peter Pan.
BLAIRGOWRIE – che raggiungiamo percorrendo belle strade di campagna e proseguiamo per andare a
DUNKELD – cittadina sulle rive del Tay. Anche qui si trova un interessante scheletro di cattedrale. Una parte è stata chiusa, anche in questo caso per ricavarne la parrocchiale. Molti turisti a passeggio e nei dehors per approfittare della bella giornata di fine estate. Siamo a questo punto sulla A9 in direzione di Inverness, che risaliamo verso PITLOCHRY, il PASSO DI KILLIECRANKIE, quasi non ci accorgiamo di valicarlo  viste le basse quote, già privo di vegetazione alta ma con sterminate distese di erica. Risalendo incontriamo lunghe code di auto di ritorno da un incontro ippico. Innumerevoli sono anche i camion per il trasporto cavalli. Dev’essersi trattato di un grande avvenimento.
BLAIR CASTLE (Foto2)– residenza dei duchi di Atholl. E’ un castello interamente imbiancato con splendidi prati di contorno. Il sole sta già calando, ma proseguiamo ancora alla volta di
DAHLWINNIE, dove vediamo anche l’esterno di una tipica distilleria di Whisky delle Highland, NEWTONMORE e KINGUSSIE, dove troviamo un bell’hotel con una stanza riccamente decorata. Cena con haddock,  gamberetti e steak pie (spezzatino cotto nella birra con sfoglia di pane appoggiata sopra), bevendo birra locale (Nessie). La temperatura è stata quasi sempre sui 15°, così che la sera siamo felici di poter accendere il riscaldamento elettrico in camera per la notte.


 



Day 3 : 30 agosto 2010

Esperienza mattutina nella distilleria di whisky, costa nord-est e sbarco nelle Orcadi.

DUFFTOWN - SPEYSIDE - Partiamo subito bene con la visita alla Glenfiddich distillery, dove alle 9,45 parte il primo giro guidato ed alle 10,30 siamo costretti a mangiare qualche biscotto che avevamo in macchia e bere acqua in abbondanza per mitigare l’allegro comportamento che segue ai vari assaggi. Il tempo è coperto e la temperatura si aggira sugli 8 / 9°. Il tutto inizia con un filmato che ci mostra la storia della distilleria, sono alla quinta generazione e ci tengono molto a dimostrare la tradizione ed il legame col territorio. Vengono spiegate le ragioni perché la distilleria si trova proprio in quel luogo: in primis perché l’acqua è molto pura e per mantenerla tale hanno comprato ben 450 ettari di bacino imbrifero. Del resto il whisky che esce da quell’acqua viene vendono ben più caro. E’ una delle distillerie più famose in assoluto. Hanno 24 vasche di fermentazione in legno di quercia Douglas canadese alte cinque mt., contenenti 50.000 lt cadauna, dove avviene la macerazione del malto frantumato. Dissolvendosi, produce una soluzione zuccherina che viene poi estratta per la fermentazione, la quale inizia con l’aggiunta del lievito al mosto raffreddato. Il lievito trasforma lo zucchero in alcool producendo un liquido chiaro.  Dopo la fermentazione, che dura circa 3 giorni, il liquido passa dentro gli alambicchi. Qui viene preso solo il cuore  del prodotto, in quanto la parte alta è troppo leggera, mentre quella bassa risulta essere troppo pesante. Queste ultime due vengono poi mischiate per fare altro whisky. Si scarta solo un fondo acquoso. Esistono due fasi di distillazione: nella prima fase di evaporazione negli alambicchi più grandi  il liquido esce sui 30°, dopo la seconda distillazione esce sui 45°, tant’è che per renderlo leggermente meno alcolico aggiungono dell’acqua per farlo arrivare intorno ai 40°. La distillazione avviene per separazione: il liquido nuovamente condensato finisce in tre vasi che ne raccolgono rispettivamente la testa, il cuore e la coda. Il riscaldamento degli alambicchi avviene rigorosamente con fuoco di legna. Il whisky viene così messo dentro dei barili di rovere. Possono essere barili dove è già stato imbottigliato lo sherry, provenienti dalla Spagna, mentre altri arrivano invece dall’America, dopo aver contenuto del bourbon. C’è all’incirca un 1-2% di evaporazione annua del whisky una volta che si trova a stagionare dentro i barili. L’orzo è in massima parte di produzione scozzese e comunque interamente britannico. Per ragioni di spazio la trasformazione in malto non viene fatta in questo luogo. Per legge un whisky dev’essere invecchiato almeno tre anni, loro lo invecchiano per almeno 12, ma ne hanno anche di 15, 18, per arrivare oltre i 30 anni. Quando il liquore viene prodotto è trasparente. Il colore deriva dall’invecchiamento nei barili, preso dalla pigmentazione del legno. Una caratteristica del gusto deriva pertanto dai barili stessi, i quali possono essere riutilizzati fino ad un certo numero di volte pari all’incirca a 60 anni d’ invecchiamento. Questo si può comunque capire dalle tracce/segni lasciate nel legno stesso. In sostanza si può vedere dal legno se un barile può ancora essere utilizzato o ha invece raggiunto il suo limite massimo. Per rimodernare i barili, si fa passare una fiamma, che ha il compito di aprire i pori nel  legno, il quale può di nuovo trasferire gusto al liquore. Per berlo esistono bicchieri particolari, i quali, rigirati più volte, riescono a far risalire gli aromi in modo che si concentrino all’uscita del bicchiere e possano essere percepiti dal fiuto. Si possono così distinguere i vari aromi, anche se ognuno ha una propria sensibilità e le regole in materia di degustazione sembrano assai specifiche a seconda del naso. Per aiutare l’ossigenazione del liquore si usa aggiungere un po’ d’acqua. Il whisky va bevuto a temperatura ambiente, non troppo freddo, altrimenti si rischia di svilirne il gusto o imprigionare gli aromi nel ghiaccio. In alcuni reparti, soprattutto dove si ha l’evaporazione e l’invecchiamento è vietato provocare scintille (anche solo usando la macchina foto) in quanto la presenza di alcool nell’aria è parecchio elevata. Anche gli estintori hanno l’esterno in rame. Glenfiddich è l’unico che produce o rilavora le botti all’interno del proprio stabilimento, onde garantire la genuinità del prodotto. Attualmente la tendenza è di usare il single malt, l’alternative è il blended whisky, costituito da una miscela di malti diversi, fino a 50.
A pochi km di distanza vediamo il bottificio di Speyside Cooperage ed il visitor centre della Glent Grant, altra rinomata distilleria che si trova a Rothes.
Arriviamo ad ELGIN (Foto2 - Foto3)con un bel sole, che solo di rado si cela dietro veloci quanto candide nuvole. La cattedrale è una delle più belle di Scozia (veniva denominata la Lanterna del Nord) ed anche qui non si può non pensare alla magnificenza che doveva avere prima che la furia delle distruzioni interreligiose riducesse anche lei ad un mero scheletro. Passiamo da NAIRN ed arriviamo al campo di battaglia di CULLODEN, l’ultimo teatro di una guerra campale sul suolo britannico, nel 1746. Non c’è molto da vedere: sono solo distese di prati contornati da morbide colline, bisogna solo chiudere gli occhi ed immaginare cosa può essere successo e quale sia stata la dimensione della carneficina che gli scozzesi hanno dovuto subire. Questa battaglia segna la fine dell’indipendenza scozzese e la sua integrazione nel Regno Unito sotto l’egida di Londra.
Siamo ormai sulle sponde del LOCHNESS, ma forse perché timorosi o più probabilmente perché non abbiamo velleità di cacciare  il mostro, ci dirigiamo verso INVERNESS (Inver in gaelico sta per sbocco/foce) per superare l’ardito ponte sul Firth e puntare finalmente verso nord. Da un viewpoint osserviamo i rapidi movimenti della marea, mentre un nugolo di turisti è alla ricerca di foche, delfini ed altri animali marini che abitano questi fiordi. Ci aspettavamo di vedere una fredda (in tutti i sensi) città del nord, invece scendendo da Culloden realizziamo esserci parecchie ville sulla collina con vista sul fiordo e con l’aiuto del bel tempo, guadagniamo splendide vedute. Al largo di TAIN, intuiamo a distanza la presenza di alcune piattaforme off-shore, alla foce del Cromarty Forth.  Tanto nella zona di Elgin che proseguendo nell’Easter Ross il paesaggio è connotato da ondulazioni sulle quali pascola folto il bestiame. Non sono nemmeno pochi i campi di cerali, probabilmente orzo. I boschi sono scarsi e l’inurbazione risulta superiore a quanto ci attendessimo, in particolare le città di Elgin ed Inverness risultano assai trafficate. In ogni caso da questo punto in avanti perderemo la concezione del semaforo.
Dopo DORNOCH il paesaggio inizia a cambiare ed incominciamo vedere il vero nord scozzese che ci attendevamo. Meno traffico, strade strette con molte curve e vegetazione più selvatica con ampi pascoli macchiati di pecore. L’unica costante è la folta presenza di erica. La strada lambisce di tanto in tanto il mare, per poi allontanasi di qualche km. Si passa per vedere dall’esterno il DUNROBIN CASTLE, al cui ingresso un camino acceso diffonde un piacevole tepore.
Facciamo una deviazione per vedere LYBSTER, con un porto incassato e molto bello, dove due pescatori stanno mettendo a mollo aragoste e granchi per una forma di allevamento all’interno delle classiche ceste. Alcuni pannelli illustrano invece la storia del paese, nato sulla pesca e conservazione delle aringhe sotto sale. Fu fondata all’inizio dell’800 da un magnate, il quale volle ricollocare la gente sfollata dalle clearences. Grazie alle aringhe vi fu un vero boom (passano da queste parti in folti banchi nei mesi di marzo, giugno e settembre). Tutto ciò ha convogliato parecchia manovalanza per la salatura e la conservazione in barili, soprattutto da parte delle donne. Si calcola che una donna esperta potesse sistemare fino a 60/70 aringhe al minuto. La pesca avveniva in principio con barche a vela, quindi con quelle a motore. Forse in seguito a cambiamenti nella corrente del golfo, ma soprattutto a causa dell’intensificazione delle attività di pesca, il settore è andato in crisi ed i pochi rimasti hanno un’economia di sussistenza basata sulla pastorizia o sulla pesca/allevamento di aragoste e granchi. Seguendo la strada costiera raggiungiamo JOHN O’GROAT’S, che non può nemmeno essere considerato un paese. Si tratta in verità di alcune case gettate a spaglio dal vento in modo disordinato, con un terminal per le Orcadi, solo passeggeri. Vale invece la pena la camminata al DUNCASBY HEAD, dove si trovano un faro isolato e profonde fenditure che creano minuscoli fiordi, mentre dall’acqua spuntano due faraglioni conici alti una cinquantina di mt.
La nostra corsa quotidiana stasera finisce a GILL’S BAY verso le 19,00, mezz’ora prima dell’imbarco che ci porterà alle Orcadi, dopo essere passati in precedenza a prenotare. Riusciamo così ad imbarcarci sull’ultimo traghetto per le isole (ce ne sono tre al giorno) alle 19,30 con attraversamento del Pentland Firth. Destinazione: ST. MARGARET’S HOPE. Assistiamo ad un magnifico tramonto (Foto2)col sole che s’inabissa nelle fredde acque,  in questo punto d’incontro fra l’Atlantico ed il Mare del Nord. L’epilogo del viaggio ci lascia però letteralmente a bocca asciutta: la navigazione dura un’ora abbondante, nel frattempo abbiamo prenotato un B&B nella località d’attracco. Purtroppo si fanno rapidamente le 21 e l’unico pub-ristorante di St.Margaret accetta le ultime ordinazioni alle 20,45h. Noi siamo in ritardo di un quarto d’ora e non c’è più verso di ottenere un piatto con qualcosa dentro. Ci parlano di un non meglio precisato ristorante cinese che sembra trovarsi a 20 km di distanza. Non fosse che per una questione di principio, nel Paese dei salmoni si deve mangiare qualcosa di locale e le nostre provviste d’emergenza sono di certo meglio delle nuvole di drago servite chissà dove. Per fortuna ci avanza ancora un pezzo di cheddar con due arance e ceniamo con quello, accompagnato da biscotti al burro acquistati nel pomeriggio presso la Glen Grant. Il B&B è bello, tranquillo, ma cosa non lo è da queste parti! La serata scorre via veloce ed il sonno altrettanto. La casa non viene nemmeno chiusa a chiave, del resto di ladri che si prendano la briga di venire fino in queste lande desolate non ve ne sono. Ci ricorda la stessa stupefacente esperienza vissuta a Gander a Terranova nel Canada orientale, peccato non poterla sperimentare anche alle nostre latitudini.
D’altra parte i 420 km percorsi su strade che sembrano tenui strisce d’asfalto per oggi sono già più che sufficienti. Le abitudini sono di rincasare presto la sera e chiudersi nel salotto a leggere, guardare la TV o sferruzzare per le donne. E’ una cosa che notiamo fin dalle prime sere in quanto le finestre frequentemente ampliate da bow-windows sono in genere senza tende, pertanto farsi gli affari degli altri diventa la più elementare delle operazioni anche senza volerlo. E’ particolare come il popolo che ha inventato il concetto di privacy sia poi quello che maggiormente si espone alle intrusioni di occhi estranei. Anche volendo ignorarlo talvolta è proprio impossibile. Pur essendo ancora estate ed avendo trovato sostanzialmente sempre bel tempo, la sera in giro non c’è nessuno. Forse una delle ragioni è proprio perché di giovani quasi non ve ne sono più, mentre gli anziani preferiscono una comoda poltrona. Anche al mattino prima delle 9 è difficile vedere anima viva in giro. Tutto ciò nonostante la luce in questo momento non manchi ancora. Alle 6,30 h. è già tutto perfettamente illuminato mentre alle 20,30h. si può tranquillamente passeggiare senza l’ausilio dell’illuminazione pubblica. Non fosse per l’effetto della corrente del golfo, l’arcipelago sarebbe una massa di ghiaccio per buona parte dell’anno, invece vi si praticano allevamento ed agricoltura.



 


Day 4 : 31 agosto 2010

Le isole Orcadi: archeologia dal passato e pecore dal presente.


Dopo una cena per la quale l’aggettivo frugale ci sembra essere il più appropriato, la colazione nel B&B delle Orcadi ci appare come un pasto sontuoso. Il cielo è grigio e non sembra disponibile ad intavolare trattative. Non invidiamo i due ciclisti che hanno pernottato nella stessa abitazione e ci precedono ad uscire di casa sotto una pioggerella antipatica. Si parte verso le 8 per il Mainland, attraversando le Churchill Barriers, costituite da blocchi di cemento immersi per collegare le isole nel sud delle Orcadi, ma soprattutto per impedire ai sottomarini tedeschi di penetrare nella baia di Scapa Flow ed affondare le navi inglesi, di stanza proprio in quel luogo. Si dà il caso che tali barriere vennero costruite proprio da prigionieri italiani, catturati dopo le sconfitte in Africa Settentrionale. In 800 avevano il compito di costruire le difese della British Navy. In mezzo a tali prigionieri alcuni eccellevano nelle arti pittoriche e architettoniche, tant’è che sono riusciti a farsi fornire il materiale necessario dai loro carcerieri ed hanno costruito la Italian Chapel, una splendida chiesetta originata da due container dell’epoca ed un frontale creato da mani artiste. Alla fine l’edificio è diventato una delle opere più rappresentative delle isole, oltre a rappresentare un monito di come la guerra possa talvolta essere sminuita per non dire ridicolizzata da atteggiamenti umani sensati. Di certo a quei prigionieri è andata molto meglio dei loro commilitoni partiti per la Russia . Visitiamo il capoluogo, KIRKWALL, dove spicca la splendida cattedrale in arenaria, il cui gotico slanciato  (Foto2) la rende semplicemente maestosa. Passeggiata in un paese la cui vita procede al ritmo pigro delle sue grigie giornate ed andiamo a HOUTON, dove inizia  a scendere una pioggerella fine, quasi tropicale, ma fredda e penetrante. In realtà non c’è niente da vedere se non l’imbarco per l’isola di Hoy, che appariva fra le opzioni del viaggio. Inutile intraprendere la pur breve crociera per trovarsi sull’altra sponda e non avere miglior vista di quanta ne abbiamo adesso. Si decide così di continuare il giro dell’isola principale e la nostra attenzione va ad alcuni menhir che si trovano lì da qualche millennio ed al Ring of Brodgar, una serie circolare di menhir la cui altezza raggiunge anche i 5 mt., posizionati da non si sa ben e quale popolo dell’antichità e per quale ragione. Sembra incredibile ma le Orcadi sono un vero paradiso per gli amanti del neolitico. Per varie ragioni si sono perfettamente conservati siti con abitazioni, tombe e altre curiosità, delle quali né gli studiosi né gli archeologi sono ancora riusciti a fornire una spiegazione attendibile. Nel frattempo finisce l’unica ora e mezza di pioggia che incontriamo nell’intero viaggio. Resta una nuvolosità alta da impedire al sole di illuminare il verde che ci circonda, ma nel contempo non ci priva del panorama. Ci portiamo sulla costa atlantica per vedere Yesnaby, un’alta scogliera che di punto in bianco compie un salto nel mare. Il tutto è molto bello, anche se col sole sarebbe altra cosa. Passiamo per una rapida occhiata al sito archeologico di Skara Brae. Raggiungiamo così il punto più a nord del viaggio, superando il 59° parallelo. Rientriamo verso Kirkwall, dove avevamo osservato un locale che a pranzo fornisce alimenti per celiaci. Spinti più dalla curiosità che dall’appetito andiamo ad assaggiare un paio di toasts locali. Andando nella parte orientale dell’isola percorriamo un sentiero sul filo del dirupo (Foto2) che si distende lungo la costa per raggiungere i resti di un’antica abitazione di pastori, datata XI sec. Il panorama che ci circonda è decisamente più interessante e vale l’escursione di un’ora. Rientriamo per alcune foto con un tempo migliorato sulle Barriers ed arriva l’ora dell’imbarco, che avviene puntualmente alle 18,30. Il mare è calmo, mentre di fianco a noi scorrono alcune delle 67 isole che formano l’arcipelago delle Orcadi. Poco oltre un’ora per arrivare sulla Scozia continentale e via verso THURSO, la cittadina che stabiliamo come sede del nostro pernottamento. Troviamo un ristorante (il Bistro) con ottima cucina di pesce (smoked haddock e salmone), toffee di banana e meringa con frutti di bosco. Chiudiamo la serata in un pub per un’ultima birra e ci rintaniamo nel Waterfront B&B di 13 stanze. Non tutte per noi ovviamente, gradevole ed economico ma perde un po’ il fascino per il quale vanno famosi. Forse sarebbe meglio chiamarlo più semplicemente guesthouse.



 


Day 5 : 1 settembre 2010

Coste frastagliate e fiordi profondi nella discesa lungo la costa atlantica (nord ovest)

 


Il mattino si presenta velato di nuvole alte e lattiginose che mai cedono all’idea di far scendere pioggia, ma nasconderanno il sole per buona parte della giornata. I paesaggi che vediamo sono semplicemente maestosi e le strade che percorriamo hanno la caratteristica di essere solitamente ad una sola corsia con frequenti passing places, piazzole messe lì per consentire l’incrocio fra veicoli. Il tutto complicato dalla frequente presenza di pecore sull’asfalto. Non è facile guidare in queste condizioni: bisogna sempre prevedere l’arrivo di qualcuno in una zona poco antropizzata e pertanto potenzialmente libera. Al momento dell’incrocio si è costretti a repentine frenate per accostare senza perdere troppa velocità e ripartire subito dopo. I km da percorre sono tanti e la strada non consente alte velocità, oltre a richiedere una concentrazione costante.
L’apice della giornata lo vediamo nei pressi di DURNESS, a Coldbackie, una spiaggia che se non fosse per le fresche temperature si potrebbe tranquillamente definire tropicale. Un’insenatura fra due alte colline che degrada verso il mare è stata riempita di sabbia durante i millenni, l’acqua che arriva a lambirla consente la visione del fondale per decine di metri. Visivamente parlando, solo le abbondanti fioriture di erica sulle colline confermano che non siamo ai caraibi. Visitiamo la Smoo Cave, una grotta che accede ad un fiordo ben riparato, abitata nell’antichità da tutte le popolazioni che hanno vissuto o occupato la zona, inclusi i vichinghi. All’altezza di ULLAPOOL, cercando in mezzo alle nuvole riusciamo persino a vedere un po’ di sole, pronto a rendere più vivi i colori, ma torna ad eclissarsi poco dopo. Mentre scendiamo gli occhi si posano su un cartello che indica la vendita di salmone affumicato. Come due gatti affamati ci mettiamo in cerca della preda, che riusciamo a trovare presso il B&B gestito da un’anziana signora, la quale ci assicura che lo affumicano sul posto. Il profumo che c’è intorno lascia pochi dubbi. A pranzo daremo fondo alle 7 oz. del pregiato pesce in un’area di servizio lungo uno dei tanti torrenti che scorrono dalle Highland verso l’Atlantico.
Si passa per GAIRLOCH, TORRIDON e SHIELDAIG. Vediamo anche le Victoria Falls, ma non sono di certo indimenticabili.
Scendiamo a LOCHARRON, villaggio di case bianche che si estende lungo il porto. La sua struttura è semplice e scorre in parallelo: case, giardinetto, strada, striscia di giardino pubblico, passeggiata e fiordo. Rade gocce di pioggia scendono per inumidire la strada e rendere il tutto più scozzese. Per nostra fortuna si tratta solo di pochi minuti e l’orizzonte torna ad alzarsi.
In generale la costa occidentale è più attraente. Mentre l’altro versante degrada lentamente verso il mare con pendii a limitata inclinazione, coperti da verdi pascoli ed inurbazione in qualche modo accettabile, a ovest è la montagna che si getta nel mare, lasciando poco spazio per strade e ogni genere di insediamento umano. Solo le pecore oziano brucando lungo i ripidi saliscendi. Questa parte è sicuramente più interessante dal punto di vista turistico, con numerosi fiordi che penetrano come spade nella terraferma. Alcuni di essi sono particolarmente profondi e nella II guerra mondiale hanno ospitato le navi da guerra inglesi e sovietiche, che qui si riparavano al sicuro. In alcuni casi i fiordi necessitano una lenta ma bellissima circumnavigazione, mentre su pochi altri  sono stati costruiti dei ponti. Le strade sono ovviamente ad una sola corsia, con le cautele che le sono dovute. Il traffico è scarso anche se ci attendevamo perfino qualcosa in meno, vista la splendida solitudine dei luoghi. Costeggiando alcuni fiordi vediamo allevamenti di salmoni.
La sera ci vede arrivare a PLOCKTON, piccolo villaggio di case imbiancate a calce che sembra essere assai frequentato dai turisti, anche se nessuno pare capirne la ragione. Per 50£ un’anziana signora ci mette a disposizione un’ottima sistemazione. La casa è ben arredata e torniamo ad avere la giusta idea di cosa sia un B&B. Plockton dispone di 4 ristoranti, al limite del tutto esaurito. Troviamo un tavolo al secondo tentativo, ma il risultato è più che apprezzabile. Smoked haddock e trota con le mandorle, dove una cremosa birra (la Best) porta la votazione ai massimi livelli.
Verso le 21 la nostra signora ci attende per un tè (vista la qualità delle birre locali avrei preferito un paio di queste ultime, ma noblesse oblige). E’ l’occasione per fare due chiacchiere con lei, assaggiando una fetta di torta alla banana che gentilmente ci offre. Chiacchieriamo diffusamente e veniamo a sapere che in zona il lavoro scarseggia, così che i giovani sono costretti ad andare a studiare altrove, per poi restarci. Proprio come quello che è successo a tre dei suoi 4 figli (si trovano a Dundee, Glasgow e in Irlanda). Lei, che è vedova da ormai tre decenni, integra la pensione con l’attività di hosting. E’ comunque abitudine diffusa quella di utilizzare le stanze lasciate libere dai figli per dare ospitalità e arrotondare così lo stipendio o la pensione. La vita in inverno a Plockton non è propriamente facile. I pochi abitanti se ne stanno rintanati in casa, mentre la neve scende copiosamente. Lo scorso anno hanno dovuto verricellare alcuni passeggeri di un treno rimasto bloccato per le abbondanti nevicate. Anche se può sembrare strano, il paesino è collegato al mondo esterno con 6 treni giornalieri, che indirettamente permettono di raggiungere Glasgow, Aberdeen e Dundee, dove hanno sede le università e ci sono maggiori possibilità di trovare un impiego. Grazie alla corrente del golfo il fiordo non ghiaccia particolarmente, almeno non abbastanza da poterci camminare o pattinare sopra. Nonostante la casa sia elegante e ben arredata, sembra che la nostra signora non appartenga alla classe dei ricchi. Resta in ogni caso un atteggiamento di ospitalità rimarchevole. La stanchezza della lunga giornata al volante si fa sentire e non servono canzoni per conciliare il sonno.



 


Day 6 : 2 settembre 2010

L'isola di Skye: il sole insinua i suoi raggi fra terra e mare


Una delle belle notizie apprese ieri sera era proprio che le previsioni davano bel tempo per il giorno successivo. La verifica di quanto udito è la prima cosa da fare appena aperti gli occhi e la conferma non si fa attendere. Il cielo è di un cobalto che solo le latitudini più settentrionali sanno offrire. Non c’è tempo da perdere, non fosse che abbiamo ancora un’abbondante colazione fra noi e l’isola di Skye. Con la signora avevamo contrattato l’orario della colazione per le 8, prima assolutamente non si può. Oggi ci tocca anche il black sausage (una sorta di insaccato non lontano dai nostri sanguinacci) cotti al forno, oltre alla tradizionale dotazione di serie. E’ curioso notare che la marmellata classica che incontriamo in Scozia sia quella di arance, di certo un frutto non autoctono. La signora, pur essendo aiutata da una lady che viene qualche ora al giorno, vuole ancora cucinare tutto in prima persona e cura personalmente ogni dettaglio della casa. Partiamo ben sazi per KYLE OF LOCALISH e l’arcuato ponte che un decennio fa ha mandato in pensione i traghetti che facevano la spola con SKYE, la più grande delle Isole Ebridi Interne. Grazie ai numerosi fiordi, in qualunque punto dell’isola non si è mai più distanti di 8 km dal mare. Lungo la strada, sotto il primo sole mattutino, restiamo ammirati a vedere un gruppo di bovini delle Highlands, dal caratteristico colore marroncini ed i lunghi “capelli” che cascano sugli occhi. Ci spostiamo a  KYLERHEA per vedere le lontre emergere dalle fredde acque del fiordo, in quanto abitano alla foce dei ruscelli nei dintorni. Il punto di avvistamento offre un ottimo panorama sul Firth e binocoli per l’osservazione, di lontre ne vediamo una a distanza. Staranno facendo colazione anche loro! Un traghetto collega Kylerhea con GLENEGL, un punto più a sud sulla “terraferma”, fra non poche difficoltà create dall’andamento delle maree. Puntiamo verso nord e raggiungiamo il capoluogo, PORTREE, opulento villaggio pieno di turisti senza meta. Ancora più a nord nella penisola di TROTTERNISH per raggiungere the Old Man of Storr, un pinnacolo che si erge da una catena montuosa, e il Kilt Rock (Foto2), uno splendido paesaggio di faraglioni aggettanti nel mare. Il tutto suggellato dalle note della cornamusa di un suonatore in kilt. L’acqua, i prati, le rocce, il cielo e la musica sono una miscellanea di emozioni che sembrano non avere confini. Alcune delle attrazioni di Skye rappresentano già una meta per il turismo di massa, non siamo molto distanti da Edimburgo ed i pullman sono ormai presenti.
La punta più settentrionale riserva le rovine di un castello e l’ennesimo paesaggio da cartolina. Poco dopo c’è la ricostruzione di un museo-villaggio con tetti in paglia, dedicato alla vita locale (dalle case esce un forte profumo di torba che brucia) e poco oltre un cimitero dove riposa Flora McDonald, eroina irredentista scozzese. Una giornata come questa in questi luoghi deve avere poche ripetizioni durante l’anno. Il villaggio di UIG offre un’altra angolatura spettacolare, incassato in una splendida baia contornata da salti di roccia. Al porto alcune navi sono in partenza per le Ebridi esterne. Il pranzo, dopo tanta abbondanza, si limita ad un frugale gelato a Portree, durante il rientro. La giornata prosegue ritornando sulla Scozia continentale e puntando verso sud. Alcune foto all’Elean Donan Castle, che si specchia sulle azzurre acque di un lago ed ancora tanti divallamenti, al fondo dei quali si trovano i soliti, splendidi, laghi scozzesi, lunghi e stretti. Lungo la strada c’è il Commando Memorial, un monumento eretto in onore dei militi appartenenti alle truppe speciali britanniche, che proprio qui ha avuto la sua sede originaria. All’inizio della seconda guerra mondiale, quando l’armata tedesca sembrava poter avere il sopravvento su tutta l’Europa e si temeva un’imminente invasione dell’isola, Churchill creò un corpo di soldati ben addestrati, pronti a tutto, per fare incursioni in terra nemica e difendere così la patria. In effetti i Commando ebbero grande successo ed il termine è nato proprio da questo corpo, finendo poi in tutti i vocabolari del mondo come gruppi armati da impiegare in operazioni speciali.
Arriviamo a FORT WILLIAMS ma prima decidiamo di vedere le Neptune’s Stairways, una serie di 8 dighe costruite per consentire di superare un dislivello di 20 mt sul Caledonian Canal, il canale artificiale, che taglia in due la Scozia da sudovest a nordest, sfruttando in massima parte il Loch Ness, altri laghi e i fiumi di collegamento, in quello che si chiama il Great Glen, la valle che taglia di netto il Paese. Ci trasferiamo di pochi km verso Corpach per fare le prime foto al nostro oggetto del desiderio: il Ben Nevis, che ci saluta in un’ora prossima al tramonto, ricca di colori caldi. Il cielo terso fa impazzire la macchina fotografica mentre il Ben ci dà appuntamento per domattina. Sempre a Corpach cerchiamo di stabilire il nostro campo base. La fortuna vuole che troviamo un bel B&B con vista sulla nostra Montagna ed i padroni siano degli appassionati di alte quote. Sono inglesi e fino a 4 anni fa abitavano a Aberdeen, dove Martin lavorava nel settore petrolifero. Per essere più vicini alle montagne e nel contempo ad un aeroporto dal quale lui può viaggiare, hanno scelto di trasferirsi a Corpach. Continua a lavorare nello stesso settore ma riesce a farlo da casa, pertanto questo sembra essere il luogo ideale. In realtà sembra che la zona sia la più piovosa di tutta la Gran Bretagna (ed è già un bel dire!) dal momento che le precipitazioni superano i  4000 mm all’anno. Con loro facciamo quattro chiacchiere per ottenere informazioni circa l’escursione. La loro casa è tutta adornata di foto e poster di montagne famose. Scopriamo che sono stati anche loro nelle Rockies e ci sentiamo come fossimo a casa nostra. Per cena ci consigliano di andare al Ben Nevis Inn, un locale posto in prossimità del punto di partenza del sentiero (così impariamo già la strada e studiamo la tattica per l’indomani). Il ristorante assomiglia ad un rifugio e ci sono lunghe tavolate e molti avventori. Per contro il servizio è buono, la cameriera è bella e la qualità del cibo non ha nulla da inviare a locali molto più chic di questo. Il sentiero parte proprio da questo punto, dopo pochi minuti si congiunge a quello in arrivo dal centro visitatori, mentre più avanti converge anche quello dall’Youth Hotel.




Day 7 : 3 settembre 2010

L'ascensione del Ben Nevis, la più alta vetta britannica. Splendido castello a Inveraray


La giornata inizia verso le 6,30, colazione sostanziosa alle 7. Oggi il programma prevede meno km in auto ed una bella scarpinata fino sulla cima del BEN NEVIS, la vetta più elevata delle isole britanniche. Sono solo 1344 mt. di quota ma corrispondono a 1306 mt di dislivello ed è una montagna con una tetra fama di “divoratrice di uomini”. Scopriamo così che muoiono una decina di persone all’anno nel tentativo di salirla. Dopo aver visto quale genere di bestiame umano prova a salirla, ci convinciamo che ad essere pericolosa non è tanto la montagna bensì gli escursionisti che la tentano. Trattandosi della meta più ambita di tutto il Regno Unito, potenzialmente ogni suddito di Sua Maestà sarebbe tentato di ascendervi. Purtroppo, e questo è vero, il Ben Nevis conserva nebbia o maltempo per 9 giorni su 10 e l’orientamento con scarsa visibilità non è per niente facile. Sbagliare strada di pochi metri può condurre in ripidi canaloni che non lasciano via di scampo. In particolare, in occasione delle prime nevicate, quando il sentiero è ormai coperto e scende la nebbia, pare che il luogo diventi un vero inferno per chi non lo conosce. La nostra fortuna nel trovare bel tempo è pari alla  nostra rapidità di salita. Partiamo alle 8 dal Ben Nevis Inn ed alle 10 siamo su una pietrosa piazza d’armi che rappresenta la punta (Foto2 - Foto3). In cima troviamo il vecchio osservatorio e alcuni ruderi usati in passato come ricovero. Va ricordato che almeno 150.000 persone tentano l’ascensione ogni anno. Tutto il pietrame che vediamo in punta presenta parecchie intrusioni di muschio, segno evidente che le giornate asciutte in quel luogo devono essere veramente poche. Il clima è fresco ma splendidamente sereno, avremo sicuramente suscitato l’invidia di molti che l’avranno provata parecchie volte senza poter abbracciare una giornata così bella. Sarà la fortuna del principiante di scalate britanniche; in effetti un po’ novizi ci sentiamo, almeno nell’attrezzatura: mentre le scarpe hanno una suola conforme alle esigenze del territorio, non abbiamo zaini. Così io mi carico lo zainetto borsetta di Bruna, mentre lei ha nientemeno che una borsa di nylon. In ogni modo abbiamo tutto l’indispensabile per difenderci da un repentino arrivo del freddo anche se le previsioni meteo parlano chiaro come il cielo che sta sopra di noi. Non avevamo previsto grandi cose, sicuri come eravamo che il tempo sarebbe stato brutto. Scendendo vediamo che siamo ancora tra i meglio attrezzati. Fisicamente non ci sono problemi e l’ascesa è letteralmente una passeggiata, in tutto sono 16 km:  mancheranno quota e zavorre sulle spalle, ma oggi andiamo veramente veloci. Quando ormai la nostra discesa è oltre metà strada vediamo ancora gente salire con espressioni di fatica degne di un girone infernale. Del resto per molti di essi la zavorra è rappresentata da una notevole cotenna adiposa.
Il sentiero, nella prima parte passa su un tratto di vegetazione dove sono presenti alcune pecore. Circa a metà strada, dove si lambisce un lago, il terreno diventa sassoso ed il sentiero corre su un selciato di pietre sapientemente posizionato da mani umane o più probabilmente macchine operatrici guidate dalle stesse mani. La discesa ci impegna per 2h20min. dal momento che bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi. Le pietre tondeggianti rappresentano una costante e inducono allo scivolamento. Non vorremmo provare il Mountain Rescue. Al termine della discesa facciamo una digressione al Visitor Centre, in realtà si tratta prevalentemente di un negozio dove vengono venduti attrezzatura e gadgets legati al Ben, più che un vero e proprio centro informazioni.
Riprendiamo la vettura per cambiare qualche £ in banca e proseguiamo in direzione della smokehouse di INVERAWE, non prima però di passare da Connell (per vedere il saliscendi della marea). Qui vengono lavorati e affumicati i salmoni. Anche se l’attività dello stabilimento è chiusa dalle 16, riusciamo a sbirciare dai vetri, vedere l’interessante filmato e le molte schede messe a disposizione per spiegare la lavorazione. Sulla strada vediamo la chiesa di St.Conan (Foto2), una perla gotica incastonata sopra un lago azzurro, ed il castello di Kilchurn, quest’ultimo solo dall’esterno essendo praticamente impossibile arrivare nelle vicinanze. Venne abbandonato dopo essere stato colpito da un fulmine nel XVIII sec. Al tramonto siamo ad INVERARAY, dove il castello (uno dei più belli) (Foto2) viene illuminato dalle calde luci serali. Tutto è ormai chiuso ma l’esterno è la parte che ci interessava vedere. Il villaggio, con le sue case bianche, a specchio su uno dei tanti laghi della zona, appare il posto ideale per soggiornarvi la notte e la fortuna ci fa trovare un simpatico signore che ha proprio una stanza libera per noi. Il paese è stato costruito tre secoli fa per volere del duca di Argyll, il quale, dovendo ristrutturare il castello e necessitando mano d’opera, aveva fatto costruire le case per ospitare gli operai. Questa origine gli conferisce un’apparenza certo non ricca, ma nel contempo caratteristica e suggestiva. Per festeggiare la giornata diamo libero sfogo ai nostri appetiti gastronomici al George restaurant, in centro. L’apparenza vuole essere quella di un’antica taverna, ma la frequentazione è di gente ben vestita, mentre la qualità della cucina è in netta controtendenza con la famigeratezza di quella britannica. Gustiamo salmone e steak, mentre sul dessert si cade ancora una volta nelle tentazioni locali ed ordino uno steecky toffee pudding dal gusto dolcissimo e traboccante di burro. E con questo ho acquisito il pass per finire  direttamente nel girone dantesco dei golosi, quando ne verrà il momento. Nel frattempo conto di gustarne ancora altri per entrarci a pieno titolo dal portone principale. Assaggio diverse varietà di birra ale locale, così cremosa e gradevole al palato che scende come l’olio. In effetti si possono apprezzare alcune diversità nel profumo e nel colore, ma grandi differenze non si notano. Bere meno aiuterebbe comunque a discernere meglio i gusti. Con tre pinte a carico mi alzo bene dal tavolo ma mi sento stranamente allegro e vivace, forse anche per l’ascensione e la bella giornata. Di certo non solo per quello.




 

Day 8 : 4 settembre 2010

Sabato mattina a Glasgow. Le cattedrali del sud: vestigia di un grande passato.


Dopo la storica giornata di ieri, ci apprestiamo a vivere un sabato un po’ più tranquillo. Riprendiamo il paese di Inveraray ed il castello con una luce brillante proveniente da est e procediamo costeggiando il Loch Lomond in direzione di Glasgow. Il centro di  GLASGOW sta iniziando il giorno prefestivo ed il centro inizia a riempirsi di viandanti che nel giro di un paio d’ore lo inonderanno. La città non offre grandi attrattive che da sole valgano il viaggio, l’unica opera d’arte che consideriamo veramente tale è la splendida cattedrale, un capolavoro gotico che con snelle colonne (Foto2) si leva alta sopra ogni altro edificio urbano. Le vetrate sono anch’esse agili e molto strette, creando in questo modo un angolo estremamente acuto. Nella parte sottostante vi si trova una chiesa ed in tal caso le colonne sono basse e fitte, quasi a voler creare un’aura di mistero in questo luogo oscuro. E’ curioso notare come di norma le chiese scozzesi abbiano un transetto più spostato verso il centro, lasciando così molto più spazio al coro. Qui possiamo dire che nel coro si trova l’intera cattedrale, poiché trovano posto anche i banchi dei fedeli e solo in fondo, all’altezza dell’abside c’è l’altare.  Ciò è anche agevolato dal fatto di essere un luogo di culto protestante, che ne semplifica gli ornamenti riducendo gli spazi.
Passeggiata nella city e verso il river Clyde per rientrare a recuperare l’auto quando è ormai mezzogiorno.
Imbocchiamo l’autostrada per Edimburgo e quindi una statale che porta a visitare le abbazie delle Boarders:
JEDBURGH: arriviamo alle 14, ci sono i resti della cattedrale (Foto2). E’ completa ad eccezione del tetto e delle vetrate. Lo stato di conservazione è nel complesso buono, così come il villaggio stesso di 4000 abitanti ca.
MELROSE: ci attendevamo qualcosa in più. La cattedrale non versa in altrettanto buone condizioni anche se esiste ancora una parziale copertura. La cittadina non è molto curata.
PEEBLES è una cittadina che conta ca. 8000 abitanti, con un centro interessante, ma poco più.
ROSSLYN CHAPEL è una chiesa risalente  al XV secolo, situata a ROSLIN, 10 km a sud di Edimburgo. Questa chiesa è stata progettata da William Sinclair, Conte di Caithness. Costruita nel 1446, in origine era stata denominata Cappella Collegiale di San Matteo. Spicca per la sua architettura con scene bibliche e sculture pagane relative alla tradizione dei Templari. Inoltre, questa chiesa è famosa per i miti e le leggende che si sono create nei suoi riguardi. Si dice che la chiesa sia attraversata dal Meridiano di Parigi e che esista una stanza sotterranea nella quale i religiosi non lasciano entrare nessuno. In ogni caso è un vero gioiello architettonico con un interno bianco riccamente decorato in ogni suo angolo e dettaglio. Da quando la chiesa è apparsa nel libro "Il Codice da Vinci" e nell'omonimo film come chiave di ricerca per il Sacro Graal, il numero di turisti che la visitano non fa altro che aumentare. Nel giro di pochi anni sono passati da 30.000 a 130.000. La guida ci spiega le allegorie, metafore, contraddizioni che sono rappresentate nelle decorazioni. Attualmente è in corso un’ingente serie di lavori di conservazione previsti durare 4 anni. Un dettaglio molto interessante è nell’ornamento di un arco di fine ‘300, che rappresenta frutti tipici del continente americano. Questo lascia presupporre, come già riportato altrove, che i templari fossero arrivati in America almeno un secolo prima di Colombo ed in tale occasione avrebbero portato indietro anche dei frutti. Se così fosse, la scoperta del nuovo continente sarebbe da anticipare di almeno un secolo.
Usciamo quando sono ormai le 18 per raggiungere la vicina EDIMBURGO, pernottiamo nell’ennesimo B&B in un bel quartiere periferico, che scende verso il centro urbano. Si cena al Deacon Restaurant, situato lungo il Royal Mile, la via centrale della capitale scozzese. Riesco ad assaggiare l’haggis, il piatto nazionale a base di interiora di pecora. E’ buono, e non trovano giustificazione le premunizioni delle guide quando ne accennano condito di preamboli e forti cautele. Bruna gusta invece haddock e salmone in polpette. Passeggiata nel centro con temperature fresche, nonostante le quali i giovani impazzano nel sabato sera e le ragazze sfoggiano mises più adatte alle riviere delle nostre latitudini. La cui vista talvolta è piacevole, altre volte è solo un riversarsi di grassi addomi sui pantaloni. Gli uomini hanno imparato a difendersi dal freddo praticando l’arte di ingurgitare alcool.




 

Day 9 : 5 settembre 2010

Edimburgo in un domenica mattina di fine estate...e di fine vacanze.


Abbiamo qualche ora per visitare Edimburgo di giorno e ne approfittiamo facendo una rapida colazione in camera poco dopo le 6,30, dal momento che quella ufficiale viene servita non prima delle 8,30. Mentre la città non pensa ancora a mettersi in moto ed in giro ci sono solo i camion della nettezza urbana intenti a ripulire dai residui del sabato sera, ci dirigiamo al porto per vedere il Britannia, il panfilo reale, attraccato dal 1997, quando è stato dismesso dalla famiglia reale. Pare che i suoi interni espongano quanto di più lussuoso si possa pensare ma, a prescindere dall’orario, non siamo minimamente interessati a porgere i nostri omaggi ed il nostro stupore ai regnanti di Londra. Ci rechiamo sulla collina di Calton Hill (Foto2 - Foto3) per una vista dall’alto, meritevole di una breve scarpinata per raggiungere tale podio. Ci portiamo infine verso il centro per una passeggiata lungo le vie più percorse dal turismo. La New Town è degna di menzione ma potrebbe tranquillamente essere percorsa in auto, mentre la zona che si trova sotto la rocca del castello sembra essere decisamente più interessante. I giardini botanici sono qualcosa di incantevole, soprattutto in quanto hanno il castello come sfondo.
C’è tutta una serie di lavori in corso per preparare lo spettacolo pirotecnico della sera. Purtroppo non ci saremo, ma in 8 giorni ci sembra di aver già visto parecchio di questo Paese del quale poco si parla, ma che nel silenzio conserva tradizioni, attrattive turistiche e culturali fra le più belle che si possano incontrare in Europa. Un ultimo scorcio dedicato al Royal Mile e alla piazza prospiciente il castello suggella il tutto e lascia un ricordo magico di un Paese orgoglioso e al tempo stesso modesto rispetto ai tesori che possiede.




CONSIDERAZIONI GENERALI:


Gli Scoti, da cui deriva il nome di Scozia, arrivarono dall’Irlanda nel VI secolo, quando già esistevano altre popolazioni, quali i Pitti nel centro nord ed i Britanni nel sud. Dall’VIII al XII sec. il nord fu terra dei vichinghi. Poco o nulla si sa invece delle popolazioni che hanno abitato le isole del nord, lasciando evidenti tracce archeologiche. Ovunque si trovano castelli, dimore o luoghi legati a Maria Stuarda, la sfortunata regina di Scozia che regnò nel XVI secolo. La Scozia è parte della Gran Bretagna dal 1707 e venne sottomessa con condizioni coloniali nel 1746 dopo la battaglia di Culloden. Attualmente è in atto una devolution, che ha permesso l’instaurazione di un Parlamento a partire dal 1999 , nonché di ampie autonomie.


Le cattedrali vennero distrutte dalla follia egualitaria di John Knox, predicatore riformista  e dei suoi seguaci, che pensarono bene di attuarla con la distruzione di quanto esisteva prima. Una cosa che nono riusciamo a spiegarci è come tali tesori dell’arte britannica non abbiano beneficiato di ricostruzioni. Sono trascorsi secoli, in alcuni caso persino mezzo millennio, senza che qualcuno provvedesse alla totale ristrutturazione. Di più, in certi casi, la scarsa manutenzione e lasciare tutto all’esposizione delle intemperie ha provocato il degrado di quanto esisteva.  Resta comunque molto gradevole l’effetto scenico delle arenarie gialle o rosse a sui verdi prati e, quando capita, contro il cielo azzurro.

I castelli di solito sono ancora di proprietà dei nobili locali, pertanto alcuni di essi hanno aree vietate al pubblico, in quanto ospitano le abitazioni. In realtà c’è da pensare che i nobili li utilizzino soprattutto in occasione di feste o cerimonie e preferiscano una vita più vicina alle comodità offerte dalla città. I nobili scozzesi traggono normalmente origine dai capiclan che in passato si suddividevano il Paese, in perenne conflitto fra di loro, almeno nei periodi in cui non si combattevano guerre contro gli inglesi. Detto in poche parole la storia scozzese è ricca di divisioni e guerre, che si sono in qualche modo attenuate solo dopo l’unificazione avvenuta all’inizio del ‘700.

Le strade sono sempre e comunque strette, ma soprattutto manca quasi sempre la banchina laterale. Questo richiede un’attenzione costante per non invadere la corsia opposta o evitare di uscire di strada finendo sul cordolo di terra o nelle frequenti buche che si formano lungo ai bordi. I limiti sono di 60 m/h, che possono scendere a 30/40 a seconda del tipo di zona urbana.


Molte case, soprattutto quelle più vecchie, hanno due camini agli estremi opposti, anche relativamente larghi.

La colazione nei B&B avviene nel classico stile britannico: egg & bacon, ai quali si aggiungono di volta in volta i fagioli con ketchup, pomodori o funghi. Il tutto per iniziare con le giuste energie. Ovviamente, per chi gradisce, non mancano i cereals, marmellate con abbondanza di burro e bevande varie. Manca solo una pinta di birra.

La vegetazione è ricca di felci in una sorta di disordinata boscaglia fitta quanto bassa. Questo si mischia sovente all’immancabile erica. Ogni tanto si vedono dei prati completamente viola.

Vediamo molte pecore con il caratteristico muso nero. Tali pecore sono state fatte arrivare nel ‘700  perché sono più resistenti e dovevano servire per colonizzare i nuovi terreni che, a seguito delle clearences, avevano costretto molti abitanti a trovare dei luoghi impervi e difficili da pascolare. Si chiamano black face sheep.

Moltissime famiglie posseggono dei cani, normalmente sono due. Possibilmente della stessa razza ma anche diversi in certi casi. Quello che è sicuro, è che i cani non debbano restare soli.

Se da un lato si vede grande rispetto per i bambini e la notevole organizzazione (anche turistica) per i portatori di handicap, con limiti stradali rigorosi in prossimità delle scuole ed altri provvedimenti tesi a proteggerli, dall’altro si vede una scarsa cultura del pedone in genere: le strisce pedonali sono quasi del tutto assenti, anche nelle grandi città, e lungo le strade non esistono banchine sulle quali si possa camminare a piedi. Oltre la sede stradale di solito c’è una stretta striscia d’erba e immediatamente a lato si trovano le recinzioni o i muri. Le auto sono spesso parcheggiate letteralmente in strada con conseguente intralcio al traffico, ma questo è regolare.

Alla radio ascoltiamo Radio BBC Gaelic, che trasmette solitamente musica celtica e parla in un incomprensibile idioma gaelico. Non che dai veloci speaker in inglese si capisca molto di più, ma in questo caso riusciamo veramente ad apprezzare solo la musica. Scopriamo con stupore come in gaelico il termine Scozia si traduca Alba.
Nel nordovest tanto i fiordi che i laghi si chiamano loch. Mentre a est e a sud i fiordi si chiamano firth. Nelle zone in cui si parla il gaelico le indicazioni stradali sono bilingui.