Day 10 : lun. 29 aprile 2013

Bei panorami sull'altopiano. Gyantse: crocevia della storia, baluardo di cultura tibetana.  

Dormire a 3600 mt. di quota ormai non rappresenta più un problema. Appena servono colazione (alle 7h.) ci presentiamo ad assaggiare per la prima volta lo tsampa. Un simpatico cameriere mi accompagna al buffet per prepararlo correttamente. Si tratta di mettere della farina d’orzo in una ciotola e poi aggiungervi del tè caldo al burro mescolando il tutto. A seguire ci precipitiamo in strada per compiere il kora del Jokhang, il giro votiv che i fedeli compiono più volte, sempre in senso orario. Pur essendo mattino presto gli stretti vicoli di Barkhor sono già affollati di fedeli che si avviano verso i luoghi delle cerimonie e, mentre una coda interminabile attende l’apertura del Jokhang, altri effettuano le prostrazioni di fronte al tempio. Ci mischiamo ai fedeli che affollano ogni angolo del kora, facendo girare le ruote di preghiera e recitando mantra a voce alta, il tutto in un’atmosfera resa particolarmente mistica dall’aria frizzante del mattino e dalla luce del primo sole che rende suggestivi i colori delle case sotto un cielo cobalto. Ci addentriamo nel cortile di un piccolo monastero dove al fuoco rustico di enormi ceppi di legna un paio di monaci stanno preparando decine di bollitori di tè al burro per la colazione. Poco distante il quartiere abitativo che ospita anche i pellegrini in arrivo da ogni parte del Tibet e zone limitrofe si sta svegliando. E’ tutto un dedalo nel quale si può ancora assaporare la Lhasa di un tempo. Abitazioni misere ospitano i viandanti, ovunque sorgono piccoli monasteri i cui ingressi sembrano far parte di una casa, mentre piccoli negozi stanno iniziando ad esporre le loro mercanzie. I nostri occhi occidentali non  possono mancare di vedere la scarsa igiene, probabilmente le temperature impediscono il propagarsi di malattie che rischierebbero di decimare la città. In realtà il nostro concetto di pulizia male si concilia con i monasteri ed in generale le abitazioni; non sta a noi ergerci a moralisti del detersivo. Proveniamo da una civiltà che ha fatto del lavarsi uno dei tanti business …. Pertanto non ci sentiamo di impartire lezioni. 

I lavori in corso riguardano tutto il centro, ci viene detto che sono iniziati lo scorso anno  e dovranno terminare entro la fine di questo. Riguardano soprattutto le tubazioni sotterranee, ma ci sono anche impalcature davanti ai palazzi che prima ancora di servire per i restauri, sembrano voler nascondere le brutture di un centro mai stato ricco. A camminare di notte si rischia veramente di scomparire in qualche fosso. 

Alle 9 abbiamo l’appuntamento per partire e ci faremo trovare puntuali. Ci avviamo dunque in direzione sud, verso l’aeroporto, per poi piegare a sudovest verso Gyantse. Lungo la strada per Shigatse s’incontrano frequentemente delle scale a pioli dipinte sulle rocce. Ci viene spiegato che derivano dalla religione bön e stanno a simboleggiare l’ascesa in paradiso. In tutto il Tibet incontreremo anche numerosi posti per il controllo della velocità ed è curioso (talvolta anche irritante) conoscerne il metodo: ad un primo posto di blocco fisso gli autisti devono scendere per farsi rilasciare un modulo sul quale vengono segnati gli estremi della vettura e l’ora del passaggio. Se il limite è dei 60 km/h, e di solito sono abbastanza ristretti nonostante le strade siano in condizioni più che decenti ed attraversino zone rurali fatta eccezione per qualche raro villaggio, al posto di blocco successivo che si trova ad esempio 60 km dopo non si può passare prima che sia trascorsa un’ora. Succede che tutti vanno alla velocità che vogliono per poi fermarsi su un lato qualche km prima del controllo ad aspettare che passi il tempo necessario per non incorrere in una multa. A seguire si riparte con andamento più veloce salvo ripetere lo stop più avanti. Decisamente i mezzi elettronici in questo caso porterebbero a migliori risultati. 

La nostra guida è originaria di un paesino situato a 40 km da Gyantse, dove tuttavia gli stranieri non possono recarsi. Pare che esistano dei corridoi per così dire turistici che sono consentiti al transito, tutto il resto del Tibet è proibito o soggetto ad ulteriori permessi. In coincidenza con manifestazioni e sommosse tutto il Paese viene chiuso fino a nuovo ordine. Lei ha studiato l’inglese in un paio d’anni, ma lo parla bene e ha una pronuncia molto buona. Ciò la rende differente dai cinesi i quali, anche quando conoscono la lingua, la pronunciano in un modo incomprensibile. 

La strada scorre relativamente veloce sull’altopiano per poi inerpicarsi lungo un tratto che si fa sempre più ripido in mezzo ad alte praterie il cui manto sembra appena uscire dall’inverno. Ci viene detto che su queste montagne nevica parecchio, mentre in estate piove anche ai passi più alti. Dobbiamo tuttavia ritenere che il concetto di nevicate abbondanti debba essere relativizzato al territorio tibetano che, trovandosi a nord dell’Himalaya finisce per essere minimamente investito dalle precipitazioni. La quasi totale assenza di alberi ad alto fusto e la vegetazione in generale stanno a dimostrarlo. La neve si scioglie assai rapidamente, visto che a fine aprile rimangono solo sporadici nevai situati lungo i tratti più alti della strada. Ed è solo verso i 6000 mt. che la neve inizia a segnare una costante. 

Raggiungiamo così i 4794 mt del Kampa La Pass, al cui culmine ci affacciamo sullo splendido Yamdrok Tso, un lago sacro la cui forma assomiglia a quella di uno scorpione. Viene riverito come un talismano che supporta la vita spirituale del Tibet. Si dice che se dovesse svuotarsi delle sue acqua il Paese non sarebbe più abitabile. E’ il più vasto per dimensioni, dove Tso significa lago drok deriva da nomadi mentre il prefisso sta per turchese. fin da subito avevamo capito che il tibetano è lingua ostica, ma cercheremo di  dialogare in inglese o capirci a gesti. La vetta che fa da sfondo al lago ha un’elevazione di 7190 mt. Sul colle ci sono parecchi pastori locali che cercano di attirare i turisti con foto insieme a yak e cani decorati. 

Il buddhismo tibetano ha mutuato parecchio dalla precedente religione bön, fatta eccezione per alcune pratiche completamente opposte quale il verso della svastica (che sta significare il buddhismo che non avrà fine) e il percorso antiorario nei kora. Innestandosi sulla religione precedente nell’XI secolo, anche il buddhismo odierno considera sacri molti luoghi naturali come laghi, colli, vette, ecc., cosa che non ha simili nel nelle altre scuole. Scendiamo dal colle attraversando alcuni villaggi in mezzo alla steppa e ci viene spontaneo chiederci come si possa vivere in queste zone: assenza totale di alberi o anche solo di arbusti, terra arida, nessun servizio degno di nota in un raggio di almeno cento km. Qui devi arrangiarti con le tue esperienze e di quel poco che ti offre la natura. In quel poco si trovano le deiezioni degli yak, l’unico mezzo di riscaldamento accessibile. Lo sterco viene fatto seccare appiccicato ai muri e quindi ammucchiato una volta asciutto, di solito sopra gli stessi muri che delineano il confine delle case in posizione aerata. Apprendiamo che l’abbondanza di questa “risorsa” è sufficiente per far trascorrere l’inverno al caldo alle popolazioni e che le ceneri sono ricche di sostanze concimanti da poter essere utilizzate nelle latrine e conseguentemente come fertilizzante nei campi. A 4500 mt ci sono già i terrazzamenti pronti per ospitare le coltivazioni di orzo. 

Con tutto quello che c’è da vedere sembra perfino mancare il tempo per il pranzo, che saggiamente la guida ci porta a consumare in un locale che brilla per semplicità e gusto dei suoi piatti. Si tratta di un self service (Foto2, Foto3)molto ben organizzato al quale attingiamo senza tanta parsimonia. Si prosegue fino ai piedi del Naiqinkangsang snow mountain, una delle montagne sacre del Tibet (credenza derivante dalla religione antecedente). Verso la vetta si può vedere la “nuvola a bandiera” (la creatura del vento e della neve) sventolante e splendente nell’aria. Siamo quindi al Karo-la Pass (5010 mt.), in prossimità del Karo-la Glacier con la vetta omonima alta ca. 5.600 mt. Ha buona fama di “Regina di ghiaccio” sul tetto del mondo. 

Scendendo s’incontra un altro lago, questa volta artificiale, il Manlha Water Control Project. Si tratta di una diga, che raggiunge una capacità di 20.000 Kw. Il progetto fornisce irrigazione per oltre 43.000 ha. di terreno, oltre a limitare le piene dei fiumi. 

Quando sono passate le 14,30 h. arriviamo a Gyantse, la quarta città del Tibet (dopo Lhasa, Shigatse e Chamdo), nonché antico centro commerciale e crocevia fra la strada che conduce da Lhasa al Nepal da un lato con la via carovaniera che arriva da sud dal Sikkim/India/Bhutan. Conserva ancora parecchio del suo stile originale poiché non è ancora stata molto intaccata dall’influenza cinese, pur essendo i negozianti immancabilmente e visibilmente di etnia han. Assunse un ruolo d’importante centro militare e commerciale (particolarmente per lana e artigianato). Balzò agli onori della storia nel 1904 quando vi si tenne una battaglia a difesa dall’invasione inglese. A tale memoria la retorica cinese ha costruito un monumento a commemorare l’evento e conferito il titolo di hero city. E’ quasi oltraggioso vedere come proprio loro vengano qui a parlare d’invasione e occupazione straniera. Visitiamo subito il monastero (Palkhor Choide) (Foto2, Foto3, Foto4) con lo splendido stupa (Khunbum) ed a seguire la fortezza (Dzong). Il primo venne fondato nel 1418 ed è uno dei monasteri più importanti della regione. Nei monasteri e nei templi si trovano delle cappelle dedicate agli spiriti protettori, questi hanno sempre un'espressione arrabbiata, ma ciò inteso come un simbolo per spaventare gli spiriti del male e contro l'ignoranza. Questi personaggi vanno pertanto intrpretati come divinità protettrici a prescindere da come si presentano, anzi sono così proprio a fini di difesa. 

Ancora una volta Lapu ci fornisce una serie d’informazioni sulla cultura buddhista che ci tornano utili per avere una maggiore comprensione di questa affascinante fede. Mai riusciremo a capirne e carpirne i misteri, cosa che lasciamo fare ai massimi studiosi (si parla addirittura di mille diverse varietà di Buddha), ma riusciamo a chiarirci sommariamente le idee, in particolare per il concetto che si riferisce al circolo della vita. 

L’interesse principale della visita allo Dzong (fortezza) consta soprattutto nella vista dall’alto che si ha della città e del monastero. 

Non disponendo di legna per bruciare i corpi come avviene da altre parti, i defunti vengono portati in processione presso una piazzola esterna al villaggio. Una volta terminata la cerimonia, i corpi vengono spezzati in modo da poter essere portati via e mangiati dagli uccelli. Del resto in una terra gelata per buona parte dell'anno e senza legna, questo pare l'unico  modo per dare una sepoltura. Esiste un'eccezione per chi è morto a causa di malattie potenzialmente contagiose, per evitare la diffusione di epidemie vengono seppelliti. I cimiteri a cielo aperto esistono anche nella popolosa Lhasa, dove un paio di luoghi sono adibiti questo genere di sepoltura e  ci dicono che i rapaci hanno molto da fare. Va tenuto conto che invece i cinesi vengono cremati, come da loro tradizione. I bambini più piccoli invece vengono dispersi nelle acque sacre di alcuni laghi, probabilmente nessuno ha il coraggio di spezzare il corpo di un piccolo per darlo in pasto agli uccelli. E’ duro venire a contatto con certe pratiche che la necessità ha radicato nel corso dei millenni, ma anche in questo modo occorre ragionare considerando realtà estremamente diverse, in un mondo dove è difficile anche morire! 

Rientriamo a piedi al hotel, senza pretese ma efficiente e carino. Si cena al Tashi con un barbecue di yak e un sizzler dello stesso bovino contornato di verdure.

 Pernottamento: GYANTSE - Hotel Jianzang